Una riforma gattopardesca dell'Università

19 luglio 2009 Gustavo Piga

Il recente disegno di legge Gelmini sulla riforma universitaria non va approvato così come è. A causa dell'assenza dei giusti incentivi a generare ricerca che lo caratterizza, tra i suoi costi più evidenti ci sarà quello di avere rinviato a chissà quando un cambiamento dell'Università italiana che è invece potenzialmente raggiungibile.

L’università ormai naviga a vista, destino paradossale per un’istituzione che dovrebbe indicare le rotte del futuro della nostra società, educare i giovani a scoprire nuovi orizzonti, esplorare l’ignoto. Finalmente è comparso il disegno di legge Gelmini. E a sorpresa non è una buona notizia perché, malgrado le buone intenzioni, esso rappresenta l’ennesimo cambiamento solo di facciata dei nostri Atenei. Un disegno che parla di merito ma che finirà per rafforzare lo status quo non meritocratico o, tutt’al più, a non incidere per nulla (risultato forse confortante visti i precedenti disastrosi risultati delle riforme targate centro-sinistra).

L’Italia dell’università ha questo che si differenzia ormai da tutti gli altri sistemi del mondo: non riesce a mettere in atto un qualsiasi tipo di meccanismo istituzionale che premi la ricerca di buona qualità. Gli altri Paesi avanzati hanno modi diversi (e di maggiore o minore successo) per assicurare questo risultato. Negli Stati Uniti un sistema decentralizzato basato sulla reputazione e la disponibilità degli studenti a spostarsi verso la qualità ha creato un folto nocciolo duro di università di grande qualità della ricerca che hanno le risorse economiche per competere tra di loro per attirare i migliori talenti e trattenerli se dimostrano la loro effettiva qualità, affiancato da un gruppo di tantissime piccoli college che garantiscono una buona didattica di base, in cui i docenti sono pagati salari più bassi e poco legati alla ricerca ma comunque interessanti. Nell’Europa Continentale, specie in Francia e Germania, da poco i Governi, con un meccanismo totalmente centralizzato, hanno deciso di individuare "centri di eccellenza" verso cui fare affluire un quantitativo assai consistente di risorse con le quali remunerare appunto i talenti. Infine in Gran Bretagna le università vengono valutate a livello decentrato con indicatori obiettivi e sulla base della classifica che da lì emerge ricevono fondi dal Governo. Quest’ultimo sistema in 30 anni ha trasformato l’università britannica in un sistema competitivo che produce ricerca e incoraggia e remunera i talenti ed attrae giovani studenti da tutto il mondo.

Quale meccanismo potremmo importare? Il sistema americano è troppo lontano culturalmente dal nostro. Troppi sarebbero i vincoli politici che andrebbero scardinati per assicurare il successo di un modello che richiede peraltro una uscita di scena del decisore pubblico che pare irrealistica. Il sistema franco-tedesco ci è più vicino culturalmente, applicandosi ad un sistema fondamentalmente pubblico, ma vi immaginate cosa succederebbe se il MIUR allocasse direttamente i fondi ai c.d. "migliori"? A quali pressioni politiche sarebbe esposto il Ministero per soddisfare i potenti e gli interessi localistici piuttosto che il merito? Il sistema inglese, con una valutazione decentralizzata delle competenze di ricerca e i fondi che seguono la qualità, è quello che meglio si presta a generare i giusti incentivi in Italia. In esso le Università sono libere di assumere chi desiderano senza dover fare concorsi ma solo valutazioni interne, sapendo tuttavia che una gran parte di fondi sarà allocata sulla base del merito e dunque avendo tutto l’interesse a selezionare i migliori.

Il disegno di legge Gelmini assomiglia al sistema britannico? Per nulla. Al Titolo II, la riforma prevede sì una maggiore autonomia delle Università nella scelta dei ricercatori e professori, ma solo dopo che questi sono stati selezionati da una commissione a livello nazionale ottenendo una abilitazione. E’ questo un ritorno al passato che ha due difetti. Primo, la singola Università rischia di non potere selezionare colui o colei su cui ritiene valga la pena scommettere quanto a capacità di ricerca solo perché un gruppo di docenti a livello nazionale (che non condividono necessariamente le visioni e le necessità della singola università) ha deciso altrimenti. Secondo, i professori che faranno parte di tali commissioni nazionali saranno selezionati secondo un meccanismo convoluto e che non scoraggia in alcun modo accordi sotto banco tra commissari, accordi non necessariamente volti a premiare il merito. Nulla inoltre garantisce la qualità scientifica della maggioranza dei commissari.

Supponiamo per un attimo che questi difetti non siano rilevanti. Ebbene, anche in questa improbabile evenienza il disegno di legge non porterebbe a miglioramenti. In esso infatti non vi è nessun accenno alla modifica delle carriere salariali nell’università rispetto alle carriere attuali. Un ricercatore giovane e brillante all’inizio della carriera dunque dovrebbe iniziare il suo percorso in Italia sempre con uno stipendio lordo di 22.000 euro lordi, mentre in Gran Bretagna o negli Stati Uniti gli verrebbe offerto il doppio, come minimo. Tale talento avrebbe quindi scarsa convenienza a proporsi ai concorsi previsti dal disegno di legge. I peggiori si candirebbero e continuerebbero a non avere incentivi forti a migliorarsi visto che la loro carriera in gran parte progredirebbe in automatico per anzianità.

Ovviamente garantire stipendi più alti d’ingresso sarebbe anch’essa condizione necessaria ma non sufficiente per ottenere buona ricerca attraendo i giovani e sostenendo i senior più bravi. Chi ci garantirebbe infatti che tali stipendi più alti andrebbero ai migliori e non ai più connessi e più ammanicati? Bisognerebbe ovviamente legare strettamente i fondi alla qualità della ricerca, come si è tranquillamente ed oggettivamente fatto in Gran Bretagna, garantendo che le cifre vadano a chi ha permesso all’università di ricevere una buona valutazione e non ad altri, forse più potenti, all’interno dell’Ateneo. Ma purtroppo il disegno di legge Gelmini non solo non fa così ma, per come è scritto ora, dimostra solo di essere ancorato ad una visione burocratica dell’Università, regolando in maniera certosina – invece dell’output della ricerca – gli input, ovvero gli orari di lavoro.

Un esempio? Così recita il disegno di legge: "il trattamento economico dei professori a tempo pieno…è correlato ad un impegno complessivo per lo svolgimento di attività di ricerca, aggiornamento scientifico, didattica e di eventuali compiti gestionali, quantificato, anche ai fini della rendicontazione dei progetti scientifici nazionali e internazionali, in almeno 1512 ore annue, di cui almeno 350 sono riservate, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, a compiti didattici e di servizio per gli studenti in relazione alle esigenze dei corsi di studio di cui all'articolo 3 del decreto ministeriale n. 270 del 2004." 1512 ore. E chi ci garantisce che queste ore siano dedicate a migliorare il benessere del Paese grazie ad una migliore ricerca? Nulla.

In ultimo, il disegno concentra almeno un terzo della sua lunghezza alla modifica della governance universitaria. Articolo dopo articolo nel Titolo I si traccia un quadro che manterrà intatta la struttura di potere attuale degli Atenei, rendendone forse ancora meno trasparenti i meccanismi elettivi (non essendo chiaro chi potrà far parte dei CDA delle Università il rischio è addirittura quello di vedere le Università "ASL-izzate" politicamente). In Gran Bretagna il nuovo meccanismo meritocratico ha creato un mercato competitivo anche per i Rettori, in cui vi è l’ovvio incentivo a selezionare ed assumere come Rettori quelle persone che danno la maggiore garanzia di poter generare fondi per l’Ateneo con la crescita del merito all’interno delle proprie mura.

