Le scuole di eccellenza e l'avvenire dell'università italiana

11 febbraio 2019 giovanni federico

Le dimissioni del direttore della Scuola Normale sono state ampiamente discusse (male) sui giornali e persino nei telegiornali. Qualche informazione su cosa sono e qualche riflessione critica sul modello italo/francese delle scuole di eccellenza

Negli ultimi tempi la Scuola Normale Superiore (SNS) è stata al centro dell’attenzione mediatica per le dimissioni del direttore, collegate al progetto, poi rientrato, di creazione di una Scuola di eccellenza a Napoli sul modello della Normale stessa.  Non entrerò nel merito della vicenda, su cui ho informazioni parziali. Rilevo solo che le polemiche a mezzo stampa semplificano problemi complessi, e tendono ad attribuire troppo facilmente motivazioni politiche, che i giornalisti ed i lettori capiscono, a comportamenti accademici che sfuggono alla loro compresione. Vorrei invece riflettere sul tema più generale delle scuole di eccellenza e del loro ruolo nel sistema universitario

 A tal fine, è necessaria una breve introduzione storica. L’idea di fondare istituzioni speciali per studenti meritevoli nacque in Francia nel 18esimo secolo.  La prima delle grandes écoles moderne, Ecole Polytechnique, fu fondata nel 1794. L’Ecole Normale Superieure, per lettere  e scienze, fu (ri-)fondata nel 1808 e la sua omologa pisana, la SNS, nel 1810. Fu abolita al ritorno dei Lorena, e poi ripristinata dal Granduca nel 1846. All’inizio la Normale era limitata a Lettere e Scienze ed era amministrativamente una emanazione dell’università di Pisa. Acquisì autonomia nel 1932. Negli stessi anni vennero fondati collegi paralleli per gli studenti di altre facolta, confluiti poi nel 1967 in una Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezonamento (o SSSUP o anche Sant’Anna), divenuta anch’essa ammnistrativamente autonoma nel 1987. Più recentemente sono state fondate tre altre scuole: la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste nel 1978, l’Istituto Universitario di Studi Superiori (IUSS) di Pavia nel 1997, Institutions, markets, technologies (IMT) a Lucca nel 2005 ed infine l’Istituto di Scienze Umane (SUM) di Firenze nel 2009. Quest’ultimo ha cessato di essere scuola autonoma ed è divenuto Classe di Scienze Sociali della SNS nel 2013.

Tutte le scuole di eccellenza sono equiparate ad università. Hanno quindi personale docente proprio e sono finanziate su un fondo distinto dall’FFO (Fondo di finanziamento ordinario) delle altre università. Nel 2018 le scuole di eccellenza hanno ricevuto 105 milioni  (39 la SNS, 31 il S.Anna, 22 la SISSA, 7 l’IMT e 6 lo IUSS), contro un totale di 6886 delle altre università. Insieme le scuole di eccellenza sono la ventiseiesima università italiana per finanziamento totale  (la prima è Roma la Sapienza, con 483 milioni; Pisa ha ricevuto 196 milioni). E’ da ricordare che alcune università hanno istituito collegi per studenti meritevoli su fondi propri e sul modello originale della SNS. Queste istituzioni però, a differenza delle scuole di eccellenza, non sono autonome amministrativamente, non ricevono fondi ministeriali e quindi non hanno corpo docente proprio.

Dal punto di vista didattico, bisogna distinguere due modelli diversi. SISSA e IMT conferiscono solo diplomi di dottorato di ricerca, mentre IUSS, Normale ed il Sant’Anna conferiscono sia dottorati (detti perfezionamenti) che diplomi di corso ordinario. Questi ultimi sono aggiuntivi rispetto alle lauree (triennale e specialistica) dell’Università di Pavia  e Pisa. Gli studenti devono superare in corso gli esami universitari (con la media del 27 e nessun voto sotto il 24) e superare anche esami aggiuntivi, tenuti da professori della Scuola. L’istituenda ‘Scuola Normale del Sud’ fu, a quanto mi risulta, proposta come scuola di dottorato e solo in seguito è stato aggiunto un corso ordinario sul modello Scuola Normale, appoggiato all’università di Napoli. La Normale di Pisa avrebbe dovuto in qualche forma collaborare alla fondazione e alla gestione, anche amministrativa, per i primi anni e poi la nuova scuola sarebbe diventata autonoma.

Questa, in breve, la storia e la situazione attuale. Prima di presentare le mie opinioni, due premesse. Io ho un ricordo eccellente della SNS, dove ho passato undici anni della mia vita, come studente del corso ordinario e del corso di perfezionamento e dove ho anche iniziato la mia carriera accademica come ricercatore. Soprattuto ritengo che l’eccellenza sia uno dei più gravi problemi dell’università italiana da parecchi decenni. Nonostante tutto, il sistema fornisce ancora ai laureati una preparazione media comparabile a quella degli altri paesi avanzati, anche se al prezzo (pesantissimo) di una percentuale di abbandoni molto elevata. Mancano invece università di alto livello, che offrano una preparazione adeguata agli studenti migliori e producano ricerca a livello mondiale. Nell’ultima classifica ARWU, la meno arbitraria fra le parecchie classifiche sorte come funghi negli ultimi anni, la prima università italiana, Milano è  nel gruppo 150-200 (la Svizzera ha cinque università fra le prime cento, Singapore due). In Italia ci sono molti studiosi eccellenti ma sparsi in tutt’Italia e quindi incapaci di fare massa critica per produrre ricerca di altissimo livello, la quale richiede continuità nel tempo e grandi finanziamenti. Se riuniti in due-tre università ed adeguatamente finanziati, potrebbero sicuramente piazzarsi nel top 100, e magari anche nel top 50. Le scuole di eccellenza sono talora intese come risposta a  questo problema.  Non lo sono nella loro condizione attuale e secondo me sarebbero comunque una risposta sbagliata alla necessità di sviluppare università eccellenti. 

