Il PD e i salari

14 febbraio 2008 sandro brusco

Commento passo a passo un interessante articolo di Massimo Brutti apparso su L'Unità.

Credo valga la pena di leggere assieme l'articolo di Massimo Brutti, senatore uscente ed esponente di spicco del PD,
poiché è una interessante mistura delle idee che si agitano nel Partito
Democratico, alcune giuste, altre sbagliate, quasi tutte confuse e
ambigue.

L'articolo apre in questo modo

Le
proposte avanzate in questi giorni dal Partito democratico sulla
detassazione dei salari pongono al centro della nostra campagna
elettorale una questione cruciale per la sinistra riformista: come può
l’azione politica di governo innalzare i livelli di reddito degli
strati popolari, promuovere l’accesso ai beni della vita, e come può
modificare - perseguendo obiettivi di uguaglianza - le condizioni
materiali nelle quali vivono i lavoratori italiani? La risposta non può
essere congiunturale. Essa ha invece un valore strategico. Mette alla
prova il Partito democratico e riguarda il suo rapporto (costitutivo
della identità che si sta formando) con l’Italia che lavora e che
chiede giustizia sociale.

OK, almeno la domanda ha senso e Brutti si
accorge che la risposta deve essere di struttura e non congiunturale.
Il "perseguendo obiettivi di uguaglianza" anziché di riduzione della
povertà sic et simpliciter è un non sequitur, ma concediamo un po' di retorica.

Se tracciamo un bilancio delle
esperienze di governo del centrosinistra, vediamo bene che il
risanamento, l’ingresso nell’euro, la messa in ordine dei conti non
sono bastati a cambiare il Paese. Le vite degli italiani sono
pesantemente condizionate dai privilegi, dalle clientele, dalla
insicurezza del lavoro, dal mancato riconoscimento del sapere e dei
meriti nei rapporti sociali, dalla disparità nell’esercizio dei diritti
e dalla debolezza del sistema politico. Quale competitività
dell’economia nazionale possiamo immaginare, quale modernizzazione,
quale mobilità sociale, se i vizi antichi di un’Italia premoderna,
tradizionalmente diretta da corporazioni e consorterie, continuano a
riproporsi oggi nella distribuzione iniqua delle ricchezze e nelle
strutture di potere chiuse che dominano la società civile e la politica?

Bene, bene, la cosa si fa interessante. L'elenco mischia le cause con gli effetti ed i sintomi con le malattie, ma le parole chiave ci sono tutte.
Privilegi e clientele? Corporazioni e consorterie? Mancato
riconoscimento dei meriti? Tell me more, tell me more.

Risulta
dai dati Ires-Cgil del 2006 che oltre 14 milioni di lavoratori
guadagnano meno di 1.300 euro al mese e 7,3 milioni meno di 1.000 euro.
Nell’industria il 66,2 per cento dei lavoratori e il 90 per cento delle
lavoratrici non superano i 1.300 euro. Ne deriva una drammatica
limitazione della libertà per un numero elevatissimo di cittadini. A
parte le iniziative del sindacato, troppo poche sono finora le voci
politiche che riconoscono l’urgenza di un intervento riformatore su
questo terreno.

Ma bene, ci siamo accorti che in Italia i salari
sono bassi. A dire il vero l'aveva già detto Draghi un po' di tempo fa,
e l'avevamo detto noi, economisti di destra, ancora prima, ma va bene lisciarsi un po' la CGIL. Un po' meno bene la lisciata
successiva sulle "iniziative del sindacato". Parla forse
dell'abolizione dello scalone e dell'aumento dei contributi per i
precari? Come intervento riformatore non è stato niente male.

Non c’è dubbio che durante l’ultimo decennio
le disuguaglianze nella società italiana, invece di diminuire, si sono
accresciute, con una rilevante compressione dei redditi da lavoro, che
investe anche i ceti medi, che indebolisce la domanda interna e che,
per la sua grande estensione, deprime l’insieme della vita sociale,
spingendo vasti settori di opinione pubblica all’insoddisfazione e al
rifiuto della politica.

La disguaglianza cresce? Verissimo, ed è da più di un decennio, anche se nell'ultimo decennio si è visto più chiaramente. Va beh, dai però, cosa c'entra la disuguaglianza crescente con il rifiuto della
politica? E anche tutto il resto, francamente. Forse che l'una è causata dagli altri, o viceversa? Comunque, anche questo
scusiamolo come artificio retorico e tirem innanz.

Si è insomma determinato un forte
squilibrio tra i sacrifici richiesti ai lavoratori, specialmente al
lavoro dipendente, e quello che la collettività, attraverso l’azione
dei pubblici poteri, è riuscita a dare in cambio, sul terreno dei
redditi e dei diritti sociali.

Intervenire sui salari e sugli
stipendi per aumentarli, per accrescerne il potere di acquisto diventa
quindi la prima fondamentale riforma di struttura che dobbiamo
perseguire. Andando decisamente al di là delle misure che il Partito
democratico ha finora proposto (ma anch’esse urtano la destra e vengono
complessivamente respinte) circa la riduzione del carico fiscale sugli
straordinari e su quella parte del salario che si determina con la
contrattazione di secondo grado.

Si', sì,  va bene. Ammesso e non concesso che il concetto di "intervenire sui salari" abbia un qualche significato in un'economia non socialista, in concreto?

Tutto ciò significa definire
una serie coerente di progetti e di provvedimenti in direzione
dell’incremento delle retribuzioni reali, del sostegno alla domanda,
dell’abbassamento delle tariffe e di una politica sociale che
restituisca dignità al lavoro, in tutte le sue forme (un esempio: la
previsione di minimi salariali al di sotto dei quali non possono andare
i contratti di collaborazione continuativa). È chiaro che per questa
svolta non basterà l’extragettito guadagnato nell’ultimo anno e mezzo.
I suoi margini sono del resto ancora incerti. Si tratta piuttosto di
modificare sistematicamente il rapporto tra risorse e diritti. Sarà
necessaria una politica di più lungo periodo che sia, ad là dei primi
atti (già annunciati), sorretta da una ispirazione coerente: il
contrario delle oscillazioni e delle continue divaricazioni interne al
governo, proprie della fase che abbiamo alle spalle.

Il salario minimo stabilito per legge? Questa dunque è la proposta? E perché la metti tra parentesi?

Dovremo
ancora operare per la crescita, senza la quale non c’è equità né
progresso civile. Ricordo in proposito una frase del vecchio Edward
Bernstein, che appartiene all’abc del pensiero socialista moderno: «Le
prospettive della socialdemocrazia - scriveva nel 1900 - non dipendono
dal regresso, ma dall’accrescimento delle ricchezze sociali».

Eh, ce ne siamo accorti. Meglio tardi che mai! Comunque anche questo va bene come artificio retorico, andiamo avanti.

Non
basta tuttavia l’attesa dello sviluppo. Dovremo spostare risorse per
dare forza ai redditi da lavoro e sappiamo che ciò significherà ridurre
le rendite e risparmiare sulla spesa pubblica.

Ridurre le rendite? Ridurre la spesa pubblica? Yes! Yes! tell me more.

Una leva decisiva
per la crescita è la moralizzazione delle istituzioni. Il rispetto
delle regole, un costume nuovo nello Stato, la dedizione dei
funzionari, dei professionisti, delle classi dirigenti ai propri doveri
istituzionali: sono tutti fattori che contribuiscono ad accrescere le
ricchezze sociali. Ecco perché serve un’azione di governo anti-sprechi,
che punti a sanare l’inefficienza della pubblica amministrazione, che
colpisca il dispendio inutile e la neghittosità, che licenzi i
parassiti del pubblico impiego ed insieme metta al bando i politici che
organizzano le clientele e vivono di esse, che tagli drasticamente il
capitalismo pubblico «di ritorno» costituito per iniziativa delle
regioni e degli enti locali, fonte anch’esso di improduttività e
dispersione di risorse.

Tutto bene ma, accidenti, non puoi essere più
specifico? Di "lotta agli sprechi", di "licenziare i parassiti del
pubblico impiego" è una vita che sentiamo parlare. Ci spiegate un po'
meglio come intendete farlo? Bene, anzi molto bene, la battuta sul
"capitalismo pubblico di ritorno". L'Italia è un paese in cui
"privatizzare" significa che un ente pubblico vende a un altro ente
pubblico, magari locale. Non c'è bisogno di parlarne adesso ma la
prossima volta magari ne parliamo un po' di più di come limitare gli
appetiti dei politici locali, e magari di come si possa farlo in un modo
compatibile con il federalismo.

Adopero a proposito del salario
l’espressione «riforma di struttura», perché penso che attraverso le
retribuzioni delle attività lavorative passi una gerarchia degli
interessi, un modello di rapporti tra le figure sociali. Una busta paga
più pesante dà coraggio, capacità e fiducia ai lavoratori e alle loro
famiglie e quindi contribuisce in modo rilevante a cambiare i rapporti
di forza nella società, il senso comune, le forme di vita.

Suvvia Brutti, non ci devi spiegare perché è
bello avere più soldi in busta paga. E no, non è perché contribuisce al
"senso comune". Stay focused, please.

Questi
rapporti si cambiano anche agendo su altri diritti dei ceti popolari:
con più scuola e più formazione qualificata, con più diritto alla
salute, con più sicurezza nella vita quotidiana. Ma il salario è il
punto di partenza essenziale. E la politica dell’equità salariale è un
momento di quella scommessa strategica sull’uguaglianza, che
rappresenta l’anima e il destino delle culture politiche di sinistra.

Mmmm, qua non è più retorica. Stiamo parlano di aumento dei salari o di "equità salariale"? E cosa vuol dire? Mah..

Chiudo
queste considerazioni con un’ultima domanda. È possibile ed in quale
misura che su questa linea si stringa attorno al Partito democratico e
a sostegno del suo programma, del suo simbolo, fin dai prossimi giorni,
una vasta alleanza di sinistra, un insieme di raggruppamenti e di
culture che intendono ricollegarsi al socialismo europeo, alle idealità
del lavoro e della solidarietà?

Ma come chiudi? Non mi hai ancora spiegato come
ridurre la spesa. E le rendite come le eliminiamo? E le consorterie?
Lascia perdere il socialismo europeo, che c'è tempo per parlarne, dimmi
cosa vuol fare il PD se va al governo.
Io credo che una simile
alleanza sia nelle cose e che essa andrà avanti. Ampi settori di
sinistra scelgono oggi consapevolmente di stare nel Pd per una politica
riformista, per dare concretezza alla volontà di cambiamento, per non
può fermarsi alla testimonianza. Numerose associazioni e gruppi che si
rifanno alla tradizione socialista sono già nel Pd. Inoltre, molti
lavoratori con esperienze sindacali, molti quadri di sindacato hanno
partecipato alle elezioni primarie del 14 ottobre, con le quali il Pd
si è costituito, ed oggi operano con noi. Altri ne stanno arrivando.
Scartano altre esperienze, come quella della «cosa rossa». Scelgono la
nuova identità riformista del Pd. In una forza più radicata e grande
(un tempo si sarebbe detto in un partito di massa), l’impegno politico
conta di più e le idee-guida della sinistra acquistano una maggiore
capacità espansiva.

Chiusura retorica con appello pre-elettorale. Fair enough, in campagna elettorale siamo.

Ma,
caro Brutti e cari compagni del PD, non ci siamo proprio. Dopo il
disastroso Prodi II, in cui di riduzione della spesa pubblica non si è
parlato proprio e di aumentare le tasse si è invece parlato e fatto
tanto, siamo tutti, come dire, un pelino diffidenti. La prossima volta,
più concretezza e meno richiami ideali. Diteci come si fa a licenziare
i neghittosi, magari non solo nella publica amministrazione. Diteci
come si taglia la spesa (un suggerimento che ci sta a cuore: vendete la
rai, please). Diteci come si tagliano le rendite. E non illudetevi di
poter risolvere i problemi semplicemente obbligando per legge le
imprese a dare 1000 euro al mese.

67 commenti (espandi tutti)

Ad un appassionato della fantascienza vecchio stile come me, l'articolo di Brutti fa venire in mente un episodio della serie della Fondazione ("Foundation", in Italiano "Cronache dalla galassia" - che traduzione schifosa).

