Recensione di "Toghe Rotte" di Bruno Tinti

5 novembre 2007 alberto bisin
Interessante saggio quasi in forma di racconto sulla giustizia in Italia. Triste, forse un po' di parte, ma molto informativo e di piacevole lettura.

Il titolo completo è Toghe Rotte: La Giustizia Raccontata da Chi la Fa. Sul
frontespizio il libro appare "a cura di" Bruno Tinti, anche se gli
altri autori sono anonimi. Bruno Tinti è Procuratore aggiunto a
Torino. La casa editrice è Chiarelettere e il libro esce con una
prefazione di Marco Travaglio.

L'ho letto (grazie a mio padre che me lo ha prontamente mandato) perché ho visto l'autore a una trasmissione di Santoro e mi è parso che, nonostante il livello della discussione nella trasmissione non incentivasse ragionamenti intelligenti, Tinti dicesse cose sensate in modo pacato e con una dose piacevole di ironia. 

Il libro non smentisce affatto l'impressione che ho avuto ascoltando l'autore. E' strutturato in due parti. La prima contiene divertenti vignette, racconti brevi, sulla vita professionale di un giudice. La prima di queste vignette, "Domani  sono di turno", racconta l'inutilità del lavoro burocratico cui un giudice è costretto nel caso di denunce per reati di poco conto. L'esempio nella vignetta è quello dell'immigrato fermato dalla polizia a guidare in stato di ubriachezza. Il giudice è costretto, a causa della obbligatorietà dell'azione penale, a istruire il processo che sarà prescritto con certezza (95% dei processi istruiti finisce in prescrizione, si dice nel libro). Nell'introduzione, Marco Travaglio riassume la vignetta come una rappresentazione della giustizia attraverso due metafore simili, un po' ovvie forse, ma chiare: "una macchina per far circolare tonnellate di carte, dossier, faldoni, fotocopie, perizie, notifiche, da un posto all'altro", e "una macchina per tritare l'acqua" (questa è dovuta a Gherardo Colombo, apparentemente). 

Le altre vignette sono forse meno direttamente informative ma sono piacevoli e sempre interessanti: la storia del magistrato del Nord (chiedendo un cappuccino ottiene come risposta "vedo se trovo anche una fetta di panettone") che va regolarmente a far udienza alle Eolie, il racconto del processo per abuso edilizio e tutti i trucchi e i cavilli per ritardare e farla franca, la storia sul rapporto tra magistrati e avvocati, gli interessi collusivi tra magistrati incapaci e avvocati disonesti.

La seconda parte del libro contiene l'analisi: la giustizia non funziona e le cause stanno nella struttura della procedura penale. Per quanto utile, interessante e anche convincente, l'analisi delle cause del pessimo funzionamento della giustizia è poco motivata.

Ad esempio, il lamento primo è l'eccessivo garantismo manifestato nei troppi gradi di giudizio. Non solo i tre gradi (Tribunale, Appello, Cassazione) per sé, ma anche l'Udienza Preliminare, quasi un processo a sé, il Tribunale della Libertà, cui si può ricorrere in appello contro le decisioni del Giudice delle Indagini Preliminari (e vi si può ricorrere reiteratamente, cioè ad ogni nuova decisione), e poi il fatto che il giudizio di nullità della Cassazione in una parte del processo possa comportare il rifacimento dell'intero processo a partire dal grado in cui la nullità è stata verificata (come esempio si cita il processo a Sofri, ripetuto 15 volte). 

Il lamento sembra ragionevole. La cultura giuridica italiana è garantista, forse eccessivamente garantista, ma per prendere posizione su questo, cioè se le garazie siano eccessive e soprattutto quanto lo siano, c'è bisogno di una analisi ben più complessa con molti più dati e molto più sistematici, anche di confronto con sistemi giudiziari diversi dal nostro. Ad esempio, quanto meglio funziona la giustizia in Francia? La Francia ha impianto giuridico simile al nostro, per quanto ne so, ma apparati burocratici molto più efficienti. Un confronto sistematico con la Francia permetterebbe di capire meglio quanto il problema in Italia sia di cultura giuridica o piuttosto di governance del sistema, cioè di come siano scelti i magistrati, di come siano pagati, di come facciano carriera, di quanto siano importanti le correnti (che, come il libro ben argomenta, svolgono in tutto e per tutto le funzioni di sindacati e partiti interni - cioè, soprattutto, controllano la distribuzione dei posti tra membri). 

Più convincente, anche senza un'analisi sistematica, è l'altro lamento del libro, quello che il sistema della pena prevede tali e tante circostanze attenuanti da ridurre la pena spesso di oltre la metà. Apparentemente i giudici tendono a essere molto generosi con le attenuanti. Ad esempio, le "attenuanti generiche", cioè senza ragione alcuna, non si negano a nessuno. E poi ci sono le riduzioni di pena dovute alla Legge Gozzini, e all'indulto. Esistono anche le circostanze aggravanti, ma in pratica non si richiedono mai.

