Robin e lo sceriffo di Nottingham

8 luglio 2008 ne'elam
Dove, commentando l'ultima trovata di Tremonti nei panni di Robin Hood, si scopre che Robin non é veramente Robin.

Che un governo decida di modificare le tasse è nell’ordine delle cose. L’ultima pensata del commercialista con i calzini a pois è però un piccolo capolavoro che merita di essere raccontato nei dettagli. I cattivi fanno profitti con il petrolio? Niente problemi ci pensa Robin Hood. Il decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, dall’accattivante titolo «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», così recita al comma 16 del articolo 81:

In dipendenza dell'andamento dell'economia e dell'impatto sociale dell'aumento dei prezzi e delle tariffe del settore energetico, l'aliquota dell'imposta sul reddito delle società di cui all'articolo 75 del Testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, è applicata con una addizionale di 5,5 punti percentuali per i soggetti che abbiano conseguito nel periodo di imposta precedente un volume di ricavi superiore a 25 milioni di euro e che operano nei settori di seguito indicati:
a) ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi;
b) raffinazione petrolio, produzione o commercializzazione di benzine, petroli, gasoli per usi vari, oli lubrificanti e residuati, gas di petrolio liquefatto e gas naturale;
c) produzione o commercializzazione di energia elettrica.”

In questo modo si corregge la decisione presa dal precedente governo comunista di ridurre l’IRES (ovvero l’aliquota sul reddito imponibile di impresa) dal 33% al 27,5%. D’ora in poi ENI, concorrenti di ENI, ENEL e concorrenti di ENEL, saranno tutti tassati al 33%. ENI ed ENEL sono controllate dallo stesso soggetto (Ministero dell’Economia) che incassa sia i loro lauti dividendi da monopolio, sia l’IRES che esse pagano all’erario. Quindi l’amministratore Robin è l’unico che può legalmente incassare i profitti lordi di una impresa. Anche se quote di azioni ENI ed ENEL sono in mano a privati, l’effetto di questa manovra sui conti di Robin è solo una partita di giro. Per quelli che controllano le imprese concorrenti di ENI ed ENEL, le cose stanno diversamente. Non tanto perché possono incassare solo i profitti netti, questo lo sapevano anche prima di cominciare. Il fatto è che con questa misura diminuiscono sia i loro profitti correnti che quelli attesi. Nel caso peggiore chi investe in impianti di generazione elettrica o nei rigasificatori sarà indotto a cancellare le programmate espansioni di capacità produttiva; verosimilmente un rinvio a tempi migliori è lo scenario più probabile. Conseguenza: si rafforza il potere di mercato degli incumbents pubblici che, non dimentichiamolo, sono gli assets di Robin. E a lui tutto questo non dispiace affatto. Ma la vera trovata di genio di Robin la troviamo nel comma 18 dello stesso articolo:

È fatto divieto agli operatori economici dei settori richiamati al comma 16 di traslare l'onere della maggiorazione d'imposta sui prezzi al consumo. L'Autorità per l'energia elettrica e il gas vigila sulla puntuale osservanza della disposizione di cui al precedente periodo.”

La cosa interessante è che non si adopera l’accisa, né una qualche variante della Windfall tax profit di carteriana memoria. Oppure, visto che la situazione lo giustifica, qualcosa di deliberatamente drammatico, da economia di guerra, come la excess profit tax. Troppo semplice e poco creativo, ancorché insensato e futile come insegnano le passate esperienze. Ci si affida al regolatore. Robin sa, più che per scienza perché qualcuno glielo ha raccontato, quando un’impresa riesce a traslare una tassa sul consumatore. E questo dipende essenzialmente dalle elasticità della domanda e dell’offerta: con una curva di domanda anelastica e una curva d’offerta piatta il consumatore si becca per intero il maggior carico fiscale. Nessuno rimane sorpreso se gli esperti della materia ci informano che nell’energia la situazione è proprio questa. Allora voilà: divieto per legge della traslazione. E come farà il regolatore a controllare che il consumatore non la paghi attraverso una maggiorazione dei prezzi? La scelta del benchmark con il quale confrontare i prezzi praticati da ENI sul mercato interno è essenziale. Utilizzerà le quotazioni internazionali delle partite spot di gas? Ma ENI non acquista il prodotto su questo mercato, si approvvigiona direttamente da Gazprom e Sonatrach e il prezzo delle forniture è fissato nei contratti take-or pay. Quindi l’occhiuto regolatore deve farsi dire quanto ENI paga il gas dai suoi fornitori. Deve quindi chiedergli non un segreto, ma il segreto dei segreti, al cui paragone i misteri di Fatima o quelli gnostici sono roba da niente. Scommettete che per superiori ragioni di stato e di sicurezza nazionale questa informazione non verrà fuori? Non so come la vedete voi, ma io trovo gratificante che Robin abbia montato un casino del genere organizzando solo per noi questa splendida sceneggiata. Vuole farci credere che sta dalla nostra parte, che espropria i ricchi per dare ai poveri. Ma forse il commercialista con i calzini a pois di Robin ha solo indossato il costumino, in realtà, a ben vedere, é lui lo sceriffo di Nottingham.

