Solidarietà, finalmente

14 novembre 2006 sandro brusco
La proposta di solidarietà intergenerazionale è un passo nella direzione giusta, ma è ancora insufficiente. Forniamo qui alcuni consigli su come completare la manovra.

Dopo il passo falso del Bersani I, il governo ha finalmente corretto la rotta e ha iniziato a combattere seriamente il precariato e l'incertezza che caratterizzano la società italiana. Ci riferiamo ovviamente alla proposta di solidarietà intergenerazionale, in base alla quale, sostanzialmente, i genitori potranno lasciare il posto ai figli.

Sono queste ore febbrili, in cui la finanziaria cambia di minuto in minuto. Tasse e sussidi appaiono e scompaiono in un batter di ciglio. Non sappiamo quindi se la proposta di solidarietà intergenerazionale verrà effettivamente recepita nella stesura finale (in verità è un paio di giorni che non ne sentiamo parlare), ma il solo fatto che una simile proposta sia stata fatta segnala una indubbia e salutare correzione di rotta nel governo di centrosinistra. Ci allontaniamo finalmente dal modello ultraliberista, figlio del pensiero unico globalizzatore, che aveva caratterizzato il Bersani I e ci muoviamo invece verso un modello alternativo di concepire l'economia, un modello che bada più ai valori della famiglia e alla sicurezza che alla crescita del PIL. La tanto invocata, e mai come ora necessaria, decrescita inizia a far capolino.

Vale la pena di ricordare qui brevemente quali disastrosi effetti le liberalizzazioni introdotte dal decreto Bersani avrebbero avuto sulle famiglie e sul tessuto sociale del paese. I figli dei tassisti si sarebbero trovati in competizione con nuove licenze, ed è probabile che avrebbero dovuto alla fine rinunciare alla professione paterna. Allo stesso modo, i figli dei farmacisti, a causa dell'assurda regola che permetteva di vendere medicinali comuni nei supermercati, avrebbero visto drammaticamente ridotto il proprio giro d'affari, fino a giungere all'inconcepibile conseguenza di scegliere una carriera diversa da quella dei genitori.

L'aumento di precarietà e insicurezza che simili provvedimenti generano è sotto gli occhi di tutti, e la conseguente disgregazione sociale generata da tale approccio ultraliberista rappresenta un pesante costo che la società italiana si sarebbe trovata a pagare.

Finalmente però nel centrosinistra sta prevalendo uno spirito più comunitario e solidarista, più orientato alla collaborazione inter e intragenerazionale e meno ossessionato dalla competizione e dal profitto. Riteniamo però che questo primo, doveroso, passo debba essere completato da ulteriori provvedimenti che aiutino finalmente a sradicare in modo definitivo la piaga della precarietà e dell'insicurezza che ancora caratterizzano tanta parte della società italiana.

Riteniamo infatti che sia evidente la necessità di codificare e indirizzare in modo più cogente le scelte occupazionali che i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro possono compiere. L'attuale regime permette in molti e sfortunati casi di scegliere mestieri e professioni in completa dissonanza con le tradizioni familiari. Questo ha due gravi conseguenze. Primo, comporta una terribile perdita del capitale sociale accumulato da generazioni nelle famiglie; il know-how del macellaio, del giornalaio e del portinaio rischia di perdersi se il figlio o la figlia si dedicano a carriere diverse. Secondo, il tentativo di competere con ambizione e disturbante sete di profitto può generare incertezza e precariato per altri giovani che sono invece più inclini a seguire le orme paterne. Il povero figlio di tassisti che, in tutta tranquillità e nel rispetto degli altri, pensa di dedicarsi alla carriera di tassista si troverebbe infatti in competizione con tali voraci predatori che potrebbero costringerlo ad allungare le ore lavorate, abbassare i prezzi o, in casi estremi, addiritura cambiare mestiere.

Se rifuggiamo dalle secche del pensiero unico verso l'acqua alta delle esperienze alternative al capitalismo, che si sono sviluppate nel passato soprattutto in India, non è difficile vedere quale direzione una politica dell'occupazione umana, socialmente sostenibile e nemica del precariato dovrebbe assumere. Con l'obiettivo di difendere l'interesse sociale ed eliminare l'incertezza sul proprio futuro ai giovani dovrebbe non solo essere data l'opportunità, ma direttamente imposto l'obbligo di seguire la carriera dei genitori. In questo modo non si genererebbero le esternalità che abbiamo precedentemente analizzato e si garantirebbe a ogni giovane un futuro scevro di incertezze.

