La riduzione del turnover NON è il problema

21 ottobre 2008 paola potestio
Personalmente, non mi dispero affatto per le riduzioni del turn over e per i conseguenti tagli programmati al Fondo di Finanziamento Ordinario, FFO, dell'università (Legge 133/08). Che si tratti di un attacco alla ricerca - come si grida nelle "agitazioni" di questi giorni e nell'appello di illustrissimi docenti per bloccare addirittura l'apertura del nuovo anno accademico - è una mistificazione. Certo è una misura drastica, che impone razionalizzazioni e che lascia del tutto aperto il problema della distribuzione del FFO tra gli atenei, cui dovrà provvedere, come ogni anno, apposito decreto. Ma la questione è molto più complessa di quanto le strumentalizzazioni della politica, a tutti i livelli, lasciano intendere.

Tre principali quesiti si pongono sul tema:
- Complessivamente, i finanziamenti dello stato sono sottodimensionati rispetto ai livelli di paesi con analogo grado di sviluppo?
- I finanziamenti dello stato sono ben indirizzati, vale a dire lo stato distribuisce bene, in base a validi criteri, i finanziamenti tra i singoli atenei?
- Gli atenei, a loro volta, utilizzano bene le risorse ottenute?

Partendo da tali quesiti e senza pretesa di rispondervi esaurientemente, cercherò di argomentare la mia lontananza dallo stato di agitazione che mi circonda.

Per quanto riguarda il primo quesito, si deve a Roberto Perotti aver chiarito (già in The Italian University System: Rules vs. Incentives e di nuovo in "L'Università truccata", Einaudi) che la mancanza di fondi è un falso mito. Tenendo opportunamente conto della circostanza che un numero notevole di studenti iscritti non ha più un rapporto con l'università e dunque non grava in alcun senso sulle strutture universitarie, la spesa annuale per studente risulta in Italia "la più alta al mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia".

Ma se, in rapporto al numero di studenti equivalenti a tempo pieno, le risorse complessive attribuite al sistema universitario non sono sottodimensionate, problemi seri sorgono dalla loro distribuzione e dal loro utilizzo. In misura assolutamente prevalente, lo stato ha fino ad oggi finanziato gli atenei sulla base di un criterio di "spesa storica". Vale a dire, garantire a ciascun ateneo la disponibilità di fondi dell'anno precedente è stato l'obiettivo prioritario delle singole assegnazioni in ciascun anno. I finanziamenti non sono stati mai collegati in modo significativo a una valutazione dei risultati, in particolare delle attività di ricerca. Un sistema di incentivi che premiasse meriti scientifici e uso virtuoso delle risorse non è mai veramente decollato. L'ex ministro Moratti ha compiuto i primi passi in questa direzione, con un serio esercizio di valutazione della ricerca. Ma questo esercizio non ha avuto poi alcuna sensibile incidenza sulla distribuzione delle risorse. Due soli dati per chiarire le dimensioni: nel 2008 (decreto ministro Mussi) la quota percentuale di FFO assegnata sulla base dei "risultati dei processi formativi e dell'attività di ricerca scientifica" è stata 2.2%, e nel 2007 0.58%. Il criterio della spesa storica, attraverso cui sono stati sostanzialmente ripartiti i finanziamenti, è pessimo non solo perché non ha nulla a che vedere con il merito, comunque valutato, ma perché offre continua copertura a qualunque politica o a qualunque errore di gestione delle sedi.

Per sottolineare elementi attinenti il terzo quesito, 6 anni di concorsi della riforma Berlinguer, con 3 e poi 2 idoneità per concorso, hanno prodotto nell'università una enorme ope legis per avanzamenti di carriera, la quale ha pesato abbondantemente sulle casse degli atenei. Dal 1999 al 2006 il numero di professori ordinari è cresciuto di ben il 54%, una crescita più consona a un paese sottosviluppato che a un paese di solida tradizione accademica. L'ope legis a beneficio dei professori associati è stata altrettanto imponente ma meno visibile, data la mole dei passaggi alla fascia degli ordinari. Le indiscriminate promozioni di carriera non sono state frenate dal vincolo di legge, posto addirittura nel 1998, per cui le università non possono operare nuove assunzioni a tempo indeterminato se le spese per il personale di ruolo assorbono risorse superiori al 90% del FFO. In questo caso, la legge stabilisce, nuove assunzioni sono possibili solo nel limite del 35% del risparmio che segue alle cessazioni dell'anno precedente. La legge, però, non ha mai fissato precise sanzioni per il rispetto del vincolo. E il vincolo, posto evidentemente per garantire risorse minime per la funzionalità delle strutture, non è rispettato da ben 19 atenei. Questa è la diagnosi della Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica in un documento del luglio 2007.

"Per anni - si legge nel documento della Commissione - le università hanno preferito spendere risorse per garantire la progressione di carriera dei docenti piuttosto che assumere nuovi ricercatori...". Nulla da eccepire, naturalmente, a questa osservazione. Certo, però, che se le regole concorsuali, ossia le triple e doppie idoneità della riforma Berlinguer, forniscono incentivi perversi (alle selezioni fasulle, alla moltiplicazione dei titoli, all'espansione incontrollata dei posti di professore), non c'è poi da meravigliarsi di comportamenti degli atenei che sono del tutto coerenti con gli incentivi perversi forniti dalle regole.

Purtroppo la storia non è finita e gli errori tornano a ripetersi. L'ultimo atto del passato governo, in attesa di una nuova disciplina in materia, è stata la riapertura dei concorsi nel 2008 con i due idonei della regola Berlinguer. La nuova tornata concorsuale, appena avviata, registra 724 bandi per posti di professore ordinario e 1143 per posti di professore associato! In rapporto al numero di ordinari e associati in forza nei nostri atenei, i bandi emanati implicano una crescita potenziale (considerate le due idoneità) degli ordinari pari al 7.2% e degli associati pari al 12.1%. Al costo medio nazionale delle due posizioni di ruolo, questi bandi si traducono in un impegno di risorse aggiuntive di quasi 189 milioni di euro. Se tutte le seconde idoneità si tramutassero in ulteriori posizioni di ruolo, l'impegno di risorse naturalmente si raddoppierebbe. Con quali risorse e sulla base di quali piani di sviluppo sono stati deliberati dalle sedi questi bandi? E questa mole di bandi è compatibile nei singoli atenei con il pieno turn over dei docenti? Se non lo è, le risorse liberate dalle cessazioni del prossimo futuro saranno impegnate per promozioni di carriera.

In questo contesto, ciò che preoccupa non può certo essere un programma di contrazione del turn over e del FFO. Ciò che preoccupa è che non emergano ancora volontà e chiari segnali di un'ampia revisione dei meccanismi di finanziamento degli atenei. Le linee indicate nell'appello "Una università più meritocratica" sono quelle giuste per impostare una tale revisione. Le penalizzazioni di una generalizzata riduzione del FFO potrebbero ridimensionarsi alquanto per atenei che hanno compiuto e che compiono scelte di merito.

62 commenti (espandi tutti)

In questo contesto, ciò che preoccupa non può certo essere un programma di contrazione del turn over e del FFO.

Domanda: in una ottica comparativa minimale (all'ingrosso) perchè non lanciare un programma "pensionamento a 65 anni"? Non mi sembra scandaloso, anzi lo troverei assolutamente "logico".

RR 

Sono assolutamente d'accordo. Peccato che:

Legge 133, Articolo 72, comma 11

Personale dipendente prossimo al compimento dei limiti di età per il collocamento a riposo

11. Nel caso di compimento dell'anzianità massima contributiva di 40 anni del personale dipendente, le pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 possono risolvere, fermo restando quanto previsto dalla disciplina vigente in materia di decorrenze dei trattamenti pensionistici, il rapporto lavoro con un preavviso di sei mesi. Con appositi decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, previa delibera del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sentiti i Ministri dell'interno, della difesa e degli affari esteri, sono definiti gli specifici criteri e le modalità applicative dei principi della disposizione di cui al presente comma relativamente al personale dei comparti sicurezza, difesa ed esteri, tenendo conto delle rispettive peculiarità ordinamentali. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano a magistrati e professori universitari.

Quindi concordi che non si può fare d'imperio una riduzione del turnover di questo tipo (4 su 5) senza fare anche una Grande Riforma di Pensionamento che eviti, in parte, di far pagare alla generazione in ingresso l'intero costo della ristrutturazione.

Buenos.  

Ancora meglio, in aggiunta, sarebbe mettere mano ad una riforma della scala stipendiale per farla diventare bi-dimensionale, cioè con scalini "orizzontali" basati sulla sola anzianità, e scalini verticali, basati su "promozioni e valutazioni" reali. Gli scalini orizzontali dovrebbero essere limitati (ad. es. 5) cosicchè se uno continua a rimanere li' (cioè all'ultimo gradino del piano) almeno non finisce col succhiare anche gli aumenti di stipendio di tipo ordinario.

RR

Una riforma della scala stipendiale avrebbe costi molto limitati che potrebbero essere coperti cancellando gli ultimi scatti di anzianità dei professori di ruolo. Potrebbe essere adottata anche considerando come "gradini verticali" le promozioni a numero chiuso ad associato e a ordinario. L'ultima proposta di questo genere risale al Ministro Zecchino, che prevedeva anche ulteriori "gradini verticali" e per questo fu accolta con grida di sdegno.

Sono abbastanza d'accordo che la riduzione del turn-over (o la trasformazione delle universita` in fondazioni private) non e` di per se' un problema.

Mi sembra difficile credere, d'altra parte, che la spesa annuale per studente in Italia sia fra le piu` alte al mondo. Davvero? Ma se l'Italia spende in ricerca meno di un punto di pil, a fronte del 3-6% delle varie democrazie occidentali.

Sono forse un po' confuso, dove sbaglio?

Mi sembra che sia spiegato in questa frase

"Tenendo opportunamente conto della circostanza che un numero notevole
di studenti iscritti non ha più un rapporto con l'università e dunque
non grava in alcun senso sulle strutture universitarie,"

La spesa per ricerca e la spesa di istruzione universitaria per studente sono quantita' piuttosto diverse, la didattica non e' ricerca, e i dati di spesa per ricerca che citi, oltre ad essere piu' alti del reale per la media degli altri paesi avanzati, sono in rapporto al PIL, mentre la spesa per studente dipende anche dalla partecipazione degli studenti all'universita', che in Italia e' significativamente inferiore alla media OCSE, specie nel passato ma anche ora.