Nelle versione italiana, non possono essere una risposta al problema dell’eccellenza perchè sono troppo piccole e sono un ibrido. Per quanto siano molto cresciute in dimensione rispetto ai miei tempi, almeno in termini di personale docente e tecnico-amministrativo, nessuna scuola  ha un corpo docente sufficientemente ampio e diversificato  per organizzare corsi di laurea in proprio, dati i requisiti minimi stabiliti dalla legislazione vigente. Al massimo, possono organizzare corsi congiunti con l’università adiacente, invece che far frequentare ai propri studenti i corsi dell’ateneo. Io, per esempio, insegno anche in un corso di laurea specialistica in Economics congiunto Università/ SSSUP. Per renderle indipendenti, vere università paragonabili alle grandi università anglosassoni, sarebbe necessario aumentare il numero di professori, e soprattutto di studenti. Sarebbe anche necessario aumentare il numero delle scuole, per avere un numero di laureati tale da avere impatto significativo in Italia. La rete francese delle grandes écoles è composto da decine di istituti (il numero varia a seconda della definizione, fino a 250 in una definizione ampia), con migliaia di studenti. Per creare una rete comparabile, sarebbe necessario un investimento ingente. La finanziaria ha stanziato 50 milioni in tre anni per l’istituenda  scuola napoletana limitata ai dottorati. Per fondare 20 scuole sul modello Normale, col corso ordinario appoggiato alle università locali, sarebbe necessari 500-600 milioni l’anno. Se si volessero rendere didatticamente autonome, e non ibride, ci vorrebbe molto di più. Sono somme non reperibili nelle condizioni attuali del bilancio statale

 Avrei qualche dubbio sulla saggezza di investire somme così ingenti nelle scuole di eccellenza anche se i fondi fossero disponibili. Un normalista, nella situazione attuale, costa circa dieci-undici volte uno studente ‘normale’ (ai miei tempi molto meno, ma sempre parecchio di più). Sicuramente ha una preparazione migliore, ma dieci volte migliore? E anche se fosse dieci volte migliore, siamo sicuri che sia saggio tanto investire nell’istruzione supplementare di un numero ristretto di studenti?  Ricordo che nel sistema francese, i normaliens hanno un diritto/dovere di lavorare per un certo numero di anni dopo la laurea nell’amministrazione pubblica per compensare l’investimento. Questa regola non esiste in Italia. Inoltre, il sistema crea un un dualismo permanente che mi sembra dannoso sia alle scuole stesse che al resto delle università. Ora il problema è limitato dal piccolo numero di professori delle scuole speciali, ma una eventuale espansione della rete lo metterebbe in evidenza. I professori delle scuole di eccellenza avrebbbero garantita una situazione privilegiata (pochi studenti, finanziamenti alla ricerca superiori alla media etc) senza ulteriori incentivi. I professori nel resto del sistema avrebbero pochi incentivi a lavorare per migliorare la propria istituzione. I più ambiziosi si darebbero da fare per essere chiamati nelle scuole di eccellenza, gli altri potrebbero adagiarsi in una routine mediocre.

Una soluzione alternativa è  il modello anglosassone, che prevede una gerarchia a più livelli e, soprattutto, potenzialmente mutevole nel tempo. Negli Stati Uniti esistono molti tipi di istituti di istruzione superiore, da Harvard al community college, e le gerarchie possono cambiare, entro certi limiti. Due università ai vertici mondiali come Stanford ed il California Institute of Technology, sono di fondazione relativamente recente (rispettivamente 1885 e 1891). Anche ora, una università di medio livello può migliorare la propria reputazione  concentrando risorse in pochi settori. La chiave è la libera competizione fra università sulla base della qualità della ricerca e della didattica.

Il modello americano non è imitabile nel contesto italiano (ed europeo) caratterizzato dalla prevalenza del finanziamento pubblico. I recenti sviluppi istituzionali in Italia si muovono però nella direzione di introdurre elementi di competizione almeno nella ricerca, incontrando l’opposizione di molti docenti e dei sindacati. La principale innovazione è l’introduzione di una valutazione periodica della qualità della ricerca (VQR) in tutte le università. Manca per ora, ed è un grave limite, una valutazione della didattica (ma nessuno sa come farla). I risultati della VQR sono utilizzati per distribuire una (piccola) parte del finanziamento ordinario alle università ed anche per distribuire fondi ai dipartimenti migliori (‘dipartimenti di eccellenza’) di ciascuna area scientifica.

Sono passi importanti, che si spera vengano mantenuti grazie al disinteresse dell’esecutivo per i temi universitari. In teoria, tutte le università sono messe sullo stesso piano ed anche università piccole o di recente istituzione possono affermarsi concentrando le proprie risorse in alcuni settori. Sono passi però insufficienti. Le somme distribuite su base premiale sono relativamente modeste, anche per la presenza di meccanismi di riequilibrio territoriale ed erogate solo per periodi brevi. Quindi sono utilizzati sopratutto per assunzione nuovi docenti, piuttosto che per grandi investimenti mentre sembra difficile che università non finanziate da privati possano avviare processi ambiziosi. Se ci fossero fondi, si potrebbe innestare un’idea tedesca. Le università sono finanziata dai lander, ma lo stato federale sta investendo in finanziamenti su grandi progetti strutturali (nuovi edifici, nuovi centri di ricerca), distribuiti su base competitiva, da commissioni esperti con forte partecipazione straniera etc. Lo stesso sta avvenendo su scala maggiore in Cina, anche se a quanto pare con un modello dirigista, che seleziona a priori le università da finanziare. La selezione ministeriale si presta ad abusi ed a rivendicazioni localistiche. E’ noto che almeno due scuole di eccellenza italiane furono fondate per iniziativa di personalità accademiche con solidi agganci ministeriali.