Caro Ministro, si prenda del tempo, ne va del bene del Paese. Le intenzioni sono buone, ma non bastano. Come fare è ben noto, basta riprodurre quanto di buono è stato fatto altrove.

 

38 commenti (espandi tutti)

3 Obiezioni.

1) L'articolo non dimostra che la riforma Gelmini è cattiva. Dimostra che non porta l'università italiana verso il sistema inglese. Non conosco la riforma, quindi non posso valutarla. Conosco l'Italia, quindi temo il peggio. Il punto è che questo articolo non mi aiuta a capire i problemi della riforma.

2) Si dice che in America i college minori danno una buona preparazione di base. L'affermazione è da specificare. Vale per l'Oberlin College, di sicuro non vale per la pletora di community colleges dove non si fa nulla. A proposito del sistema americano, infatti, bisogna aggiungere un dato tutt'altro che secondario. Quel sistema si fonda sul mercato internazionale dei giovani talenti. Ergo, si può permettere di sottrarre risorse nel teaching all'undergraduate per prelevare i migliori in giro per il mondo e metterli nei propri graduate programs. Non rilevare questo dato significa ignorare uno dei meccanismi centrali dell'istruzione americana.

3) Concorso nazionale. Anch'io sono contrario a queste cose centralizzate. Però nell'articolo c'è una contraddizione. Prima di paventa il rischio che a livello locale ci siano i soliti magna magna poi si critica il concorso nazionale - che a me pare sia uno strumento ideato proprio per evitare che le università assumano cani e porci. Ciò detto, lo strumento del concorso può essere inefficace. Sarebbe interessante però sapere perchè. In Gods we trust. Alle the others must bring data. L'articolo non lo dice.

saluti, aa.

di sicuro non vale per la pletora di community colleges dove non si fa nulla

Andrea questo non è assolutamente vero, il ruolo dei community colleges è quello di preparare gli studenti che per incapacità o attitudine non vogliono o abbisognano di educazione superiore. Nei c.c. si impara a fare il cuoco, il tornitore, il meccanico, etc... soprattutto in base alle esigenze dell'industria e dell'economia locali. Sono simili ai nostri istituti professionali, con la differenza che gli studenti americani vi entrano dopo le superiori, anziché dopo le medie. 

Ne sai più di me a proposito - quindi prendo atto. La mia esperienza (qualche amico fuori di testa che è andato a farlo, un recente servizio televisivo - non statisticamente significativo - su ABC o CBS, e un articolo di qualche mese fa su American Interest scritto da un prof. di RiceU) mi aveva però portato alla conclusione esattamente opposta.

 

 

Stiamo parlando di due cose diverse. Possiamo trovare aneddoti di gente che non studia nemmeno ad Harvard e Princeton. Il mio punto e' che i CC hanno un ruolo preciso che non e' quello di essere l'universita' dei fannulloni, cosa che si poteva dedurre dal tuo commento. 

Al Titolo II, la riforma prevede sì una maggiore autonomia delle Università nella scelta dei ricercatori e professori, ma solo dopo che questi sono stati selezionati da una commissione a livello nazionale ottenendo una abilitazione. E’ questo un ritorno al passato che ha due difetti. [...]

Non sono molto d'accordo con la tua critica. Dipende come viene fatta questa abilitazione. In Spagna c'è qualcosa di simile, e sebbene il modello spagnolo non sia di certo da copiare, non mi sembra un grande scandalo. Idem in Francia. Davvero, l'abilitazione nazionale mi sembra l'ultimo dei problemi.

Sulla mancanza di incentivi, hai perfettamente ragione:

il trattamento economico dei professori a tempo pieno…è correlato ad un impegno complessivo per lo svolgimento di attività di ricerca, aggiornamento scientifico, didattica e di eventuali compiti gestionali, quantificato, anche ai fini della rendicontazione dei progetti scientifici nazionali e internazionali, in almeno 1512 ore annue, di cui almeno 350 sono riservate, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, a compiti didattici e di servizio per gli studenti in relazione alle esigenze dei corsi di studio di cui all'articolo 3 del decreto ministeriale n. 270 del 2004." 1512 ore.

Qui hai talmente ragione che mi viene la pelle d'oca. "Ho fatto 1530, che faccio lascio?". Ma per favore.

In ultimo, il disegno concentra almeno un terzo della sua lunghezza alla modifica della governance universitaria. Articolo dopo articolo nel Titolo I si traccia un quadro che manterrà intatta la struttura di potere attuale degli Atenei, rendendone forse ancora meno trasparenti i meccanismi elettivi (non essendo chiaro chi potrà far parte dei CDA delle Università il rischio è addirittura quello di vedere le Università "ASL-izzate" politicamente).

Anche qui con d'accordo con te: non si capisce secondo quali misteriosi motivi la nuova governance sarebbe migliore di quella vecchia.

Mi viene lo sconforto.

Salve. Mi sembra giusto fare links a progetto di riforma per come viene diffuso:

http://www.rettore.unifg.it/dwn/documenti/DDL%20Governace%20bozza.pdf

e su una proposta concreta dettagliata, vedi quella di Elisabetta Iossa con il sottoscritto su:

http://www.gustavopiga.it

La dimostrazione che questa riforma non funziona l'avremo solo a cose fatte. E sarà troppo tardi. Il mio punto è che gli indizi sono innumerevoli.

Mi sembra di non menzionare mai la parola "locale". E sono convinto che il concorso nazionale costituisca comunque un miglioramento - piccolo -  rispetto a quello locale. Ma assolutamente irrilevante per avere un qualche impatto. Perché? Perché gli incentivi delle università non si modificheranno.

Perché? Perché gli incentivi delle università non si modificheranno.

Right! Lo sapevo che non potevamo non essere d'accordo, Gustavo!

Il problema è tutto lì! TUTTO lì!

Lo so che, alle Giornate di Firenze, il mio piccolo e provocatorio intervento (diretto al senatore Valditara, ma parlavo a lui perché era l'unico "politico in charge" in sala: dicevo alla "nuora" presente perché le molte "suocere" assenti intendessero ...) in cui ho chiesto che, per favore, non continuassero (i politici) a far finta che siamo tutti dei beoti a cui occorre vendere dei cioccolatini inscatolati, ha dato fastidio e creato imbarazzo. Non so che farci, mi dispiace: dopo trent'anni di discussioni (forse quaranta, conto solo quelle a cui ho personalmente assistito) davvero mi sembra il caso di "darci un taglio" e parlare con la lingua fuori dai denti. A che serve continuare a tergiversare, mediare, cercare compromessi, aggiustamenti parziali, miglioramenti locali e puntuali, qualcosina è meglio di niente? Serve a nulla: l'effetto si vede nella degenerazione che continua imperturbabile in un mare di parole pompose ma vuote.

Il problema che io sollevavo ripetutamente, nel mio scandaloso intervento, era esattamente questo: GLI INCENTIVI!

Nessuna riforma attuata o proposta di riforma messa sul tavolo, in Italia da almeno trent'anni a questa parte, si confronta con il problema degli incentivi. Come vogliamo dare a chi le università le governa (ossia rettori e corpo accademico) gli incentivi perché facciano il loro lavoro? Vogliamo cominciare a parlare di QUESTO, che è il problema, e non di quisquiglie e pinzillacchere (sp?)?