L'autore giudica anche molto severamente le varie possibilità di sostituzione della pena detentiva:  in pena pecuniaria, in libertà controllata, in semi-detenzione, in affidamento in prova al servizio sociale, in detenzione domiciliare, in semi-libertà. Giustamente, nota come queste possibilità riducano enormemente l'effetto deterrente della pena, specie per reati pecuniari o di bilancio, commessi da persone di statura sociale e finanziaria elevata. 

Infine, di questo abbiamo già detto, la combinazione tra obbligatorietà dell'azione penale, inefficienza tipica della pubblica amministrazione, e rapida prescrizione dei reati, è un meccanismo che distrugge la giustizia al proprio interno. Questo punto è fatto con grande chiarezza nel libro.

Ad un economista l'obbligatorietà dell'azione penale, cioè l'eliminazione della scelta razionale del pubblico ministero su come distribuire tempo e denaro tra le varie denuncie, pare una follia. Per quanto se ne capisca la funzione (impedire favoritismi di vario tipo, da quelli personali a quelli politici o ideologici), mi pare ovvio che la soluzione sta nei sistemi di incentivi cui il pubblico ministero è soggetto, dagli incentivi di carriera a quelli finanziari (o addirittura, come negli Stati Uniti, alla responsabilità nei confronti degli elettori). Nessuna analisi dell'obbligatorietà dell'azione penale è contenuta nel libro, purtroppo. Come funziona in sistemi giuridici diversi? (Il lettore interessato troverà alcune risposte qui ; apparentemente solo l'Austria richiede obbligatorietà dell'azione penale, mentre la Germania, il cui sistema giuridico in principio la richiede, la ha abbandonata in pratica per i reati minori). Ancora una volta, come funziona in Francia? Negli Stati Uniti non esiste alcuna obbligatorietà, come sanno coloro che vedono "Law and Order". Che effetti ha questo meccanismo? Genera distorsioni importanti nel tipo di reati che vengono perseguiti dai pubblici ministeri? (Alcune risposte qui.)

Per quanto non sappia nulla di procedura penale, e sono certo che coloro che ne sanno qualcosa troveranno ogni sorta di errori e imprecisioni nella mia recensione del libro, è da tempo che penso che il problema di governance del sistema della giustizia sia uno dei problemi più interessanti cui un economista, un "disegnatore di meccanismi", professione giustamente di moda di questi tempi, possa avvicinarsi. Ho letto questo libro con la speranza che mi portasse a capire i problemi della procedura penale come un economista "disegnatore di meccanismi" vorrebbe capirli. In questo il libro fallisce. Ma siamo tutti d'accordo che questo è probabilmente chiedere troppo. Ho comunque imparato tante cose sulla giustizia in Italia, senza mai annoiarmi un secondo. 

5 commenti (espandi tutti)

A me questa cosa dell'obbligatorieta' non ha mai convinto, e sarebbe interessante conoscere il parere di un "addetto ai lavori": cosa impedisce al giudice di compilare la cartella, soddisfacendo i requisiti minimi di legge per soddisfare l'obbligatorieta', e poi lasciarla ammuffire in un angolo ed usare il minuto successivo a studiare il caso che ritiene piu' importante? Un costo fisso c'e' sempre, perche' le denunce arrivano e bisogna in qualche modo catalogarle (magari anche informalmente o mentalmente) e decidere di non perseguirle, se del caso. Che i requisiti formali siano troppo gravosi e che debba essere il giudice ad aprire le pratiche ed inserirle nel computer piuttosto che un assistente legale si puo' discutere. Ma questo e' un problema di efficienza operativa (simile al fatto che in Italia quando vai dal dottore la pressione del sangue te la misura lui, invece che l'infermiera come negli USA), non dell'obbligatorieta' dell'azione penale, un concetto che secondo me e' piuttosto vacuo, una volta tenuto conto del fatto che in un giorno non ci sono piu' di 24 ore.

Vedete un po' di non toccare l' obbligatorietà dell' azione penale...altrimenti Travaglio!

Secondo me l' obbligatorietà dell' azione penale consente ai giudici di fare "politica giudiziaria". Detto più chiaro: di fare politica senza misurarsi con il voto.

Il rappresentante eletto non potrà mai indicare delle preferenze, indirizzare una seria politica giudiziaria. Per lui i magistrati avranno sempre una risposta di sicuro effetto: "ma io sono obbligato a battere tutte le piste!".


Dopodichè, visto che perseguire la totalità dei reati non è materialmente possibile, i singoli pubblici ministeri beneficeranno di una discrezione fattuale nello stabilire le priorità circa i reati da trattare e le persone da inquisire.