In quest’ottica, il passo successivo ma essenziale sarebbe dare alle università una certa libertà nella definizione degli stipendi dei docenti. Gli stipendi delle università pubbliche sono tradizionalmente fissati per legge a seconda del grado accademico e dell’anzianità e solo recentemente la legge Gelmini ha introdotto la possibilità di concedere o meno gli aumenti per anzianità sulla base del merito. Rispetto agli standard internazionali, gli stipendi italiani sono molto bassi  per i giovani e diventano buoni solo per i professori ordinari con lunga anzianità. Ciò rende molto difficile attrarre dall’estero giovani brillanti o studiosi maturi (farsi riconoscere l’anzianità maturata all’estero è, mi dicono, un incubo burocratico).

Quale futuro per le scuole già esistenti in questo scenario ‘virtuoso’?  Ci sono varie possibilità. Potrebbero essere trasformate in scuole di dottorato autonome come la SISSA e IMT. Ovviamente, questa soluzione si scontra con la tradizione e pone due problemi. In primo luogo, richiede comunque investimenti per adeguare l’offerta didattica. Un programma di dottorato dovrebbe prevedere un certo numero di corsi avanzati e  quindi un congruo numero di professori in ciascuna area. Inoltre la  concorrenza delle grandi istituzione estere per gli studenti migliori è molto forte. Anche nella migliore delle ipotesi,  le scuole italiane avrebbero bisogno di tempo e grandi investimenti prima di raggiungere uno status ed una reputazione simile a quella delle grandi unievrsità americane e inglesi. In alternativa, si potrebbe puntare sulla ricerca pura, creando programmi di dottorato comuni con le università di riferimento e distribuendo generosi finanziamenti per borse post-dottorato (il vero collo di bottiglia del sistema universitario a livello mondiale). Infine, si potrebbe pensare ad un ritorno al passato, cioè alla funzione iniziale di  collegi residenziali per gli studenti migliori delle università di riferimento con un piccolo (e quindi economicamente sostenibile) numero di professori interni per pochi corsi aggiuntivi. In questa visione, il numero di scuole potrebbe aumentare organicamente, recuperando i collegi speciali delle altre università.

Sarebbe opportuno che questi temi venissero affrontati in un dibattito pubblico fra esperti e soggetti interessati e che si giunga ad una riforma che massimizzi l’utilità sociale delle somme spese per le scuole speciali (e di eventuali investimenti aggiuntivi). Probabilità, con questo governo e con il clima politico prevalente, zero.

24 commenti (espandi tutti)

Di classifiche ce ne sono tante, vero. La ARWU mi sembra poco fine (diciamo così) e per esempio non vedo i settori Design e Architecture, e vedo anche una collocazione in alto della KAUST (Arabia Saudita) sulla quale come è noto ci sarebbe da dire.

Cmq nel settore ENG (Engineering) il Politecnico di Milano si colloca dal 51 al 75 posto, in ascesa negli ultimi anni. Non credo sia l'unico caso di miglioramento, penso anche a POLITO che non ho controllato.

Se guardiamo invece il QS World University Rankings che è molto più dettagliato troviamo POLIMI in questa situazione (a livello di ranking mondiale):

Engineering: 17
Architecture and Built Environment: 9
Arts and Design: 5

che non mi sembra niente male (e ovviamente per POLIMI queste sono le uniche aree tematiche veramente rilevanti). E con un trend in decisa salita negli ultimi anni.

Come a dire che esiste già un meccanismo che porta (sta portando) alla creazione di relative eccellenze.

Che poi il contesto ovviamente ha il suo peso. Per esempio che Milano, come città, sia (ancora) considerata una delle capitali mondiali del design aiuta molto. So per certo che POLIMI è meta di studenti di Design che vengono anche dagli USA.

Cmq una riflessione sarebbe: come hanno fatto le Istituzioni italiane che hanno migliorato? Si stanno veramente creando poli di eccellenza, senza dirlo troppo?

Non saprei.

Maurizio

infatti ho sempre sostenuto che il sistema sta lentamente migliorando, grazie alle riforme degli ultimi anni. E lo dico anche in questo post

Ciò detto, la classifica QS è poco affidabile perchè si basa sulla 'reputazione', cioè su una indagine fra studiosi senza nessun controllo sul campione e sulle risposte. E' facile manipolarla convincendo i professori e gli amici a segnalare una istituzione

Su QS

Maurizio 11/2/2019 - 18:09

Non voglio generare un thread laterale, ma non mi sembra che la QS si basi così tanto sulla reputazione ( a parte che manipolare i giudizi sulla reputazione a livello globale non credo sia così facile, in un sistema ormai enorme). Però è vero che esiste una componente di quel tipo, da quel che so. D'altra parte una classifica generica dove non puoi isolare Architecture, per esempio, mi sembra discutibile (se è proprio così).

 

Qui si vedono alcuni dei parametri usati da QS e mi sembrano diversi:

 

https://www.igauge.in/ratings/methodology

 

Cmq io penso che certi miglioramenti siano anche dovuti all'interesse che i rettori (almeno alcuni) hanno ora su questi temi. Diciamo (schematizzando  molto) che fino a un tempo X in Italia di queste classifiche non importava quasi niente a nessuno, poi le cose sono cambiate, anche a livello di immagine, e qualcuno ci si è messo.