Un pomposo diplomatico della Capitale (il pianeta Trantor) viene a visitare il pianeta della Fondazione, una specia di Sylicon Valley nella periferia della galassia, dove un mucchio di Dorks e Nerds stanno scrivendo l'Enciclopedia Galattica, in un momento di difficolta` del potere centrale. Egli parla, gira, promette, rassicura e parte dopo un paio di giorni.

Alla sua partenza i Dorks studiano le sue affermazioni con la Logica Simbolica (Symbolic logic
boils out the "goo and dribble") e scoprono che il diplomatico non ha detto assolutamente... NIENTE!

Che ha scritto il Brutti? NIENTE.

Ottimo lavoro di destrutturazione. Ottimo davvero. Per trovare un'alternativa all'impossibilità di licenziare gli asini e sfaticati, e per evitare che il precariato blocchi prestiti bancari, matrimoni etc. non si potrebbe praticare l'assunzione a tempo indeterminato MA con possibilità di licenziamento per necessità di bilancio aziendale, o per cattivo rendimento? Perché non si attua questa soluzione terza ed esclusa?

Si, effettivamente la proposta sembra proprio essere quella del salario minimo stabilito per legge, limitato a quel che si capisce ai contratti “atipici”. Ho aspettato di rivedere l’intervento di Veltroni a Porta a Porta su Raiclick per intervenire, perche’ dalle agenzie non sembrava chiaro, ma ha pronunciato proprio queste parole:

La proposta che noi avanzeremo e' quella di dare un compenso minimo legale. Cioe' dire alle imprese "nessuno che abbia un contratto atipico, un contratto di precariato, puo' avere meno di 1000-1100 euro" e poi noi sosterremo quelle aziende che potranno fare dei contratti di piu' lungo periodo, estendendo il periodo di apprendistato attraverso la formazione."


Lo stesso discorso vale per l’insistenza sull’”equita’ salariale” e la “scommessa strategica sull’uguaglianza”, dove il nostro sottolinea che “il 20% ricco della popolazione ha circa 6 volte il reddito che ha il 20% piu’ povero”, concludendo che “e’ chiaro che c’e’ bisogno di un intervento redistributivo”, anche se deve essere fatto – meno male – senza una logica punitiva.

Non mi azzardo a prendere una posizione netta perche’ non sono esperto, ma mi sembrava che il ruolo “allocativo” dei salari, come vale per qualunque altro prezzo, fosse questione pacifica, anche se comprendo i benefits politici di posizioni piu’ morbide. Chi guadagna di piu’ magari ha speso di piu’ in istruzione prima, ha studiato per piu’ tempo, ha rinunciato al reddito che avrebbe potuto avere, e magari voleva differenziare le proprie abilita’ da quelle di altri lavoratori. Mi domando, ammetto un po’ retoricamente, e’ equita’ chiedere a chi ha preferito prolungare i suoi studi alla ricerca di piu’ fortuna di “redistribuire” i suoi guadagni a chi fece nel passato scelte diverse? E nel caso proprio non si resista, e’ equita’ intervenire oggi sulle conseguenze di scelte fatte magari parecchi anni fa? Se un diplomato dieci anni fa avesse saputo che nel 2008 gli avrebbero chiesto di “redistribuire” i suoi guadagni da laureato, si sarebbe iscritto lo stesso all’universita’?

Mi fermerei qui, ho gia’ scritto troppo: al di la’ del fatto che non mi e’ chiaro cosa voglia dire estendere il periodo di apprendistato attraverso la formazione, e perche’ questa estensione dovrebbe eliminare il problema (ma sabato sembra ci saranno piu’ dettagli), mi pare proprio di sfondare una porta aperta, in questo blog, avanzando dubbi sui salari minimi per legge.

Per la verita’ – ed e’ il motivo che mi ha indotto a scrivere – questa presa di posizione mi ha sorpreso un po’, credevo che fosse un cavallo di battaglia di posizioni piu’ a sinistra. Ma tant'e', la campagna e’ solo all’inizio.

Il PD e i salari

pippi 15/2/2008 - 10:30

La Stampa

15/2/2008

Mille euro al mese

TITO BOERI

In una campagna elettorale dominata sin qui solo dalla gara nel promettere tagli alle tasse, senza ovviamente spiegare come verranno finanziati, ha fatto finalmente capolino una proposta a costo zero per le casse dello Stato che può ridurre la povertà fra chi lavora nel nostro paese. Walter Veltroni ha anticipato che il programma elettorale del Partito democratico prevede l'istituzione di un «compenso minimo legale» di almeno 1000 euro «per ogni precario». Non conosciamo ancora i dettagli di questa proposta (contrariamente a quanto riportato da molti giornali, chi scrive non partecipa alla stesura del programma del Partito democratico), né perché Veltroni abbia parlato di «compenso minimo» anziché di «salario minimo», il termine comunemente utilizzato in tutti i paesi in cui questo strumento esiste. Siccome crediamo da tempo che questo istituto andrebbe introdotto anche in Italia, come in molti paesi Ocse, ci permettiamo di offrire qui alcuni suggerimenti su come meglio strutturare questo strumento.

Il salario minimo serve a proteggere le categorie maggiormente a rischio di emarginazione e sfruttamento e non rappresentate dal sindacato, come molti lavoratori con contratti flessibili e immigrati. Il salario minimo riduce il numero di working poor, di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà nonostante abbiano un lavoro, un fenomeno crescente in Italia. Bene stabilirlo in termini di paga oraria (e non mensile) affinché possa coprire anche prestazioni temporanee e part-time. Dovrebbe essere fissato per legge e riguardare tutte le prestazioni lavorative svolte nel nostro paese, inclusi i contratti a progetto. In molti paesi (ad esempio Francia, Olanda e Stati Uniti) il salario minimo viene differenziato per età in modo tale da tenere conto della minore produttività di chi non ha precedente esperienza lavorativa. Da noi forse è più utile differenziarlo per macroregioni, tenendo conto dei forti divari nel costo della vita, sulla base degli indici che l'Istat si appresta finalmente a pubblicare.

Gli effetti del salario minimo sono stati ampiamente sperimentati e studiati in altri paesi. Rimediando a una situazione in cui i datori di lavoro hanno un potere di mercato eccessivo, un salario minimo fissato a un livello non troppo alto può creare più occupazione, come avvenuto ad esempio negli Stati Uniti. L'esperienza dei paesi latino-americani ci dice che non è affatto ovvio che il salario minimo crei lavoro nero; potrebbe avvenire esattamente il contrario. Come avvenuto nel Regno Unito, che lo ha istituito dieci anni fa, bisognerebbe comunque monitorare gli effetti della sua introduzione e tenere conto di queste analisi nell'aggiustarne il livello nel corso del tempo.

Il sindacato si è sin qui opposto in Italia all'introduzione del salario minimo perché teme che tolga rilevanza alla contrattazione collettiva. In realtà il salario minimo è inferiore ai minimi fissati nei contratti collettivi e copre lavoratori tagliati fuori dalla contrattazione collettiva. Semmai il salario minimo riduce l'eccessiva interferenza della giurisprudenza nella libera contrattazione fra le parti a livello di azienda.

Veltroni ha presentato la sua proposta come strumento di contrasto al cosiddetto precariato. Perché davvero il salario minimo ottenga questo risultato è bene che la sua introduzione sia contestuale a interventi che facilitino l'ingresso dei giovani dalla porta principale del mercato del lavoro, come il contratto unico proposto anche su queste colonne con Pietro Garibaldi. Il salario minimo interviene sul livello retributivo. Il contratto unico sulla stabilità del posto di lavoro. Sono, dunque, strumenti complementari. Di dubbia efficacia, invece, gli incentivi fiscali per la conversione dei contratti flessibili in contratti a tempo indeterminato. In Spagna hanno finito per essere un regalo a quei datori di lavoro che avevano già previsto di trasformare alcuni contractos temporales in contratti a tempo indeterminato, senza effetti di rilievo nel facilitare la trasformazione di contratti temporanei in altri più stabili. Andrebbe inoltre spiegato come verrebbero finanziati questi sgravi fiscali. Il vantaggio delle proposte del salario minimo e del contratto unico è che sono a costo zero per i contribuenti. Merce rara, purtroppo, nei programmi elettorali.

Re: Il PD e i salari

15/2/2008 - 10:47

Perdonate l'ignoranza ma sto cercando di capire on the back of my envelop come fa questa cosa ad essere a costo zero. Boeri intende a costo zero per lo Stato?

Boeri ha scritto proprio così: "a costo zero per le casse dello Stato".

Pagheranno gli imprenditori ed in seconda battuta i consumatori, alle solite.

Non capisco però come una misura del genere possa sfavorire il lavoro nero, specie in un contesto di scarsa legalità come il nostro.

 

Mi pare evidentemente che alle 9.45 non mi ero ancora svegliato... C'è scritto bello chiaro. Beh allora pur non avendolo letto l'avevo dedotto e il mio scombussolamento/spavento era giustificato. Rimango allibito, secondo Boeri questa proposta ha il merito aggiuntivo di essere a costo zero per lo Stato? Noto che la prospettiva della pecora da tosare è ben presente anche nelle fantomaticamente prestigiose università private del Nord Italia..

Potrebbe essere a costo zero se l'elasticita' aggregata dell'offerta di lavoro fosse sufficientemente elevata. Lo stesso vale per la detassazione dei salari.

Puo' essere che stia ancora dormendo (altamente probabile) ma non ho capito come girerebbe il fumo... Anche se l'elasticità aggregata dell'offerta fosse elevatissima, il problema rimane il costo per le imprese (lato domanda)... Pero' mi hai fatto pensare che se l'elesticità della produttività al salario fosse molto alta... Ecco, a quel punto il discorso mi fila.

Calvin, anche senza che la produttivita' sia elastica al salario
(cioe' anche se l'ipotesi dei salari di efficienza fosse rigettata) il
salario minimo applicato solo a una tipologia di lavoratori (i precari)
in principio ha un effetto sul salario delle altre tipologie (i
protetti, in questo caso). Certo, probabilmente solo in principio
perche' il mercato del lavoro in Italia e' tutto fuorche'
concorrenziale.

Ora, immagina che per esempio un salario minimo
di mille euro mensili o l'equivalente in termini di potere di acquisto
in aree diverse del paese (facciamo anche finta che il lavoro sia
indivisibile, si lavora o un mese o zero) induca molte donne,
soprattutto al sud, a entrare nel mercato del lavoro. Se queste fossero
veramente molte, questo intendo con la condizione che l'elasticita'
aggregata dell'offerta di lavoro sia sufficiente elevata, un po' di
pressione sui salari delle altre tipologie di lavoratori -- e quindi
sul costo del lavoro -- potrebbe esserci (o perche' no, sulla loro
produttivita'... con molti concorrenti ai cancelli si diventa piu'
efficienti, che e' l'altra faccia dei salari di efficienza).

In un altro thread si sta discutendo di questo tra le altre cose, vedi il post di Michele,
cioe' se i precari in Italia siano abbastanza da poter esercitare
pressione sull'intera distribuzione dei salari dei lavoratori di cui
sono sostituti. Al momento pare di no, ma cosa succede con l'introduzione di un salario minimo
-- all'offerta certo, non all'occupazione -- dipende appunto
dall'elasticita' dell'offerta.

Quindi
alla fine e' una questione empirica, per cui sarebbe piu' saggio se
Veltroni proponesse una seria sperimentazione su scala sufficientemente
ampia (per esempio in alcune regioni selezionate in modo da generare un
esperimento naturale) piuttosto che proporre l'adozione di uno
strumento che a priori ha costi non quantificabili per le imprese (e
anche per il governo).

Se capisco vuoi considerare le conseguenze di "supply side economics" sul mercato del lavoro in assenza di produttività elastica al salario. A me pare che le conseguenze principali siano le seguenti:

- crescita dell'offerta di lavoro, probabilmente fra lavoratori demotivati in generale;

- riduzione della domanda, o non crescita della medesima, da parte delle imprese che prima occupavano persone con salari uguali o inferiori al minimo in particolare;

- concorrenza dei "nuovi" lavoratori ai "vecchi" con caratteristiche "economiche" simili (insomma, che sembrassero buoni sostituti dal punto di vista dell'impresa) con possibile sostituzione degli uni per gli altri, lasciando l'occupazione totale inalterata. Questo ovviamente solo laddove si possa licenziare. Nelle imprese dove il licenziamento per motivi economici è impossibile (ossia tutte le imprese medio grandi italiane) tale effetto è inesistente.