29 commenti (espandi tutti)

Quale degli editori di NfA e' stato fatto 'sparire' (LOL!) sotto lo pseudonimo di ne'elam?

Nessuno. Trattasi di un collaboratore al quale, per il ruolo istituzionale che ricopre in Italia, ci e' sembrato appropriato permettere l'uso d'uno pseudonimo.

secondo me GT non e' sciocco e gioca sul fatto che stabilire se via stata o meno traslazione (e quantificarla) e' cosa troppo complicata e nessun provvedimento amministrativo potrebbe mai recepirla. in fondo non ci vorra' troppo sforzo per camuffare un po' un bilancio per dimostrare che l'utile netto e' sceso... mica si e' commercialisti per nulla... la propaganda di regime fara' il resto celebrando le magie di Robin.

che la mossa sia populista e demagoga mi pare chiaro. piu' debole l'argomento di voler rafforzare la posizione di ENI ed ENEL. In fondo il Tesoro non finanzia queste aziende, ovvero non restituisce loro le maggiori tasse pagate dai concorrenti. O mi perdo qualcosa

la logica era far cassa per finanziare qualche intervento "social-populista" in attesa che il ciclo giri nel verso giusto. guadagnar tempo sperando in tempi migliori. come nella migliore tradizione di GT.

Ne'elam centra, a mio modo di vedere, il problema dei problemi: ma le compagnie energetiche quanto pagano la materia prima ? Ovvero comprano il petrolio ed il gas sul libero mercato o no ? Poichè non lo comprano sul libero mercato perchè il commercialista di Sondrio non usa più semplicemente l'Enel e l'Eni per quello per cui sono nate (mattei si starà rivoltando nella tomba), ovvero evitare di subire i mercati internazionali: in fondo è lui l'azionista di riferimento, e non ci sarebbe bisogno che l'Eni faccia i profitti che fa, basterebbe che le sue controllate AGIP e IP applicassero prezzi più bassi alla pompa, costringendo tra l'altro le altre compagnie ad adeguarsi. Ma forse è troppo semplice.

Penso che Boldrin mi sbranerà, ma in un mercato fortemente oligopolistico ed oligopsonistico, come quello delle materie prime e dell'energia, il compito delle grandi compagnie a partecipazione statale (eh sì, proprio loro..) è proprio quello di evitare forti ripercussioni sui prezzi finali a fronte di fluttuazioni dei mercati.

Adesso sarete tutti a dirmi che Enel ed Eni sono quotate in borsa, che i profitti, che i piccoli azionisti, ma allora perchè lo Stato non se le vende ? Almeno avremo dei monopolisti privati che ci tartasseranno alla faccia della Authority (?), e potremo far finta di avere un vero Robin Hood.

Non sono antropofago, e non intendo diventarlo.

Lungi da
me anche difendere ENI ed ENEL, le cui posizioni monopolistiche sul mercato
italiano (e, almeno per quanto riguarda ENEL, incapacita' manageriale
su quello internazionale: pregasi seguire con attenzione la vicenda
ENEL-Endesa che stanno arrivando al teatrino finale ...) non godono certo della mia simpatia.

Detto questo: inutile, e falso, imputare a ENI/ENEL la crescita dei prodotti energetici per i consumatori finali. Noto solo due cose.

1) Il prezzo dei derivati del petrolio e' cresciuto e sta
crescendo in tutte le pompe del mondo, inclusi i paesi dove il mercato
della distribuzione e' ben piu' competitivo dell'italiano. Quindi,
evidentemente, il problema non si risolve chiedendo a ENI/ENEL di
calmierare i prezzi assumendosi i costi addizionali e riducendo i
propri
margini. I margini piu' che a zero non possono andare, a meno che tu
non abbia in mente di sussidiare le perdite ENI/ENEL con trasferimenti
statali, ossia con le tasse. La concorrenza non sta impedendo la
crescita dei prezzi negli USA ed in UK, in Indonesia ed in Spagna ...
non vedo come possiamo riuscirci in Italia chiedendo a ENI/ENEL di
assumersi i costi addizionali.

2) La ragione per cui il
"calmieramento" e' impossibile e' banale: i margini monopolistici di
ENI/ENEL ammontano, forse, ad un 1% del prezzo finale, massimo 2% (e mi rovino). Il prezzo delle
materie prime e' aumentato di quasi il 200% in USD e di piu' del 100%
in Euro. Basta che la materia prima incida per un 5% sul prezzo finale
(cosa che abbondantemente fa) e vedi che anche eliminando quell'1-2% di
extra-profitti monopolistici non si va molto lontano.

Morale: il petrolio
costa di piu' perche' c'e' tanta piu' gente che lo vuole. Cominciamo da
li' e smettiamola con le solite fantasie italiane di trovare soluzioni
arzigogolate (e false) a problemi reali.