Secondo il rapporto OCSE "Education at a glance 2008" pag. 237 (dati excel) la spesa per l'istruzione universitaria nel 2005 e' 0.9% in Italia, 1.1% in Germania, 1.3% in Francia e 1.6% in Svezia, ma Francia, Germania e Svezia hanno una partecipazione maggiore dell'Italia. Il rapporto OCSE cita anche la spesa per studente, tuttavia per l'Italia (diversamente dagli altri Paesi) viene usato il dato corrispondente a tutti gli studenti inclusi i fuori-corso, peche' lo Stato italiano e le universita' non sono nemmeno capaci di fornire dati aggregati affidabili sulla frazione degli studenti in regola (diversamente dagli altri Paesi). R.Perotti ha fatto una stima della frazione di studenti fuori corso usando i dati disponibili, e ottiene che la spesa per studente in corso dell'Italia e' ai vertici mondiali.

Riassumendo, la spesa per istruzione universitaria italiana in rapporto al PIL e' poco inferiore ai paesi avanzati, pero' ancora piu' inferiore e' la frazione di 18-23enni che fruisce dell'universita', con risultato che la spesa per studente in regola e' tra le piu' alte al mondo. Considerati i risultati nel ranking internazionale delle sedi universitarie italiane, siamo di fronte ad un fallimento pressoche' totale.

Molti protestano con un misto in cui probabilmente l'ignoranza prevale sulla disonesta' che l'Italia spende poco per l'istruzione universitaria ma questo non e' corretto se ci si riferisce ai dati per gli studenti in corso. I problemi reali dell'Italia sono:

  • una bassa partecipazione all'universita' (dovuta all'arretratezza sia culturale che sociale del Paese, e anche ad una scadente azione dello Stato che si limita a pagare le universita' direttamente senza supportare efficacemente gli studenti meritevoli come fanno i Paesi dove la partecipazione e' maggiore).
  • una spesa per istruzione universitaria distribuita a pioggia senza incentivi ai risultati e al merito
  • una frazione patologicamente alta di studenti fuori-corso (prima della riforma del 3+2 il 66% degli studenti iscritti al primo anno non arrivava alla laurea, contro una percentuale tipica del 33% negli altri Paesi). Questo ultimo aspetto e' collegato col sistema italiano di gestione degli esami universitari (unico al mondo e discusso recentemente su lavoce.info) in cui agli studenti e' permesso ripetere senza limite gli esami incentivandoli ad andare fuori corso e svuotando di ogni valore il voto finale dati i diversi tempi impiegati studente per studente per ottenerlo.

il dato corrispondente a tutti gli studenti inclusi i fuori-corso

arrivare a concludere che gli studenti fuori corso non abbiano più nessun rapporto con l'università ecc ecc mi pare eccessivo per non dire miope. la cosa va presa davvero, e dico davvero, con le pinze.

le università italiane che offrono un percorso di studi part-time non sono molte e il sistema di borse di studio-sussidi ecc non funziona perchè non copre che minimante le spese, soprattutto per i fuori sede.

Ti dirò di più: il sistema universitario italiano è strutturato in modo tale da rendere difficoltoso ad uno studente (anche ad uno bravo) di laurearsi in tempo. Quando mi sono laureato io farsi un anno di fuori corso era normale anche per quelli che poi andavano a farsi il dottorato al MIT, al Max Planck o altri istituti prestigiosi.

Giusto per prevenire il coro di "siete degli sfaccendati e bamboccioni": questoera ed è indipendente dall'impegno e la bravura dello studente. Quando ogni anno ti cambiano l'ordinamento, gli esami vengono continuamente accorpati o frazionati senza alcuna logica o riguardo per la compatibilità con chi quegli esami li ha già dati e le sessioni d'esame vengono spostate/cancellate senza preavviso è oggettivamente difficile restare in pari con gli esami (ovviamente non esiste un sistema di valutazione dei docenti che permetta agli studenti di denunciare queste cose...).

(ovviamente non esiste un sistema di valutazione dei docenti che permetta agli studenti di denunciare queste cose...)

Qui a Bologna esiste un questionario anonimo che viene fatto compilare dagli studenti.  Non so altrove, ma qui se ne tiene conto in sede di affidamento degli insegnamenti.

Cosi' come se il presidente del Corso di Laurea riceve lamentele da parte degli studenti, convoca il docente interessato e vede di capire cosa sta accadendo.

Quanto ai "fuori corso", con la formula del 3+2 che abbiamo avuto fino ad ora, quelli che poi proseguivano a fare il dottorato si laureavano in corso, mentre i fuori corso difficilmente brillavano per preparazione, quando si presentano agli esami.

 

Anche a Firenze esiste un questionario anonimo, tuttavia è concepito in modo così asettico che il peggio che possa capitare ad un professore è un'occhiataccia riprovevole da parte del presidente del corso di laurea. Io ho avuto prof così rincoglioniti da non ricordarsi nemmeno che la settimana prima non avevano fatto lezione perché erano ad un congresso, professori che perdevano un 50% buono delle lezioni a parlare di fatti loro al cellulare, professori che non si presentavano il giorno dell'esame (i più gentili lasciavano un avviso in bacheca) e professori che decidevano all'improvviso che "il secondo appello della sessione invernale non lo faccio". A me poi non è capitato direttamente ma mia moglie ha avuto esperienza di prima mano di corsi obbligatori di un dato anno che avevano lezioni contemporaneamente ed in luoghi molto diversi (leggi: era fisicamente impossibile seguire tutte le lezioni).

I ragazzi più "studiosi" queste cose non le denunciano. Nel 99% dei casi stringono i denti e cercano di laurearsi il prima possibile nonostante l'organizzazione dell'università (lasciamo perdere commenti sui rappresentanti degli studenti).

Quanto ai "fuori corso", con la formula del 3+2 che abbiamo avuto fino
ad ora, quelli che poi proseguivano a fare il dottorato si laureavano
in corso, mentre i fuori corso difficilmente brillavano per
preparazione, quando si presentano agli esami.

Magari non sarò un novello Einstein ma io ho fatto il dottorato e faccio tutt'ora ricerca pur essendomi laureato oltre un anno fuori corso.

Devo fare un preambolo. Mi sono iscritta alla triennale di psicologia col progetto nettuno (il teledidattico) che funzionava bene.

Sfruttava le opportunità date dalla tecnologia. Infatti quest'anno invece di aggiornare le lezioni o semplicemente lasciare che i tutor gestissero più autonomamente il programma che doveva essere aggiornato, l'hanno eliminato. Perlomeno a Trieste.

Dopo aver conseguito la laurea triennale (iscritta nel 2004 ho POTUTO cominciare a dare esami -sono 40- dal 2005 e mi sono laureata FUORICORSO nel maggio 2008) ora mi sono iscritta alla Magistrale (ex specialistica)

che è una presa in giro delle direttive dell ex min Mussi.

perchè dai 18  esami totali della specilistica siamo passati a 12 esami della magistrale MA divisi in moduli per cui solo NEL PRIMO ANNO io ho 18 esami, ma sulla carta sono 6!

Hanno anche una "scadenza" cioè sono conoscenze..deperibili! Può capitare che un modulo dopo un certo tempo NON sia più riconosciuto...e queste sarebbero lauree facili? 

Preciso che sono una studentessa attempata di 45 anni e ho un lavoro a tempo pieno.

[...] si deve a Roberto Perotti aver chiarito [...] che la mancanza di fondi è un falso mito.

Senza offesa ma sia tu che Perotti (almeno nei primi 2/3 del libro dato che ancora non ho finito di leggerlo) fate un errore abbastanza macroscopico: confondete i soldi per la didattica con i soldi per la ricerca. Se (forse) ad economia per fare ricerca basta un pc, una connessione a biblioteche e riviste on-line ed un tetto sopra la testa chi fa ricerca in campo fisico/chimico/biologico/medico/ingegneristico/oceanografico/ecc ha bisogno di spazi e di strumentazioni più o meno costose. In pratica i soldi spesi per darmi un posto da assegnista di ricerca (chi è fuori dal mondo accdemico legga pure "ricercatore precario") sono essenzialmente buttati via se non mi si da la possibilità di fare ricerca, ovvero se non si aprono bandi per il finanziamento dei progetti di ricerca più innovativi e meritori.

Certo a fisica (e parlo di fisica solo perché è l'unico ambiente che conosco approfonditamente e di prima mano) i professori per tenere insieme la didattica non mancherebbero. Alla fin fine il numero di iscritti alle facolta di scienze (soprattutto a matematica, fisica e chimica) è ridicolmente basso se lo si compara agli iscritti a medicina, architettura o anche solo ad economia o legge. Si potrebbe quindi pensare di tenere in piedi tutta la didattica con la metà degli strutturati. Se però avessimo la metà dei professori e dei ricercatori le attività di ricerca attualmente svolte andrebbero a rotoli. Qualcuno potrebbe pensare di raddoppiare il numero dei ricercatori precari e dare il tutto in mano a loro; il problema è che la legge italiana (tralascioando i contratti capestro coi quali veniamo assunti) mi impedisce di essere "precario" per più di pochi anni, poi me ne devo andare (ovviamente questa legge, come tutte le leggi, è aggirabile ma non mi sembra una gran consolazione).

Ergo: le mie possibilità di fare ricerca di alto livello sono limitate dalla scarsità di finanziamenti "alla ricerca" e, in più, lo zoccolo duro di quelli che fanno ricerca tutti i giorni (passando il loro tempo in laboratorio) non hanno la possibilità (indipendentemente dal loro merito) di restare a farlo dato che, per come son fatte le leggi, l'unico modo sarebbe quello di essere strutturati ed il blocco del turn-over pone un'ulteriore ostacolo al diventarlo.

le triple e doppie idoneità della riforma Berlinguer, forniscono
incentivi perversi (alle selezioni fasulle, alla moltiplicazione dei
titoli, all'espansione incontrollata dei posti di professore)

Nel libro di Perotti che citi si chiarisce in modo piuttosto limpido la ragione dietro alle idoneità multiple, ovvero il fatto che in un sistema come il nostro fatto di selezioni truccate, avere due idoneità da assegnare vuol dire avere la possibiolità di assegnare almeno una idoneità a qualcuno di meritevole invece che darle solo al raccomandato di turno. Con questo non voglio dire (come non lo intende Perotti nel suo libro) che il sistema attuale vada bene. Il sistema attuale è marcio fino al midollo. Ma congelare la situazione attuale come sembri voler proporre tu mi sembra solo voler versar sale sulle ferite invece di migliorare la situazione.