A me sembra che - affinché si possa concludere che aumenterebbe la produttività di quelli ora occupati, perché spaventati dalla concorrenza dei nuovi arrivati ai cancelli - occorre assumere non solo che è possibile licenziare per motivi economici ma che i nuovi arrivati hanno caratteristiche diverse (e.g. sono meno produttivi) di quelli vecchi. Se fossero uguali, allora entrambi potrebbero produrre di più. Ma se entrambi possono produrre di più, allora perché quelli che ora sono fuori dal mercato non lo fanno? Verrebbero assunti a stipendi uguali o superiori al minimo (al quale per ipotesi sarebbero contenti di lavorare) e tutto finisce lì. Quindi qui vi è un problema: l'effetto "stimolo dal lato offerta/concorrenza" sulla produttività di quelli attualmente occupati non è ovvia per nulla. 

Anzi, come tutta l'esperienza di "minimi garantiti" insegna, quelli che ora sono occupati con un salario vicino al nuovo minimo avrebbero l'incentivo di diminuire lo sforzo. Tanto, direbbero, il salario minimo lo prendo lo stesso. Avendo studiato in varie occasioni e sulla base di microdati, in collaborazione con Sergi Jimenez e Franco Peracchi tra gli altri, un fenomeno simile (via pensiones minimas) nel mercato del lavoro spagnolo, l'ipotesi che possa esistere non mi pare una fantasia. Li c'era, eccome, e portava ad una uscita anticipata massiva dal mercato del lavoro da parte di quelli che, anche rimanendoci, avrebbero comunque raccolto una pensione vicina alla minima garantita. 

Riassumendo, se la produttività non è elastica al salario, l'introduzione del solo salario minimo riduce l'occupazione fra i lavoratori che oggi ricevono meno del minimo. Ovviamente, eliminando i salari piu' bassi riduce di un poco la diseguaglianza (a meno che poi non cresca il sommerso). Se, oltre al salario minimo, si introduce anche il diritto di licenziamento per motivi economici, vi sara' anche un po' di turnover tra lavoratori occupati e nuovi arrivati. Altri effetti non ne vedo. 

[...] occorre assumere [...] che i nuovi arrivati
hanno caratteristiche diverse (e.g. sono meno produttivi) di quelli
vecchi.

Premettendo che si tratta di una inesperta congettura (...captatio benevolentiae) mi sembra che a livello teorico in questo caso la produttivita' per lavoratore misurata (intendo output per worker) potrebbe scendere per altri motivi: se a differenze di produttivita' devono corrispondere proporzionali differenze di salari, e imponiamo un minimo che fa salire le remunerazioni dei meno produttivi mettiamo dell'1%, anche le remunerazioni di quelli produttivi dovrebbero salire dell'1%. Pero', se l'elasticita' dell'offerta di lavoro di questi neoentrati meno produttivi e' maggiore, la composizione dei lavoratori presenti cambia, riducendo la produttivita' media per addetto; in questo caso, anche se vi fosse un qualche effetto di "stimolo da concorrenza", potrebbe non essere misurato nei dati.

Che ne pensate?

 

È senz'altro vero che, al cambiare della composizione della forza lavoro a seguito dell'entrata di lavoratori meno produttivi, la produttività media diminuisce. Infatti, questa tua osservazione capita a fagiolo. Negli ultimi anni il tasso di occupazione è cresciuto anche in Italia - se non ricordo male, siamo attorno al 59% in media nazionale, con il 67% al Nord ed il 47% circa al Sud: sì signori, quasi 20 punti di differenza, il che dovrebbe dare ancor più da riflettere alla luce di quanto viene di seguito - mentre anche solo 5 anni fa era attorno al 52-53%. Questo è dovuto soprattutto al crescente flusso di immigrati oltre ad una crescita, per ora ancora tenue, della partecipazione femminile.

Il mio amico Victor Rios Rull, che in questo campo ci lavora da vent'anni, ha sempre sostenuto (credevano scherzasse, ma lui no) che la ragione per cui la produttività del lavoratore marginale (e quindi anche la media) negli USA era (parlo degli anni '90) sostanzialmente inferiore a quella del marginale europeo era che (al tempo) il tasso di occupazione negli USA era circa 15 punti maggiore di quello europeo. Ora che il tasso di occupazione lentamente sale anche in europa scopriamo che VRR non aveva torto e che cresce la diseguaglianza salariale. Oh well ...

Ciò che, invece, non mi convince, almeno teoricamente, è la prima affermazione tua. Se facciamo crescere dell'1%, dici, il salario di chi produce 100, dovrà parallelamente crescere dell'1% anche il salario di chi produce 200. Tu capisci, anzitutto, che se questo fosse vero avremmo scoperto la pietra filosofale: basta aumentare passin passetto di un 6% all'anno i salari più bassi e tutti vedono i propri salari aumentare! La ragione per cui, ovviamente, tale effetto e' impossibile e' semplicissimo: se aumenti per imposizione legislativa il salario di qualcuno, delle due l'una. O l'aumento e' piccolo ed all'impresa non fa differenza, quindi tutto rimane come prima. Oppure l'aumento e' grande e all'impresa fa differenza, nel qual caso l'impresa cerchera' di sbarazzarsi del signore in questione. In entrambi i casi il compagno di lavoro che gia' prima guadagnava di piu' (diciamo a sufficienza per avere una paga superiore al salario minimo) andra' dal boss a chiedere un aumento proporzionale? E' possibile. Lo ricevera'? In generale lo dubito. Se l'aumento e' minuscolo e darlo anche a lui non fa differenza, forse si'. Ma in questi casi, credo, avrebbe potuto ottenere l'aumento anche senza il minuscolo aumento del salario dell'altro: bastava chiederlo. Se l'aumento e' visibile si sentira' dire: beh, se produci di piu' ti aumento la paga, ma se vuoi che ti aumenti la paga solo perche' all'altro che abbiamo appena licenziato il governo aveva aumentato la paga per legge ... beh, chiedi al governo. 

Ovviamente, poiche' in Italia e' vietato licenziare, l'effetto sara' di bloccare le assunzioni a salari bassi mentre quelli con i salari alti rimarranno li' dove sono, o magari vedranno i loro salari crescere meno per compensare i costi addizionali. Non vedo alternative. 

Si, si, sono d'accordo. Avevo in mente che la proporzione tra salari relativi e prodotti relativi dovesse rimanere costante, ma era partial equilibrium.

Sbaglio o anche in Spagna e' salito di recente il tasso di occupazione e la produttivita' del lavoro e' un po' scesa? Mi sembrava di aver letto qualche tempo fa un intervento di Giavazzi su questo.  

Esattamente, tale e quale. Anzi, in Spagna la cosa è iniziata 12 anni fa ed e' oramai matura. Neanche in Spagna la produttività cresce molto, ma meglio dell'Italia.

Guardare la Spagna è estremamente utile: permette di vedere quanto di ciò che accade in Italia è "inevitabile" (ossia, corrisponde a trends economico-sociali che coinvolgono l'intera Europa ed il mondo) e quanto è specifico al nostro paese.

Sto cercando di ricordarmi se negli USA si e' verificata una cosa simile. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro e' cresciuto di molto sull'arco di qualche decennio (diciamo dagli anni sessanta agli anni novanta), soprattutto grazie alla maggiore participazione femminile. D'altro canto, la produttivita' del lavoro e' cresciuta molto negli anni novanta. Non ricordo pero' cosa succedeva a produttivita' mentre la partecipazione aumentava.

Di sicuro, a naso, l'effetto "raschiamento del fondo del barile" di cui parlano Michele e Ferdinando deve essere presente. Un effetto della composizione dell'offerta di lavoro, appunto. 

 

Questo direbbe PennWorldTable

participation_vs_productivity

Pigrizia mi spinse a calcolare la partecipazione al lavoro direttamente dalla stessa fonte (inverso di gpd/worker diviso inverso di gpd per capita - per essere precisi - cosi da ottenere workers/popolazione), e spero qualcuno si soffermi sui limiti di questa scelta, cosi' non traiamo conclusioni affrettate. Comunque, sembra che l'effetto che Giorgio descrive ci sia, anche se non penso che possiamo separare bene le due cose solo guardando al grafico.

 

 

 

 

 

Giavazzi

Marco Boleo 17/2/2008 - 19:40

Caro Ferdinando hai ragione. In un articolo sul Corsera del 16 marzo 2007 Giavazzi riporta le statistiche sulla creazione dei posti di lavoro in Europa e negli Usa: 18 milioni in entrambe le aree tra il 1995 ed il 2006. Dei 18 milioni creati in Europa 7 sono stati creati in Spagna. Nel mercato del lavoro spagnolo si è avuto un aumento del tasso di partecipazione:  +9% per gli uomini e + 13% per le donne. Giavazzi inoltre afferma  che "quando l'occupazione cresce tanto rapidamente, la produttività ne soffre perchè il rapporto tra capitale e lavoro scende ed entrano nel mercato del lavoro anche persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a chi lavorava. E infatti la produttività del lavoro in Spagna scende da 10 anni. Ma la crescita dell'occupazione ha più che compensato la caduta della produttività".

Ricordo negli anni '80 quando studiavo a Statistica con Sylos Labini una sua teoria sulla differenza di produttività tra Europa e Usa legata al diverso andamento del prezzo del lavoro e del prezzo delle macchine. I salari più bassi negli Usa portavano a delle combinazioni produttive "labour intensive" che portavano ad una riduzione della produttività rispetto a quelle "capital intensive" dell'Europa che ne provocavano un aumento. Spero di ricordarla bene. Che ne pensate?  

Caro Marco, si, mi riferivo proprio a quell'articolo.

Non so se ho capito bene, parli di prodotto per lavoratore o TFP?

Giavazzi

Marco Boleo 17/2/2008 - 21:17

Credo che Sylos si riferisse alla produttività del fattore lavoro 

Va beh, dai però, cosa c'entra la disuguaglianza crescente con il rifiuto della
politica?

Secondo me su questo Brutti ha un punto. L'ira popolare, chiamiamola cosi', nei confronti della "casta" e il termine stesso "casta" sono fenomeni relativamente recenti, diciamo ultimi 10-15 anni. Io ero un ragazzino, ma De Mita, De Michelis, De Lorenzo e tutti gli altri De Qualcosa molti di voi li ricordano bene. La casta di 20-30 anni fa era ben piu' dannosa di quella attuale. Eppure erano tollerati perche' si trattava di una classe sufficientemente machiavellica da far si che la pagnotta crescesse per tutti (con il conto che e' ancora da pagare, naturalmente).

E' quando abbiamo iniziato a dover stringere la cinghia (emblematica la finanziaria Amato nel 1992) e chiudere i rubinetti pubblici che ci siamo accorti di aver perso dieci anni (allora, e venti oggi) di aumenti di produttivita'. Da allora i redditi reali di una fetta rilevante della popolazione sono sostanzialmente rimasti al palo rispetto al reddito nazionale (guardate lo Statistical Annex 2007 dell'OECD, che ho messo qui per comodita', tabella I a pagina 269: se fate i conti vedete che i salari medi lordi reali in Italia si sono ridotti dello 0,35% dal 1990 al 2005, mentre il PIL reale -- cosi' a naso -- dovrebbe essere cresciuto a un tasso medio dell'1-1,5%). E' quando cominci ad aver fame e vedi un gruppo di privilegiati e la classe politica che continuano a ingrassare che le cose si mettono male per quest'ultima.

Piuttosto e' la premessa di Brutti sul punto in questione che meriterebbe di essere approfondita. Non capisco come faccia ad affermare perentoriamente che

Non c’è dubbio che durante l’ultimo decennio
le disuguaglianze nella società italiana, invece di diminuire, si sono
accresciute

Nello stesso Statistical Annex, tavola H p. 268 ci sono statistiche sulla dispersione delle remunerazioni, ma l'Italia non c'e', il che interpreto come prova che il nostro paese non produce statistiche sulla disuguaglianza comparabili a quelle degli altri paesi avanzati. Sulla base di cosa Brutti non ha dubbi? [non e' una domanda retorica: qualcuno sa se esistono dati affidabili in proposito?]