P.S.
Spero di non aver sbranato nessuno; in effetti un certo appetito ce
l'avrei. Ora salgo in aereo - fuggendo da questo tugurio nel mezzo
di  una kasbah degradata che e' la "Lounge Giotto" all'aeroporto
di Fiumicino - e vedo cosa mi danno loro da mangiare. Sono anni che
riesco a viaggiare evitando Alitalia, purtroppo questa volta non ho
avuto scelta: mi auguro di sopravvivere.

Innanzitutto in bocca al lupo (e che lupo!, a ottobre compio 21 anni senza (M)Alitalia..) per il viaggio.

E' tutto vero quello che dici, ma i profitti ENI (soprattutto) e ENEL non si giustificano certo con la competenza manageriale, io non intendo ridurli a zero, nè tantomeno finanziarli con le tasse, solo se li riducessero un pò (della metà ad esempio, e ci sarebbe comunque un bel grasso), indurrebbero (forse) anche le altre compagnie a ridurre i prezzi, certo non sarebbero diminuzioni da urlo, forse parliamo di tre-quattro centesimi/litro (al max), ma l'attuale livello di profitti ENI è scandaloso, e mi sembra di tornare all'Università con lo studio della curva dei profitti e degli extra-profitti da monopolio e oligopolio (23 anni fa, con Mariano D'antonio, facoltà di Scienze Politiche, indirizzo economico-Napoli). 

Non ci sbraniamo, in alcune cose la vediamo in modo diverso, ma usiamo il cervello. Lo facessero tutti in Italia... 

Il Guardian attacca gli economisti (senza peraltro dimostrare particolare originalita'...)

<em>When the going gets tough, economists go very quiet<em>

They're happy to take the credit in the good times, but the disciples of this false science are hard to find as recession looms

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/jul/09/economics.globaleconomy

Oggi, all'assemblea annuale dell'ABI, Draghi con buon senso e conoscenza dei fondamentali ha ribadito che la tassa di Robin si trasla, e come se si trasla, sui consumatori finali. Robin, che lo ha salutato con un affettuoso(?) buffetto sulle guance però non demorde. Il Corriere così sintetizza:

È una «vecchia dottrina» e una «ideologia» quella in base alla quale una nuova imposta, come la Robin Tax, se applicata su una impresa si ripercuote sui clienti. Prima invece si tassavano direttamente gli operai. Ad affermarlo è il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti che risponde così alle critiche sulla Robin Tax. «In questo senso l'imposta ottima è quella applicata sugli operai, che non possono traslarla su altri. E, siccome negli anni passati di traslazione non si è parlato, significa che incidenza delle tasse è stata da quella parte», cioè sugli operai.

Impagabile Robin.

 

E come farà il regolatore a controllare che il consumatore non la
paghi attraverso una maggiorazione dei prezzi? La scelta del benchmark
con il quale confrontare i prezzi praticati da ENI sul mercato interno
è essenziale.

Ma, qualunque sia il contratto, il prezzo finale per l'utente e' davvero cosi' scostante rispetto alla media europea? Perche' se non le' il benchmark piu' semplice da usare e' quello, un po' come succede per la benzina alla pompa. 

 

Poi chiaro che all'atto pratico il controllo coatto sul prezzo e' impossibile ma questo e' tutto un altro discorso.

vorrei, da
microeconomista, ricordare il seguente fatto: il prezzo di equilibrio in un
mercato cambia in seguito all'imposizione di un'imposta che dipende dalle unità
vendute (accisa o imposta proporzionale sulle vendite o sul valore aggiunto),
non di ogni imposta. Un'imposta proporzionale sul profitto non influenza il
costo marginale, quindi non sposta le curve di domanda e di offerta e quindi
non modifica il prezzo di mercato. La Robin Tax non si trasla. (Al contrario di
un cambiamento della imposta personale del reddito che in generale sposterebbe
le curve di domanda: in su o in giù dipende se si tratta di un bene normale o
inferiore).

Questo ovviamente
tremonti non lo sa (ergo il comma 18, a meno che non sia doppiamente astuto e
getti aringhe rossi, confondendo tutti, perfino nFA).

Ciò non vuol dire
che la Robin Tax sia saggia. Il problema è che distorce le decisioni di
investimento: sposta risorse dal settore energetico, dove riduce il tasso di
rendimento futuro atteso,  ad altri
settori, dove il tasso di investimento rimane invariato: se si vuole queso
allora va bene (come ad esempio tassare i profitti ottenuti dalla vendita di
sigarette riduce la desiderabilità di investire nel settore). Inoltre, in
presenza di mobilità internazionale dei capitali, riduce il tasso di rendimento
di investimenti in Italia. Anche questo potrebbe essere un effetto voluto, ma
bisognerebbe dirlo.

I dettagli poi
fanno inorridire: ricavi superiori ai 25 milioni di euro? Creerà lavoro ai
commercialisti (di sondrio e altrove) che forse potranno spezzare in due
un'impresa che fa 48 milioni idi ricavi l'anno (ricavi poi? Ho capito bene? Almeno
parlasse di profitti: quindi un'impresa che vende tanto a margini bassi è
colpita, e una che vende poco a prezzi da strozzino no? Warum?)

Sui principi su
cui informerei i sistemi di tassazione rimanderei al mio contributo, qui .