L'ex ministro Moratti ha compiuto i primi passi in questa direzione, con un serio esercizio di valutazione della ricerca.

Ecco, qui non ti seguo proprio. L'unico tentativo serio di valutazione della ricerca che io conosca è stato (in tutti i suoi numerosi limiti) il CIVR, istituito nel '97 (durante il primo governo Prodi) con la legge Bassanini. Il CIVR ha presentato nel 2006 la sua relazione (relativa agli anni 2001-2003). A questo punto la signora Moratti (all'epoca a capo del MIUR) lo fa scomparire e la relazione resta lettera morta.

In conclusione direi che siamo tutti d'accordo che l'università (e soprattutto la ricerca) vada riformata in maniera profonda. A questo proposito il libro di Perotti è sicuramente interessante ed in larga parte condivisibile, così come condivisibili sono molti degli appelli (incluso quello lanciato da nFA ma anche molti appelli scritti da ricercatori, ricercatori precari e dipendenti di enti di ricerca) per una riforma meritocratica dell'università. Al contrario il tuo ragionamento sul fatto che il blocco del turn-over sia tutto sommato una cosa buona e giusta mi lascia estremamente perplesso.

Senza offesa ma sia tu che Perotti (almeno nei primi 2/3 del libro dato
che ancora non ho finito di leggerlo) fate un errore abbastanza
macroscopico: confondete i soldi per la didattica con i soldi per la
ricerca.

Potresti precisare meglio questa tua critica? Non ho una conoscenza approfondita di tutti i dati disponibili, ma mi sembra che occorra distinguere tra istruzione universitaria e ricerca, e secondo il rapporto OCSE Education at a glance degli ultimi anni non emerge che l'istruzione universitaria sia sottofinanziata particolarmente in Italia, specie se si tiene conto degli studenti in corso.

La ricerca e' un'altra materia, qui comunque e' il contributo privato che e' 4-5 volte inferiore ai paesi avanzati, mentre il contributo statale e' inferiore solo di un fattore tra 1.5 e 2 direi.

Magari mi sono spiegato male e riformulo: certamente va fatta una distinzione fra istruzione e ricerca. Sono anche abbastanza d'accordo con l'idea che la didattica non sia sottofinanziata (non a caso dico che a fisica si potrebbe mantenere in piedi la didattica con metà dei professori dato lo scarso numero di iscritti). Tuttavia la mia esperienza personale è che la ricerca sia, allo stasso tempo, sottofinanziata (il contributo privato è a zero e quello pubblico è in caduta libera) e mal finanziata (i pochi fondi statali alla ricerca vengono alergiti a casaccio invece che andare a progetti di ricerca meritevoli).

Su come andrebbero divisi i finanziamenti pubblici alla ricerca (e come si potrebbero attrarre fondi privati) ho le mie idee ma temo di non avere abbastanza dati e statistiche per supportale in modo consono agli standard di nFA ;-)

Sebbene pensi che che l' intervento firmato J.J. sia un subdolo trucco con cui i redattori di NFA sono finalmente riusciti a farmi scrivere qualcosa sul loro "blog", voglio puntualizzare quanto segue. La valutazione triennale della ricerca (VTR) e` stata effettivamente introdotta nel 1997 dal primo Governo Prodi, ma e` stata anche prontamente messa in naftalina, forse perche` se ne sono intuite le possibilita` eversive. Nel 2003, l'allora Ministro Moratti ha ricostuito il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), risuscitando cosi` la valutazione della ricerca. Il primo esercizio italiano di valutazione e` stato condotto nel 2005 con riferimento al triennio 2001-03, e i suoi risultati sono stati pubblicati nel 2006. A mio avviso, l'esercizio e` stato un pieno successo. I risultati del VTR 2001-03 sono stati ignorati dal Ministro Moratti ma soprattutto dal Ministro Mussi, succedutole con il secondo Governo Prodi, che ha anche bloccato la prosecuzione dell'esercizio di valutazione per il triennio 2004-06. Mi auguro che l'attuale Ministro Gelmini riprenda quella che, secondo me, e` stata l'unica esperienza positiva in oltre un decennio di politiche deludenti riguardanti l'Universita`.

Franco Peracchi

Presidente del panel per l'Area 13(Scienze economiche e statistiche)

VTR 2001-03

 

 

Sebbene pensi che che l'intervento firmato J.J. sia un subdolo trucco
con cui i redattori di NFA sono finalmente riusciti a farmi scrivere
qualcosa sul loro "blog" ...

1) non c'è nessun intervento firmato J.J., che io veda ... forse intendi JB

2) qui i trucchi, let alone "subdoli", nemmeno sappiamo cosa siano. Però tu, com'è che ci leggi ora?

3) per chi non conoscesse il professor Peracchi: la sua frase iniziale è ironica. Se mi sbaglio mi mangio il berretto stile "esercito del popolo" (del professor Peracchi, non mio) senza neanche condirlo ...

La valutazione triennale della ricerca (VTR) e` stata effettivamente introdotta nel 1997 dal primo Governo Prodi, ma e` stata anche prontamente messa in naftalina, forse perche` se ne sono intuite le possibilita` eversive.

Il CIVR è stato in effetti istituito nel 1998 (vds. D.Lgs. 5 giugno 1998, n. 204) e la sua prima composizione determinata nel 1999 (D.P.C.M. 26 marzo 1999). Tuttavia faccio notare che la valutazione della ricerca, così come la valutazione dell'istruzione, non deve necessariamente portare ad una valutazione comparativa. Nel decreto legislativo di istituzione non si fa menzione di alcun esercizio del tipo VTR - ed in effetti questa attività fu intrapresa solo con la nomina della seconda composizione (2003-2007, ora prorogata) (D.P.C.M. 9 maggio 2003). Non sappiamo esattamente cosa abbia abbia fatto il CIVR fra il 1999 e il 2003, ma avrebbe potuto comunque fare diverse cose importanti in ogni caso. Non sappiamo neanche in che modo il mandato specifico di fare il VTR 2001-2003 fu dato al CIVR nel suo secondo mandato, comunque un po' tutti attribuiscono alla Moratti l'indirizzo decisivo. Tuttavia una cosa e' l'indirizzo generico, una cosa e' disporre di un quadro chiaro e certo (e stabile) circa i fini di questo esercizio, per la qual cosa nessuno può dichiarare che "si sarebbe poi dovuto fare qualcosa che non è stato poi fatto". In effetti, cioè, non c'e' scritto da nessuna parte che tipo di risultati attesi e che uso si deve fare dell'esercizio VTR.

Non so se ho dato l'idea (del quadro confuso) in queste poche righe, comunque ho scritto qualcos'altro anche qui.

RR 

Non sappiamo esattamente cosa abbia abbia fatto il CIVR fra il 1999 e il 2003

A precisazione di quanto ho scritto nella mail precedente, ricordo che in effetti si possono consultare sul sito del CIVR dei brevi resoconti relativi a ciascuna riunione del comitato.

Si può quindi avere contezza del fatto del fatto che nel primo periodo il CIVR si è dedicato alla definizione in via generale di criteri per la valutazione della ricerca e per la costituzione dei Comitati di Valutazione "interna" di ciascun Ente di Ricerca. Sono state effettuate numerose sedute con all'O.d.G. l'audizione dei presidenti degli Enti, e sono redatte delle Note di commento, diciamo delle "relazioni esterne" ai Rapporti di Valutazione "interna" dei vari Enti. Si è posto poi il problema della valutazione della ricerca effettuata all'interno dei vari Ministeri.

Risulta poi utile constatare che il lavoro sulle Linee Guida di Valutazione della Ricerca che avrebbe poi dato luogo al primo VTR è stato in effetti cominciato nel 2002, allorquando si è posta all'attenzione la revisione dei criteri di valutazione già adottati in precedenza e il collegamento con la ricerca universitaria, prima non considerata.

Quindi lo sviluppo del primo VTR è stato un processo "continuo" che - pur avendo poi avuto senz'altro il supporto del Ministro Moratti - va accreditato in maggiore misura allo stesso CIVR.

RR

Sono francamente stupita che, vivendo e operando in Italia, si possa pensare che la "privatizzazione" (leggi: la possibilità di istituire fondazioni per il supporto e il governo dell'università, peraltro senza una loro particolare caratterizzazione rispetto al compito da svolgere, come accade, per esempio, in Spagna) possa essere una soluzione per avviare cambiamenti significativi, certamente necessari, del sistema universitario italiano. Provo a spiegarmi in pochi punti:

- da dove dovrebbero venire i soldi? qualche ipotesi:1) dalle banche, o almeno dalle fondazioni bancarie, che hanno l'obbligo di destinare risorse al settore social-culturale e, in verità, qualche esempio virtuoso si potrebbe citare. Ma, in generale, fino ad oggi, le fondazioni hanno preferito investire là dove sapevano di poter riavere ritorni di clientela (molto in restauri, molto nel settore sanitario) e, sulla base dei principi di ottimizzazione a noi tanto cari, come indurle a fare diversamente , se non attraverso "costrizioni" difficili, impopolari e probabilmente di scarso risultato? 2) dal sistema delle imprese: beh, qui credo di dover dire poco, dato che tutti conoscono la propensione all'innovazione e all'investimento del sistema produttivo italiano. se poi hanno finanziato qualcosa fin qui, trattasi di sedicenti università private (vogliamo parlare delle telematiche?), per la gran parte di qualità medio-bassa, ma ottimi strumenti per la costituzione di lobbies e per giovarsi di finanziamenti pubblici (garantiti dal precedente governo Berlusconi). Adesso poi hanno la scusa della crisi: già stanno chiedendo a gran voce di pagare meno tasse, meno salari, etc... 3) cosa resta? notai, avvocati, medici... gli ordini professionali insomma, che sono buoni intercettatori di rendite. Si potrebbe provare: si potrebbe così dare finalmente compiutezza all'organizzazione corporativa auspicata da Bottai....così, si prende pragmaticamente atto della realtà del paese e addio a ogni speranza di liberalizzazione, che tanto non la vuole nessuno, come dimostrano costantemente gli italiani con il loro voto (ipse Berlusconi dixit). 4) ah, dimenticavo: ci sono anche mafia e camorra, che 'sti poveri ragazzi stanno sempre lì a preoccuparsi di come riciclare i soldi...diamogli una mano, no? tanto li portano all'estero, allora è meglio che li investano qui.