Apparentemente (dai racconti del libro, io non ne so altro, ma guarda anche il bel commento sotto di Sabino Patruno) l'ingolfamento dei tribunali si ha solo dalla soddisfazione dei requisiti minimi (cioe', ovvie che le cose minime le lasciano ammuffire). Certo che questo e' un effetto congiunto di i) obbligatorieta' e ii) inefficienza (e/o scarse risorse; o meglio scarso capitale e molto lavoro male incentivato). L'obbligatorieta'  per se' non e' il problema, quanto il fatto che non ci siano procedure differenziate, piu' semplici per i retai minori, in modo che i giudici possano spendere piu' del loro tempo sui reati maggiori. Tendo a essere d'accordo in principio che il legislatore piu' che il giudice dovrebbe decidere cosa e' minore e cosa e' maggiore, ma non c'e' nulla di male nel lasciare un po' (anche un bel po') di discrezionalita' al giudice (il legislatore non puo' legiferare condizionatamente alle varie variabili rilevanti) se si ha un sistama di incentivi per i giudici che funzioni (questione non facile questa, mi rendo conto, ma comunque la questione centrale; ammetterlo e' un primo passo; continuare a dirsi che e' difficile non e' utile).

In una vita precedente sono stato magistrato.


Per l'esattezza, dopo aver vinto il concorso nel 1989,  ho lavorato  per circa  un anno presso la procura della Repubblica presso la Pretura di Bari ed ho quindi toccato con mano la vita quotidiana di un magistrato alle prese con i reati "minori". La Procura era letteralmente inondata da notizie di reato realmente bagatellari: dalla emissione di assegni a vuoto, alle violazioni della normativa anti-infortunistica, agli infortuni sul lavoro veri e propri. Queste ultime voci in particolare - la cui repressione è e deve essere sacrosanta - a causa delle leggi sedimentatesi nel tempo, causavano l'apertura di fascicoli penali (destinati a chiudersi con l'archiviazione) anche sulla base del semplice referto dell'INAIL di "ipoacusia da rumore".


Anche i processi (parlo sempre dei reati minori) si sostanziavano in una sorta di catena di montaggio. Io in particolare ho seguito un bel po' di direttissime, vale a dire giudizi su persone colte in flagranza di reato e quindi quasi sempre scippatori, ladri d'auto ecc. Premesso che il 70-80% dei reati era legato all'uso di droga e che all'epoca non c'era ancora stato l'arrivo degli immigrati, quindi i delinquenti erano tutti "indigeni", la pena era il frutto di una trattativa con gli avvocati per raggiungere il "patteggiamento", con tanto di tariffario informale e quindi (all'epoca) circa sei mesi per uno scippo, otto per un furto in appartamento ecc. ecc.


Non mi sento però di imputare la crisi del sistema alla obbligatorietà dell'azione penale, che a mio parere è comunque una garanzia per il cittadino ed un vincolo per il magistrato, la vera zavorra è rappresentata dall'eccessivo numero delle ipotesi di reato. In Italia, ma il fenomeno è stato comune - sia pure in misura minore - anche all'estero, si è pensato in passato di perseguire penalmente situazioni la cui repressione può forse essere più utilmente affidata all'azione amministrativa.


Anzichè rendere discrezionale l'azione penale, è molto più "sano" dal punto di vista della politica criminale, sfoltire le ipotesi di reato, depenalizzando le fattispecie non più attuali o la cui sanzione penale è eccessiva e consentire così alle procure di concentrarsi sui reati veramente importanti. Oltretutto mi pare più giusto che sia il potere legislativo ad assumersi la responsabilità circa quali reati perseguire e quali no, invece di lasciare questa (pericolosa) discrezionalità ai magistrati.


Devo dire che dal punto di vista della depenalizzazione qualcosa si è cominciato a fare e l'emissione di assegni a vuoto (tanto per fare un esempio) oggi non è più reato ma solo sanzione amministrativa, solo che nel frattempo sono arrivati nuovi reati "ad ampio spettro", come ad esempio la normativa anti-droga o anti-immigrazione clandestina approvate dal precedente governo.


Non sta molto meglio (anzi sta decisamente peggio) la giustizia civile. Vi racconto la mia esperienza personale.


Nel 1995 sono entrati in vigore il giudice unico di primo grado ed il nuovo rito dei processi civili. Con l'occasione si pensò (1997) di istituire delle sezioni specializzate per lo smaltimento dell'arretrato dei Tribunali, disciplinato dal vecchio rito processuale. Tali sezioni dovevano essere affidate ad avvocati e, dato lo scarso entusiasmo da loro manifestato (leggi pochi volontari) il reclutamento come giudice onorario aggregato (GOA) fu esteso anche ai notai. Memore dei miei trascorsi, per sei anni ho cercato (spero senza fare grossi guai) di dare una mano al Tribunale di Macerata. I GOA previsti dovevano essere sei, ma per la maggior parte del tempo mi sono ritrovato solo soletto


Ora, dato il numero dei processi pendenti (molti risalenti agli anni '80) a considerando la mia produttività media annuale di 80-100 sentenze, avrei smaltito l'arretrato nel 2015 !

Questo post è vecchio, ma l'ho riletto dopo aver letto il secondo capitolo della telenovela di Axel.

Visto che si cita la Francia, segnalo che sulla situazione della giustizia in francia c'è un libro che ho trovato interessante: "Ces magistrats qui tuent la justice". A leggerlo, anche in Francia hanno i loro bei problemi (e per esperienza personale posso dire che anche lì le cause "civili" sono abbastanza lunghette).

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