 

 

 

La casta di 20-30 anni fa era ben piu' dannosa di quella attuale. [...] E' quando abbiamo iniziato a dover stringere la cinghia (emblematica la
finanziaria Amato nel 1992) e chiudere i rubinetti pubblici che ci
siamo accorti di aver perso dieci anni (allora, e venti oggi) di
aumenti di produttivita'

Sono d'accordo ma penso che se oggi le cose vanno un po' meglio, cioe' se sembra che almeno si sia consapevoli dei disastri, e' soprattutto per via di maastricht e la richiesta di rispetto dei parametri. Qui - o sul lavoce? non ricordo - ho letto qualche attacco meramente teorico alla fisima dei rapporti pil/debito che hanno in eu. All'atto pratico penso almeno che senza quei vincoli staremmo ancora facendo la politica DC: almeno adesso siamo consapevoli che la borsetta di mary poppins e' chiusa, la gente inizia ad incazzarsi e da qualche parte si arrivera'. 

Nello stesso Statistical Annex, tavola H p. 268 ci sono statistiche
sulla dispersione delle remunerazioni, ma l'Italia non c'e', il che
interpreto come prova che il nostro paese non produce statistiche sulla
disuguaglianza comparabili a quelle degli altri paesi avanzati. Sulla
base di cosa Brutti non ha dubbi? [non e' una domanda retorica:
qualcuno sa se esistono dati affidabili in prosito?]

Eurispes circa tre settimane fa ha riportato che negli ultimi anni i salari dei lavoratori autonomi sono aumentati molto piu' dell'inflazione ma non lo sono quelli dei dipendenti. Quando il PD parla di divari intende questo: si scrive "lavoratore autonomo" si legge "coi prezzi delle zucchine al mercato ci fanno quello che vogliono, signora mia". Se in un modo o nell'altro non si risolve questa fobia in italia altro che mercato libero.

Ferdinando:

Chi guadagna di piu’ magari ha speso di piu’ in istruzione prima, ha
studiato per piu’ tempo, ha rinunciato al reddito che avrebbe potuto
avere, e magari voleva differenziare le proprie abilita’ da quelle di
altri lavoratori. Mi domando, ammetto un po’ retoricamente, e’ equita’
chiedere a chi ha preferito prolungare i suoi studi alla ricerca di
piu’ fortuna di “redistribuire” i suoi guadagni a chi fece nel passato
scelte diverse?

Aspe' ma non stavamo parlando dell'Italia? Chi e' che guadagna di piu? Chi ha studiato? Chi ha studiato cosa? Come inchiappettare il prossimo?

 

Giorgio,

grazie per il tuo commento. Spererei che
anche in Italia, nonostante le rigidita’ del mercato del lavoro siano
comunemente ritenute piu’ vincolanti rispetto ad altri paesi, esista una
correlazione tra livelli di istruzione e redditi medi (parlo di correlazione, non gia' di nesso causale). Incuriosito, ed
effettivamente non avendolo mai verificato personalmente, sono andato a cercare
un po’ di informazioni e le ho trovate su Eurostat.

Pre-primary, primary and lower secondary education - levels 0-2 (ISCED 1997) 21033.08
Upper secondary education - level 3 (ISCED 1997) 28099.29
Post-secondary non-tertiary education - level 4 (ISCED 1997) 24117.95
Tertiary education - levels 5-6 (ISCED 1997) 41320.87

 

Questi sono i
redditi medi annuali nel 2002, per uomini e donne occupati in “industria e
servizi, escluso PA”, divisi per livelli di istruzione (notate che post-secondary, non tertiary hanno una media piu' bassa di upper secondary). Si, queste medie non
distinguono per localizzazione geografica (magari al Sud le differenze sono
diverse che al Nord), per eta’ (il profilo di reddito magari e’ piu’ ripido per
i livelli di istruzione piu’ elevati) e cosi via. Ma per fortuna un po’ di
differenza c’e’.

Il punto che volevo fare comunque era piu’ generale: intendevo
dire che fatico un po’ a capire l’idea di “redistribuzione” basandola sui
redditi delle persone, perche’ redditi diversi sono frutto, tra l’altro, di
scelte che hanno avuto costi diversi. L’istruzione era solo un esempio che mi
pareva semplice da inquadrare.

 

Ferdinando, grazie per i dati ma non mi dicono molto; li vorrei vedere estesi per reale esperienza scolastica e soprattutto per fascia d'eta' e confrontati con gli altri paesi. Ad esempio sarei curioso di vedere le differenze tra livelli 5 (laurea) e livello 6 (dottorato) e confrontarle anche solo con la media europea. (In realta' non ho bisogno di vedere numeri per sapere che il mio dottorato lo posso usare come carta da bagno e per dirla tutta non avendolo preso in Italia non so nemmeno se abbia valore legale).

Non credo che la solfa "guadagno di piu' perche' ho studiato di piu'" sia veramente applicabile in Italia: mi sembra che chi si lamenta di piu' sono quei giovani laureati che finiscono al call center (Poi molti di questi hanno studiato "tanto" nel senso che si sono laureati a 30 anni ma questo e' un altro discorso).

Per quanto riguarda la distribuzione del reddito io la penso come Warren Buffet quando dice "if there is a class warfare, we are winning it but we shouldn't". Le malelingue diranno che e' perche' rosico come un castoro - e non e' vero - ma io la ricchezza dei cosiddetti furbetti del quartierino non riesco ad accettarla proprio. Ecco quella la ridistribuirei volentieri e ho l'impressione che ce ne e' abbastanza da farci i regali di natale a pasqua.

Giorgio,

sono d'accordo con te su cio' che scrivi: come ho detto, quei dati nascondono differenze d'eta', sono troppo aggregati e non permettono una analisi causale senza una struttura teorica implicita dietro. Condivido anche io la riprovazione dell'arricchimento con mezzi illegali, e sono d'accordo sul fatto che se le connections valgono piu' di differenze nelle abilita', questo vuol dire che le differenze di abilita' non trovano differenziali di remunerazione, cioe', il mercato funziona poco, e c'e' qualcosa da cambiare.

Il mio discorso era molto piu' semplice, come ho gia' scritto, e non mirava a discutere il rapporto causale tra istruzione, valore legale e redditi. Intendevo solo domandare se e' "equo" redistribuire i redditi quando questi redditi sono frutto di scelte diverse, che hanno costi diversi. I dati che ho mostrato volevano solo far vedere che a differenze nelle scelte di istruzione si accompagnano differenze nei redditi, non volevo discutere di nessi causali. Anche andare all'estero a cercare piu' fortuna e' una scelta ed ha un costo. Discuto solo del concetto di equita' che "redistribuisce" risultati di scelte diverse. Mi spiace se quella tabella ha confuso il centro del mio discorso.

Grazie comunque per la discussione, e' molto apprezzata. 

Cari ragazzi,

sperando di dare un contributo al vostro approfondimento ma rischiando un pericoloso "fuori tema", vi dirò che in Italia l'introduzione della riforma degli ordinamenti universitari secondo le linee del DM 509/99 ha istituito una formazione universitaria basata su due livelli (volgarmente detto "3+2"), confermata dal più recente DM 270/04.

Non disponendo di dati (che mi riprometto di cercare) atti a capire se, negli otto anni accademici trascorsi dall'entrata in vigore della riforma, il risultato sia quello di aver innalzato la formazione portando ad un titolo universitario di primo livello coloro che si sarebbero fermati alla secondaria oppure quello di aver disincentivato la prosecuzione degli studi offrendo la possibilità di conseguire un primo titolo accademico dopo soli tre anni,

richiamo la vostra attenzione sul fatto che - legalmente - la laurea maturata secondo il vecchio ordinamento è considerata equipollente ad un titolo di secondo livello (la cosiddetta laurea specialistica, ora laurea magistrale).

Questo avrebbe dovuto garantire secondo me, povero ingenuo, che a concorrere per un'occupazione per cui viene richiesto un diploma di laurea sarebbero stati il laureato ante 509 e il magistrale post 509.

Ebbene no, forse la confusione creata dalla lunga fase di coesistenza dei due percorsi ha fatto sì che, spesso e volentieri, sia nei concorsi pubblici che nei requisiti richiesti dal privato venga richiesto un qualsiasi titolo universitario.

Quindi nella PA, l'accesso alla categoria D (categoria che identifica i capufficio, ma anche i capistruttura) è consentito anche a laureati triennali.

Concludo chiedendomi: ha scopo in questo contesto investire in una più lunga, qualificata e qualificante formazione considerando che in Italia le regole del gioco non sono chiare dal principio e dove pare si stia puntando ad abbassare i requisiti richiesti per l'accesso ad incarichi che dovrebbero garantire migliori organizzazione ed efficenza (e di conseguenza maggiore produttività) alle strutture?

 

Non capisco il senso dell' ultima domanda, a meno che presupponga che l' obiettivo dello studente sia la PA.

Non dico che fuori da questa viga la meritocrazia più sfrenata, ma non credo che i privati confondano lauree brevi e lunghe (a prescindere dai requisiti formali).

Che per la PA si abbassino gli standard mi sembra coerente con la volontà di pilotare le selezioni. 

Questo avrebbe dovuto garantire secondo me, povero ingenuo, che a concorrere per un'occupazione per cui viene richiesto un diploma di laurea sarebbero stati il laureato ante 509 e il magistrale post 509.

Ebbene no, forse la confusione creata dalla lunga fase di coesistenza dei due percorsi ha fatto sì che, spesso e volentieri, sia nei concorsi pubblici che nei requisiti richiesti dal privato venga richiesto un qualsiasi titolo universitario.

Secondo me è una buona notizia. La riforma del 3+2 è stata introdotta per accorciare i tempi di studio, e consentire anche ai ragazzi italiani di presentarsi sul mercato del lavoro attorno ai 22-23 anni. Finora, per quanto ne so io, non è stato così: solo gli "specialistici" venivano considerati "laureati" dalle imprese. De facto, quindi, l'introduzione della riforma e l'incertezza perdurante avevano avuto l'effetto di allungare i tempi di laurea, "costringendo" anche molti ragazzi a scegliere una specializzazione senza prima aver lavorato neanche un giorno... follia! (ricordo che il 3+2 fu introdotto dalla sinistra a fine legislatura... poi venne la Moratti e si guardò bene dall'emanare decreti attuativi e più in generale dal seguire lo sviluppo di questa importante riforma, preferendo metterne in cantiere un'altra, a pochi mesi di distanza dalla prima.... le conseguenze le abbiamo scontate noi, prime coorti del nuovo sistema...).

Ora pare anche a me che le cose stiano cominciando a cambiare, per lo meno nell'industria. E sono contento. Per chi ha in mente fin da subito il settore privato, studiare 5-6 anni di fila è pazzia. Molto meglio fermarsi 1-2 anni ed accumulare un po' di esperienza "sul campo", cominciare ad osservare da vicino alcuni meccanismi, ad escludere alcune carriere e considerarne meglio altre. Senza contare che non possiamo permetterci di mantenere un'età media di laurea che mi pare sia sopra i 28 anni!

 

a quello che sembra di capire dalle prime battute di questa campagna elettorale il PD mi sembra pesantemente orientato a proporre una politica economica di tipo keynesiano. a parte l'intervento di WV a porta a porta (in cui ha insistito più volte sulla necessità di "aumentare il reddito disponibile per aumentare i consumi e fare da volano al PIL"), ieri perfino D'Alema (con qualche reticenza) ha usato la parola "politiche keynesiane".

si dirà che parlano anche di liberalizzazioni, ma se uno fa come gli psicostorici della fondazione, si accorge che il focus è su Keynes.

per me non ci siamo proprio. non è di questo che ha bisogno l'Italia. la disoccupazione è a livelli bassi (sotto il 6) e non mi pare ci sia un problema di domanda. il dramma è la scarsa produttività dei fattori e l'assenza di innovazione. servono politiche dell'offerta (quelle della domanda continuiamo a farle da venti anni senza risultati).

OK, non condivido la linea del PD e quindi non li voto. ma almeno questi una bozza di linea sembrano averla (sebbene sempre mischiata al qualunquismo derilante e "tutto-facente"). ma dall'altra parte? qualcuno ha un'idea di che tipo di politiche abbiano in mente? il sogno sarebbe che la destra proponesse delle politiche liberiste e dell'offerta, che si aprisse alle liberalizzazioni serie, che spingesse per l'abolizione del contratto collettivo nazionale e per la diffusione della contrattazione su più livelli (con maggiore peso alla contrattazione su base d'impresa e su base individuale). dove sono queste persone in Parlamento e nell'arena politica?