- la "questione Medicina": all'interno delle università italiane, dove è stata certamente fatta una politica del personale (docente e non) dissennata e clientelare, il maggior centro di potere clientelare e anche di assorbimento di risorse si trova tuttavia spesso nelle Facoltà di Medicina che, avendo tra i loro obiettivi, oltre alla formazione, anche l'assistenza, non perdono occasione di rivendicare priorità, spesso fiancheggiate dalle istituzioni regionali in cerca di supporto per il mantenimento dei livelli di qualità dei servizi. Il servizio sanitario nazionale, nonostante tutto, è (a differenza di quello statunitense) tra i più efficienti del mondo (fonte:OECD), ma comincia a soffrire di scarsità di risorse, come tutto il settore pubblico. Nel rapporto convenzionale con le Facoltà di Medicina, queste ultime hanno avuto buon gioco ad aumentare il loro potere contrattuale rispetto alla controparte Regione, mettendo nel piatto le risorse che riescono a carpire dal sistema universitario: non credo sia un caso che, ultimamemte, i medici siano interessati ad occupare la carica di Rettore (Chieti, Perugia, Roma "La sapienza",...) In questo contesto, non è difficile prevedere dove andrebbero a finire la maggior parte delle risorse aggiuntive, senza peraltro nessuna garanzia di produrre sollievo per il sistema sanitario, dato che la gestione delle risorse stesse sarebbe completamente in mano ai medici universitari, senza nessun opportuno contemperamento di interessi.

- le "consorterie": in ogni settore scientifico disciplinare, i gruppi di potere più forti non sono necessariamente i più qualificati dal punto di vista scientifico. Una triste controprova di ciò è l'esodo di giovani competenze verso altri paesi. Tuttavia sono queste "consorterie forti" a dominare la gran parte delle università italiane, allineandosi al modello sociale diffuso, che è quello basato sulla distribuzione di rendite: anzi, più sono allineate, più sono forti. Un intervento consistente  in tagli di fondi indiscriminati e non finalizzati rischierebbe perciò di risolversi in un caso clamoroso di selezione avversa,  sia tra le università, sia all'interno di ciascuna università. L'eventuale, successiva, immissione di fondi privati a vantaggio di chi andrebbe?

 

Vedo che l'ho fatta troppo lunga; in sintesi, non credo che gli studenti si opporrebbero così diffusamente ad interventi che andassero davvero alla radice dei problemi. Non a caso, credo, la reazione è partita dalle facoltà scientifiche, a differenza di quanto generalmente accaduto negli ultimi quarant'anni, quando erano le più "ideologizzate" facoltà umanistiche a guidare i movimenti. Un governo che dichiara di godere del 70% del consenso nel paese potrebbe davvero, se volesse e se ne fosse capace,  intervenire in modo da avviare una positiva e mirata razionalizzazione del sistema, valorizzando prima di tutto il buono che c'è.

 

 

 

2) dal sistema delle imprese: beh, qui credo di dover dire poco, dato che tutti conoscono la propensione all'innovazione e all'investimento del sistema produttivo italiano

tra micro imprese e artigianato cosa resta? Un colosso come l'Unibo gestisce un bilancio di 400 milioni l'anno. Anche solo prevedendo un misero 5%... chi li metterà i soldi?

Non si potrebbe dire lo stesso di alitalia? Che facciano una cordata...

Oggi il Corriere della Sera, facendo il punto sulle disastrate finanze delle universita' pubbliche, riporta:

 «Le università si sono indebitate — spiega il sottosegretario Giuseppe
Pizza — perché spendono più di quanto ricevono. Non è possibile
accollare allo Stato errori di gestione o di progettualità»

Giusto. Ma perche' invece lo stato si e' accollato per anni e anni ogni errore di gestione e progettualita' di Alitalia in nome dell'interesse nazionale, della strategicita' eccetera? Non sono strategiche le universita'? Se almeno organizzassero la cordata anche per loro...

Non sottovaluterei la filantropia. Nella mia città il contributo per "il sociale" di alcune famiglie storicamente ricchissime  è stato valorizzato dal comune creando un'apposita fondazione che ne valorizza (gestendoli "economicamente"...alcune volte si tratta di terreni, di quadri di valore, di appartamenti, non sempre "cash") i lasciti e le donazioni e si occupa di dargli adeguata "pubblicità". Considera che il comune non ha possibilità di dare incentivi fiscali a costoro; lo fanno perché gli fa piacere che venga intitolata una palazzina dell'ospizio cittadino alla propria famiglia, perché alla cena di natale del rotary ricevono l'applauso di tutti i notabili, perché ci tengono a distinguersi e vogliono essere ricordati.
Con qualche incentivo, tipo deducibilità integrale delle donazioni (già previsto nel decreto) e "coccolando" adeguatamente chi fa le donazioni, credo che la cosa potrebbe decollare anche per le università.

Chiaro che i problemi di governance a cui accenni permangono...ma se la fondazione può scriversi le sue regole di condotta in piena autonomia, si può sperare che ci mette i soldi pretenda (più e meglio di quanto non abbia fatto il ministero) un meccanismo di governo decente e che le sue risorse non vadano sprecate a piazzare mogli/mariti/concubine e pargoletti.

Credo che invece la riduzione del turn over cosi' concepita sia un altro grande problema. Come osservato nel'articolo, nel 2008 c'e' stata una corsa al concorso che avra' effetti deleteri e probabilmente penalizzera' le universita' migliori (assumendo che chi vince i prossimi concorsi prima o poi verra' assunto). Ho fatto due conti e ho trovato che (sorpresa sorpresa) le universita' piu' scadenti sotto l'aspetto scientifico (cfr CIVR) sono quelle che hanno bandito piu' concorsi. La correlazione negativa non e' forte, ma c'e'. Ecco a voi:

Civr e nuovi concorsi

Note: La variabile "Quota nuovi professori" rappresenta il rapporto fra nuovi concorsi per professori ordinari e associati banditi nella prima sessione 2008 e il numero totale di ordinari e associati presenti in ciascun ateneo. Il "CIVR rank" e' una media ponderata dei risultati CIVR di ciascun ateneo.

Fonte: CIVR e MIUR. 

mauro, hai dimenticato di linkare i dati (o hai tolto il link?)

li ha linkati ad un file sul suo computer. Mauro, devi prima fare l'upload dell'immagine su un sito di hosting (tipo flickr) e poi usi quello per linkarlo qui.

Grazie Giorgio... ora la figura (nel mio commento precedente) dovrebbe vedersi. Scusatemi.
Dovrebbe fornire ulteriori argomenti a chi propone (qui
e qui)
di bloccare immediatamente i nuovi
concorsi.

Grazie Giorgio... ora la figura (nel mio commento precedente) dovrebbe vedersi.

nope! ancora niente perche' l'hai linkata al tuo account email che, giustamente, puoi vedere solo tu. se non hai una account flickr usa questo: http://tinypic.com/

L'avevo linkata alla mia pagina web... forse non si vede dato che e' secured... ora dovrebbe funzionare... grazie ancora.

Mi sembra che l'autore abbia sorvolato sul fatto che buona parte dei concorsi citati siano in qualche modo "predestinati". E' anche, se non soprattutto, questa una delle piaghe dell'università italica.

Ho scoperto questo blog ma con mio sommo rammarico constato che non sono ancora apparse segnalazioni. Allora mi viene un dubbio: vuoi vedere che vittime e carnefici siedono allo stesso tavolo?

Intanto la degenerazione continua. Notate il ruolo cruciale che il valore legale del titolo di studio gioca nel determinare tali comportamenti esecrabili.

Intanto la degenerazione continua. Notate il ruolo cruciale che il valore legale del titolo di studio gioca nel determinare tali comportamenti esecrabili.

Il concetto di Accreditation of Prior Experiential Learning (APEL) - come quello più tradizionale di APL - è da diverso tempo sempre più rilevante nella discussione teorica e politica nell'istruzione superiore, in particolare visto il ruolo decisivo del LifeLong Learning. Chiederei di trattarlo in maniera un po' piu' scientifica di Rizzo & Stella, che giustamente denuciano le malpractices itagliane.

Come ho già scritto svariate altre volte, il concetto di "valore legale" non andrebbe usato come il sale e il pepe per ogni critica, anche perchè trattasi di concetto vuoto, è il sarchiapone della polemica giornalistica italiana in materia di Università. Bisogna articolare le definizioni e le procedure che si intendono discutere.

RR

Può ben essere che la spesa annuale per studente in Italia risulti la più alta del mondo, dopo USA, Svizzera e Svezia. Però bisognerebbe chiarire su quali calcoli si basa questa affermazione. Il documento Education at a glance 2008 (www.oecd.org/edu/eag2008), diffuso dall’OECD nel settembre scorso, colloca la spesa annuale per studente universitario in Italia, ben al di sotto della media dei paesi della OECD e dei paesi dell’Europa dei 19. Inoltre nella nota tecnica allegata al capitolo che tratta degli investimenti finanziari nell’istruzione, si precisa che per l’Austria, la Germania e l’Italia “No distincion is made between part-time and full-time studies at the university level. However, for expenditure over the duration of studies the effect balances out, since reporting part-time students as full-time students leads both to an underestimate of annual expenditure and to an oversestimate of the duration of studies."   Può essere che i calcoli fatti dagli esperti della OECD e che, secondo loro, non sono infuenzati dalla mancata distinzione tra studenti a tempo pieno e studenti a tempo parziale, non siano corretti, ma questo dovrebbe essere argomentato e le eventuali correzioni dovrebbero essere applicate ai dati di tutti i paesi.

Può ben essere che la spesa annuale per studente in Italia risulti la
più alta del mondo, dopo USA, Svizzera e Svezia. Però bisognerebbe
chiarire su quali calcoli si basa questa affermazione.

Concordo e invito chi ha fatto l'intervento qui commentato a riassumere il materiale di supporto a questa affermazione di R.Perotti. Premetto che ritengo Perotti uno studioso serio e degno di fede, comunque non ho letto il suo ultimo lavoro. Aggiungo comunque un collegamento alla pagina web dove e' possibile accedere a due suoi lavori precedenti sull'universita' italiana, che ho letto sia pure velocemente: igier. Inoltre aggiungo alcuni pezzi dell'interessante commento intitolato "Avviso ai naviganti della palude universitaria" da cui emergono alcuni punti del ragionamento di Perotti, che parte dal rapporto OCSE "Education at a glance 2007", precedente da quello recentemente pubblicato nel 2008.