Mi rendo perfettamente conto che parlare di incentivi crei una brutta atmosfera, perché richiede decidere che a molta gente gli si dice in faccia: guardi, lei come accademico nel campo X non vale una pippa; cambi lavoro. Ed occorre dirlo anche a molti che son dentro al sistema da tempo e che all'interno di quel sistema son potenti. Mi dispiace davvero che sia così, ma è COSI'!

O ben vi decidete (voi che siete in Italia e che a fare lavoro di ricerca nella vostra area pensate di essere capaci e lo fate) ad affrontare questo nodo gordiano, prendendovi personalmente la responsabilità di dire pubblicamente a Tizio, Caio e Sempronio: "Guardi, mi dispiace, lei non capisce nulla della materia X, non ha alcuna pubblicazione e non dovrebbe fare il professore universitario. Stia zitto e ci lasci lavorare!" o non ne uscirete mai! Mai!

Alla signora Ministro, ed a chiunque venga dopo di lei, solo una cosa dovete chiedere: ci dia gli incentivi giusti per cacciare gli incompetenti e smettere di assumerli, cominciando ad assumere chi sa, chi fa, chi capisce, chi merita. Punto, fine. L'università italiana non ha bisogno di altra riforma che questa.

E questa, o ben viene, con un grande atto di coraggio, dall'interno dell'università stessa o non verrà mai! Mi rendo conto che sia più facile dirsi che farsi, tanto io sono emigrato. Ma: hic rodus hic salta.

E questa, o ben viene, con un grande atto di coraggio, dall'interno dell'università stessa o non verrà mai! Mi rendo conto che sia più facile dirsi che farsi, tanto io sono emigrato. Ma: hic rodus hic salta.

Come mai l'Universita' Italiana non e' stata in grado di auto-organizzarsi in maniera efficiente nel corso di questi decenni?

Sono d'accordo con la sostanza dell'articolo. La chicca sono le 1500 ore. Sono sicuramente poche per chi lavora seriamente e troppo per gli  imboscati, che però non sono controllabili (il cartellino per il grande avvocato?). Tre domande

i) ma siamo sicuri che ci sarà una riforma? il testo gira da due-tre mesi, in varie versioni, ma la Gelmini continua a rinviare la presentazione al Consiglio dei Ministri (maiuscole . oggi mi sento istituzionale...:-)). Ho l'impressione che, come spesso succede con questo governo, interessino più gli annunci che i fatti

ii) gradualismo vs riforma radicale. Ovviamente ha ragione Michele. La seconda sarebbe necessaria. Ma in sostanza mi sembra un falso problema. Ai professori universitari, nella loro maggioranza, non interessa assolutamente una riforma. Il sistema offre loro  una vita molto comoda senza impegnarsi troppo. Coloro che vogliono passare il tempo in maniera attiva hanno varie opzioni - da fare ricerca per proprio diletto e senza remunerazione aggiuntiva a dedicarsi alla politica locale a fare soldi in professioni private. Al resto della società avere un'università efficiente non interessa. E qui vengo alla domanda per me più interessante

iii) perchè al SISTEMA ITALIA (maiuscole: oggi mi sento patriottico e comunque va di moda, a destra e sinistra) non interessa una università efficiente? Io ho qualche idea, ma mi interesserebbe sentire il vostro illuminato parere 

Questo e' veramente il punto cruciale

iii) perchè al SISTEMA ITALIA (maiuscole: oggi mi sento patriottico e comunque va di moda, a destra e sinistra) non interessa una università efficiente? Io ho qualche idea, ma mi interesserebbe sentire il vostro illuminato parere

Mentre pare ovvio il motivo per cui gli insiders (i cattedrattici) si battono contri gli incentivi, non mi e' affatto chiaro il motivo per cui i clienti del servizio non si battano a favore dell'introduzione degli incentivi.

Prima di avventurarci a livello sistemico, suggerisco di rispondere ad una domanda semplice. Agli studenti italiani e' sempre piaciuto scendere in piazza a dimostrare. Perche' non dimostrano mai contro i singoli docenti? Ai miei tempi (in mezzo a persone brillanti e dedicate) c'erano fior di cagnacci in cattedra, ignoranti e arroganti. Mi stupirei se oggi fosse diverso. Perche' dunque, gli studenti non chiedono ai rettori o ai presidi di prendere provvedimenti contro codesti signori? Perche' chiedere a viva voce la cacciata dell'allenatore della squadra locale ma non del docente che non fa il proprio dovere?

Perche' non dimostrano mai contro i singoli docenti?

Mi vengono in mente due motivi principali. Per prima cosa, gli studenti non hanno i mezzi concettuali per farlo. Arrivano dalla scuola superiore impreparati al mondo e alla vita. Non sono mica abituati a pensare che loro sono "clienti" dell'universita' con dei diritti. I professori e l'universita' sono un'istituzione, e come tutte le istitutizoni Italiane, non stanno li' per servire i "clienti", ma stanno li' per esercitare il loro potere secondo logiche oscure.

In secondo luogo, i professori plagiano e sfruttano i loro studenti. Prendono la loro rabbia e la incanalano verso le direzioni "giuste". Per esempio, mi ricordo qualche anno fa le proteste contro la riforma Moratti riguardo il ruolo del ricercatore universitario. Ma che gli frega agli studenti se un ricercatore ha il contratto a tempo indeterminato o la tenure di 3+3 anni? E invece giu' proteste contro una riforma che uccide la cultura e aziendalizza l'universita'!
Come dicevo, ai prof questo non basta, e molte volte sfruttano proprio gli studenti. Per esempio con le tesi di laurea. Gli fanno tanti bei discorsi e gli dicono che una bella tesi e un bel biglietto da visita per il lavoro e che quindi conviene spenderci il giusto tempo, etc.etc. Non gli dicono che il lavoro di tesi per loro e' manodopera che loro sfruttano gratuitamente. Risultato: un sacco di gente sta in tesi per dei mesi e spesso i professori riescono pure a far ritardare la loro laurea di una o due sessioni.

Non sono mica abituati a pensare che loro sono "clienti" dell'universita' con dei diritti.

Ma che gli frega agli studenti se un ricercatore ha il contratto a tempo indeterminato o la tenure di 3+3 anni?

Non le viene il dubbio che sia una scelta consapevole considerarsi componenti dell'università anzichè utenti di un servizio?
Per questo rivendichiamo il diritto di interessarci a temi non strettamente didattici.

A questo proposito le segnalo un breve saggio elaborato da Sinistra per..., movimento studentesco di cui faccio parte:
Un'altra idea di Università-Proposte per una riforma del sistema universitario italiano

Non le viene il dubbio che sia una scelta consapevole considerarsi componenti dell'università anzichè utenti di un servizio?
Per questo rivendichiamo il diritto di interessarci a temi non strettamente didattici.

Ti dispiacerebbe spiegarmi in che senso gli studenti sono "componenti dell'università anzichè utenti di un servizio"?

Ossia, a cosa serve l'università agli studenti? Cosa ci vanno a fare, cosa vogliono dall'università? Quando decidono di iscriversi (meglio, come accade in alcuni posti, passano dei test e vengono ammessi a dei corsi), quali diritti-doveri acquisiscono, quale ruolo dovrebbero giocare, cosa possono contribuire?

Te lo chiedo seriamente, perché ho letto le vostre proposte: sono piene di buone intenzioni ma sembrano svicolare su due aspetti chiave.

1.  A quali incentivi deve rispondere il docente/ricercatore? Ossia, cosa riceve se lavora e si sforza più o meno?

2. A quali incentivi deve rispondere lo studente? Ossia cosa riceve e cosa paga in cambio di ciò che riceve?

Già, gli incentivi, anche per gli studenti.