 

Maurizio

 

Il link citato non rimanda agli indicatori del QS World University Rankings (WUR), ma a quelli di un ranking minore, pilota, per le università dell'India. Gli indicatori (e i pesi) del QS WUR si possono trovare a questo link: http://www.iu.qs.com/university-rankings/world-university-rankings/ E' vero che il ranking di QS attribuisce un peso importante alle reputation survey (40% academics e 10% employers) ma non è vero secondo me che è così facile influenzarle, specie tra gli acedemics, dove a volte capita che chi si ritiene "amico" poi in realtà non si riveli tale... E in ogni caso di questo tipo di indagini ne tengono conto anche i ranking di Times Higher Education (THE) e altri, con indagini condotte in proprio o da soggetti terzi (Elsevier, Clarivate Analytics, etc.). Anche sul fatto che il ranking ARWU sia il più attendibile, anche se è vero che si basa su dati oggettivi, avrei i miei dubbi: per un'università vale di più una reputazione alta tra accademici e datori di lavoro oggi o un Nobel di un proprio alumno ricevuto negli anni '30?! Cmq sì, le università italiane da qualche tempo si sono accorti dell'importanza di questi ranking e si stanno attrezzando, sia singolarmente che come sistema, dal momento che è stato anche istituito un gruppo di lavoro all'interno della CRUI che si occupa di analizzare i vari ranking di dare delle indicazioni al riguardo.

Perplesso

kasparek 12/2/2019 - 09:40

Queste analisi francamente mi rendono perplesso, perchè manca completamente quello che dovrebbe essere il vero "arbitro", il vero strumento decisionale per capire cosa valga la pena fare, e cosa no: il giudizio di chi paga.
Che non è chiaramente "lo stato", ma i contribuenti, se parliamo di fondi pubblici.
Ora, finchè parliamo di dare a tutti una istruzione, anche buona, è un conto.
Ma quando cominciamo a parlare di istruzione particolarmente costosa, i costi dovrebbero essere semplicemente a carico di chi la riceve. I prestiti mi paiono lo strumento più logico per risolvere i problemi di accesso: se l'istruzione vale la spesa, immagino ci sarà sia chi è disposto ad indebitarsi per essa, sia chi è disposto a prestare tali somme. Al limite si può pensare a qualche strumento per risolvere difficoltà su quest'ultimo punto, fermo restando il debito a carico di chi viene istruito.
Altrimenti abbiamo diversi problemi. Il primo è di redistribuzione al contrario: gli operai pagano studi ad altri per avere un'istruzione superiore, rinunciando ad investire sui propri figli. Un po' come quando pagano, con le loro imposte, la prima della Scala a gente molto più ricca di loro.
Il secondo è quello di comportamenti opportunistici. Ad esempio oggi molti medici, dopo essere costati centinaia di migliaia di euro in formazione ai contribuenti, vanno all'estero a monetizzare l'investimento. Mi pare logico che chi raccoglie i frutti dell'investimento sia anche chi ne deve sostenere gli oneri.
Il terzo riguarda più in generale il "merito". Trovo ci sia un grande equivoco su cosa sia il "merito". Non trovo corrisponda a reale "merito" un ipotetico caso di un soggetto che, vincendo un difficilissimo concorso pubblico, e sottoponendosi ad una formazione dura, acquisti poi un diritto di comandare e di farsi retribuire dai contribuenti, contro la loro volontà.
Meritarsi qualcosa vuol dire guadagnarsela veramente, cioè ottenere retribuzione e privilegi che siano spontaneamente riconosciuti dagli altri soggetti, cioè sul mercato.
Per questo mi fa orrore il sistema francese: praticamente abbiamo soggetti simili ai nobili pre rivoluzione, convinti di aver diritto di gestire le vite e le finanze degli altri.
Non fa tutta questa differenza l'istruzione, per quanto selettiva ed aperta potenzialmente a tutti. E' un grande equivoco, perchè nei secoli abbiamo imparato come conti limitare il potere del sovrano, e dei suoi sgherri, sulle persone, non la sua scelta.
In questo modo ci si illude semplicemente di avere un sovrano "illuminato", perchè non scelto per diritto di sangue ma per concorso pubblico.
Ma i problemi fondamentali rimangono gli stessi. E trovo che ciò corrisponda all'esatto contrario del reale merito, che deve necessariamente coinvolgere il giudizio e la collaborazione di chi lo deve riconoscere, pagandolo. Se ci illudiamo che il "valore" sia solo negli studi, negli sforzi, nell'impegno, stiamo in realtà sposando la teoria marxista del valore (corrispondente al "lavoro" necessario ad ottenere il prodotto), che credo sia dimostrato funzioni molto male.
Tra parentesi, non posso non ricordare Nozick, convinto che l'ambiente accademico tendesse a diventare autoreferenziale e totalmente ostile al libero mercato, in quanto convinto di non dover sottostare al giudizio degli altri, ma solo al proprio e del proprio ambiente.
Praticamente un soviet, con tutto quello che ne consegue.

Re: perplesso

tizioc 12/2/2019 - 10:48

Meritarsi qualcosa vuol dire guadagnarsela veramente, cioè ottenere retribuzione e privilegi che siano spontaneamente riconosciuti dagli altri soggetti, cioè sul mercato.
Per questo mi fa orrore il sistema francese: praticamente abbiamo soggetti simili ai nobili pre rivoluzione, convinti di aver diritto di gestire le vite e le finanze degli altri.