Caro Pietro,

 a me sembra che l'idea di destra che sogni (e sogno) di avere in Italia non esista e soprattutto non si vede neanche all'orizzonte. A parte qualche sparata di SB sulla detassazione (detassare gli straordinari) non vedo una politica dell'offerta tipica di un partito liberale (liberalizzazioni, concorrenza, maggiori produttività, lotta alle rendite). Mi sembra, paradossalmente, che  alcune cose le ha tentate il Governo Prodi, altre le dice Montezemolo. Quindi che fai, voti a sinistra perché la sinistra è più a destra della destra? O anche tu sei stato convinto dal "liberismo è di sinistra"?

caro format,

il liberismo per me è di destra. o almeno lo dovrebbe essere. a sinistra dovrebbe nascere un approccio nuovo e alternativo al liberismo, che non sia un generico "cerchio-bottismo".

la destra italiana è populista, la sinistra è generalista o, al più, keynesiana. dato il momento storico e quello che di cui penso avrebbe bisogno l'Italia di oggi, io non voto.

Boeri e Galasso scrivono sulla voce che il 58 per cento degli Italiani non è contento della classe dirigente che abbiamo. se si astenessero o votassero tutti nulla, si potrebbe avere uno shock elettorale che forzi il cambiamento della classe dirigente. per quanto posizione minoritaria, io ci credo.

Caro Pietro,

 hai perfettamente ragione. Concordo pienamente con quel che dici ma sono sempre titubante verso coloro che non votano. Perché il non voto è anche la risposta di chi non prende parte, di chi non si interessa, di chi non si sporca le mani, di chi non sceglie perché le cose non sono come lui desidera, di chi preferisce lo status quo.

Forse rendendo collettiva la scelta del NON voto allora non voterei per cambiare totalmente la classe politica. Ma questo sarebbe meglio farlo capire ai nostri politici in un altro modo, prima delle elezioni così che alle liste il 13-14 aprile ci sia gente nuova. Non credi?

Alcune perle del pensiero Bertinottiano che presumo saranno al centro del programma elettorale della sinistra arcobaleno: 

"..il rapporto tra il lavoro, l'impresa e la società, in questi ultimi decenni, è stato rovesciato. Il lavoro è diventato la variabile dipendente del sistema economico.

(mi chiedo da ignorante: i salari dovrebbero essere svincolati dalle compatibilità del sistema economico. Dovrebbero essere fissati secondo quale criterio; per legge non saprei) 

La tendenza a ridurlo ad una sola dimensione, quella di merce, e a sussumerlo tutto dentro l'accumulazione, è la base materiale (..) dell'edificazione di un capitalismo totalizzante che si propone la colonizzazione della mente e del corpo come di ogni aspetto della vita. (...) Il conflitto di lavoro, come conflitto di classe,

(qui consiglierei al Subcomandante Fausto la lettura del "Saggio sulle classi sociali" di Sylos Labini (1974) )

fondamento della politica della trasformazione, torna dunque ad occupare la scena della politica. Non ci sono vie di fuga; il toro va afferrato per le corna. La sinistra deve affrontare la sfida del lavoro salariato contemporaneo, sia sul terreno pratico che teorico

(mi chiedo quali innovazioni teoriche dovrebbero venire fuori visto che la sinistra radicale continua ad utilizzare manuali vecchi di almeno 40 anni)

sia sul versante del conflitto

(quì a livello teorico arrivano in soccorso Brancaccio e Realfonzo con il loro "Le ragioni del conflitto")

e della sua organizzazione, che sui rapporti sociali, sia sulle proposte per una nuova legislazione del lavoro e sociale

(continuano ancora a difendere lo Statuto dei lavoratori; mi chiedo quali debbano essere queste innovazioni)

che sui sistemi e contenuti contrattuali, sia sui termini quotidiani della contesa che su quello strategico di società. (...) La riorganizzazione della presenza fisica delle lavoratrici e dei lavoratori nei luoghi della decisione politica si pone, allora, non come cooptazione ma come fattore di riforma della politica e della forma di partito.

Trovandomi in casa di un sindacalista della Fiom penso subito di avere tra le mani un inedito bertinottiano vintage '70 ma guardando bene mi accorgo che è stato pubblicato su Liberazione del 10 febbraio scorso

 

PS Ho inserito il pensiero di Bertinotti per mostrare quanta differenza c'e tra due raggruppamenti politici che fino a qualche mese facevano parte dello stesso governo

 

One issue: chi sono i dipendenti in Italia? I dipendenti del settore pubblico e del settore privato. Entrambi tassati alla fonte. Quanti sono i dipendenti del settore pubblico rispetto al privato? Non so. Ma quelli pubblici sono tanti.

Quindi that's my issue: la politica dei redditi a favore dei dipendenti pubblici IMPLICA una politica che aumenterà la SPESA PUBBLICA senza alcun legame con la produttività?

Al momento non ho trovato nessuno che ha commentato questo aspetto. E anche le sue conseguenze che non commento perché sono trivial. Oppure nessuno le commenta perché sto sbagliando da qualche parte?

P.s. Sono con Montezemolo quando dice: meno pubblico e pagato meglio. Ecco una bella politica. [certo è teoria, però almeno userei questo slogan davanti ai cittadini] 

P.s. Sono con Montezemolo quando dice: meno pubblico e pagato meglio.
Ecco una bella politica. [certo è teoria, però almeno userei questo
slogan davanti ai cittadini]

Dipende da quali sono i cittadini a cui ti rivolgi: se si tratta delle legioni di dipendenti pubblici inutili, che certamente compongono una larga fetta dell'elettorato del PD, l'ultima cosa che vuoi e' spaventarli con lo spettro della perdita del posto...

 

Sono con Montezemolo quando dice: meno pubblico e pagato meglio. Ecco
una bella politica. [certo è teoria, però almeno userei questo slogan
davanti ai cittadini]

Considerato che i dipendenti pubblici sono molti ma molti di piu' di quelli di cui abbiamo bisogno e considerato che la soluzione auspicata dai piu' e' quella di mandarli a casa, qualcuno mi sa spiegare quale sarebbe il costo sociale dell'avere da un giorno all'altro mezzo milione di persone sulla strada? Io posso facilmente capire i vantaggi a lungo termine ma mi sembra che a breve termine il risultato sarebbe passare dalla padella alla brace.

 

Considerato che i dipendenti pubblici sono molti ma molti di piu' di
quelli di cui abbiamo bisogno e considerato che la soluzione auspicata
dai piu' e' quella di mandarli a casa, qualcuno mi sa spiegare quale
sarebbe il costo sociale dell'avere da un giorno all'altro mezzo
milione di persone sulla strada? Io posso facilmente capire i vantaggi
a lungo termine ma mi sembra che a breve termine il risultato sarebbe
passare dalla padella alla brace.

Comincia ad eliminare le restrizioni sul mercato del lavoro (es. articolo 18), togli eventuali sussidi ai disoccupati, e vedrai che quel mezzo milione un lavoro lo troverà. Qui a Londra, dove ci sono meno restrizioni che in tutto il resto dell'EU, c'è tanto lavoro che gente continua ad arrivare da tutte le parti d'Europa.

Non credo che l'esempio di Londra sia il più appropriato. Eliminare l'art. 18 per lavoratori dipendenti residenti in provincia, nelle cittadine ed nei comuni non penso sia la soluzione migliore. Aumenterebbe moltissimo l'incentivo alla mobilità, al trasferimento per cercare lavoro...ma dato che penso che gli italiani preferiscono la campana (il proprio paese d'origine) rispetto ad un salario più alto...ecco che una buona idea applicata ad un set di preferenze rigide non genera nè maggior reddito, nè maggiore felicità (scusate se l'ho introdotta, non sono infagottato di Happiness, ma credo veramente che l'italiano pur  con 100 euro in meno preferisce la stabilità cittadina del proprio posto di lavoro e principalmente per ragioni di satisfaction and happiness).

Rimango dell'idea che una GRADUALE eliminazione degli sprechi pubblici sia da effettuare.

Sul fatto che il PD sia l'elettorato di queste persone non sono d'accordo. L'attacco alla rendita come la questione intergenerazionale sono stati affrontati da Prodi e compagnia bella nei passati 2 anni di governo. Credo che il bacino elettorale di quelle persone sia UDC, Mastella e Bertinotti. 

Sulla questione intergenerazionale abbiamo fondato www.theye.it; è appena nato ma segue le vostre orme già da tempo. 

Saluti 

Mi piacerebbe essere smentito, ma non ricordo attacchi alle rendite (a parte le "lenzuolate", che son poca cosa), e quanto alla questione intergenerazionale tra abolizione dello scalone, aumento dei contributi a precari ed autonomi e mancata revisione dei coefficienti di trasformazione abbia fatto solo danni.

Quanto ai dipendenti pubblici aggiungerei AN al tuo elenco, anche se in realtà penso siano ben rappresentati un po' in tutti i partiti. 

Il salario minimo, dunque, è per il momento la proposta nuova di questa campagna elettorale. Essendo una vecchia idea di Tito Boeri, lui giustamente la spinge. Spingendola si espone a dire cose improbabili, tipo questa

Gli effetti del salario minimo sono stati ampiamente sperimentati e
studiati in altri paesi. Rimediando a una situazione in cui i datori di
lavoro hanno un potere di mercato eccessivo, un salario minimo fissato
a un livello non troppo alto può creare più occupazione, come avvenuto
ad esempio negli Stati Uniti. L'esperienza dei paesi latino-americani
ci dice che non è affatto ovvio che il salario minimo crei lavoro nero;
potrebbe avvenire esattamente il contrario.

Tito sa che queste affermazioni sono, per usare un eufemismo, discutibili e discusse. Non dovrebbe, io credo, avanzarle con tanta perentorietà o affermare cose improbabili come quella sull'esperienza dei paesi latino americani ... Comunque, ci ritorneremo sopra con più attenzione.

Un chiarimento per i lettori che non capivano come potesse affermare che è a costo zero per lo stato: ha in mente "efficiency wages" (EW, come li chiamino in italiano non lo so proprio). Ossia: se li paghi di più lavorano di più. Qui occorre fare attenzione ai dettagli: anche se li paghi di più obbligatoriamente, perché la legge lo impone, lavorano di più? E, se davvero così è, perché non generalizzare il salario minimo a tutti, articolandolo per regione, professione, settore? Potremmo avere la moglie piena e la botte ubriaca (ops!): salari alti e surplus fiscale allo stesso tempo. Mi domando proprio perché nessuno proponga di generalizzare tale politica, perché?

L'evidenza empirica a favore di EW è scarnissima ed episodica, ossia limitata a qualche caso micro (impianto, impresa, officina). Quella aggregata mi sembra negativa, e quella relativa ai lavoratori a salari bassi negativa ugualmente o al minimo molto, ma molto controversa. Anche qui, dettagli abbondano e se ho un attimo (ma Andrea e Giorgio credo ne sappiano infinitamente più di me sul tema) andrebbero descritti e chiariti.

Quello del minimum wage è un tema che genera reazioni piuttosto forti tra  gli economisti. Questo è un brano tratto da un'intervista a David Card del dicembre 2006: " I've subsequently stayed away from the minimum wage literature for a
number of reasons. First, it cost me a lot of friends. People that I
had known for many years, for instance, some of the ones I met at my
first job at the University of Chicago, became very angry or
disappointed. They thought that in publishing our work we were being
traitors to the cause of economics as a whole". (L'intera intervista può essere letta qui.)

Scusate, non vorrei dire una castroneria grossa come una casa, ma lo dico lo stesso. Qui non si parla di salario minimo (sottinteso, ORARIO), ma di salario minimo (sottinteso, MENSILE), cioe' di reddito minimo. Credo che questa sia l'idea di Tito e di Veltroni. Queste sono policies un tantinino (si dice ancora?) diverse dal punto delle loro proprieta' in termini di incentivi. 

Concordo con Michele che sia quantomeno discutibile che

Gli effetti del salario minimo sono stati ampiamente sperimentati e
studiati in altri paesi. [...]