Un'imposta proporzionale sul profitto non influenza il
costo marginale, quindi non sposta le curve di domanda e di offerta e quindi
non modifica il prezzo di mercato.

Non condivido, mi sembra che la logica sia contradittoria: la seconda parte del tuo commento (che è corretta) contraddice la prima (che non lo è) ... Che sia l'estate?

Mi dilungo per i lettori meno familiari con il turpiloquio professionale.

Le imposte sul reddito da capitale, come la tassa in questione intende essere, riducono il saggio di profitto netto, che è quello che gli investitori guardano. Se facciamo l'ipotesi, più che ragionevolissima, secondo cui prima dell'imposizione della tassa sui profitti nell'industria X il tasso di rendimento netto del capitale investito in X era uguale (controllando per rischio e tutto quello che volete) con quello del capitale investito in Y, allora non lo sarà più DOPO che l'imposta viene applicata. A questo punto i detentori di capitale hanno due scelte: abbandonare l'industria X se non ricevono compensazione netta desiderata. Questo renderà più scarso il capitale per le imprese in X, le quali dovranno quindi finanziarsi a tassi maggiori, quindi cambiano i loro costi e la loro curva di offerta. L'altra alternativa è uguale: i detentori di capitale controllano le imprese del settore X ed aumentano i prezzi di offerta per ottenere immediatamente il tasso di rendimento netto desiderato. Stesso risultato, solo che il secondo va più rapido del primo.

Per vedere, banalmente, perché il ragionamento di GDF è contradittorio, si faccia un ragionamento per continuità: un'imposta proporzionale sui profitti del 10% non cambia i prezzi? Allora cosa succede con un'imposta del 100%? I capitali scappano tutti, il bene non si offre più o quasi, ed il prezzo schizza all'infinito. A quale valore intermedio fra 10% e 100% c'è una discontinuità? Che io sappia, a nessuna: mano a mano che la tassazione cresce l'offerta si fa sempre più elastica e si sposta a sinistra.

Insomma, la Robin tax si trasla. Quando e quanto si trasli dipende dalle solite e celeberrime elasticità. Data la situazione italiana ed il controllo politico su ENI/ENEL (gliel'hanno comunque tolta in cambio del "dono volontario" di 200 milioni al fondo per comprare i panini ai vecchietti: oramai siamo alla carità dei monopoli di stato estorta dal padrone dei monopoli con un finto coltello a serramanico ...) e l'influenza del medesimo sulle banche, non si vedrà molto nel breve periodo. Ma poi si vedrà. È tutta fuffa, propaganda indegna, squallido populismo. Che fa solo danno e non risolve nulla.

Michele, ma codesta e' la curva di lungo periodo. Nel breve periodo ha ragione Gianni - il produttore marginale continua ad operare fin quando e' cash flow positive.  Quindi anche col 100% di tasse sul profitto, soprattutto se ha ancora un bel po' di depreciation accumulata da mettere a conto perdite.  Certo nel lungo periodo nessuno reinveste ed eventualmente la capacita' dell'industria si comprime, possibilmente tutta insieme...

Non voglio entrare in una discussione che rischia di essere più tecnica, accademica ed inutile del necessario. Però ci entro lo stesso, sennò non sono più io. Prima di farlo, però, due osservazioni o tre sulla situazione concreta, in Italia.

1) Come riportano i giornali Robin difende la sua idea - anche contro le giustissime osservazioni di Mario Draghi che più passa il tempo più parla saggiamente - ma non si capisce se la cosa si farà e come. Quindi, magari, discutiamo di una cosa inesistente.

2) Per quanto riguarda ENI/ENEL, visto che il governo controlla entrambe se davvero pensa che non stiano praticando i prezzi adeguati e si comportino da monopolisti potrebbe esercitare in un istante il proprio ruolo di azionista di riferimento, invece di dedicarsi ad elaborare complicate tasse. Questo era uno dei punti dell'articolo di ne'elam che mi sembra stragiusto e suggerirei di dare per acquisito. Tale osservazione vale anche per il governo precedente, che pure protestava per il prezzo della benzina.

3) Vale comunque il fatto che, come ho già fatto osservare, anche se i due monopoli nazionali riducessero i loro margini di profitto a zero (a produttività data) questo attenuerebbe molto ma molto marginalmente l'impatto sul prezzo finale della crescita del prezzo del barile.

Detto questo, vengo al commento di Marco (ed anche a quello di Mario, più sotto), ossia alla discussione accademica su cosa fanno le imprese quando aumentano le tasse sui loro profitti.

Ora, tutto dipende dalla capacità delle imprese di determinare i prezzi di vendita. Prendiamo due casi teorici estremi: monopolio completo e concorrenza perfetta. Nel secondo caso non vi è alcuna possibilità di controllare i prezzi per cui tutto dipenderà dalla velocità con cui il capitale può andarsene dall'industria. Se rimaniamo nell'ambito teorico mi aspetterei una caduta dei valori azionari delle imprese coinvolte. La capacità produttiva installata continuerà a funzionare, è vero, ma non è detto che lo farà a prezzi invariati. Questo perché serve comunque capitale, ossia credito, anche per gestire le raffinerie già costruite, per esempio per l'acquisto della materia prima, la manutenzione, eccetera. Se questo credito diventa più costoso, a seguito della caduta dei titoli azionari, torniamo al punto che facevo inizialmente. Quanto ci si mette? Non lo so. Non due giorni, nemmeno due mesi. Ma nell'arco di sei mesi, un anno al massimo queste cose si vedono. Sei mesi sono il "lungo periodo"? Va benissimo: allora meglio far sempre politica economica pensando solo al lungo periodo.