[le cifre sulla spesa per studente contenuta nel rapporto OCSE 2007] per tutti i Paesi ad esclusione dell'Italia, "equivalente a tempo pieno,
cioè calcolando il numero degli studenti pesati per i corsi
effettivamente seguiti e gli esami effettivamente sostenuti:
all'incirca, uno studente che in un anno fa solo la metà degli esami
del carico normale riceve un peso di 0,5, e così via. Uno studente che
non frequenta e non dà esami non sottrae tempo ai docenti e non impone
costi all'ateneo dove è iscritto: se un ateneo spende 10 euro ed ha due
studenti, di cui uno non frequenta, tutta la spesa dell'università di
fatto è diretta allo studente che frequenta, quindi il costo medio per
studente equivalente a tempo pieno non è di 5 euro, ma di 10. Per
mancanza di informazioni, tuttavia - prosegue impietosamente Perotti -,
il dato italiano si riferisce alla spesa media per studente iscritto,
quindi attribuendo il peso intero anche agli studenti fuori corso e
agli studenti inattivi, cioè che non danno esami" (pp. 37-38).
La differenza non è di poco conto in quanto nel nostro Paese circa la
metà degli iscritti è fuori corso e un buon quarto non ha dato neanche
un esame. Se quindi si utilizzasse il coefficiente fornito dallo stesso
Miur per il 2003 (mancando i dati per gli anni successivi) "la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia"
(p. 38, il grassetto è mio). Se poi volessimo utilizzare come
indicatore non la spesa annuale per studente ma quella per studente
durante la durata media effettiva degli studi, non potremmo non
constatare con desolazione che l'Italia spende più della media Ocse e
più di Francia e Regno Unito.
[...]
dati
della Banca d'Italia alla mano, in Italia solo l'8 per cento degli
studenti universitari proviene dal 20 per cento più povero della
popolazione mentre negli Stati Uniti la percentuale è del 13.
L'università italiana, dunque, è più classista di quella statunitense. "in Italia le
remunerazioni medie e massime di ricercatori e professori associati
sono superiori. Sono invece inferiori quelle minime, e quasi certamente
quelle massime degli ordinari", in quanto in Gran Bretagna "c'è la possibilità di retribuire molto le superstar di ciascuna
disciplina" (p. 41).
Non
è dunque, in Italia, "l'ammontare totale per studente, o la
remunerazione media dei docenti, che è insufficiente; è la sua
distribuzione e la sua progressione che sono perverse. In Italia si
pagano pochissimo i ricercatori appena entrati nell'università, cioè i
più giovani e motivati, ma c'è una progressione stipendiale velocissima
per effetto della sola età, che porta gli stipendi medi e massimi a
essere ben superiori a quelli britannici" (p. 42).

Concludo con un'altra osservazione, negli anni recenti l'universita' italiana e' cambiata radicalmente, nel 2000 laureava solo il 20% della popolazione giovane, nel 2006 e' arrivata al 39%, nella media OCSE. Il cambiamento e' frutto della riforma 3+2, cioe' significa che ora abbiamo il doppio dei laureati ma la loro qualita' e il numero di anni di universita' e' molto inferiore. Alcuni dei laureati inclusi nel 39% sono "scandalosi" come vedo alcune inchieste stanno mostrando.

A mio parere i confronti piu' adeguati non sono quelli sulla spesa per studente, ma quelli della spesa per laureato.  Occorrerebbe valutare anche la qualita' dei laureati, e anche "pesare" ogni laureato per il numero di anni del suo corso di laurea. In questo genere di confronti, ritengo che la spesa per laureato in Italia fino al 2000 e' stata quasi certamente ai vertici mondiali (0.8% del PIL contro 1.1-1.3 di Germania-Francia, a fronte di un numero nettamente inferiore di laureati in rapporto alla popolazione giovanile), ma questo dato sta evolvendo rapidamente verso la media europea e oggi ritengo che il problema principale oggi sia valutare il livello di preparazione dei laureati e premiare o punire le universita' in base al prodotto di numero di laureati per la loro qualita' media. Ovviamente lo Stato italiano non sta facendo nulla del genere e temo non ne sara' mai capace, e' un problema di serieta' delle elites culturali italiane, in fin dei conti, e la loro qualita' e' quella che e', di certo non la si cambia radicalmente per legge.

Il libro di Perotti l'ho finito ieri ed è assolutamente chiaro, accurato e convincente. La tesi fondamentale è che solo un'iniezione di competitività autentica - ovvero, non l'emulazione di meccanismi competitivi ottenuta tramite il maquillage di aspetti marginali dell'attuale sistema - è in grado di salvarci. Si tratta di una vera e propria rivoluzione liberale che difficilmente incontrerà il consenso di un governo insensibile, di una classe professorale sclerotizzata e di un'opposizione schierata a difesa acritica dello status quo. La concorrenza, qui in Italia, scontenta tutti.

Eppure nella nota tecnica allegata al rapporto OECD del 2008, che si trova in  http://www.oecd.org/dataoecd/8/26/41271828.pdf i tecnici dell'OCSE sostengono di calcolare le spese per studente universitario "over the duration of the studies", e che è per questo che la mancata distinzione tra studenti a tempo pieno e studenti a tempo parziale per Austria, Germania e Italia è ininfluente. Se è così non dovrebbe essere lecito applicare il coefficiente di riduzione (credo circa 0,5) sul numero di studenti proposto dal cnvsu nel 1983. Penso anch'io che avrebbe comunque più senso calcolare e paragonare il costo dei laureati. Ma anche in questo caso ci troveremmo a considerare un difficile confronto tra sistemi molto diversi tra loro, per di più con l'Italia che è ancora in mezzo al guado tra vecchio e nuovo ordinamento.

A proposito di costi dell'istruzione non posso trattenermi dal riferire (con beneficio di inventario) che ieri la giornalista Gabbanelli nella tramissione televisiva "Report" ha indicato la cifra di 8 miliardi come totale dei contributi dello stato italiano e dell'europa per finanziare la "formazione professionale" gestita da regioni, sindacati, confindustria e imprese. La formazione, per intenderci dei barbieri e delle estetiste. Mi sembra di ricordare che lo FFO dell'università nel 2005 era 6,9 miliardi.

Eppure nella nota tecnica allegata al rapporto OECD del 2008, che si trova in  http://www.oecd.org/dataoecd/8/26/41271828.pdf i tecnici dell'OCSE sostengono di calcolare le spese per studente universitario "over the duration of the studies", e che è per questo che la mancata distinzione tra studenti a tempo pieno e studenti a tempo parziale per Austria, Germania e Italia è ininfluente.

Le parole esatte, che hai gia' riportato se ricordo bene in un precedente intervento sono:

Austria, Germany and Italy: No distinction is made between part-time and full-time studies at the university level. However, for expenditure over the duration of studies the effect balances out, since reporting part-time students as full-time students leads both to an underestimate of annual expenditure and to an overestimate of the duration of studies.

Secondo me cio' significa che l'effetto si equilibra solo per le spese totali lungo tutta la durata degli studi. Non leggo alcuna affermazione che tutti i dati di spesa per studente riportati sono "cumulati" sulla durata degli studi. Piuttosto, leggendo i dati riportati sulla spesa per studente, si legge quasi ovunque "spesa annuale per studente" e solo su un'unico grafico (Chart B1.5), per il quale non sono riportati i dati numerici, si legge "spesa per studente cumulata sulla durata media della sua presenza nell'universita' (Cumulative expenditure on educational institutions per student over the average duration of tertiary studies)".

Ritengo quindi che i dati sulla spesa annuale per studente, che non erro sono quelli riportati in qualche mozione ed appello contro la riduzione del finanziamento universitario, siano viziati dall'abnorme numero di studenti fuoricorso presenti nel sistema universitario italiano, e che R.Perotti abbia ragione a correggerli per questo effetto. Riguardo all'unico grafico con i dati "cumulati", l'Italia ha una spesa cumulata inferiore alla media, tuttavia tenendo conto del minore PIL pro-capite italiano rispetto alla Francia mi sembra che la spesa italiana possa essere paragonabile alla spesa francese.

In questi confronti va anche tenuto presente che il confronto piu' appropriato non e' sulla spesa, per quanto questa sia calcolata a parita' di potere di acquisto (PPP), ma sulla percentuale del PIL effettivamente spesa. Ormai l'Italia e' uno dei Paesi piu' poveri d'Europa come reddito pro-capite PPP, la Spagna ci ha superati nel 2006 e la Grecia ci sta superando nel 2008, per cui non ci possiamo aspettare che possa spendere come Francia, Inghilterra, Germania e anche Spagna in dollari PPP, possiamo al piu' auspicare che spenda una frazione paragonabile del PIL.

 

Mi sembra che tu abbia ragione, la nota sull'effetto che "balances out" dovrebbe riferirsi solo ai dati cumulativi. Tuttavia la chart B1.5 con i dati cumulativi non conferma la tesi della prof.ssa Potestio secondo la quale spesa annuale per studente universitario italiano è inferiore solo a quella di SU, Svezia e Svizzera, e rende improbabile che si ottengano dati più rispondenti alla realtà moltiplicando per un fattore 2 le spese italiane e lasciando invariate quelle degli altri paesi (compresa Austria e Germania). La posizione dell'Italia nella chart B1.5 risulta ancora inferiore alla media OECD ed inferiore al valore mediano. Tra l'altro la chart B1.5 sembra indicare che i ritardi nel conseguimento degli studenti tedeschi siano maggiori di quelli degli studenti italiani (un dato che mi sembra abbastanza incredibile). Sia ben chiaro che io non ritengo "sottofinanziato" il sistema universitario italiano, e che considero comunque abbastanza inaffidabili confronti internazionali di sistemi così diversi. Come credo di aver già detto, in Italia, la maggior parte delle spese di ricerca per dei docenti universitari non passa per i bilanci delle università (INFN, INAF, CERN), e per contro molte spese sostenute dalle università si riferiscono all'assistenza ospedaliera e non all'insegnamento e alla ricerca. Infine è probabile che le spese italiane appaiano contenute perché spendiamo pochissimo (e malissimo) per il cosiddetto "diritto allo studio". 