Un sistema di caste professionali appare quindi il più adatto alla soddisfazione delle esigenze sociali. Quanto prima e quanto più rapidamente il governo si muoverà verso la sua implementazione, tanto prima il precariato verrà eliminato.

Un sistema di casta però può essere continuamente minacciato da dinamiche sociali perverse. Compito di una gestione umana dell'economia è quindi quello di intervenire per bloccare tali dinamiche prima che possano manifestare i loro perniciosi effetti. Una discussione completa di tutte le regolamentazioni necessarie porterebbe via troppo tempo, ma almeno due fattori vanno menzionati. Si tratta di fattori in cui di nuovo possiamo trarre utile insegnamento da esperienze passate di pratiche e saperi alternativi all'ortodossia neoliberista oggi dominante.

Il primo fattore è il progresso tecnologico. È ovvio che l'introduzione di nuove tecniche di produzione e nuovi prodotti, di solito per soddisfare crasse esigenze materialiste, rischia di minare alla base un sistema di programmazione sociale delle scelte occupazionali, reintroducendo dalla finestra quella precarietà che si era fatta uscire dalla porta. Occorre quindi impegnarsi attivamente per scoraggiare l'innovazione, penalizzando quegli elementi antisociali che rifiutano le scelte collettivamente programmate. L'esperienza del luddismo inglese può qui giocare un ruolo prezioso. Tale esperienza, purtroppo di breve durata e di successo inferiore al desiderabile, ci ha insegnato come le masse popolari possono resistere al progresso tecnico che genera incertezza e confusione.

Il secondo fattore è la rischiosa tendenza da parte di persone con scarsa coscienza sociale a creare unioni matrimoniali al di fuori della propria casta. È ovvio che anche tale pratica può avere nel lungo periodo effetti disastrosi. Se un portinaio sposa una tassista che farà il figlio? È palese che dare al figlio il potere di scelta sulla professione genera incertezza e precarietà. La soluzione in questo caso è abbastanza semplice. Basta rifarsi alla legislazione contro i matrimoni interrazziali tanto diffusa nel sud degli USA fino a pochi decenni fa. Ricordiamo che il sud degli USA in quel periodo era dominato dal partito Democratico. Si tratta quindi di un'esperienza di cui il centrosinistra italiano è bene faccia tesoro nella sua incessante battaglia contro l'angoscia e l'insicurezza che la precarietà genera. Il divieto di matrimonio tra persone di caste diverse era inoltre presente, lo ricordiamo, nella millenaria cultura indiana prima che essa venisse sconquassata dall'imperialismo capitalista britannico.

Ci pare abbastanza per oggi. Salutiamo con calore il nuovo indirizzo solidaristico della politica occupazionale del governo, e attendiamo fiduciosi i suoi sviluppi. Siamo certi che i nostri richiami alla ragionevolezza non verranno disattesi.

6 commenti (espandi tutti)

Mi e` quasi venuto un colpo. Per un attimo ho creduto di leggere un articolo di un altro sito!

Come si diceva un tempo? Lavorare meno, lavorare tutti. O no?

Bellissimo!

Se uno sostituisce la proposta del matrimonio castale (l'eguaglianza prima di tutto!) con qualcosa tipo l'elevazione delle tariffe doganali contro i prodotti fatti in Cina sfruttando i bambini, starebbe bene sul think-tank del Governo, e cioe' il Manifesto!

articolo geniale!!

la cosa triste è che qualcuno queste cose le dice e le pensa veramente. e magari è pure sottosegretario all'economia.

Sono nuovo del sito, che ho scoperto solo oggi, e vi confesso che quando ho letto il titolo e il sommario dell'articolo ho pensato: ma dove sono capitato? accidenti a chi me lo ha consigliato... Ma poi ho letto l'articolo e se il buon giorno si vede dal mattino, credo che vi leggerò - e magari disturberò - spesso!  

"I figli dei tassisti si sarebbero trovati in competizione con nuove
licenze, ed è probabile che avrebbero dovuto alla fine rinunciare alla
professione paterna."

Mi ricorda un po' il dramma dei figli dei contadini, dopo l'abolizione della servitù della gleba.

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