La sua mi sembra un'osservazione da non sottovalutare, ma temo che abbia solo in parte a che vedere con l'esistenza di scuole "di eccellenza" in sé, e che molto sia invece da attribuire ai contenuti ed agli atteggiamenti mentali trasmessi, spesso non volutamente, dallo stesso sistema educativo. Lo dico perché il suo punto di vista in realtà si ricollega a tutto un filone di osservazioni, per quanto informali, sugli sviluppi del sistema educativo e della società in genere negli ultimi anni, di cui il rappresentante più noto nel nostro Paese è verosimilmente il libro "Teoria della classe disagiata". Se ne era già discusso in un post su questo stesso sito, di cui lascio il link e ovviamente rimando anche per le mie risposte:

http://noisefromamerika.org/articolo/sette-peccati-capitali-scuola-itali...

Inutile far notare come la stragrande maggioranza degli appartenenti alla "classe disagiata", in questo Paese come altrove, non provengano certo da una scuola di eccellenza come quelle di cui si discute in questo articolo, pur essendo (e non potrebbe essere diversamente, vista la caratterizzazione di tale "classe") persone estremamente istruite e di mirabile cultura.

Per questo suppongo che la questione sia alquanto diversa, e in particolare riguardi anche, come lei stesso cita ma come sottolineato anche da altri, l'esistenza di sussidi all'educazione particolarmente marcati e sulla cui utilità sociale è quantomeno legittimo avanzare qualche dubbio.

La ringrazio per il concetto della "classe disagiata". In effetti è un discorso legato, ma secondo me differente. Il punto è che gli atteggiamenti mentali non sono un caso. Sono la conseguenza, anzi la premessa, del processo stesso che porta alla conclusione della "necessità" del finanziamento pubblico. Per spiegarmi mi riallaccio alla risposta di Diego D'Andria sulle esternalità. In sostanza si dice: il mercato, cioè i poveracci che pagano, non è in grado di portare alla produzione ottimale di "cultura", di istruzione, o di ricerca e sviluppo. Quindi ci vuole qualcuno che decida quale sia questa produzione ottimale, e che la imponga a tutti, ma senza sostenerne i costi. Perchè, inoltre, non sia mai che questi poveracci usufruiscano di questa "cultura" senza averla pagata. Ora, è evidente che l'ipotesi implicita sia che questo "qualcuno" sia illuminato, capace di capire quale sia l'"ottimale" per la società. Ci siamo mascherati dietro qualche concetto generalmente accettato, ma di fatto siamo sempre al soviet, al sovrano illuminato. Qual è il problema, per me, nel mondo attuale? Che per evitare di correre il terribile rischio (che teoricamente accetto, ci mancherebbe, ma non sempre) di questo fallimento di mercato, ci esponiamo a rischi mostruosamente più grandi di fallimento da parte di chi decide cosa sia "ottimale" per la società. Nel mondo attuale, il presunto fallimento di mercato, anzichè eccezione, è diventato regola. Così, ad ogni livello, c'è sempre più gente in organizzazioni sempre più grandi e potenti che ama ripetersi quanto sia sapiente, a differenza dei poveri ignoranti, e che per questo si arroga il diritto di decidere come devono vivere, oltre che di ricevere laute prebende. Un gigantesco campo di rieducazione. A parte che c'è un problema di libertà, cioè di diritti umani, grosso come una casa (e non è una questione secondaria, ma primaria), quali sono i risultati? Centralismo, spesa pubblica, imposte non sono di certo indipendenti da questo fenomeno. Vedasi appunto la Francia e la mentalità della sua pubblica amministrazione. Tra l'altro non si capisce per quale motivo chi non sostiene i costi delle scelte dovrebbe essere in grado di valutare correttamente cosa sia "ottimale", dato che non paga (vedasi ad esempio anche studi di Kahneman). Chi valuta i risultati? Gli accademici stessi? Capite che non può funzionare. Difatti non funziona. La crisi del 2008, per esempio, ne è una dimostrazione. Per la quale condivido questa analisi:

http://noisefromamerika.org/articolo/recessione-miseria-macroeconomia

o questa: http://noisefromamerika.org/articolo/borse-banche-centrali

Non stiamo parlando forse proprio di "esperti" che, sulla base di teorie economiche assolutamente dominanti nelle università, scelgono, inducono, distorcono comportamenti economici di ogni tipo, pensando di sapere meglio del mercato cosa sia giusto fare, o quale sia l'"ottimo" per la società?

Ritengo questi rischi, oggi, molto ma molto superiori a presunti fallimenti di mercato, ed ai benefici derivanti dal trattare le esternalità in modo diverso dal mercato. Ritengo si sia presa una deriva gigantesca in questa direzione.

Non diventerò popolare dicendolo qui, ma sono convinto che alla base dell'attuale "populismo", insieme a tante scemenze, ci sia anche una ribellione verso questo sistema e verso questi errori. Sono convinto che ci sia molta ragione nel percepire, spesso in modo confuso, questi errori. E sono convinto che sia sano e salutare togliere potere a chi si arroga il diritto di decidere come devono vivere gli altri, togliendo loro troppa libertà. Alla fine, Boldrin che critica Greenspan 10/12 anni fa, incolpandolo di gran parte del caos, non mi pare concettualmente molto diverso.