 Ma comunque gli studi di cui Tito  parla, presumo, sono quelli su salario minimo ORARIO, ed infatti questo e' quello cui Fausto si riferisce citando Card, e non su  salario minimo MENSILE. 

E poi vorrei dire un'altra cosa (che Michele non dice perche' provoca i lettori, ma io invece vorrei dire piu' chiaramente perche' i nostri lettori sono si' intellegentissimi, ,ma mica tutti hanno fatto corsi di economia dell'informazione o dei contratti o cose cosi'): Efficiency Wages implica si' che in certi casi salari piu' alti implicano che i salariati lavorano di piu'; ma il meccanismo classico e' che alzando il salario si alza il costo di perdere lavoro (essere licenziati) ed per questo che si lavora di piu' Ma se si alza il salario e non si puo' essere licenziati il meccanismo non funziona.

Insomma, qui mica si puo' scherzare, sono cose serie. Non e' che si alzano i salari per tutti sulla base di una strana vaga e non compresa teoria che una volta qualcuno ci ha raccontato a scuola mentre noi guardavamo la ragazza davanti. Forse questo e' il caso di Veltroni. Forse Stiglitz e' stato alle Frattocchie.

Io credo che Tito abbia in mente qualcosa di diverso per giustificare reddito minimo. Vorrei vederlo nero su bianco, ma credo abbia in mente mercati del lavoro non competitivi, modelli di search e salari determinati da contrattazione (individuale, non collettiva!!) in cui il reddito minimo e' un modo di cambiare il potere contrattuale delle parti a favore del lavoratore. Ma proprio per questo, perche' ha in mente seach e contrattazione, sarebbe il caso di pensare bene agli effetti di incentivi. Modelli diversi, d'accordo, ma qui si parla di "major policy", bisognerebbe capire bene bene.

Tra parentesi, l'idea invece di alzare i salari attraverso una riduzione delle tasse sarebbe una grande idea, se si capisse che per farlo bisogna abbassare la spesa.  Adelante, Veltroni, questa e' la strada giusta.

Tito credo abbia in mente questo:

a) il datore di lavoro e' MONOPSONISTA. ergo un salario minimo maggiore del salario scelto dal monopsonista aumenta il benessere sociale perche aumenta il numero di occupati. ("Rimediando a una situazione in cui i datori di lavoro hanno un potere
di mercato eccessivo, un salario minimo fissato a un livello non troppo
alto può creare più occupazione, come avvenuto ad esempio negli Stati
Uniti.")

and/or

b) il salario minimo fa da lower bound al potere contrattuale del lavoratore non coperto da CCNL ("Il salario minimo serve a proteggere le categorie maggiormente a
rischio di emarginazione e sfruttamento e non rappresentate dal
sindacato, come molti lavoratori con contratti flessibili e immigrati")

and/or 

c) la differenza tra quello che sarebbe il salario di mercato e quello minimo e' una tassa che si fa pagare al datore di lavoro per ridurre la poverta' ("Il salario minimo riduce il numero di working poor, di persone che
vivono al di sotto della soglia di povertà nonostante abbiano un
lavoro, un fenomeno crescente in Italia.")

una questione ovvia e': this is partial equilibrium, cosa succede in GE?  io ho i miei dubbi che non ci siano effetti... per esempio: cosa succede alla produttivita' del lavoro?

Marcello Urbani mi fa notare (grazie!) che l'articolo di Tito, riportato sopra nel commento di Pippi, dice esplicitamente che lui ha in mente un salario minimo ORARIO e non MENSILE, a differenza forse di Veltroni. Ottimo: questa e' proposta comunque discutibile ma molto meno "controversa". (Tito pero' ha altrove proposto, se non ricordo male, anche il reddito minimo garantito.) Tito dice anche che non e' lui che sta scrivendo il programma di Veltroni. Speriamo che chi lo sta facendo sappia il fatto suo come Tito. Speriamo che comprenda le implicazioni di queste politiche.

Tito dice anche che ha in mente una situazione in cui i datori di lavoro hanno un potere di mercato eccessivo, e quindi non Efficiency Wages. Come dicevo sopra vorrei capire meglio qual e' il modello. Non che lo si possa fare sulla Stampa, ma su LaVoce.info forse si'. E certo lo si puo' fare su nFA.

Anche io mi sono posto il problema: sta parlando di reddito minimo o di salario minimo (orario)? Mi pare, però, che l'articolo della Stampa di oggi sia sul secondo.

Temo che uno dei problemi piu' grandi, e al tempo stesso meno evidenti, che affronteremo in queste settimane siano le affermazioni "ex-cathedra" sullo stato di ricerche quanto meno ancora aperte. In "l'arte di ottenere ragione", Arthur Schopenhauer esponeva 38 "stratagemmi" con cui vincere in un dibattito, a prescindere dal contenuto di verita' delle affermazioni di ciascun contendente. Tra tutti, segnalerei "Persuade the audience, not the opponent " e "Appeal to authority rather than reason". Ma ne suggerirei la lettura completa, garantisco che sara' piu' divertente poi seguire i dibattiti.

Ritengo comunque che sia molto difficile poter uscire da questo stato di cose senza una adeguata alfabetizzazione economica della popolazione. Urge demistificazione, gia', e servono orecchie che sappiano ascoltarla. La sensazione che ho e' che l'economia, intesa nel senso di scienza economica, tenda ancora a non essere riconosciuta come un campo di specializzazione scientifico agli occhi della gente: non troveremo un non-medico che pretende di discutere con un medico sul modo di curare le conseguenze di una infezione con la stessa facilita' con cui troviamo un non-economista intenzionato a far valere la sua su questioni altrettanto tecniche. E certo, entrambi ci possono toccare egualmente da vicino.

EFFICIENCY WAGES

Quando facevo il revisore, 25 anni fa, le tre fascie retributive per quelli con 2 anni di esperienza erano 12,0 12,5 o 13,0 milioni (di lire, ovviamente) lordi annui.

Per entrare nella fascia alta (che significava avere 30.000 lire nette in più al mese) ci si scannava (e forse davvero aumentava notevolmente la nostra efficienza), ma eravamo giovani laureati in carriera.

Escluderei effetti simili sui salari minimi.

 

Molto interessante questo dibattito che state facendo. La proposta di un salario minimo orario di Boeri e' interessante e senza dubbio meno controversa di un salario minimo mensile. Se qualcuno di voi decide di argomentare su questa proposta del salario minimo orario, ci piacerebbe anche postare la vostra analisi su iMille.

... dicevano nel settore delle costruzioni quando ci lavoravo (senza salario minimo). Qui, presi dall'euforia, ne stiamo dicendo di tutti i colori e non si capisce più di cosa si stia discutendo. Sembriamo diventati un blog dove uno arriva, dice quello che gli passa per la mente senza aver neanche letto quello che gli altri hanno scritto, fa la battuta e se ne va senza neanche salutare. Questo non è un blog, questo è nFA. Lo chiamiamo "blog", a volte, solo perché siamo dei burloni e vogliamo confondere il popolo :-)

Proviamo a fermarci un pelino, e proviamo a leggere e ragionare prima di scrivere?

Anzitutto, come l'articolo di Sandro evidenzia, per il momento il PD non ha niente da dire, aria fritta a parte, sui salari, su come farli crescere e tutto il resto. Questo sembra acquisito da tutti, quindi andiamo avanti.

In secondo luogo si scopre che in Italia c'è la disuguaglianza. Molto bene, l'avevamo scoperto da un pezzo (ometto le compiacenti autocitazioni) e quindi non ci sorprendiamo. La domanda che nessuno sembra porsi è A COSA SI DEVE la crescita della disuguaglianza economica in Italia? Prima di dare risposte al volo, definiamola per favore. Stiamo parlando di differenze nei salari dei lavoratori dipendenti? Nei redditi totali? Nei redditi medi su periodi lunghi? Una volta definita, cerchiamo le cause. Io ho opinioni precise su cosa stia causando la non crescita del salario reale (e nominale) nel settore privato, ma sul resto non saprei prendere una chiara posizione. Continuo a ripromettermi di fare il post con Pierangelo, e spero di farlo presto. In ogni caso, non sarebbe male che chi discute di rimedi specificasse (1) a quale disuguaglianza si intende rimediare e (2) cosa l'ha causata.

In terzo luogo, non ho capito in che senso il salario minimo sia una soluzione al problema della disuguaglianza salariale. Anzitutto, definiamo quest'ultima: i salari alti crescono nel tempo più dei salari bassi, quindi le misure di dispersione della distribuzione dei salari crescon pure. Bene, allora il salario minimo può ridurre questa disuguaglianza solo se è "binding" e cresce nel tempo più rapidamente dei salari/redditi medio-alti, cosa che ritengo improbabile possa succedere a meno che qualcuno non abbia in mente il socialismo. Dico sul serio, e cerchiamo di capirci quando usiamo le parole: il salario minimo come antidoto alla crescente dispersione nei livelli salariali, o di reddito, è una burla. Scrivetevi due equazioni da quarta elementare e capite al volo perché.

In quarto luogo, non confondiamo il salario minimo con il reddito minimo garantito. Quest'ultimo, grande e durevole contributo di PotOp allo scemenzaio della sinistra confusa, si dà a tutti in base al fatto che esistono e sono residenti, mentre il primo dipende dal trovarsi un lavoro. Mi rendo conto che il titolo mal scelto - Ah, se i redattori legessero gli articoli prima di scegliere i titoli! - dell'articolo di Boeri ("Mille euro al mese") possa indurre in confusione, ma nell'articolo Tito parla d'altro. Del reddito minimo garantito mi rifiuto di discutere, per davvero. Se qualcuno ne ha voglia, faccia pure ma mi sembra tempo perso. Il reddito minimo garantito stile "stato del benessere generalizzato" è una tale corbelleria elettorale che non vedo proprio come qualcuno possa pensare di argomentare che potrebbe servire a tirare l'Italia fuori dalle secche dove sta. Secche causate dall'esistenza di TROPPI redditi garantiti ad uno o due milioni di protetti che fanno finta di lavorare ed in realtà fanno nulla. Ad ogni modo, di questione diversa dal salario minimo si tratta.

In quinto luogo, per quelli che pensano che la diseguaglianza crescente si risolva, in un posto come l'Italia, redistribuendo il reddito prodotto, forse varrebbe la pena di prendere in considerazione la "negative income tax". Una vecchia idea di quel nemico del popolo di Milton Friedman, sulla quale tutti ora concordano che, quando la si implementa intelligentemente, a qualcosa serve. Non fa miracoli, ma quello che vuole cercare di ottenere - dare incentivi ai meno produttivi di lavorare anche loro e trasferire loro un po' di reddito dei più produttivi a condizione che loro (i meno) si siano sforzati di lavorare - sembra ottenerlo. Leggersi il paper indicato, and references therein.

In sesto luogo, io non ho idea di cosa abbia "in mente" Tito Boeri. Son certo che ha in mente tante cose, come per altro noi tutti - dove ho lasciato le chiavi della macchina? A che ora usciamo a cena stasera? Urca, devo fare le tasse che mancano solo due mesi al 15 aprile, eccetera. Ma io non so le cose che ha in mente finché non le scrive. Per cui mi baso su quanto ha scritto. Quanto ha scritto sul salario minimo è internamente coerente solo se si assume, in una maniera o nell'altra, che l'ipotesi degli EW funziona. Altre volte ha scritto altre cose in tema salari, che con il salario minimo nulla hanno a che fare e che mi sembrano più chiare, oltre che più condivisibili. Ma la proposta fatta su La Stampa e riportata sopra richiede EW per essere coerente con quanto TB afferma che ne possa conseguire.