Veniamo al caso del monopolio, che più si avvicina al caso italiano. Nè ENI né ENEL hanno esattamente un monopolio completo nei loro rispettivi mercati, ma certo hanno parecchia capacità di influenzare il prezzo. Che faranno, quindi, nel breve periodo? Se fossero monopolisti puri e se non fossero controllati dal governo, aumenterebbero i prezzi al punto cha massimizza i loro profitti. Di nuovo, perché anche i monopolisti devono acquistare materie prime, eccetera, questo nuovo prezzo sarà influenzato dai nuovi costi di acquisizione del capitale. Nel caso concreto, invece, i nostri sono dei semi-monopolisti controllati dal governo. Quindi cosa faranno, alla fin fine, lo deciderà il governo. QED.

Non mi getto nella disquisizione accademica perché avrei bisogno di ridare prima l'esame di Micro, ma ho un dubbio relativo a questo passaggio:

Se fossero monopolisti puri e se non fossero controllati dal governo, aumenterebbero i prezzi al punto cha massimizza i loro profitti.

Ora, io penso che prima della Robin Tax le imprese proprio perché capaci di fissare il prezzo siano già in una situazione di profitti massimizzati; per definizione, quindi, se si muovono da quel punto i loro profitti scenderanno. Anche se arriva lo Stato e dice "cari monopolisti, da oggi in poi la percentuale t dei vostri profitti me la prendo io", il loro profitto massimo diventerà pari a quello precedente per (1-t), quindi non dovrebbero comunque muoversi da quel punto. Da un punto di vista pratico, invece, i monopolisti potrebbero scaricare comunque l'aumento dei prezzi sui consumatori per una questione di trade-off: diciamo che profitti "eccessivi" facciano loro rischiare una perdita di beneficio (via imposizione per esempio); la strategia ottimale sarà allora quella di fissare un prezzo corrispondente ad un profitto "modificato" (ridotto della perdita di beneficio atteso) massimo; dal momento Robin si porta via una parte dei profitti, questo prezzo "di equilibrio" aumenta e anzi, diciamo che a naso in un gioco dinamico aumenta all'infinito (ovviamente sotto ipotesi di domanda completamente anelastica)...

quando si parla di tasse, ricordarsi che il mondo non è statico e fissato per sempre, ma dinamico e in evoluzione. vedasi commenti di michele.

Ora, io penso che prima della Robin Tax le imprese proprio perché
capaci di fissare il prezzo siano già in una situazione di profitti
massimizzati; per definizione, quindi, se si muovono da quel punto i
loro profitti scenderanno. Anche se arriva lo Stato e dice "cari
monopolisti, da oggi in poi la percentuale t dei vostri profitti me la
prendo io", il loro profitto massimo diventerà pari a quello precedente
per (1-t), quindi non dovrebbero comunque muoversi da quel punto.

Grazie! Credo (spero) di aver capito perché non ci capiamo. Vediamo se l'ho indovinata.

Nel commento qui sopra, ed anche in quelli precedenti di Gianni e Marco, quando si parla di "profitti" si fa riferimento a quelli degli "economisti teorici", ossia i "profitti puri" del fattore fisso (imprenditore o cos'altro vogliate chiamarlo) dopo che i fattori di produzione sono stati pagati il loro costo opportunità. In questo caso, se QUESTI fossero i profitti che la robin tax vuole tassare, sarebbe effettivamente vero che il problema dell'impresa, una volta introdotta una tassa percentuale t sarebbe

MaxQ  (1-t)[P(Q)Q - RK(Q) - WL(Q)]

dove, per i non addetti ai lavori: Q è la quantità prodotta, che l'impresa sceglie, P(Q) è la funzione (inversa) di domanda che determina il prezzo unitario a cui Q si vende, R (W) è il costo del capitale (lavoro) - entrambi dati dal mercato competitivo in cui i fattori si acquistano -, K(Q) (L(Q)) è la domanda di capitale (lavoro) dell'impresa in funzione della quantità prodotta. In questo caso, chiaramente, per qualsiasi valore di t fra 0 ed 1 la soluzione Q* che massimizza i profitti non cambia.

Questo, credo, è quanto intendono Gianni, Marco e Vincenzo. Giusto.