Così non mi pare molto diverso, teoricamente, quanto leggo qui, e su cui mi piacerebbe davvero molto l'analisi proseguisse, visto quello che ci aspetta nell'immediato futuro:

http://noisefromamerika.org/articolo/global-warming-guardate-dito

Insomma, ben venga l'istruzione "eccellente", ma non perdiamo di vista le basi.

mi piace

Guido Cacciari 13/2/2019 - 13:42

Poiché in questo blog manca il pulsante "mi piace", esprimo in scriptu il mio compiacimento per la presenza di un partecipante di chiari orientamenti liberalisti.

Re: La ringrazio

tizioc 13/2/2019 - 23:06

Se lei avesse letto la discussione che si trova al link che ho già riportato, saprebbe che ho già espresso quantomeno qualche dubbio sull'opportunità di sussidiare higher education, almeno nel modo in cui essa viene sussidiata in molti paesi occidentali, e sulle esternalità positive che dovrebbero controbilanciare questi sussidi. Si può certamente allargare tale discorso alle conseguenze in termini di atteggiamenti generalizzati di ostilità verso il mercato, la libertà contrattuale, e in particolare l'idea che il "merito" possa derivare anche da come si riesce a stare sul mercato, e non solo da una presunta cultura superiore (ma anche questa considerazione in realtà è implicita nel discorso sulle origini del fenomeno "classe disagiata", di cui al link precedente).

Ma sono tutte considerazioni che si possono fare ampiamente senza necessità di legarsi a un orientamento politico liberale (qualsiasi significato si voglia attribuire a questa parola); o a uno scetticismo sui fallimenti del mercato (che in realtà sono onnipresenti, proprio perché la libertà contrattuale non è mai perfetta! Ad esempio, nessuno di noi può contrattare individualmente e a costo zero con i milioni di persone che riceverebbero un qualche minuscolo vantaggio dalla sua istruzione, e che messi tutti assieme compenserebbero esattamente proprio quell'esternalità positiva di cui si parla.) Che poi di questi fallimenti non si possa conoscere il valore con esattezza, e che la soluzione di second-best potrebbe anche essere il non far nulla e mettere da parte l'intervento pubblico, è un discorso diverso. Politicizzare una questione simile porta quasi sempre a un inutile muro contro muro che non risolve proprio nulla.

Si veda, solo per fare un esempio, la questione sulle esternalità derivanti dall'opera pubblica nota come "TAV", e sulla conseguente opportunità o meno di finanziare con i soldi del contribuente la realizzazione di tale opera. Anche in quel caso c'è chi pensa che si debba "intervenire" sullo stato di cose "naturale" e preesistente finanziando quell'opera, e chi vorrebbe lasciare tutto così come è o quasi; chi pensa che le esternalità positive giustifichino una decisione in senso di radicale cambiamento, e chi no. Ma chiedersi quale tra questi sia il punto di vista "liberale", e quale quello delle élite chiuse nella loro torre d'avorio che non ascoltano la gente comune (o, per dirla diversamente, "il popolo"), non servirebbe poi a molto.

Mi perdoni, non era mia intenzione contraddirla nè contestarla in realtà.
Ritengo però che legarsi ad un punto di vista "liberale" sia molto utile.
Non politicamente in senso stretto, non è una questione di partiti.
E' una questione di impostazione generale, oserei dire filosofica, che non può che permeare molto dell'economia, per sua natura purtroppo politicizzata.
In fondo, non si parla di incentivi economici, di comportamento dei vari soggetti, di tentativi di valutazione di ciò che viene fatto?
Volenti o nolenti, alla base di tutte queste valutazioni ci sono - almeno implicitamente - dei concetti di base, in gran parte riconducibili a filoni del pensiero, siano liberali, marxisti, o tutto quello che c'è in mezzo.
Tutto qui, volevo solo ricordare che il principale strumento disponibile per valutare i risultati, e per incentivare i soggetti interessati a comportarsi al meglio, ha a che fare con meccanismi di mercato, a cominciare dai prezzi.
Quindi meglio non dimenticarsene, ed usarli almeno come punto di partenza.
La "correzione" dei fallimenti, spesso solo presunti, andrebbe per me riservata a casi eccezionali e conclamati. Oggi invece pare sia la regola, e credo sia un errore con gravi conseguenze.
Visto che si parla di esternalità, però, lancio una provocazione: parliamo delle esternalità negative che derivano dall'avere sempre più intellettuali contrari ai suddetti meccanismi di mercato, sempre più convinti di avere il diritto di decidere per le vite degli altri.
A me sembrano esternalità negative gigantesche, per la società e per l'economia, sempre più imbrigliata e pianificata.
E' una questione "politica"? In parte sì, purtroppo, ma non può essere altrimenti.
Forse se mi riaggancio ad Einaudi, al suo modo di vedere i "padreterni", riusciamo a stare fuori dalle polemiche attuali.

@kasparek: siamo d'accordo sul punto dove lei scrive che "La "correzione" dei fallimenti, spesso solo presunti, andrebbe per me riservata a casi eccezionali e conclamati." Ed anche, riferito all'Italia, sull'immediatamente successivo dove scrive: "Oggi invece pare sia la regola, e credo sia un errore con gravi conseguenze." Questo ragionamento valga peró per tutto, non solo per l'educazione avanzata che é oggetto dell'articolo di Giovanni Federico. Anzi il grosso del rent-seeking nazionale mi pare avvenga in altri ambiti (sanitá e opere pubbliche, per esempio).

Che fare allora? Tre le alternative possibili:

1) Aggredire il meccanismo democratico, riformarlo in modo che gli eletti siano resi accountable davanti agli elettori, riducendo cosí i comportamenti di rent-seeking e permettendo le (poche o molte) spese pubbliche e correzioni di fallimenti del mercato che servono davvero alla gente.