In settimo, Antonio mi dispiace ma il tuo tentativo di razionalizzare l'argomento con cose strane di datori di lavoro monopsonisti non funziona. Per monopsonista che sia il datore di lavoro (ammazzate l'ipotesi debole e realistica: stiamo parlando di piccole aziende, ristoranti, imprese di pulizia ...) e per quanti profitti faccia il monopsonista "sfruttando" gli immigrati che producono 100 ma vengono pagati 10, se lo forzi a pagarli 20 invece che 10 al più mantiene l'occupazione costante, di certo non l'aumenta. Invece, se ci sono gli EW, gli sfruttati una volta che ricevono 20 si attivano e producono 111, ed il monopsonista aumenta l'occupazione. Ma senza EW, ciccia: anzi, nella misura in cui il monopsonista ha qualche altro posto dove investire il suo capitale, visto che ora il rendimento del suo investimento cala (perché calano i profitti da "sfruttamento") se era contento prima d'investire i suoi soldi in quel business, sarà meno contento dopo. Quindi, qualche monopsonista andrà ad investire i propri soldi altrove - a meno che, davvero tu non abbia il mente il modello super-superfisso in cui c'è un imprenditore, un settore, una sola attività produttiva possibile ed una sola maniera di farla! - e quindi vi sarà una diminuzione dell'occupazione nel settore in cui il salario minimo è stato introdotto. Fine della storia.

Insisto, manteniamo alto il livello del dibattito, per cortesia. Oramai lo sappiamo, il paese è piccolo e la gente mormora ...

Michele, clicca qui e apri il file Minimum wages, vai a pagina 10 e 11 ;-)

P.S.:  io non stavo razionalizzando niente, ti stavo dicendo cosa Tito ha in mente. Lo so perche' feci il suo corso di Labour Economics, a suo tempo. 

Michele, nessuno ha in mente EW. LO hai citato solo tu. Questo non vuol dire che hai torto ad argomentare che e' l'unico meccanismo che genera aumento dell'occupazione all'aumentare dei salari. Ma ovviamente richiede licenziamento come punizione per chio non lavora e richiede sforzo non osservabile. E' coerente logicamente ma completamente irrilevante nella pratica del mercato del lavoro in Italia e altrove. Su questo ovviamente sei d'accordo. Allora accordiamoci che non e' di questo che si parla. Vediamo se il modellino che ci ha "regalato" antonio funzione, anche se monopsonio dell'impresa sembra assurdo. E anche qui concordiamo.

Concordiamo anche su qualcos'altro? Guarda le cose che ha mandato pippi (grazie!) interessantissime. Io in tutta questa storia leggo una gran confusione. Si spinge al reddito minimo ma si chiede il salario minimo e comunque si fa una gran confusione tra le due cose; un economista preferisce il secondo, un sociologo il primo, ma la differenza tra i due e' di secondo ordine, sembra che si argomenti. Questo e' grave, secondo me. Secondo punto, salario minimo (anche se solo salario non reddito) + contratto unico (questo a me pare e' la proposta di Tito nell'intervista che ci ha mandato pippi) implica un irrigidimento del mercato del lavoro notevolissimo. Uno puo' anche credere che questa sia cosa buona - io credo sia l'opposto di quello che il mercato del lavoro in Italia abbia bisogno - ma sara' meglio che sia chiaro cosi' che chi lo propone si senta in dovere di argomentare. 

Cerchiamo di capirci, che qui sembra non stia succedendo. Ripeto: a volte non so nemmeno cosa ho in mente io, quindi di cosa abbia in mente la gente preferisco non discutere. Discuto di quello che scrivono.

1) Ho scritto varie cose nel commento anteriore. Quale di esse è incoerente?

2) pippi ha copiato l'articolo di Tito Boeri. In questo articolo TB fa una proposta piuttosto precisa. Oltre alla proposta fa altre due cose. (i) Commenta sugli effetti che l'attuazione della proposta ha avuto in altri paesi. Questi effetti sono stati studiati. Ho espresso dei dubbi sul fatto che il risultato di tali studi sia quello che TB sostiene. Ho invitato altri, più esperti di me, a dirci se questo è vero o meno. Su questo punto rimango in attesa, visto che non ho tempo al momento di cercare tutti i riferimenti e non li ricordo a memoria. (ii) TB fa inoltre delle predizioni, se capisco bene relative all'Italia, su quali potrebbero essere i possibili effetti della sua proposta. Se è necessario nel prossimo commento faccio "cut and paste" e li riporto, però le predizioni di TB mi sembrano chiare. Concordiamo su questo? Credo di sì.

3) Io ho argomentato PURAMENTE DAL PUNTO DI VISTA LOGICO, che le predizioni di TB sugli effetti che la sua proposta avrebbe sono coerenti solo se si assume che il modello di EW si possa applicare all'aggregato del mercato del lavoro in Italia o, per lo meno, alla parte bassa (ultimo quartile, ultimo 50%?) del medesimo. Anche su questo, se leggo bene il tuo commento, concordiamo, ossia concordiamo sull'affermazione: se {[A]&[B]} allora {[C]&[D]}. Dove [A]=[le ipotesi di EW si applicano alla parte rilevante del mercato del lavoro italiano], [B]=[si introduce il salario orario minimo], [C]=[l'occupazione non cala o cresce] e [D]=[il bilancio pubblico non ne risente o migliora (ipotesi implicita: a spesa pubblica costante)]. Siamo d'accordo su questo? Se ho sbagliato mi scorrigerete.

4) Basandosi su altri scritti di TB, Antonio suggerisce (e ne fornisce i riferimenti, che sono questo e questo) che le affermazioni di cui in 2) qui sopra sono coerenti anche alla luce di un altro modello, che per brevità chiameremo "impresa monopsonista". Su questo dissento. Non tanto, o non solo, perché assumere che le imprese che in Italia occupano i lavoratori meno pagati abbiano un potere di monopsonio è non realistico (certo che lo è, ma questo ci porta nel labirinto "realismo delle ipotesi", nel quale comunque mi avventuro nel punto 4)) ma perché l'argomento non funziona neanche in astratto. Insomma, da {[impresa monopsonistica]&[introduzione salario minimo]} non segue [aumenta l'occupazione]. Di nuovo, se ho sbagliato mi scorrigerete.

5) La letteratura in questione, se ben ricordo, argomenta che il potere di monopsonio dell'impresa sul lavoratore deriva, fatti salvi casi eccezionali, dall'esistenza di costi di ricerca del lavoro per il lavoratore. Vado rapido, e mi scuso con i non adetti ai lavori. In generale la situazione è simmetrica, ossia anche le imprese devono affrontare costi di ricerca di nuovi lavoratori se licenziano quelli che ora sono occupati; questo fatto viene allegramente scordato. Se venisse ricordato dovremmo considerare un modello in cui un monopsonista ed un monopolista contrattano, con risultati finali ovviamente ambigui. Inoltre, ammesso e non concesso che il monopsonio esista, esso esiste solo DOPO che il lavoratore ha accettato di lavorare per un'impresa. Prima, ossia quando il lavoratore cerca lavoro e l'impresa cerca lavoratori, la situazione è per definizione simmetrica: entrambi si trovano davanti a costi di transazione. Di nuovo, i risultati sono ambigui ed i lavori recenti - uno fra i tanti - che vanno sotto l'etichétta di "ricerca diretta (direzionata?)" concludono che in questo caso il mercato del lavoro raggiunge un'allocazione efficiente, ossia non c'è alcuna ragione d'introdurre salari minimi o legislazione similare. Questo è quanto io conosco su questo problema di cui, ripeto, non sono specialista. Una volta ancora, se ho sbagliato gli specialisti mi scorrigeranno.

6) Dagli altri articoli suggeriti da pippi si evince che tutto questo fa parte di una proposta politica globale che il PD e gli esperti economici ad esso vicini stanno avanzando in questa campagna elettorale. Tale proposta dice che la diseguaglianza si riduce attraverso salario minimo e reddito garantito, e che così facendo si aumenta (o non si diminuisce) l'occupazione e si aumenta (o non si diminuisce) il reddito medio e quello dei lavoratori dipendenti in particolare. Ho argomentato nel commento precedente le ragioni elementari per cui ritengo che tali affermazioni siano false o, per lo meno, altamente dubbiose. Se fosse necessario, proverò a dare argomenti più eloquenti, ma al momento non vedo nessuna critica dei miei argomenti. Forse vi divertirà scoprire che due dei sostenitori del salario minimo in Inghilterra sembrano, in questo studio, concordare con quando ho affermato. Ossia che, se vogliamo ridurre la diseguaglianza anche solo salariale attraverso i salari minimi, occorre estendere questi ad una parte sostanziale della forza lavoro ed aumentare i medesimi persistentemente e, soprattutto, ad un tasso di crescita uguale o superiore a quello del salario medio. Nel loro abstract, infatti, essi scrivono

The main conclusions are that the NMW [salario minimo nazionale] does have a detectable effect on the wage distribution and that compliance with the NMW is widespread but the impact is limited because the NMW has been set at a level such that only 6-7% of workers are directly affected and the NMW has had virtually no impact on the pay of workers not directly affected. Furthermore, virtually all the changes occurred within two months of the introduction in April 1999 and its impact declined over time from April 1999 to May 2001 as the minimum wage was not up-rated in line with the increase in average earnings.

 

Infine, per chi fosse interessato all'evidenza empirica in favore dell'idea "impresa monopsonistica implica salari artificialmente bassi e bassa occupazione", ecco una rapida rassegna. In essa si conclude che

Estimates of monopsony exploitation to date in American labor markets have yielded
surprising results (see Table 1 for a rough summary). Monopsony does not appear to
have been important in company mining towns, a standard textbook example, or in
markets for teachers and nurses, early suspects. In fact, the largest plausible estimates of
monopsony exploitation to date are not for blue-collar workers but rather for professional
athletes and possibly college professors.


Attendo che qualcuno ci convinca che i lavoratori meno pagati in Italia sono gli atleti professionisti ed i professori universitari, e che di essi ve ne sono troppo pochi.

Io apprezzo molto tutto questo A+B=C+D, imparo cose nuove come la parola "monopsista"; e' per questo che sono qui e mi diverto.

Pero' mi urge ricordare che siamo in campagna elettorale e mi sa che sara' una delle peggiori ever quindi suggerisco cautela nel prendere cio' che viene detto troppo seriamente. Ho come l'impressione che dopo l'uscita di berlusconi sull'ICI in zona cesarini l'ultima volta adesso la sinistra abbia imparato che spararle grosse paga. Questa del salario minimo garantito 1000 euro al mese per i giovani e' soltanto uno dei dodici punti del programma del PD ed e' in buona compagnia con una pletora di demagogismi da fare chapeau: cento nuovi campus universitari entro il 2010, internet a banda larga per tutti, 2500 euro per ogni figlio sfornato, eliminare la spesa pubblica, ovviamente ridurre le tasse, etc etc. Ovviamente il populismo professionista prevede la candidatura dell'unico sopravvissuto all'incendio thyssen krupp e una lotta senza quartiere alla pedofilia. Insomma VW ha imparato da Silvio dai, ed e' solo l'inizio. Finiranno davvero con piu' figa per tutti come si diceva nel 2000.

Se non si capisce io sono molto triste. Sinceramente spero che a queste elezioni vinca il partito dei non votanti. Lo so che non serve a niente per se ma e' almeno un segno che gli italiani iniziano ad intuire che qualcuno li prende per il culo.

hai dimenticato gli asili come diritto fondamentale della donna e le case sociali affittate a 300 euro al mese, nonche' le infrastrutture. noto anche che alcune cose sono scopiazzate dalle cose che ha detto berlusconi qualche tempo fa, di cui si era occupato sandro, con variazioni marginali (berlusca le da in proprieta', uolter in affitto, ma sempre case sociali sono). mi sa che hai ragione: qua ne vedremo delle belle...

GG: guarda che siamo d'accordo al 101%! Io alle balle di VW che promette miracoli non ci credo in assoluto! Ed hai ragione ad osservare che ha appreso come fare bs da mister BS: quest'anno è partito lui in anticipo; fra un po' promette che resusciterà i morti.

Ora ha persino promesso che taglia le tasse: un punto di PIL all'anno per tre anni! La stessa gente che le ha aumentate di 2 punti di PIL in due anni, lo stesso VV, lo stesso TPS, lo stesso Prodi! Ora dove sono tutti gli economisti chiaccheroni e molto "responsabili" che un anno e mezzo fa ci davano degli irresponsabili liberisti di destra quando dicevamo qui che le tasse bisogna tagliarle e tagliarle di brutto? Dove sono quelli che predicavano la responsabilità, il bilancio, il debito, Maastricht? DOVE SONO? MA NON SI VERGOGNANO MAI?

E le spese, guarda caso, non ha detto dove le taglia; fa miracoli VW, fa miracoli!