Però, c'è un però. Il commercialista da Sondrio, ricordiamocelo, non è un economista: egli è, appunto, un commercialista (oltre che un genio, ma questa è solo un'ipotesi di lavoro avanzata da un altro genio e pro domo sua ...). Per il nostro, dunque, i profitti sono uguali ai ricavi meno i costi dove, fra i costi, si include il costo del capitale preso a prestito ma NON quello del capitale proprio. Insomma, i profitti che il commercialista da Sondrio vuole tassare sono quelli dei contabili, non quelli economici. I profitti dei contabili includono la remunerazione del capitale da rischio ed i profitti imprenditoriali "puri", quelli che vanno al fattore fisso. E questo fa differenza. Prendete la formula precendente e, per essere pignoli, dividete il capitale in capitale proprio (K1) e capitale prestato (K2). Quest'ultimo costa sempre R, tasso d'interesse determinato dal mercato  - tralascio il fatto che, se il governo comincia a tassarti i "profitti" con intenti punitivi magari il mercato si preoccupa dell'incertezza e ti fa pagare un extra di rischio, che già da solo farebbe tutta la differenza ma non importa. Il capitale proprio viene pagato con i "profitti", nel senso del genio da Sondrio, i quali, tanto per fissare le idee, chiameremo ∏, esprimendoli in valore percentuale del valore del capitale investito. Questo ∏ lo determina il mercato azionario: chi investe in ENI vuole ricevere ∏, perché questo è quanto pagano Total, Exxon, Shell, ... fate voi. Definite così le cose, il nuovo problema di massimizzazione dell'imprenditore (che vuole ancora massimizzare i suoi profitti economici, ossia "puri") diventerà:

 MaxQ  (1-t)[P(Q)Q - (∏/(1-t))K1(Q) -  RK2(Q) - WL(Q)].

Con un po' di algebra si arriva alla conclusione che sostengo - la quale dovrebbe essere intuitiva visto che (∏/(1-t)) > ∏, ossia i costi dell'impresa sono aumentati. In pratica la situazione è ancora peggiore perché, se non ho inteso male, la Robin tax sarebbe nonlineare, complicando quindi ancor di più il problema ma con una soluzione finale che va nella stessa direzione.

Siamo d'accordo, ora?  

 

Ok, tutto chiaro, almeno per me. Solo un punto rimane sul quale vorrei la tua (vostra) opinione. Affermi:

A questo punto i detentori di capitale hanno due scelte: abbandonare l'industria X se non ricevono compensazione netta desiderata. Questo renderà più scarso il capitale per le imprese in X, le quali dovranno quindi finanziarsi a tassi maggiori, quindi cambiano i loro costi e la loro curva di offerta.

e poi:

La capacità produttiva installata continuerà a funzionare, è vero, ma non è detto che lo farà a prezzi invariati. Questo perché serve comunque capitale, ossia credito, anche per gestire le raffinerie già costruite, per esempio per l'acquisto della materia prima, la manutenzione, eccetera. Se questo credito diventa più costoso, a seguito della caduta dei titoli azionari, torniamo al punto che facevo inizialmente.

Tutto giusto, in teoria. Ma vale anche nel caso di un colosso come ENI? Ovvero: davvero ENI paga il credito di più o di meno in base all'andamento del valore delle sue azioni, come dicono i beneamati (?) modellini di finance? Certo, i fondi esteri vogliono la loro remunerazione di equilibrio, certo il mercato finanziario non guarda in faccia nessuno, ecc. ecc., ma conoscendo il potere di ENI sull'economia (e non solo l'economia) italiana, dubito fortemente sia così. E se tutta l'ipotizzata traslazione dipende da questa ipotesi... Comunque non credo sia difficile dimostrare la tua affermazione, almeno in prima approssimazione: basta plottare la voce "oneri finanziari" del bilancio ENI (con un lag di qualche periodo) insieme all'andamento del titolo in Borsa.

P.s. in ogni caso, si sta discutendo del sesso degli angeli. Il buon Scaroni ha già risolto la questione all'italiana. "A' fra', che te serve? 200 milioni di euro pe' li nonnetti? Eccoli qua, e nun me rompe più li co....."

P.p.s. ma i "mitici" mercati internazionali non dovrebbero punire ENI anche per una simile ingiustificata elargizione, e quindi far salire lo stesso il costo del credito, ecc. ecc.?

Corretto. Pero' e' anche vero quanto segue:

1) Il costo dell'indebitamento diminuisce se aumentano le tasse sui profitti, cioe' passa da R a R(1-t) (in altre parole aumenta il valore del tax shield). Quindi le imprese potrebbero sostituire debito al capitale di rischio. Non e' detto che l'effetto sull'investimento (e quindi sulla quantita' prodotta) sia negativo... L'effetto sul prezzo di equilibrio e' pure ambiguo.

Piu' realisticamente:

2) Le operazioni ordinarie potrebbero essere finanziate usando risorse interne (cash flow). In passato quando il prezzo del petrolio e' aumentato, le societa' del settore generavano tanti e tali cash flow da finanziare i propri investimenti (anche straordinari) senza ricorrere ai mercati dei capitali. In altre parole, la capacita' installata potrebbe essere mantenuta senza raccogliere nuovi capitali. In tal caso K1=0.

3) In occasioni delle precedenti crisi petrolifere, gli enormi profitti delle compagnie petrolifere sono serviti a finanziare operazioni straordinarie quali acquisizioni insensate ed altri progetti definiti di empire building. Tali casi sono citati come esempio di investimento improduttivo (overinvestment). (vedi M. Jensen).