Tuttavia la chart B1.5 con i dati cumulativi non conferma la tesi della prof.ssa Potestio secondo la quale spesa annuale per studente universitario italiano è inferiore solo a quella di SU, Svezia e Svizzera, e rende improbabile che si ottengano dati più rispondenti alla realtà moltiplicando per un fattore 2 le spese italiane e lasciando invariate quelle degli altri paesi (compresa Austria e Germania). La posizione dell'Italia nella chart B1.5 risulta ancora inferiore alla media OECD ed inferiore al valore mediano.

Riprendo questa vecchia discussione dopo che un commento recente a questo intervento mi ha fatto riflettere ulteriormente. Sono arrivato alla conclusione che la "chart" B1.5 e' compatibile con quanto afferma la prof.ssa Potestio (ritengo citando R.Perotti), cioe' che il costo per studente full-time-equivalent (FTE) dell'universita' italiana sia ai vertici mondiali, se si assume che tra le tante anomalie italiane ci sia anche quella di un piu' elevato tasso di abbandono dopo 1-2 anni dall'inizio degli studi, come ritengo sia vero.

Riassumendo, il costo per studente del sistema italiano nel rapporto OCSE 2008 e' tra i piu' bassi ma e' l'unico (con Austria e Germania) che usa al denominatore il totale degli studenti piuttosto del totale FTE.  Usando il dato 2003 del MIUR che stima che il totale FTE degli studenti sia circa 0.5 volte il totale numerico, si ottiene che il costo per studente italiano balza ai vertici mondiali.

Questa conclusione apparentemente viene messa in dubbio dal fatto che la "chart" B1.5 del rapporto OCSE 2008 riporta un costo per studente cumulato sulla durata degli studi basso e sotto la media OCSE per l'Italia. Il rapporto OCSE nota che per questa statistica l'effetto di non distinguere tra part-time and full-time si compensa.

Austria, Germany and Italy: No distinction is made between part-time and full-time studies at the university level. However, for expenditure over the duration of studies the effect balances out, since reporting part-time students as full-time students leads both to an underestimate of annual expenditure and to an overestimate of the duration of studies.

Ritengo che questa precisazione dell'OCSE sia sostanzialmente sbagliata, perche' considera solo il caso degli studenti part-time, diciamo al 50%, che completano gli studi in un tempo commisurato al minore impegno (e lavoro dell'Universita') quindi nel caso di part-time al 50% nel doppio del tempo.  Ma la "chart" B1.5 non riporta solo gli studenti che completano gli studi ma tutti, quindi anche quelli che abbandonano. Ora se prendiamo in considerazione le anomalie italiane abbiamo che rispetto all'estero ci sono molti piu' abbandoni (66% contro 33% prima del 3+2).  Parte di questi abbandoni notoriamente avvangono dopo il primo e il secondo anno. Inoltre, parte significativa degli studenti che abbandonano nei primi anni come i fuori-corso partecipano di fatto part-time, per es. lavorano oltre a studiare oppure frequentano poco e fanno pochi esami.  Se teniamo conto di questi elementi appena descritti e' facile comprendere come il costo cumulato sulla durata degli studi puo' essere basso in Italia nonostante sia ai vertici mondiali il costo per studente FTE: perche' molti studenti (io immagino 20-30%) frequentano solo 1-2 anni invece di 4-5. Inoltre piu' che in altri Paesi un numero maggiore di studenti, anche nei primi 4-5 anni frequenta in modo parziale.

In conclusione ritengo sia buona idea nel valutare costi e benefici in prima approssimazione dividere anno per anno il numero dei laureati diviso la spesa totale, come avevo proposto in passato.  Questa misura evita le discussioni sugli studenti a tempo parziale, gli abbandoni e cosi' via.  Un'approssimazione ancora migliore potrebbe essere dividere il numero dei laureati per la media della spesa totale nei 5 anni precedenti.

Io non ho ben capito come fa l'OCSE a calcolare la spesa cumulativa (non ho nemmeno tentato di capire). Non mi sembra però che il calcolo sia influenzato da un maggiore o minore tasso di abbandoni. Stiamo calcolando la spesa totale divisa per il costo cumlativo della laurea di uno studente. Gli studenti che escono dal sistema senza laurearsi non vengono contati nel denominatore (o non è così?). Devo dire che la discussione non mi appassiona. L'affermazione da me contestata della prof.ssa Potestio non è fondata, perché non viene applicato a tutti i paesi il metodo di calcolo dello studente equivalente a tempo pieno utilizzato per l'Italia. Questo calcolo fu inventato dal CNVSU per distribuire un (piccolo) incentivo finanziario: si volevano premiare le sedi che non favorivano i ritardi negli studi. Aveva senso quindi dire vi diamo un o' piu' di soldi ma solo in proporzione agli esami effettivamente superati dagli studenti. Nessuno ha mai pensato che potesse essere utilizzato per confronti internazionali. Meno che mai utilizzando il calcolo del 2003, quando non era ancora in vigore il nuovo sistema del 3+2, che in effetti ha portato a qualche miglioramento. Applicare il coefficiente di circa 0,5 per ridurre il numero degli studenti significa considerare a tempo parziale il 95% dei laureati del vecchio ordinamento, compresi i 3-4 migliori laureati in Fisica di Roma1, la cui laurea (mai presa in meno di cinque anni) era sostanzialmente equivalente ad un dottorato, ad esempio francese. Solo chi è abituato ad utilizzare i dati statistici come strumento retorico può pensare di utilizzare questo calcolo in un confronto internazionale.  Il calcolo e il confronto fatto dall'OCSE con la spesa cumulativa non è certamente oro colato, e sarebbe errato utilizzarlo come strumento retorico. Ci sono molte ragioni che rendono il confronto disomogeneo, principalmente la diversa classificazione delle spese, comprese le spese di ricerca dei docenti universitari, che in Italia sono in massima parte a carico degli istituti nazionali e non entrano nei bilanci universitari, o le spese per i policlinici a gestione diretta (compresi gli stipendi di infermieri e ausiliari), che in Italia gravano sul bilancio universitario, o le spese per borse di studio che rimborsano le alte tasse universitarie, di molte università americane (una spesa che in Italia apparirebbe una partita di giro). Certamente, anche con il 3+2 l'Italia ha un alto tasso di abbandoni. Tuttavia, se si parla di "postsecondary" education che comprende i "community colleges" anche il sistema pubblico della California ha un alto tasso di "abbandoni". Gli abbandoni (veri e propri o mancato conseguimento di un BA in altra istituzione) sono concentrati nelle istituzioni che non prevedono una selezione per l'ammissione, cioè i community colleges. Un tasso di abbandoni abbastanza alto è inevitabile se tutti gli "high school graduates" vengono ammessi senza alcuna selezione all'università.

Io non ho ben capito come fa l'OCSE a calcolare la spesa cumulativa (non ho nemmeno tentato di capire). Non mi sembra però che il calcolo sia influenzato da un maggiore o minore tasso di abbandoni. Stiamo calcolando la spesa totale divisa per il costo cumlativo della laurea di uno studente.

Non ho letto (e non so se e' documentata nel rapporto) la definizione di spesa cumulativa, ma a mio parere non puo' essere altro che la media della spesa per studente cumulata per tutto il tempo di iscrizione al sistema, indipendentemente se ha preso la laurea o no. Questa media verrebbe ridotta dagli studenti che abbandonano precocemente.

Applicare il coefficiente di circa 0,5 per ridurre il numero degli studenti significa considerare a tempo parziale il 95% dei laureati del vecchio ordinamento, compresi i 3-4 migliori laureati in Fisica di Roma1

In un sistema dove, prima del 3+2, il 66% degli iscritti al primo anno non si laurea per abbandoni precoci e per ridotta frequenza e partecipazione agli esami non mi sembra irrealistico stimare che gli studenti FTE siano il 50% del totale degli iscritti.

Ci sono molte ragioni che rendono il confronto disomogeneo ...

OK d'accordo tutti questi confronti sono terribilmente superficiali, ma secondo me ci sono indizi concordanti di uno spreco di soldi pubblici nel rapporto tra risultati e costi in Italia.

Tuttavia, se si parla di "postsecondary" education che comprende i "community colleges" anche il sistema pubblico della California ha un alto tasso di "abbandoni".

Osservazione interessante, confermata dal rapporto OCSE (Chart A4.1): anche negli USA gli abbandoni sono elevati, la percentuale 2005 e' solo poco inferiore all'Italia (52% vs. 53% a occhio). l'Italia e' il peggiore paese del mondo per questo indicatore, Francia e Germania sono sul 21-24%.  Interessante anche l'osservazione che gli abbandoni USA sono piu' elevati dove non ci sono prove di ingresso.

Il problema non è se il coefficiente di 0,5 (o 0,48), applicato agli studenti iscritti, rifletta la realtà dell'università italiana prima del 3+2 sul problema dei ritardi. A mio parere (anche come coinventore di questo coefficiente) è che la rifletta e che, nel 2003, potesse ragionevolemnte essere usato per distribuire un modesto incentivo alle università, per incoraggiarle a limitare i ritardi. Non credo però che sia lecito utilizzarlo in un confronto internazionale del 2007, senza applicare lo stesso calcolo agli altri paesi. E' quello che fa la prof.ssa Potestio, ed è quello che fanno molti altri, citando senza averlo letto accuratamente, il libro di Roberto Perotti. Anche gli altri paesi hanno ritardi negli studi di studenti che si dichiarano a pieno tempo. E allora perché applicare questa drastica riduzione del numero degli studenti solo all'Italia? Ho finalmente trovato un documento affidabile per la California, dove non solo si danno cifre sbalorditive per i ritardi negli studi di studenti selezionati all'entrata (cioè California State Universities e University of California, e non i "community colleges", dove mi sarei aspettato i ritardi e gli abbandoni), ma si afferma che le cifre del National center for Education Statistics, quelle cioè che vengono comunicate all'OCSE indicano come studenti a tempo pieno quelli che si sono dichiarati tali al primo anno, ma che potrebbero non essere più a tempo pieno negli anni successivi, meno che mai si considerano a tempo parziale i ritardatari.

http://www.cpec.ca.gov/completereports/2006reports/WP06-02.pdf 

Credo che questo sia più o meno quello che avviene in tutti i paesi. E' per questo che considerare a tempo parziale il 95% dei laureati italiani non ha senso. Non perché non rifletta la realtà, ma perché non ha senso paragonato alle percentuali del 5-10% di studenti a tempo parziale dichiarati da altri paesi. D'accordo che i fondi nelle università italiane sono mal spesi. Prima di tutto per una pessima distribuzione delle risorse umane, ed i leggerissimi ed immeritati carichi didattici di molti docenti. Ma non saranno confronti internazionali sballati ad aiutare a migliorare la situazione. La prima cosa che farei è comunque quella di scorporare le spese delle facoltà di medicina e dei policlinici da quelle delle altre facoltà. In secondo luogo (e solo in secondo luogo si potrà fare) fornirei criteri di risparmio basati su una migliore e più intensa utilizzazione dei docenti. Ad esempio l'eccesso di docenti di chimica fisica e matematica nelle facoltà di scienze dovrebbe andare ad insegnare nelle facoltà di farmacia ed ingegneria, superando le assurde divisioni di facoltà.