Michele, non sarebbe anche il caso di cominciare chiedersi quali incentivi abbia uno studente italiano a iscriversi ad un'università "migliore"? E non è questo collegato agli incentivi che hanno gli stessi atenei a sfornare studenti migliori?

Ok, se hai i soldi per laurearti nelle più rinomate università private hai servizi migliori e un discreto servizio di placement. Per cui, anche a parità di qualità di offerta didattica gli incentivi ci sono, chiari. Ma a parte questo caso? No, perchè avete presente tutti quelli (che so, Marcegaglia&Co) che si riempiono la bocca con meritocrazia e simili... su quali basi selezionano poi i loro dipendenti?

Insomma, per favorire la competizione virtuosa tra le università, non servirebbero anche i giusti incentivi dal "mondo del lavoro"? E non servirebbe sfornare e diffondere tonnellate di dati sui livelli di occupazione e di reddito dei laureati in diversi atenei?

Altra piccola questione. Ricordo che qualche anno fa si ebbe l'idea geniale di premiare nella distribuzione dei fondi i corsi di laurea che sfornavano laureati entro la durata legale del corso. Inutle dire che - al meno in base alla mia esperienza diretta - un simile incentivo ha generato comportamnti opposti da parte delle facoltà. Da una parte test d'ingresso molto selettivi; dall'altra, in alternativa, corsi  ed esami all'acqua di rose. Qualcuno sa dirmi se questo meccanismo esiste ancora?

Ricordo che qualche anno fa si ebbe l'idea geniale di premiare nella distribuzione dei fondi i corsi di laurea che sfornavano laureati entro la durata legale del corso. Inutle dire che - al meno in base alla mia esperienza diretta - un simile incentivo ha generato comportamnti opposti da parte delle facoltà. Da una parte test d'ingresso molto selettivi; dall'altra, in alternativa, corsi  ed esami all'acqua di rose. Qualcuno sa dirmi se questo meccanismo esiste ancora?

Peggio, costituisce l'ideologia di questa fase della "valutazione premiale" messa in moto dal Ministro.

Il decreto di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario 2009, che penso sia ancora in fase di consultazione (cioè non ancora firmato definitivamente), prevede la ripartizione del 7%, pari a 550 milioni, in base a diversi criteri affastellati dentro un Annesso che adesso non trovo in rete, ma che premia gli Atenei che assegnano piu' crediti per studente (rispetto alla media nazionale), e quelli che hanno più laureati nei confronti degli studenti immatricolati (rispetto alla media nazionale). Inoltre sono premiate quelle che piazzano bene al lavoro i propri laureati, rispetto alla media regionale.

Non fatelo vedere in giro per il mondo sennò la gente ci fa sopra le battute.

RR

Io invece penso che gli studenti abbiano interessi concorrenti che colludono con la situazione attuale. Sono stato rappresentante degli studenti a Medicina per diversi anni durante la mia formazione e' ho potuto osservare il fenomeno da un punto di vista forse privilegiato.

Questi interessi sono:

1- Ottenere un posto di lavoro dopo la laurea, possibilmente sicuro

2- Avere una formazione adeguata, dove adeguata significa sufficiente a ottenere 1 e sapersi barcamenare per non ammazzare la gente (ma questo riguarda solo una parte degli studenti di medicina: c'e' una sorta di autoselezione, i pericoli pubblici si piazzano in specializzazioni "tranquille");

3- Minimizzare i costi (materiali e morali) della formazione, tenendo anche conto che 2 e' subordinato all'appartenenza alla "famiglia" giusta nel raggiungimento di 1. Il ritorno economico dell' istruzione e' molto piccolo in Italia e questo non incentiva a pretendere una formazione di qualita'.

Inoltre si tenga presente che gli studenti goal oriented, quelli in grado cioe' di generare un cambiamento, hanno un orizzonte di interessi a breve termine. Il loro scopo e' quello di laurearsi il prima possibile, non di riformare l'universita'. La maggior parte degli studenti sono interessati a sapere se il professore ci sara' all'esame, se si ottengono buoni voti, se chiede quello che ha spiegato a lezione o pretende un po' di piu'. Perche' gli studenti imparano presto che in un contesto di familismo amorale l'appartenenza e la fedelta' contano piu' che la produttivita' e la competenza. 

Gli studenti universitari sono molto piu' scafati di quanto tu non pensi e sanno riconoscere al volo i loro interessi immediati. Ne ho avuto molte prove durante la mia attivita' "politica". Ho numerosi aneddoti sul tema, ma ora non ho molto tempo e forse gli aneddoti in quanto tali, non sono cosi' interessanti.

Non fraintendermi, Luca, io penso che i giovani di oggi possano essere migliori della classe dirigente attuale, perché sono cresciuti prendendo diverse mazzate sui denti, mentre invece molti giovani degli anni '70 potevano permettersi di fare terrorismo.

Penso che la tua chiave di lettura sia giusta. Penso che ci possano essere diverse chiavi di lettura giuste sull'argomento, ognuna che si concentra su particolari diversi.
Le persone adulte oltre a non mettere i giovani Italiani in condizioni ideali sono anche capaci di scaricare le colpe sui giovani stessi, che mi sembra il colmo. Per esempio ho sentito spesso parlare del fatto che i giovani siano una generazione senza ideali e così via.
Il mio punto è che nessuno nasce "imparato". Per questo penso sia il caso di distinguere tra colpe gravi e colpe leggere. I giovani hanno dalla loro l'innocenza della gioventù: nessuno nasce "imparato", certe cose si imparano con l'esperienza. E d'altronde uno può insegnarsi da solo tutto quello che vuole, però è più facile imparare dall'ambiente circostante, che è determinato soprattutto dagli adulti.
Perciò puoi dirmi che una parte di colpa per come và l'università attuale ce l'hanno anche i giovani. D'altronde se uno è nato e cresciuto in un'univetrsità che è sempre stata così, come fai a sapere com'è fatta un'università che funziona? E come fai a sapere come fare per arrivarci? Devi scioperare? Devi farti eleggere rappresentante? Oppure, una volta capito che aria tira, ti conviene farti i fatti tuoi e laurearti il prima e meglio possibile? Perchè in tutto questo uno deve anche pensare a farsi una propria vita, un pensiero più che legittimo quando hai vent'anni.

 

P.S.: quali sono le specializzazioni "tranquille"?

Banalmente perche' l'allenatore della squadra locale e' pagato anche per farsi carico dei tifosi (panem et circensem).

E' anche vero che gli studenti non sono i piu' qualificati a indicare se un docente e' un cane: potrebbero considerarlo tale per motivi non squisitamente didattici. Un approccio statistico si potrebbe seguire, e ci sono universita' che forniscono questionari anonimi di fine corso agli studenti: ma non so quanto e come vengano valutati questi questionari.

Dulcis in fundo, se vuoi entrare a far parte del sistema, o anche solo uscirne con il fatidico pezzo di carta che in Italia puo' valere un posto, un grado o in genere qualche soldo in piu', potresti non essere contento che te lo smontino mentre ci sei in mezzo: come minimo, ti mettono i bastoni tra le ruote.

Il problema principale comunque secondo me e' che l'incentivo principale e' far pagare le conseguenze delle scelte direttamente e personalmente. La riforma secondo me fallisce soprattutto in questo: non sposta le leve del potere universitario distribuendole in modo equo. 

 

 

 

 

La mia esperienza all'Università di Torino è che gli studenti facciano competizione al ribasso. Ovvero, il sistema dia loro incentivi fortissimi per chiedere meno, non di più, dal docente. Ragione? A loro non interessa studiare, capire, essere formati. Ma semplicemente passare l'esame, prendere il titolo di studio, e poi tanto - non so se sia frutto di illusione o di evidenza empirica - tutto si risolve. Il professore "bravo" era quello che regalava i voti, non quello severo.