Quindi, se ci troviamo in una situazione quale quella al punto (3), la Robin Tax potrebbe addirittura essere auspicabile perche' eviterebbe investimenti del piffero. In tal caso la tassa non aumenterebbe il costo del capitale perche' sarebbe pagata con fondi che sarebbero altrimenti utilizzati per investimenti improduttivi. Il caso Endesa di cui parla Michele potrebbe proprio essere un esempio di comportamenti che distruggono valore e che non sarebbero possibili nel caso in cui la compagnia non disponesse di eccessivo cash flow (free cash flow).

Ovviamente uno poi dovrebbe andare a misurare la produttivita' degli utilizzi che lo Stato fa delle risorse. Ma vogliamo almeno lasciare a Tremonti il beneficio del dubbio sul fatto che la spesa nella sanita' pubblica abbia un beneficio sociale marginale maggiore rispetto ai jet privati di Caroni, Profumo & Co.?

 

Ovviamente uno poi dovrebbe andare a misurare la produttivita' degli
utilizzi che lo Stato fa delle risorse. Ma vogliamo almeno lasciare a
Tremonti il beneficio del dubbio sul fatto che la spesa nella sanita'
pubblica abbia un beneficio sociale marginale maggiore rispetto ai jet
privati di Caroni, Profumo & Co.?

Ma allora, perche' non usare il gettito della Robin Tax per ridurre la tassazione in altre aree?

La verita' e' che il suo proponente non e' esattamente Robin Hood, piccolo proprietario che guidava una rivolta
fiscale e che di sicuro si rivoltera' nella tomba a sentire il suo nome usato per giustificare una nuova tassa: e' invece un populista le cui vedute in materia economica sono molto piu' vicine a quelle di Benito Mussolini e Juan Domingo Peron che a quelle di Adam Smith. Se da questa gente ti aspetti miglioramenti nella sanita' pubblica, o in altra area della pubblica amministrazione, preparati a una lunga attesa: guarda come il suo capo si e' affrettato a aprire le braccia e gettare salvagenti all'ennesimo socialista-sindacalista pescato con le mani nella marmellata.

michele, hai ragione se parli di tassazione dei profitti futuri (come ho anche detto nel mio commento)

Ciò non vuol dire che la Robin Tax sia saggia. Il problema è che distorce le decisioni di investimento: sposta risorse dal settore energetico, dove riduce il tasso di rendimento futuro atteso,  ad altri settori,  

e

in presenza di mobilità internazionale dei capitali, riduce il tasso di rendimento di investimenti in Italia 

Anche una minaccia di tassare profitti futuri ha l'effetto che dici tu. ma tassare i profitti passati non fa niente ai prezzi correnti, ma proprio niente. Bygones are bygones, o in termine inglese che non so tradurre, i costi sunk sono sunk.

Il prezzo di equilibrio e' il punto sulla curva di domanda corrispondente alla quantita' dove il profitto marginale e' zero. Il 60% di 0 e' uguale al 20% di zero. La curva di domanda non si sposta, quindi il prezzo (corrente) non cambia.

Tra l'altro e' quello che hanno fatto Blair e Brown appena vinte le elezione. Windfall tax, salata salata, sulle aziendi di fornitura, una tantum, proporzionale ai profitti passati, con promessa di tornare a regime dopo la batosta. Quelli hanno protestato (ovviamente), ma hanno pagato e poi continuato a investire come prima.

 

Non per cercare il pelo sull'uovo, ma cosa puo' fare sugli incentivi ad investire in un'industria che un governo -di destra- decide di tassare retroattivamente? Io credo che in un modo o nell'altro qualche effetto ci sia.

 Sono d'accordo con Gianni, e non tanto per questioni teoriche che per me fanno parte di antichi e dimenticati studi, ma per il semplice fatto che nella trimestrale 2008 dell'ENI  non vi sono accenni al fatto che la riduzione dell'IRES decisa dal governo Prodi (dal 33,0% al 27,5%) con decorrenza 1 gennaio 2008 abbia consentito una diminuzione dei prezzi nel trimestre.

 http://www.eni.it/it_IT/attachments/media/comunicati-stampa/2008/04/comunicato-stampa-resoconto-intermedio-sulla-gestione.pdf

 

Sono d'accordo con
Gianni, e non tanto per questioni teoriche che per me fanno parte di
antichi e dimenticati studi, ma per il semplice fatto che nella
trimestrale 2008 dell'ENI  non vi sono accenni al fatto che la
riduzione dell'IRES decisa dal governo Prodi (dal 33,0% al 27,5%) con
decorrenza 1 gennaio 2008 abbia consentito una diminuzione dei prezzi
nel trimestre.