 

 

 

Il problema non è se il coefficiente di 0,5 (o 0,48), applicato agli studenti iscritti, rifletta la realtà dell'università italiana prima del 3+2 sul problema dei ritardi. [...] Non credo però che sia lecito utilizzarlo in un confronto internazionale del 2007, senza applicare lo stesso calcolo agli altri paesi.

OK, la tua strenua battaglia contro questo coefficiente mi ha sostanzialmente convinto. Effettivamente e' irrealistico che i vari Paesi abbiano usati criteri rigorosamente uniformi per valutare il tempo equivalente medio degli studenti iscritti. Oltre a questo, i dati italiani (e tedeschi e austriaci) non sono stati nemmeno usati e cio' indica che gli esperti OCSE li hanno ritenuti ancora piu' difformi (o semplicemente non disponibili).

Ho finalmente trovato un documento affidabile per la California, dove non solo si danno cifre sbalorditive per i ritardi negli studi di studenti selezionati all'entrata (cioè California State Universities e University of California, e non i "community colleges", dove mi sarei aspettato i ritardi e gli abbandoni), ma si afferma che le cifre del National center for Education Statistics, quelle cioè che vengono comunicate all'OCSE indicano come studenti a tempo pieno quelli che si sono dichiarati tali al primo anno, ma che potrebbero non essere più a tempo pieno negli anni successivi, meno che mai si considerano a tempo parziale i ritardatari.

http://www.cpec.ca.gov/completereports/2006reports/WP06-02.pdf 

Credo che questo sia più o meno quello che avviene in tutti i paesi.

Credo che questa conclusione sia ragionevole.  Piu' probabilmente ancora i criteri saranno diversi tra i vari paesi.

D'accordo che i fondi nelle università italiane sono mal spesi. Prima di tutto per una pessima distribuzione delle risorse umane, ed i leggerissimi ed immeritati carichi didattici di molti docenti. Ma non saranno confronti internazionali sballati ad aiutare a migliorare la situazione. La prima cosa che farei è comunque quella di scorporare le spese delle facoltà di medicina e dei policlinici da quelle delle altre facoltà. In secondo luogo (e solo in secondo luogo si potrà fare) fornirei criteri di risparmio basati su una migliore e più intensa utilizzazione dei docenti. Ad esempio l'eccesso di docenti di chimica fisica e matematica nelle facoltà di scienze dovrebbe andare ad insegnare nelle facoltà di farmacia ed ingegneria, superando le assurde divisioni di facoltà.

Sono d'accordo sui carichi didattici e sullo scorporo della sanita' universitaria.  Riguardo l'organizzazione della didattica, condivido sostanzialmente la proposta di Universitas Futura di incentrare l'autonomia e la responsabilita' non solo della ricerca ma anche per quanto possibile della didattica sui Dipartimenti, proposta che appare compatibile e sinergica a quanto proponi.

 

Rnvio a: Re(2): costi del sistema universitario italiano rispetto al resto del mondo (rapporto OCSE 2008) di Luca Tedesco, 23 Gennaio 2009, 13:46

 

 

 

 

Premesso, senza piaggeria, che quanto scritto da Lei e da Figà-Talamanca in questo sito è quanto di più interessante ho trovato sull'argomento le segnalo quanto sotto:

 

Annex 3, Indicator B1 (Education at glance 2008):

 

<For both methods, the result does not give the average duration needed for a student to graduate since all students participating in tertiary education are taken into account, including dropouts. Hence, the figure can be interpreted as the average length of time during which students stay in tertiary education until they either graduate or drop out.

 

However, in the case of countries with low dropout rates (see Indicator A2), the result can serve as a good proxy for duration until graduation.

 

The estimates of cumulative expenditure on education over the average duration of tertiary studies were obtained by multiplying annual expenditure per student by an estimate of the average duration of tertiary studies>>.

Nella spesa cumulativa l'Ocse, quindi, come supponeva lei, calcola anche gli abbandoni.

[...]Annex 3, Indicator B1 (Education at glance 2008):

<<For both methods, the result does not give the average duration needed for a student to graduate since all students participating in tertiary education are taken into account, including dropouts. Hence, the figure can be interpreted as the average length of time during which students stay in tertiary education until they either graduate or drop out.

However, in the case of countries with low dropout rates (see Indicator A2), the result can serve as a good proxy for duration until graduation.

 The estimates of cumulative expenditure on education over the average duration of tertiary studies were obtained by multiplying annual expenditure per student by an estimate of the average duration of tertiary studies>>.

Nella spesa cumulativa l'Ocse, quindi, come supponeva lei, calcola anche gli abbandoni.

Caro Luca, grazie per aver trovato e riportato queste informazioni che chiariscono il significato dei dati OCSE.

Nota a margine: se hai tempo ti suggerisco di modificare due dei tre commenti quasi identici che hai inserito per replicare a diversi messaggi della stessa discussione per sostituirli con l'espressione "ho replicato in questo commento della stessa discussione" e inserendo di seguito il link al rimanente commento.

Non capisco.

Secondo la rielaborazione di Perotti, la spesa annuale per studente in Italia per l'istruzione terziaria, in quanto i dati Ocse non distinguono tra studenti a tempo pieno e studenti a tempo parziale, è la più alta al mondo dopo Usa, Svezia e Svizzera (e forse dopo anche Germania e Austria, perché anche queste non distinguono tra tempo pieno e parziale).

Però la spesa cumulata per studente per l'Italia sarebbe più bassa, spesa cumulata ottenuta dalla moltiplicazione della spesa annuale per studente per la durata degli studi. In quest'ultimo caso, infatti, la distinzione tra tempo pieno e tempo parziale perderebbe di significato. E perché? nella moltiplicazione la spesa annuale per studente non andrebbe prima corretta secondo il coefficiente Miur di cui Perotti parla?

Attendo lumi.

Però la spesa cumulata per studente per l'Italia sarebbe più bassa, spesa cumulata ottenuta dalla moltiplicazione della spesa annuale per studente per la durata degli studi. In quest'ultimo caso, infatti, la distinzione tra tempo pieno e tempo parziale perderebbe di significato. E perché?

L'universita' deve (dovrebbe) portare alla laurea, questo puo' avvenire poniamo in 4 anni con uno studente attivo a tempo pieno, oppure in 8 anni con uno studente a tempo parziale che frequenta meta' delle lezioni e fa meta' degli esami, anno per anno. Ogni sistema universitario include studenti part-time (fuori corso, lavoratori) in misura diversa, per cui se si vuole confrontare la spesa annuale occorre correggere per il part time: un anno di studente al 50% vale meta' di uno al 100%. Se pero' si considera la spesa cumulata sulla intera durata degli studi, allora non ha piu' importanza distinguere tra studenti part time e full time, la spesa per laureato diventa un numero su cui e' possibile confrontare equamento sistemi diversi, anche per la frazione dei part-time - se si assume che "durata" sia il tempo per arrivare alla laurea.

Ora che ritorno su questo tema, mi rendo conto di qualcosa che potrebbe spiegare i dati discussi: nel caso italiano in particolare c'e' una frazione abnorme di abbandoni, per cui la spesa per studente cumulata sulla durata degli studi viene ridotta dall'elevato numero di studenti che lascia dopo 1 o 2 anni. Cio' mi convince ancora di piu' di quanto ho gia' scritto, e cioe' che la misura importante e' il costo dell'universita' per laureato, che puo' essere fatto in prima approssimazione sulla spesa annuale, e non dipende dalla frazione dei part-time.  Per quasta misura l'Italia si trova ai vertici mondiali sicuramente prima dell'introduzione del 3+2, meno ora ma mi riprometto di elaborare una tabella.

Concludo con un'altra osservazione, negli anni recenti l'universita'
italiana e' cambiata radicalmente, nel 2000 laureava solo il 20% della
popolazione giovane, nel 2006 e' arrivata al 39%, nella media OCSE.

Leggo sul Corriere della Sera di oggi 4 novembre, pag. 42, che R.Abravanel (vedi articolo su www.meritocrazia.com) afferma che i dati sui laureati in Italia sono fasulli perche' vengono contate per lo stesso studente due lauree se ha ottenuto sia la laurea triennale sia quella specialistica. Se e' vero, quanto ho affermato sopra basandomi sui dati di "education at a glance 2008" non e' piu' corretto.

Segnalo che secondo Alessandro Figà Talamanca sul Corriere della Sera del 8/11/2008 il doppio conteggio sottolineato da R.Abravanel esiste ma i suoi effetti sono limitati, e riducolo del 25% la percentuale dei 25enni che nel 2007 hanno conseguito la laurea triennale.  Nel 2006 (includendo il doppio conteggio, di cui e' responsabile il MIUR) la percentuale riportata dal rapporto OCSE 2008 era 39%. Cito:

STATISTICHE

Conteggio dei laureati

Caro Romano, ha ragione Roger
Abravanel, quando parla di «statistiche fasulle» che contano due volte
alcuni laureati italiani. Così fanno ad esempio le statistiche Ocse per
esigenze di omogeneità con altri Paesi. Tuttavia anche i dati corretti
mostrano che i laureati in Italia sono proprio tanti. Calcolando solo
le «prime lauree» i laureati del 2007 sono 243.000. Anche sottraendo da
questa cifra i laureati ritardatari del vecchio ordinamento, restano
180.000 prime lauree del nuovo ordinamento in un anno. Poiché i
venticinquenni sono all' incirca 600.000, questo significa che il
sistema sta laureando un terzo della popolazione di riferimento.
Quaranta anni fa i laureati erano il 5,7% dei loro coetanei. Gran parte
della crescita è avvenuta negli ultimi dieci anni. Siamo sicuri di
voler accelerare questo processo?