La facoltà di Scienze Politiche di Torino è davvero sputtanata - quindi non c'è da stupirsi. Mio cucino però sta facendo Economia, sempre a Torino, e con mio stupore la sua esperienza è abbastanza simile, specie nei corsi di economia aziendale.

Caos a lezione, sale studio trasformate in pub, corsa al ribasso negli esami, esami sempre più facili (ovviamente, non in tutti i corsi, ma in molti, moltissimi). Non so se psicologia e sociologia ci possano aiutare (so' giovini!), o se basti usare una semplice prospettiva di political economy che unisca mercato oligopolistico, asymmetric information e qualche altra caratteristica.

In ogni caso, alla LSE non era molto diverso - dal punto di vista degli studenti. Nel MSc con me, di persone interessate a studiare e a capire ne ho viste ben poche. E parlo di un master con 100 ammessi su 2500 domande. La differenza è fondamentalmente di tre tipi.

1) E' un non-repetitive game. Gli esami si danno una volta sola. Quindi alla fine sei spinto, almeno qualcosa, a studiarlo.

2) I docenti non soffrono le pressioni al ribasso degli studenti: quindi gli esami non diventano di anno in anno più facili. E ciò si deve, tra le altre cose, al fatto che all'esame tra docente e studente non esiste contatto. In Italia, invece, comprensibilmente, chi deve interrogare oralmente gli studenti, è portato progressivamente ad abbassare gli standard richiesti - altrimenti dovrebbe bocciare tutti i candidati.

3) L'università ha altri incentivi: cioè ad alzare gli standard, non ad abbassarli. E quindi seleziona docenti validi, importanti, che fanno ricerca.*

aa

* in realtà, i docenti assunti sono importanti, che insegnino bene o che dedichino abbastanza tempo agli studenti è un altro discorso. Ma ciò credo, nella mia epserienza, derivi dalla peculiarità della LSE: è un quasi monopolio, riceve migliaia di domande per i suoi master, quindi l'incentivo ad investire sugli studenti è abbastanza basso.

La mia esperienza all'Università di Torino è che gli studenti facciano competizione al ribasso.

Tutto dipende, secondo il mio modesto punto di vista, dal non avere distinto più chiaramente offerta formativa ed esame di profitto. Ci sono parecchi liberalli "alle vongole" che pensano che andare a scuola sia come andare dal barbiere. Invece - si dà il caso - dal barbiere io posso anche dormire, e quello mi fa il servizio lo stesso, ma per apprendere delle conoscenze e delle competenze lo studente deve LAVORARE egli stesso. L'apprendimento non è uno sport per spettatori (nemmeno ascoltando una lezione).

In tutto il mondo gli standard di apprendimento sono sotto la lente di ingrandimento, e vengono tenuti sotto controllo con attenzione. Tranne in Itaglia, dove i Professori fanno i loro comodi e poi scaricano sulla "politica" o sulle "riforme" gli esiti dei loro cattivi comportamenti e dello loro logiche perverse.

RR

1) Torno a sottolineare che condizione necessaria affinche' i docenti e gli altri operatori universitari siano soggetti a incentivi e' che coloro che soffrono delle disfunzioni del sistema ne reclamino la riforma. Questo e' il punto chiave.

2) Propongo che uno dei motivi per cui gli studenti non si lamentano (o non si lamentano a sufficienza) e' che non vi sia il rendimento economico dell'attivita' di protesta. Cioe': gli studenti percepiscono (a ragione, credo) che visto come il mercato del lavoro in Italia, i loro redditi futuri dipendono solo in minima parte dalla preparazione conseguita in universita'. Un altro motivo e' che i referenti dello studente (i presidi e rettori) non hanno ne' gli incentivi, ne' la possibilita' di penalizzare i docenti indicati al publico ludibrio.

3) Voglio testimoniare la mia esperienza di docente in universita' americane. Nell'universita' in cui lavoro (cosi' come tutte le altre), la valutazione dei docenti e' obbligatoria per gli studenti.

Da noi v'e' una valutazione numerica che viene espressa in risposta a poche domande di carattere generale sulla performance del docente, ma viene data allo studente anche la possibilita' di esprimere valutazioni e consigli con le proprie parole.

Le statistiche di ogni docente sono disponibili sulla rete interna della scuola. Tutti i colleghi e gli studenti possono prenderne visione. L'ufficio di presidenza mantiene una classifica aggiornata delle prestazioni di tutti i docenti.

Io ed altri colleghi diamo la possibilita' agli studenti di rivolgerci commenti e suggerimenti in maniera anonima durante tutto il semestre. Questo accorgimento mi ha risparmiato molti casini.

2) Propongo che uno dei motivi per cui gli studenti non si lamentano (o non si lamentano a sufficienza) e' che non vi sia il rendimento economico dell'attivita' di protesta. Cioe': gli studenti percepiscono (a ragione, credo) che visto come il mercato del lavoro in Italia, i loro redditi futuri dipendono solo in minima parte dalla preparazione conseguita in universita'.

Magari fosse cosi'! Vorrebbe dire che gli studenti ragionano in maniera razionale e informata.
Io sono stato studente universitario in Italia fino a 4 anni fa. Nella mia esperienza, gli studenti non hanno le idee cosi' chiare ne' in termini di contenuto (come funziona il mondo dell'universita' e il mondo del lavoro, "cosa voglio fare da grande"), ne' in termini di metodo (come in pratica  raggiungere i propri obiettivi, quali sono gli interlocutori affidabili e utili con cui parlare e che domande far loro, etc.).

Sono d'accordo col meccanismo che hai sottolineato, tuttavia quello che voglio dire e' che se vai da uno studente Italiano e gli parli cosi', molto probabilmente non ti capira'. E non ti capira' perche' non ha i mezzi concettuali per farlo, come dicevo prima. Ci sono molti professori su questo blog, quindi penso che sia essenziale sottolineare l'importanza delle basi, in questo caso le basi concettuali per fare ragionamenti corretti.

Da noi v'e' una valutazione numerica che viene espressa in risposta a poche domande di carattere generale sulla performance del docente, ma viene data allo studente anche la possibilita' di esprimere valutazioni e consigli con le proprie parole.

Quanto conta per un professore l'esito del CFE? Influisce sullo stipendio e/o sulla valutazione per essere promosso?

2) Propongo che uno dei motivi per cui gli studenti non si lamentano (o non si lamentano a sufficienza) e' che non vi sia il rendimento economico dell'attivita' di protesta. Cioe': gli studenti percepiscono (a ragione, credo) che visto come il mercato del lavoro in Italia, i loro redditi futuri dipendono solo in minima parte dalla preparazione conseguita in universita'.

D'accordissimo sulla seconda parte di quest'affermazione (vedi mio commento sopra). Molto meno sulla prima. "Protestare" in molte università fornisce un'ottimo ritorno in termini di notorietà e popolarità, nonchè accesso alle cariche di rappresentanza studentesca (che ai livelli più alti sono direttamente remunerate con gettoni di presenza), senza contare utilissime relazioni con il corpo docente e con il mondo politico. Questo spiega anche, ovviamente, la tipologia di proteste che vengono portate avanti, spesso in completa sintonia con larghe fette del mondo docente.

Intendiamoci: non voglio sostenere che gran parte dei movimenti studenteschi (di cui per anni ho fatto parte) siano effettivamente in malafede. Ma che ci sia chi ci campa (e ci si costruisce magari anche discrete prospettive di carriera accademica e/o politica) è fuor di dubbio. La posizione di chi "l'università fa schifo ma i miei docenti sono bravissimi" è piuttosto diffusa...