2) Arrendersi all'impossibilitá di fare 1), tenersi i rent-seekers e pure la spesa pubblica generosa, sperando che (per pura fortuna o Provvidenza divina) i benefici sorpassino i costi.

3) Arrendersi all'impossibilitá di fare 1) e spingere per comprimere le spese pubbliche per "affamare la bestia", sopportando i relativi costi sociali: tagli feroci a sanitá, educazione, ricerca, ecc. ecc.

Che si fa allora? L'alternativa 3) é perfettamente fattibile supponendo di riuscire a raccogliere un consenso elettorale sufficiente, ma nel medio periodo porta a perdere competitivitá se il governo non fa piú tutte quelle cose che il mercato non fa bene da solo (e non credo siano poche, queste cose). Personalmente, ritengo 1) irrealistico in Italia, 2) lo status quo e 3) lontano dalle mie preferenze (ed in conseguenza di ció, ho lasciato il paese da anni per lande piú felici).

Non ho capito come si potrebbe tradurre la 1) in realtà. Probabilmente non sono abbastanza ferrato, gradirei un esempio facile facile. Concordo certamente che il problema non riguardi solo l'istruzione, ma un po' tutto. Anzi, i casi più gravi e dannosi sono di sicuro altri. Non andiamo a picco perchè spendiamo un po' troppo (eventualmente) per la Normale, ma per altro. Però penso che anche su questo bisognerebbe ripartire dalle basi, e su questo vorrei aggiungere una cosa: non si tratta solo di spillare soldi e favori al pubblico, si tratta proprio della mentalità di voler "correggere" sempre qualcosa, perchè quello che fanno le persone e gli operatori economici è sempre sbagliato. C'è un bell'articolo di Carlo Stagnaro dell'IBL ("Contro l'antipolitica - viaggio nella pancia del leviatano") che ben descrive la sua esperienza in un ministero capace, culturalmente, solo di interventismo. Francamente, e qui non sono d'accordo, penso che sia un problema generale a tutto il mondo occidentale. In Italia siamo messi peggio che altrove, ma questa deriva anti mercato e pro "esperti illuminati" secondo me è presente un po' ovunque. Ed ovunque c'è una certa insofferenza; a volte giustificata e positiva, ma spesso miope e dannosa. Il mio auspicio è: prima di finire come un secolo fa, sistemiamo le cose. Come farlo? Non lo so, sono 10 anni che mi chiedo come invertire la tendenza, ma francamente non ho ancora trovato idee realisticamente valide. Personalmente penso che qualsiasi soluzione debba passare da una "rivoluzione culturale", un po' come quella portata da Reagan e Thatcher, supportati da Friedman ed Hayek. Oggi non vedo personaggi del genere. Ma è quello che ci serve: studiosi preparati, ma consapevoli dell'importanza del mercato, senza la pretesa di insegnare a tutti come vivere. Bisogna sradicare Keynes dalle università, dai luoghi del pensiero. Bisogna che gli "intellettuali" imparino l'umiltà, i limiti della conoscenza, di quello che stanno facendo e delle soluzioni che propongono. Il tutto non può prescindere da una comunicazione efficace, cosa per niente facile coi media ed i giornalisti che ci sono. Anche fuori dall'Italia. I media Usa per me sono persino peggio dei nostri, oggi.

In tutti i paesi sviluppati lo stato incentiva gli investimenti di ricerca e sviluppo (R&D), vuoi con sconti fiscali, vuoi con sussidi. La ragione per farlo, piuttosto che lasciar fare "al mercato", é che si ritiene che R&D produca esternalitá positive. Se le aziende stabilissero gli investimenti solo guardando ai ritorni privati attesi offerti dal mercato, la quantitá di R&D nel paese sarebbe inferiore a quanto socialmente ottimale. L'operaio (riprendo l'esempio proposto qui sopra da kasparek) paga il relativo balzello perché ne ottiene indirettamente benefici per sé ed i suoi figli: migliori cure mediche, maggiore produttivitá, e vi dicendo.

Se questo discorso vale per R&D, perché non dovrebbe valere anche per la formazione avanzata? Non mi pare si tratti di assegnare aprioristicamente un peso maggiore a queste attivitá in ossequio ad un intellettualismo ottuso, quanto piuttosto di riconoscere che la conoscenza, per sua natura (caratteristiche di non-rivalitá e parziale non-escludibilitá) é un bene pubblico. Se poi il paese fallisce nel trattenere/attirare i detentori di formazione avanzata é altro problema, che riguarda lo scatafascio in cui versa il paese stesso e la relativa mancanza di attrattive.

Lo studente sceglie in base alla qualità della ricerca in un dato ateneo? Non penso proprio.
In base alla severità della selezione degli studenti? No di certo.
In base alla qualità dell'insegnamento? Ho i miei dubbi. Perché anche loro sanno che l'apprendimento vero è sul campo.

Gli studenti, ed i loro genitori che pagano, sono attratti dalla Bocconi anziché dall'Università di Bologna perché la prima fa campagne  di coinvolgimento delle aziende nell'attività sia didattiche (stage et similaria) e di incontro con gli studenti.
La seconda non ha bisogno di tale sforzo per continuare ad esistere. Non deve convincere nessuno a pagare le alte rette che permettono alle private di vivere.

L'altro motivo, più specificatamente italiano e connesso alla voglia di fuga  circolante, è il collegamento con l'estero. Anche qui lo sforzo delle università private non trova motivo di sussistere in quelle pubbliche. Tra l'altro, per l'estero sono sufficienti tre anni per il bachelor, mentre i due anni della "magistrale" non hanno valore (analizzare il testo del pezzo sanremese di Silvestri "Argento vivo").