Alessandro Figà Talamanca Sapienza
Università di Roma

Questi numeri non mi convincono per nulla. Credo che andrò a verificare alla fonte. Da' per caso dei riferimenti sulla loro provenienza?

Ne' Abravanel ne' Figa' Talamanca nei pezzi che ho letto citano esplicitamente le fonti.

Può ben essere che  [...] Può
essere che i calcoli fatti [...] questo
dovrebbe essere argomentato e le eventuali correzioni dovrebbero essere
applicate ai dati di tutti i paesi.

A mio avviso Perotti i calcoli li fa e li documenta nel suo libro. Mi sembra invece che chi continuamente mette in dubbio quei calcoli senza argomentare il perché e senza produrne di alternativi e meglio concepiti, dovrebbe provare a ... farli, i calcoli intendo. 

QUI

Se davvero pensavano di farla franca nominando una laureata in lettere alla cattedra di medicina legale, allora la situazione non è grave, è semplicemente irreparabile. 

La faranno franca, come sempre. La magistratura non puo' nulla come al solito.

Plus, è veramente un segnale pessimo che a queste cose sia necessario mettere mano per via giudiziaria. Francamente, che ne sanno i giudici di chi è più qualificato? E perché non potrebbe succedere che un laurato in lettere diventa bravo in medicina legale (non sto suggerendo che questo sia il caso)? Io di economisti molto in gamba con una laurea in filosofia ne conosco.

La verità è che a me sembra che in tutta questa faccenda del nepotismo e dei parenti l'opinione pubblica stia, per l'ennesima volta, traendo le conclusione sbagliate. Ossia, ci sono un po' di furfanti che fanno i loro comodi, facciamo intervenire la magistratura e il problema è risolto. In altre parole, more command and control. A nessuno (con le dovute eccezioni, Perotti è la più luminosa) sembra venire in mente che il problema sia la mancanza di incentivi a produrre didattica e ricerca di qualità. 

Condivido: è la solita pratica consolatoria e controproducente.

Ma se, in rapporto al numero di studenti equivalenti a tempo pieno, le risorse complessive attribuite al sistema universitario non sono sottodimensionate, problemi seri sorgono dalla loro distribuzione e dal loro utilizzo.

Una nota concettuale: è poco appropriato parlare di distribuzione ed utilizzo di risorse quando la struttura stipendiale e in definitiva lo "stato giuridico" dei docenti è determinato dalla legge. In questa situazione le Università non possono autonomamente cambiare questo stato di cose. Inoltre, e per contrasto stridente, il corpo docente non "sente" affatto sulla propria pelle questa limitazione di risorse dal momento che l'"incardinamento" alla legge nella forma del più puro funzionariato pubblico lo proteggerà anche nei confronti di una situazione di dissesto della propria Università. E infatti si continuano a fare bandi, nel più puro stile dell'Allegoria di un naufragio, senza che i "responsabili" pensino di dover pagare in prima persona, con una limitazione di stipendio, la quota di rischio - tanto un Pantalone si troverà sempre.

RR   

Antonelli :

Mi sembra difficile credere .. che la spesa annuale per
studente in Italia sia fra le piu` alte al mondo. Davvero? Ma se
l'Italia spende in ricerca meno di un punto di pil, a fronte del 3-6%
delle varie democrazie occidentali.

La spesa in ricerca, in rapporto
al PIL, e il finanziamento dello stato alle università pubbliche, in rapporto
al numero di studenti, sono cose diverse, i cui confronti internazionali
possono pertanto dare esiti diversi. Lo stato finanzia la ricerca non
solo attraverso i finanziamenti all’università pubblica e la ricerca non è
ovviamente finanziata solo dallo stato.

 JB:

Senza offesa ma sia tu che Perotti (almeno nei primi 2/3 del libro dato
che ancora non ho finito di leggerlo) fate un errore abbastanza
macroscopico: confondete i soldi per la didattica con i soldi per la
ricerca.

E’ un po’ grossa, eh? Ci
rifletterò. Non so Perotti, ma io prometto di farlo.

... il tuo ragionamento sul fatto che il blocco del turn-over
sia tutto sommato una cosa buona e giusta mi lascia estremamente
perplesso.

Il blocco del turnover  è una misura drastica, che impone subito
razionalizzazioni, delle quali credo vi sia un gran bisogno. Ma questa misura
deve essere accompagnata da un ampia opera di riforma dell’università. Cruciale
è la revisione dei meccanismi di finanziamento degli atenei. Se sarà impostata
su un sistema di incentivi e, per farla breve, di premi al merito e se questo
sistema sarà applicato correttamente, le penalizzazioni di una generalizzata
riduzione del FFO saranno in realtà molto diverse nei singoli atenei.

 Figà Talamanca:

Può ben essere che la spesa annuale per studente in Italia risulti la
più alta del mondo, dopo USA, Svizzera e Svezia. Però bisognerebbe
chiarire su quali calcoli si basa questa affermazione.

Nel libro che ho citato Perotti
lo chiarisce, praticamente con le stesse parole della lunga citazione di
Lusiani nel commento successivo: egli applica “il coefficiente di .483 fornito
dal MIUR per il 2003 (non vi sono dati per gli anni successivi) per convertire
il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo
pieno”. In rapporto a quest’ultimo numero, e dunque correggendo la Tavola B1 di Education at
a Glance - 2007, la spesa italiana risulta tra le più alte dei paesi OCSE
(L’università truccata, pagg. 35-38).

Devo aggiungere, però, che ho un po’ l’impressione di una qualche
forzatura in questo spigolosetto dibattito sulla spesa per studente, di una una sorta, insomma,
di dialogo tra sordi. Perotti scrive nel libro: “Questi confronti
internazionali vanno comunque presi con molta cautela, perché è praticamente
impossibile assicurarsi che per ogni paese si prendano in considerazione
esattamente gli stessi tipi di studenti e le stesse spese.” (pagg. 39-40). E
Figà Talamanca, nel commento a me, scrive:

Sia ben chiaro che io non ritengo "sottofinanziato" il sistema
universitario italiano, e che considero comunque abbastanza
inaffidabili confronti internazionali di sistemi così diversi.

E allora? Non sembra più
ragionevole vedere nei calcoli di Perotti una utilissima indicazione di uno
stato dei finanziamenti all’università sicuramente assai meno drammatico
di quanto emerge dalla Tavola B1 di Education at a Glance?

 

 

Renzino l'Europeo:

Una nota concettuale: è poco appropriato parlare di distribuzione ed
utilizzo di risorse quando la struttura stipendiale e in definitiva lo
"stato giuridico" dei docenti è determinato dalla legge.

Lo stato giuridico è
naturalmente importante, ma la mia denuncia è molto forte anche fermo
restando l'attuale stato giuridico. Ribadisco solo che la distribuzione del FFO
tra gli atenei è stata sempre fatta sostanzialmente sul pessimo criterio della spesa
storica. Anche con lo stato giuridico che abbiamo si poteva distribuire l’FFO utilizzando, in misura significativa,
criteri diversi. Per quanto riguarda l’utilizzo del FFO nei singoli atenei, la
scelta di impegnare gran parte delle risorse disponibili per avanzamenti di
carriera (di nuovo, fermo restando lo stato giuridico) è stata una politica
alquanto discutibile. Molte altre cose si potevano fare con quelle risorse, di
nuovo fermo restando lo stato giuridico.

 

 

p

 

Oggi ha deciso di farsi notare Piero Ostellino con una pessima column dall'ancor più incredibile titolo: "Il nuovo pericoloso slogan: risparmiare!"

Sì, sì, avete letto bene, guardare per credere !!!

Ma - dico io - ormai è difficile anche tenere un argine almeno minimale sulla logica in questo Paese !!!

Considerato che il primo decreto Gelmini-Tremonti (il 133) prevede tagli seri nei prossimi anni, e poichè è notorio che quasi il 90% del Fondo di Finanziamento Ordinario se ne va in stipendi, è chiaro che se c'è un capitolo dove bisogna intervenire in qualche modo è quello della spesa in personale. Ma cosa fa irritare Ostellino (e i sindacati)?? Il fatto che una previsione del 133 consenta di mettere a riposo ricercatori che abbiano maturato 40 anni di contributi, anche prima di aver raggiunto i 65 anni dell'età ordinaria di pensionamento. All'art. 72 si legge:

11. Nel caso di compimento dell'anzianità massima contributiva di 40 anni del personale dipendente, le pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 possono risolvere, fermo restando quanto previsto dalla disciplina vigente in materia di decorrenze dei trattamenti pensionistici, il rapporto lavoro con un preavviso di sei mesi. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sentiti i Ministri dell'interno e della difesa sono definiti gli specifici criteri e le modalità applicative dei principi della disposizione di cui al presente comma relativamente al personale dei comparti sicurezza e difesa, tenendo conto delle rispettive peculiarità ordinamentali. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano a magistrati e professori universitari.

Ora, la cosa curiosa è che, a ben vedere, dei ricercatori che abbiano maturato 40 anni di contributi, restando ancora ricercatori, ce ne saranno pochetti. Ci sono anche un po' di assistenti (ruolo ad esaurimento, dal 1980) ma neanche tanti, 464 pare, di cui pero' non saprei dire quanti con 40 anni di contributi - non la maggioranza, direi. Comunque il Soccorso delle Pantere Grigie è già in arrivo. All'interno di un provvedimento generale sul pubblico impiego che sta viaggiando ora in Parlamento era stato già inserito un articolo che emendava il 133 inserendo fra le eccezioni, oltre i professori (che per la maggior parte hanno un pensionamento a 70 anni + 2-3 anni a discrezione) anche i primari ospedalieri:

3. Al comma 11 dell’articolo 72 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: « e ai primari ospedalieri ».

I sindacati vorrebbero mettervi anche ricercatori e assistenti. Ostellino invece fa un fritto misto ideologico, e paventa anche l'intervento sui docenti (esclusi, come detto). Ma i ricercatori e gli assistenti, se sono ancora in quel grado a quasi 65 anni con 40 anni di contribuzione, molto probabilmente non sono proprio delle personalità accademicamente sfolgoranti (N.B. che le valutazioni sono sempre e comunque personali, ma qui si ragiona in termini di "possibilità" per l'Amministrazione, non di obbligo).

Forse che il 74-enne opinionista del Corriere abbia intravisto in questa novella un pericolo per tutti gli inerziali babbioni che, con lauti stipendi, rimangono seduti sul proprio scranno senza combinare granchè?

RR 

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