E del resto, fare campagne contro i singoli docenti fannulloni o ignoranti non pagherebbe, anzi, si pagherebbe caro... Nella mia breve carriera di rappresentante degli studenti ho visto una discreta quantità di minacce di querele o, soprattutto, ho sentito tanti commenti del tipo "guarda che io so quali esami ti mancano"... Tuonare contro il governo di turno, invece, è moto più comodo!

Quanto conta per un professore l'esito del CFE? Influisce sullo stipendio e/o sulla valutazione per essere promosso?

Immagino che CFE si riferisca alla valutazione da parte degli sutdenti di cui parla Gian Luca? Se si, la risposta e' che conta molto, soprattutto nelle business schools o nei liberal arts colleges. Influisce sia sugli aumenti di stipendio che sulle promozioni (tenure). I deans prendono molto sul serio il feedback degli studenti. Credo che in Italia una cosa del genere sarebbe utilissima, e forse aiuterebbe anche a far sentire gli studenti piu' come clienti che possono esigere una buona qualita' del servizio che come sudditi dell'onnipotente barone.

...Certo, se gli studenti dovessero pagare qualcosa per andare all'universita' (come proponevano Alberto e Andrea agli albori di nFA) magari diventerebbero anche piu' esigenti...

Riguardo all'affermazione che gli studenti non sappiano percepire la qualita' degli atenei, sono molto perplesso. Quand'ero studente io era noto che nel Nord-Est se uno voleva studiare ingegneria o legge sul serio, andava a Padova, non a Ferrara o XYZ. E di recente avevo visto degli studi di uno studente all'Istituto Europeo che documentava una discreta mobilita' degli studenti fra diverse sedi geografiche. Se ci legge ancora magari ci puo' mandare il link...

 

Michele chiama le valutazioni CFE perche' cosi' si chiamano a NYU Stern. Immagino che Michele sia un nostro studente.

Concordo con Giorgio quando dice che le valutazioni contano. Io ho sempre lavorato in Business Schools. Non v'e' dubbio che influiscano pesantemente su stipendio e promozione. A tutti i livelli.

Esempio: il signor X, professore ordinario con 20 anni di anzianita', vuole un aumento. Si presenta al suo preside, il quale gli dice: le tue valutazioni sono ridicole, pertanto non ti do' un dollaro in piu'. A questo punto, il signor X decide di andarsene. Fa un giro di telefonate ad altre business schools e ottiene molti complimenti per la sua ricerca. Ma, ahime', la sua reputazione di mediocre insegnante fa si' che non lo possano assumere. Quindi il signor X se ne torna con la coda tra le gambe, proponendosi di mettere piu' impegno nell'insegnamento. The end.

con un debito galoppante non mi stupirei tagliassero un po' in giro, quindi anche l'università (come al solito, magari al grido "siamo nel 2000 e l'università è ferma al 1800" e chissà chi fa le regole perchè non cambi)

Del resto la moltiplicazione delle lauree crea confusione anche in chi deve selezionare... l'altro giorno sono andato ad un colloquio e mi hanno chiesto se ho fatto almeno un esame di controllo di gestione (e studio economia aziendale). Un'altra volta sono venuti a parlarci quelli di un'associazione del mondo degli acquisti (ADACI) sicurissimi che alla facoltà di economia non si studiasse Operation Management quando piu o meno metà degli studenti ce l'hanno in piano -.-'.

Tra l'altro questo crea un opportunismo da vertigini, gente che si fa corsi fse perchè oltre al piano di studi li mette sul curriculum per poi andare al colloquio fa "avrei sempre voluto fare... infatti ho fatto sto corso di merda" e spesso gli credono pure :D. Del resto le cose importanti per il selezionatore non sono segnalate da nessuna parte e la laurea da sola non vale quasi nulla. Del resto per avere bei posti serve qualcuno che ti sponsorizzi: o ce l'hai, o hai una botta di culo che lo conosci e ci riesci a stringere una profonda amicizia, o lo compri (master) o vai da aiesec (associazione inutile come tutte le associazioni studentesche che l'unica che fanno bene sono le feste coi soldi dell'università). Infatti molte sedi aiesec vivono dei proventi dei passati alunni che si sentono graziati.. nel loro depliant c'è addirittura la scritta "con aiesec il tuo bagaglio di esperienza raddoppia":D ma dove??? Non ho mai visto un'organizzazione così iperburocratica che organizza eventi a cazzo, del tipo hanno invitato dei cazzoni che sostenevano che l'effetto serra è provato scientificamente con un pistolotto politico- davvero poco simpatico, glielo dici a quelli di aiesec e ti dicono che ne sa più te :D... gli erasmus vengono si e no a chiedere informazioni, per le selezioni agli stage estero vengono gente mai vista prima :o, e ci sono addirittura ruoli dai nomi altisonanti (che in realtà sono compilare carte per il 90% del tempo) e poi il selezionatore e glielo valuta buono come esperienza :D. Se è così va**lo aiesec faccio da solo. Se mettessi assieme tutti gli annunci di tutti i portali del lavoro di un anno per neolaurati non si avvicinerrebbero neanche come numero a quelli di aiesec, non parliamo di qualità.

E poi ti vengono a dire che la selezione non è una roulette... per certi versi è anche peggio.

Mi sorge un dubbio: tanti professori da sistemare--> facciamo tanti corsi di laurea.

Poi a vai a fare il corso iperspecialistico e ovviamente è quasi certo finisca a fare qualcos'altro almeno di non volerti trasferire/perdere 4-5 ore al giorno per spostarsi (come tocca a me, maledetto nord-est e la merda di città diffusa, padova-mestre=mestre-treviso=padova-vicenza=30 km come fanno a far parte della stessa città?).

Gli studenti entrano per avere riconosciuto qualcosa quando vanno sul lavoro e capita che tirino avanti fino al dottorato prima di aprire gli occhi. L'università si è chiusa nella sua gerarchia dal mondo del lavoro (quello reale) e a stento si qualcosina si fa sul trasferimento della ricerca. Le start-cup sono una farsa per dare 1000 euro a dottorandi/ricercatori con i baroni che chiamano in sede prima delle premiazioni arrabbiati perchè non gli è stata ancora data conferma che hanno vinto (per assurdo). Poi ogni tanto premiano qualche idea superfiga che fortunosamente gli capita tra le mani di poveri ignari che pensano sia una start-up competition come quelle internazionali. E non contenti queste aziende-mostro-ad personam vengono incubate e partecipano a tutti i bandi regionali/europei/.. e riescono così a sopravvivere cosa che altrimenti non avverrebbe.

Molti professori usano la stessa flessibilità che usano nell'insegnamento quando devono fare consulenza col risultato che più d'uno pensa che abbiano delle rigidità mentali... sono un po' duri secondo me, al massimo è deformazione professionale.

Quando ormai non hai più niente da dare alla ricerca (e come docente secondo me) diventi barone e comandi.