 

Non capisco....

Maurizio 13/2/2019 - 18:03

Al di là di un mio disaccordo sulla prima parte, che mi sembra una semplificazione esagerata, non comprendo bene la questione del

"Tra l'altro, per l'estero sono sufficienti tre anni per il bachelor, mentre i due anni della "magistrale" non hanno valore (analizzare il testo del pezzo sanremese di Silvestri "Argento vivo")"

E sì , ho letto il testo di "argento vivo" (spero si apprezzi l'impegno) ma non colgo ugualmente.

Maurizio

OK, provo ad esprimere il concetto altrimenti:
- La vita è a tempo.
- Chi te ne fa perdere, ti uccide un po'.

Conclusione: la scuola italiana è assassina seriale e stragista. Direi genocida.

Sì...

Maurizio 2/3/2019 - 14:42

...un vero sterminio...direi un olocausto....che nei campi c'era gente che diceva meglio qui che al Liceo. Mi sembra che con le parole bisognerebbe essere più cauti.

Un conto sono le legittime imprssioni e opinioni di ciascuno, e un altro sono i dati.

Qui quello che valutano gli studenti (stranieri) quando scelgono un corso di studi:

https://www.studyinternational.com/news/how-to-choose-course-university/

Mentre per quanto riguarda la percentuale di studenti internazionali, non sembra che Bocconi e UniBO siano poi così distanti ("Key Stats" nei link seguenti):

https://www.timeshighereducation.com/world-university-rankings/bocconi-u...

https://www.timeshighereducation.com/world-university-rankings/universit...

Giusto, e non parliamo di Politecnico di Torino e di Milano che come attrattività internazionale lato studenti sono messi anche meglio sia di Bocconi che di UniBo (non metto link ma è facile trovarli).

Equivoco

Guido Cacciari 26/2/2019 - 18:21

Dicevo solo che lo studente italiano ricerca spesso la possibilità di lavoro all'estero.
E' qualcosa di cui si parla spesso sui media, e di dati ne può quindi trovare finché vuole.
Gli studenti stranieri non c'entrano.
Grazie comunque degli interessanti link.

Già sono vecchio, non vorrei pure essere saccente.

Stando così le cose, non mi sono, evidentemente, abbassato a Sanremo, e chiedo comprensione, ma sollecitato da questo riferimento musicale, anch'io ho voluto documentarmi.

Ora, ogni generazione ha diritto ad avere i suoi idoli e riferimenti, e lungi da me negarlo alle altre quando la mia ha deciso per i suoi. Tuttavia non ho potuto fare a meno di ricordarmi di tanti e tanti anni fa, quando evidentemente ero io a sentire su di me quanto fosse duro e pesante studiare, ma allora c'era a disposizione un altro cantante che si prestava a rappresentarci quel nostro ingrato sforzo. Si chiamava e si chiama Edoardo Bennato, e la prima canzone tra le tante che mi è tornata in mente è: In fila per tre, canzone direi piuttosto diretta ed esplicita già dal titolo, per tacere poi dell'intero album: Burattino senza fili, dove Mangiafuoco ti dichiara pazzo se non hai i fili e, in Quando sarai grande, si richiama il tempo quando sarai stato finalmente domato.

Se posso aggiungere però, sperando appunto di non finir saccente, allora non era in dubbio lo studio in sé, ma che fosse ben diretto, che ci preparasse veramente al mondo che ci aspettava, che non fosse l'indottrinamento che s'usava impartire in parecchi stati sotto dittatura, e allora ce n'eran tanti. Adesso mi sembra, ma forse proprio perché son vecchio, che l'adolescenza esterni solo un ribbellismo radicale, un'insofferenza a qualsiasi formazione. E mi viene da dire che anche nell'ottocento in Italia, certamente, di argento vivo ce n'era fin troppo e libero di sbizzarrirsi, tuttavia, per quanto se ne sa, non si era particolarmente felici.

è probabilmente vana, essendo questa uno stato emotivo transitorio.

Ma quando Jefferson, nella dichiarazione di indipendenza americana, sostituì questa espressione al 3°diritto di Locke (la proprietà privata), lo fece anch'egli perché intendeva qualcosa di più vasto. Cioè la ricerca di un senso.

Ogni individuo nasce, si chiede perché e dove sta andando, e passa la vita cercare di darsi un senso (vedi la teoria psicanalitica di Frankl).

Ebbene, indipendentemente dall'esito di questa ricerca, ogni individuo ha il diritto naturale di effettuarla, e chi gli fa perdere tempo inutilmente, con raggiri ed imposizioni, compie un sopruso.

Ogni individuo nasce, si chiede perché e dove sta andando, e passa la vita cercare di darsi un senso

ogni individuo ha il diritto naturale di effettuarla, e chi gli fa perdere tempo inutilmente, con raggiri ed imposizioni, compie un sopruso.

Questo concetto merita un applauso.

Dovrebbe anche essere messo alla base di ogni teoria economica, perchè alla base dell'economia ci sono i bisogni, i desideri delle persone, mai uguali, e "sovrani" su ogni altro concetto di utilità economica.

Purtroppo molto spesso gli ingegneri sociali se ne dimenticano, ed applicano sistematicamente il sopruso.

Siamo praticamente in due ad andare daccordo qui.
Ma tornando all'assunto, direi che si tratta di un principio di diritto, con conseguenze economiche.
Che però, per essere apprezzate dal mondo economico, i redattori del portale sosterrebbero che è necessario dimostrarle matematicamente.
Chissà se 1+1=2 sarebbe sufficiente?

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