Il caso delle diminuzioni ha "stickiness" ben diversa da quello degli aumenti in mercati non perfettamente concorrenziali (il che, ad esempio, e' anche la causa della difficolta' di mettere in atto processi disinflattivi quando la forza lavoro e' fortemente sindacalizzata). Del resto, se il governo condividesse la tesi di Gianni non avrebbe gia' proceduto a fare la faccia feroce preventiva con le imprese petrolifere, facendo chiedere loro dall'Autorità per l'Energia di "inviare entro il 31 luglio l'ultimo bilancio disponibile, le ultime relazioni trimestrali e semestrali e i documenti di budget".

Non trovo affatto scandaloso che ENI faccia un sacco di profitti. Anche perchè quegli utili - oltre alle tasse che preleva lo Stato - andrebbero altrimenti a qualche altra compagnia straniera aggravando ulteriormente il deficit commerciale domestico. Visto che di petrolio in Italia se ne trova pochino (e anche il gas si sta riducendo) quei soldi derivano da contratti a lungo termine, a prezzi che oggi sono sensibilmente inferiori a quelli spot, che l'ENI ha stipulato per estrarre il petrolio in altri paesi. Attraverso questi contratti ha in qualche modo assicurato degli introiti minimi a questi paesi e si è quindi assunto un rischio in caso di ribasso dei prezzi. Un discorso analogo vale anche per il metano, a cui l'ENI ha sempre attribuito grande importanza anche quando altre compagnie si concentravano solo sul petrolio, curando la costruzione dei metanodotti.

L'ENEL invece negli ultimi anni ha sprecato un sacco di soldi dapprima in Wind e ora con Endesa ed è  stata conseguentemente punita dal mercato visto che tuttora è al di sotto del prezzo del primo collocamento (nonostante i suoi profitti monopolistici). Tutto ciò è dovuto ad una evidente inadeguatezza manageriale (ovviamente avallata dalla politica). I dirigenti ENEL sono stati abituati ad operare in un contesto monopolistico domestico, mentre all'ENI hanno sempre operato in un ambiente internazionale oligopolistico ma comunque maggiormente concorrenziale.

Per quanto riguarda la Robin Tax si tratta di una misura puramente propagandistica e concettualmente sbagliata. Per l'aspetto propagandistico è rivelato a sufficienza dal nome prescelto. In aggiunta, se il problema generalizzato è la carenza di offerta di petrolio, non è certo introducendo una nuova imposta specifica che si incentivano gli investimenti nel settore.

L'ENEL invece negli ultimi anni ha sprecato un sacco di soldi dapprima in Wind e ora con Endesa ...

Mi conforta vedere che, almeno, negli ambienti economici italiani questa cosa si sa. L'intera avventura con Endesa ed il comportamento del top management di ENEL in questa vicenda, non sono solo scandalosi: sono ridicoli ed umilianti. Andrebbero cacciati tutti a calci nel culo. Tutta la Spagna imprenditoriale ride di questi cafoni "romani" che hanno firmato con Acciona un accordo capestro che nessuno credeva avrebbero mai firmato. Chi rappresenta il governo nel board of directors?

Siamo entrati dritti dritti in una discussione accademica dimenticando, non del tutto e non tutti, che una domanda rimane senza risposta: ENEL ed ENI fanno extraprofitti godendo della posizione oligopolistica sul mercato italiano ?

Se la risposta è sì (e secondo me lo è) la conseguenza diretta dovrebbe essere: é la Robin Tax la risposta ? da quello che ho letto, e da tutti voi notato, no, non è la risposta, qualunque sia la domanda di partenza.

Pertanto rimango della mia opinione, lo Stato dovrebbe esercitare il suo potere di azionista facendo abbassare i prezzi, e riducendo l'area di extraprofitti. Non ho idea di quanto si potrebbero ridurre i prezzi, forse qualcuno di voi ha fatto questo calcolo, comunque sarebbe meno idiota della Robin Tax, e forse più efficace.

Sottoscrivo in pieno che, comunque, con tutti i suoi profitti, il management dell'ENEL è quanto di più incacapace ci sia al momento. 

lo Stato dovrebbe esercitare il suo potere di azionista facendo abbassare i prezzi, e riducendo l'area di extraprofitti.

E il gettito?

Ricorda che da noi i tagli si fanno sempre a gettito costante.Il che ovviamente implica che non sono tagli, ma anche che la torta da spartire a Roma non rimpicciolisce.

Poi Michele ha già spiegato che il taglio sarebbe pressochè invisibile per il consumatore.

Il gettito della Robin tax sarà sempre un dato noto a pochi, per cui è un buono strumento propagandistico.Pubblicizzare un calo dei prezzi dell' 1% è un boomerang mediatico.

Non sarebbe un taglio, sarebbe un mandato al management di abbassare i prezzi tagliando gli extraprofitti, certo ci sarebbe meno gettito per l'erario, ma non posso credere che ci siano nella finanziaria le previsioni certe sul livello di profitti provenienti dalle partecipate.

Resto in attesa di capire quanto sarebbe l'effettiva riduzione, stando la dichiarazione che l'aumento dell'IRES porterebbe 4 miliardi di euro (sarebbero questi gli extraprofitti delle società petrolifere ? Boh ?) 

Ma il prezzo (finale) della benzina non dipende in gran parte (~70%) da tasse, tasse su tasse, ecc?

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