Sono d'accordo, a grandi linee, con l'analisi di Gustavo Piga. Ritengo che gli incentivi debbano essere basati principalmente sulla qualità della ricerca. Ho delle perplessità sull'utilizzo di un sistema di incentivi basato sui questionari anonimi di valutazione della didattica e sottoscrivo in pieno l'analisi contenuta nell'articolo di Walter Bossert "A case against the use of course questionnaires."  http://pages.videotron.com/wbossert/

Caro Gustavo

Ti ringrazio per l’invito ad intervenire nel dibattito a proposito della riforma universitaria ed inizierò con l’esprimerti tutta la mia preoccupazione per le  nubi che vedo addensarsi sul futuro dell’università. Dopo  tante riforme della più varia estrazione e  intenzione,  personalmente credo  di aver infine maturato una sorta di “conservatorismo di sussistenza”che mi porta ad esorcizzare le discussioni in atto con rassegnata preoccupazione. Mi vien da paragonare l’università italiana al colosseo, vestigia prestigiose, che tutti ci invidiano ma fatte oggetto di spoliazioni (“cava di marmo a cielo aperto”) nel corso dei secoli. Non entro nel merito del progetto Gelmini, ma registro che è un gran discutere di “merito”, “architetture di Governance” tagli, concorsi e “ruoli unici”. Posso confidarti la mia estraneità a tutto ciò? Se ponessimo al centro del dibattito le due attività caratterizzanti, quella della didattica e della ricerca, scopriremmo una semplice verità: 1. Qualunque sia “l’architettura istituzionale”, con gli attuali ordinamenti fare didattica di pregio è quasi impossibile, e comunque impopolare sia presso gli studenti e le loro famiglie, sia presso i colleghi. 2 la didattica avanzata è praticamente inesistente, a parte iniziative di facciata, ed è anche costosa sia in termini di risorse finanziarie che di sprechi di talenti. Quando la si fa è come “fare le nozze con i fichi secchi”; 3. La ricerca è ancora intesa come un fatto “individuale”, ascrivibile ad una suddivisione di professori in “lavativi” e virtuosi. Quando ho iniziato la carriera (pare ieri ma è ormai un quarantennio fa) la “organizzazione elementare” era il gruppo di studio, che si aggregava intorno ad un cattedratico, ed era portata avanti nella forma di discussioni seminariali, su temi e lavori sia dei membri del gruppo che all’attenzione dei dibattiti internazionali. Oggi si va profilando un’idea di responsabilità individuale,  rispetto alla quale il solo responsabile da “premiare” o “punire” è il singolo studioso (figura binaria di pelandrone o operoso). E’ un modo ottocentesco di pensare alla ricerca, dove il “genio” illuminato e solitario sforna “rivoluzioni scientifiche” quotidiane. Nulla lascia intravvedere qualche forma di organizzazione che aggreghi, che risponda alla consapevolezza che  “geni non si nasce” ma si diventa, e che uno studioso è il “prodotto finito” di una vera “fabbrica della scienza” organizzata e attrezzata in quanto tale. Mettiamola in un altro modo, facendo un  po’ come gli economisti della famosa barzelletta. “Supponiamo” che io te volessimo fare i “veri scienziati”, magari  secondo  i canoni “all’americana” spesso additati come i migliori in assoluto. A parte le nostre personali ambizioni (velleità?), cosa “il sistema” ci offre come opportunità? Esiste un qualcosa che ci consente (ammesso che le nostre individuali “dotazioni naturali “ ce lo consentano) in grado di porci in contatto con le realtà scientifiche più avanzate? Chi ci paga ed organizza il soggiorno? Chi farà le nostre lezioni, tesi di laurea e simili? E come la mettiamo con la Gelmini che vuol intensificare i nostri obblighi di “addetti allo sportello studenti”? E infine, come la mettiamo con i dibattiti su ruolo unico dei docenti, su chi deve “comandare nelle università”, sulla “rappresentatività “(di chi e cosa?) degli organi universitari? E sulle tasse di iscrizioni? E sulla valutazione della bontà della ricerca, pesata magari solo sugli ultimi risultati e dell’ultimo triennio, o magari su farisaici “fattori d’impatto”?

Sai bene che potrei continuare, ma rispetto a tutto questo vien quasi da concludere con  Pitt (il giovane, tra i più grandi  primi ministri inglesi a cavallo tra il ‘700 e l’800) che sul letto di morte esclamava dolente “Povero paese mio”

Con amicizia, tuo

                                                   Giuseppe Chirichiello   

Di bozze del dl Gelmini sull'università me ne son passate così tante davanti agli occhi che ormai non ci faccio più granché conto. Mi limito ad attendere che una di queste venga presentata "ufficialmente".

Avendone però lette diverse ed avendo, nel mio piccolo, seguito un po' la storia di questa legge devo dire che le "buone intenzioni" che vede Pica a me sono sfuggite. Le famose "disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca" datano dicembre 2008 (vedi) e altro non sono che una scatola vuota confezionata ad arte perché chiunque possa leggerci dentro quello che più gli piace. Ebbene sì, dato quel decreto legge sarebbe possibile, ipotizzando un decreto attuativo che vada nella giusta direzione, introdurre un sistema pseudo-inglese nell'università italiana. D'altra parte, con un decreto attuativo diverso, sarebbe anche possibile consegnare in via ufficiale e definitiva le chiavi dell'università ai soliti potentati locali. Il punto sta tutto nel fatto che il dl non dice assolutamente nulla ma rimanda tutto ad un decreto attuativo che non è mai arrivato.

Ormai al decreto attuativo ci abbiamo rinunciato e siamo tutti (intendo tutti noi ricercatori precari a cui un minimo di meritocrazia schifo schifo non farebbe) in attesa del prossimo decreto legge che tarda ad arrivare.

Se devo da credito a quello che diceva Valditara alle giornate fiorentine però al ministero di voglia di mettere in piedi un sistema meritocratico (che implicherebbe, come giustamente fa notare Boldrin, di cacciare a pedate fannulloni ed incapaci anche se sono ammanicati con qualche santo in paradiso). Le uniche cose che si sentono dire sono robe altisonanti come la ridicola idea di risolvere tutto facendo venire dall'estero 500 professoroni ordinari a fine carriera per dar lustro a questa o quella università.

Insomma, io vedo solo parole e pochissime intenzioni (buone o cattive che siano).

Ma Piga e gli altri componenti della fondazione Magna Carta non hanno una qualche "corsia preferenziale" per comunicare con quelli del ministero? Personalmente non amo moltissimo le idee politiche del sen. Quagliariello ma, dato che a noi precari della ricerca manco ci rispondono, magari potrebbe andare lui a parlare coi suoi colleghi di partito.

A me dispiace quando sento questo tipo di discorsi, perche' fino a non molto tempo fa anche a me sarebbe piaciuto seguire quella strada.
JB, pero', cosa ti fa pensare che le cose in universita' potranno andare meglio? In particolare, visto che la storia ha sempre spinto verso la baronia invece che alla meritocrazia, cosa ti fa pensare che ci possa essere un'inversione di tendenza?

E soprattutto, perche' ti arrabbi ancora quando vedo che le cose non vanno in quella direzione?

"La speranza è l'ultima a morire" diceva qualcuno. "Finché c'è vita c'è speranza" diceva qualcun altro.

Se persino paesi non proprio al top delle classifiche internazionali (ad esempio la Polonia) riescono ad avere un sistema più meritocratico del nostro a me qualche lumicino di speranza che un giorno qualcuno sbatacchi il testone e ne faccia una giusta resta. Certo, questo vuole anche dire che tutte le volte che vedo le mie (misere) speranze frustrate non tanto dall'incapacità ma dalla palese malafede della classe dirigente (sia quella politica che quella accademica) un po' di istinti omicidi mi vengono.

Comunque sia le lancette del mio orologio biologico vanno avanti ed a breve non avrò più il tempo di aspettare che qualcuno resti folgorato sulla via di Damasco e mi toccherà maledire quest'Italia da operetta, fare i bagagli e trasferirmi in un paese moderatamente più civile.

Certo, questo vuole anche dire che tutte le volte che vedo le mie (misere) speranze frustrate non tanto dall'incapacità ma dalla palese malafede della classe dirigente (sia quella politica che quella accademica) un po' di istinti omicidi mi vengono.

Comunque sia le lancette del mio orologio biologico vanno avanti ed a breve non avrò più il tempo di aspettare che qualcuno resti folgorato sulla via di Damasco e mi toccherà maledire quest'Italia da operetta, fare i bagagli e trasferirmi in un paese moderatamente più civile.

Mi rendo conto che sono decisioni personali e difficili, e mi sembra il caso di discutere qui solo di quanto possa essere rilevante per tutti. Del resto, se vuoi, possiamo parlare in privato (trovi la mia email sul mio profilo).

Io mi sono trovato in una situazione simile alla tua. Ho tratto qualche conclusione e preso qualche decisione. Ho capito come funziona il sistema universitario Italiano, le sue logiche, i suoi tempi e le sue ricompense. Nessuno mi avrebbe detto grazie se avessi deciso di farne parte, mi sono detto che e' la mia vita e che stava a me decidere se cercare di entrarci, accettandone le logiche, oppure se fare qualcos'altro.
Allo stesso tempo ho deciso che preferivo non vivere in una situazione di perenne rancore: di nuovo nessuno mi avrebbe detto grazie o apprezzato di piu' se avessi scelto di mettermi in un sistema che non funziona come dovrebbe o come vorrei e non volevo correre il rischio di fare come Don Chisciotte, che combatte contro i mulini a vento. Se fossi rimasto in universita' in Italia mi sarei semplicemente rovinato il morale da solo, e forse non avrei neanche avuto modo di mettermi alla prova per vedere quanto valevo, visto che ho sentito molti dottorandi e assegnisti lamentare la scarsita' di risorse, di mentorship e di incentivi, nonche' la mancanza di un percorso di crescita studiato apposta per loro. In tutto questo ho intuito che i vent'anni sono un'eta' importante per definire la propria vita futura.

La scelta era tra emigrare o cambiare. Io deciso di cambiare e ne sono contento.

Nel caso vi interessassero i piani di "chi conta" per il futuro dell'università italiana, potete ascoltarne svariati qui.

Li ho trovati tutti una combinazione di ovvietà, falsità, fanfaronate della serie "vendita cioccolatini", ambiguità coperte da tecnicismi, e via discorrendo. Di buono, veramente buono, non ho trovato nulla: mi è sembrato un coro di regime per dirsi "faremo finta di fare le "eccellenze", ma non preoccupatevi: il controllo rimarrà nelle mani dei mediocri baroni di sempre". La cosa sta diventando sempre più ridicola e, francamente, sto perdendo sia qualsiasi fiducia che qualsiasi interesse nel tema.

Vi propongo un giochetto popolare: di compilare tre classifiche.

- L'intervento con maggior AriaFritta.

- L'intervento più OrtogonaleAllaRealtà.

- L'intervento più DisdicevoleInAssoluto.

 

Non ho bisogno di ascoltare gli interventi. Certamente il più disdicevole era quello del mio rettore.

 

In un passaggio esemplare dell’intervento della Gelmini si ode un’abominevole dichiarazione d’intenti che, peraltro,  ha già trovato riscontri in certi provvedimenti tentacolari presenti nelle bozze sia sul reclutamento scolastico sia sui quello universitario: appare evidente il progetto di far colonizzare ad accademici falliti settori loro estranei.

Approdata al “punto più delicato”, cioè quello relativo agli sbocchi per giovani ricercatori, la Gelmini lodevolmente promette che immetterà  risorse, “non in maniera ideologica”, per favorire un accesso che – si apprende da altri passaggi - sarà precoce rispetto alla situazione attuale.

Ed ecco, verso la fine dell’intervento, la proditoria staffilata:

“bisogna fare in modo che ci sia uno  scatto di carriera per chi è incline a quella professionalità, ma bisogna anche trovare sbocchi esterni per chi all’interno dell’università non trova un proprio percorso professionale”

Quindi chi è incline percorrerà precocemente e rapidamente le tappe di una fulgida carriera, chi non è incline sarà sistemato per intervento istituzionale da un’altra parte  o_O

Dopo aver magnificato l’adozione di nuovi principi regolativi del reclutamento universitario, la Gelmini  enuncia a livello programmatico, in seno a un discorso istituzionale, quasi come principio, la volontà di imporre altrove il collocamento di accademici frustrati e delusi. Che cosa c'entra con l'università e il reclutamento universitario? Gli illustri interlocutari non stanno parlando di come migliorare l'università?  MIUR e VII Commissione cultura subdolamente insinuano in ogni discorso sull'università la preoccupazione sulla sistemazione degli accademici esclusi: neppure con i più capziosi sofismi si potrebbe arrivare a sostenere che questo gioverà all'università.

La ministra ragiona in termini edulcorati di “inclinazione”(sgargiante, smagliante, accennata, un poco opaca, grezza, deviata, assente?), ma - è evidente-  dopo aver dichiarato che i migliori saranno assunti dalle università, si deduce logicamente che quelli piazzati fuori, scavalcando i realmente meritevoli, saranno i peggiori.

Perché il peggior accademico debba essere normativamente  rifilato a qualcun altro, resta un mistero indecifrabile a chi sia scevro di sottilissimo acume accademico.

"Bisogna trovare": che cosa significa 'sta forma impersonale. Chi  e a spese di chi dovrà “trovare sbocchi esterni per chi all’interno dell’università non trova un proprio percorso professionale” , cioè chi si dovrà far  carico dello “scarto”? La Gelmini  in persona o  il MIUR o  la VII Commissione cultura o l’intero parlamento o il presidente della repubblica o quello del consiglio o il governo? Si occuperanno con altrettanta premura di ogni cittadino? Prenderanno l'iniziativa di trovare un'alternativa a chiunque non riesca a coronare le proprie aspirazioni?

Dovrà  scontare l'gnobile ricerca statale di un'alternativa per gli accademici mancati la collettività  defraudata di risorse o di opportunità (le une o le altre o, magari entrambe, dipenderà dalle concrete modalità di realizzazione della programmatica nefandezza istituzionale)!

Adottando quale virtuosistica acrobazia mentale si coniugano l’enfatizzazione, financo stucchevole, da parte della maggioranza del valore della meritocrazia  con un simile programma protezionistico??

Ho ben capito qual è l'andazzo e so altrettanto bene (è il mio personale proposito per il futuro) che dovrei evitare  di leggere o ascoltare interventi in cui si ammantano odiosi privilegi di casta con nobili parole biforcute. Altro che meritocrazia!

 

 

leggo ora sul corriere della sera che la Lega chiede a gran voce il test di dialetto per i prof. 

Considerato che in svizzera (patria credo riconosciuta del federalismo, anche linguistico) l'uso del dialetto a scuola è fortemente disincentivato e nessun test in questo senso viene intrappreso, vorrei sapere da tutti voi Prof se insegnando all'estero avete dovuto mai dimostrare di possedere conoscenze dei vernacoli locali (americani, tedeschi, britannici, elevetici) e se questo per voi rappresenta la panacea per arrivare finalmente ad una migliore qualità dell'insegnamento nel mondo e nello stivale.

In fondo se fosse cosi' semplice, perché no?

Francesco

A Penn quando ero graduate student mi chiesero di fare un test di inglese prima di poter fare il Teaching Assistant. 

...cosa che ha perfettamente senso, visto che l'inglese è la lingua in cui si insegna. Però nessuno si è sognato di testare la tua conoscenza sul ruolo del quaccheri nella creazione del Commonwealth of Pennsylvania.

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