Certo che stanno prendendo la gente per il culo (e rieccoce con la vulgata di nFA!). Hai ragione da vendere, solo che troppa gente vive nel mondo dei sogni e fa finta che quanto VW va dicendo sia sensato e coerente.

Si tratta di far vedere, senza lasciare alcuna ombra di dubbio, che così non è; appena il BS comincerà a promettere il paradiso in terra faremo lo stesso.

Forse il messaggio raggiungera' pochi elettori, ma almeno un minimo di demistificazione proviamo a farla. Per farla bene occorre essere certi che i dettagli tecnici ci sono tutti. Anche perche' c'e' troppa gente in giro che fa finta che tutto questo sia coerente e sensato. Invece non lo e', e loro mentono, sapendo di mentolo ...

Veltroni il nostro Marziano de Roma, in omaggio a Flaiano, ha deciso di iniziare il suo viaggio nelle 110 province italiane da Pescara. Visto che si trova nella mia regione ho deciso di documentarmi.

Leggendo il suo discorso a Spello il 10 Febbraio scorso, riportato da L'Unità il giorno dopo, credo di aver scoperto chi ha dato una mano a Benedetto XVI a scrivere l'Enciclica Spe Salvi. Ne riporto la parte conclusiva:

"Sono le speranze e i sogni di milioni di persone, che insieme cambieranno l'Italia. La speranza, il sogno: parole che alcuni giudicano ingenue, astratte poco adatte alla politica e alle sue esigenze di realismo. Ma speranza vuol dire immaginare qualcosa che non c'è e impegnarsi per renderla possibile. Cosa di più bello nella vita? La speranza, la fiducia nel futuro, è il motore del cambiamento che serve all'Italia. 

E' per questo che io mi candido. Non per ricoprire una carica.

E vi chiedo, nei prossimi mesi, di non pensare a quale partito ma a quale Paese. Facciamo un Paese grande e lieve. Un Italia in cui non si muoia per lavorare. In cui studiare e intraprendere sia facile. In cui le donne e gli uomini ritrovino la voglia di viaggiare, insieme e sicuri, verso il futuro. In cui la politica riscopra il coraggio di rischiare il nuovo. E forse, un giorno, ricorderemo che qui, oggi, in una bellisssima domenica italiana, tutto è cominciato.  

Dal testo visto il suo CV credo che potrebbe ricavare anche una sceneggiatura per un Cortometraggio dal titolo "C'è mancata solo la speranza" 

Di seguito il testo integrale

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=H3UAR

Io sinceramente non ho niente di cui vergognarmi. Continuo a pensare che il governo Prodi sia stato un buon governo.

Saluti

Marco 

DA LA STAMPA del 19-2-2008

ROMANO PRODI

Caro direttore,
l’editoriale di Luca Ricolfi, apparso ieri sul suo giornale, mi impone di intervenire in quanto - pur di sostenere le proprie tesi in vista della competizione elettorale - l’editorialista non si fa scrupolo di usare in modo strumentale e scorretto molte cifre che si riferiscono all’azione del mio governo. Per evitare ulteriori «incomprensioni», mi permetterà di far seguire a ogni considerazione «virgolettata» di Ricolfi, la valutazione ufficiale mia e del governo, confidando di evitare un successivo rimpallo di dichiarazioni.

«Lotta all’evasione. La cifra di (almeno) 20 miliardi recuperati è altamente controversa, ed è stata messa in dubbio da vari analisti e centri di studio indipendenti. Per il 2006, unico anno per il quale si dispone già di dati completi, non è nemmeno certo che esista un effetto-Visco (la mia migliore stima fornisce un recupero di evasione di appena 1,7 miliardi)».

La stima del recupero di evasione per oltre 20 miliardi di euro è robusta ed ampiamente documentata dai documenti ufficiali presentati dal governo al Parlamento. A sostegno della credibilità della stima è l’andamento dell’elasticità delle entrate tributarie al Pil.

Dal 2001 al 2005 è stata pari allo 0,75 per cento. Nel 2006 è stata pari al 2,6 per cento; nel 2007 è stimata all’1,6 per cento. È vero che nel corso del 2006 anche altre economie sviluppate hanno avuto un aumento dell’elasticità, tuttavia laddove essa è aumentata di più (Spagna), l’incremento è stato inferiore alla metà di quello raggiunto in Italia.

Più in dettaglio, l’imposta maggiormente sensibile alla lotta all’evasione è l’Iva da scambi interni, la quale ha un termine di confronto molto chiaro per misurare l’emersione di base imponibile: i consumi interni. A partire da maggio 2006, il gettito Iva da scambi interni è aumentato a tassi più che doppi rispetto alla crescita dei consumi interni. Anche nel 2007, il gettito Iva da scambi interni ha superato nettamente l’incremento dei consumi interni. In sintesi, è emersa senza alcun dubbio nuova base imponibile.

In ogni caso, la discussione sulla quantità di risorse recuperate non può offuscare un punto politico incontrovertibile, sottolineato innanzitutto nella letteratura economica: i condoni favoriscono l’evasione. I 20 condoni realizzati dal governo che ci ha preceduti hanno sicuramente determinato l’ampliamento dell’irregolarità fiscale. E non a caso, l’Italia ha ancora un procedimento in corso presso la Corte di Giustizia Europea per il condono Iva del 2003, proprio per l’effetto di tale condono sull’evasione e quindi sul gettito Iva per il Bilancio della Commissione Europea (alimentato dall’imposta raccolta nei Paesi membri). La discontinuità nella politica fiscale con il governo da me presieduto ha certamente innalzato la correttezza nel comportamento dei contribuenti.

«Quel che in compenso è certo è che il governo Prodi ha sempre tenuto basse le previsioni sulle entrate fiscali, e proprio grazie a questo artificio contabile ha fatto emergere i vari “tesoretti”». Innanzitutto, oltre che nell’extragettito non previsto, i risultati della lotta all’evasione sono presenti nel gettito previsto in conseguenza di precise misure di intervento contenute nel decreto di luglio 2006 e nella legge finanziaria per il 2007. La quantificazione di tali misure ha avuto il vaglio della Ragioneria Generale dello Stato e dei Servizi competenti di Camera e Senato. In particolare, il decreto del luglio 2006 conteneva misure antievasione quantificate in quasi 3 miliardi euro, mentre la legge finanziaria per il 2007 associava agli interventi antievasione quasi 6 miliardi di euro. In sintesi, quasi la metà degli oltre 20 miliardi di recupero di evasione sono frutto di un ventaglio di interventi dall’impatto finanziario ufficialmente previsto e «bollinato».

E comunque, a proposito di previsioni «tenute basse», va sottolineato che le previsioni devono soddisfare precisi criteri di contabilità pubblica. Il ministero dell’Economia e delle Finanze poteva incorporare nelle previsioni soltanto l’effetto di misure direttamente quantificabili. Il miglioramento della regolarità dei comportamenti è per definizione non quantificabile ex ante, in quanto dovuto al clima fiscale promosso dal governo: dalla credibile eliminazione dei condoni, al riavvio dell’attività dell’Agenzia delle Entrate, anche con iniziative esemplari su grandi evasori. I risultati del clima fiscale si misurano ex post, in particolare attraverso l’elasticità di specifiche imposte rispetto a specifiche basi imponibili.

Si aggiunga poi un’altra circostanza: per un Paese ancora fortemente indebitato come l’Italia mancare di prudenza con le previsioni finanziarie - come ad esempio capitò al governo Berlusconi nei Dpef 2003-2006 - può essere molto dannoso. Costruire quadri finanziari poco realistici significa esporsi al rischio di entrate più basse rispetto a quanto stimato e di spese pubbliche destinate a crescere, proprio a causa di una programmazione «lassista», ben più di quanto sia consentito dall’andamento dell’economia. Atteggiamenti prudenziali non solo sono giustificati, ma costituiscono la base onesta per una buona e corretta programmazione finanziaria.

«Uso dell’extragettito. Quale che sia l’origine del cosiddetto extragettito (gettito non previsto dal governo), è incontrovertibile che i contribuenti non hanno visto sgravi fiscali per 20 miliardi di euro (la lotta all’evasione fiscale non doveva servire a ridurre le tasse ai contribuenti onesti?). Essi hanno invece assistito, nel corso del 2007 a una sistematica opera di dissipazione del gettito non previsto. Visco metteva i soldini nel salvadanaio, i “ministri di spesa” lo rompevano tutte le volte che si accorgevano che era pieno (Dl 81, Dl 159, Finanziaria 2008)».

Se quello che scrive il professor Ricolfi fosse vero, nel 2007 avremmo dovuto assistere a un aumento delle spese di pari entità rispetto ai guadagni ottenuti in termini di gettito con la migliore crescita economica e con la lotta all’evasione. Ma così non è stato. Non abbiamo ancora i dati definitivi, ma le informazioni ufficiali a disposizione ci consentono di affermare che:
il disavanzo pubblico sarà con grande probabilità sotto il 2% del Pil, ben al di sotto del 2006 e degli anni precedenti;
il fabbisogno di cassa delle Amministrazioni Pubbliche potrebbe essere risultato nel 2007 «prossimo per l’intero anno a 38 miliardi, circa il 2,5% del Pil (il valore più basso degli ultimi quattro decenni)» (p. 28, Bollettino Economico Bankitalia, gennaio 2008);
Sulla base di elaborazioni dei dati Bankitalia resi noti l’11 febbraio 2008, l’andamento delle spese di cassa del bilancio statale riferito all’intero 2007 mostra rispetto al 2006 che le spese correnti al netto degli interessi passivi (questi ultimi aumentati tra il 2006 e il 2007 di circa 7 miliardi di euro) sono praticamente rimaste invariate in termini nominali (e quindi calate in termini reali di circa il 2%);
mentre le spese in conto capitale, così come tutti ci chiedevano, sono aumentate di poco più di 8 miliardi di euro; e, di conseguenza, che le spese totali al netto degli interessi sono aumentate del 2,1%, restando sostanzialmente invariate in termini reali. Ricordo solo che il tasso di crescita delle spese negli anni precedenti era ben superiore, quasi il doppio, di quanto realizzato dal mio governo.

Aggiungo anche che nei miei 20 mesi di governo l’aumento delle entrate e il controllo delle spese - a cominciare da quelle rientranti nei «costi della politica» - hanno consentito di ridurre il cuneo fiscale di cinque punti percentuali sulle imprese e sui lavoratori; di riformare l’imposta sulle imprese con un abbassamento dell’aliquota di cinque punti e mezzo; di introdurre semplificazioni e facilitazioni («forfettone») per le piccole imprese; di ridurre l’aliquota Irap, di abbassare la pressione fiscale sui redditi medio-bassi. Certo - ma ne sono orgoglioso - abbiamo aumentato le risorse destinate ai più poveri (pensionati e incapienti), ai precari (introduzione dell’indennità di maternità, dell’indennità malattie, migliori condizioni per le pensioni future, facilitazioni per il riscatto ai fini pensionistici della laurea), alle giovani coppie in affitto e l’elenco potrebbe continuare.

«Morale. Il governo Prodi consegna all’Italia una situazione nella quale non c’è più alcun extragettito da spendere e, se anche qualche risorsa dovesse mai spuntare fuori, verrebbe immediatamente bruciata per coprire i 7-8 miliardi di spese non messe in bilancio dalla Finanziaria 2008».

In sintesi, quando il governo che ho avuto l’onore di guidare si è insediato, l’Italia era ancora sotto la procedura per disavanzo eccessivo da parte dell’Unione Europea. Proprio in questi giorni il Commissario Almunia ha annunciato che dal prossimo aprile la procedura sarà cancellata. Al tempo stesso, spese pubbliche, evasione fiscale e disavanzo pubblico erano in forte crescita, il debito pubblico rispetto al Pil aveva ripreso a salire. Oggi siamo in una situazione nella quale le spese sono tornate nell’alveo delle necessità del risanamento, l’area dell’evasione fiscale è stata visibilmente ridotta, il disavanzo pubblico è solidamente sotto il 3% del Pil, il debito rispetto al Pil è nuovamente e significativamente in discesa. I grandi obiettivi del pareggio di bilancio e di un debito pubblico sotto il 100% del Pil non sono più dei miraggi, ma delle mete realistiche che è diventato possibile raggiungere negli anni a noi più prossimi. E si tratta di mete che la nuova situazione del bilancio consente di accompagnare alle misure, altrettanto necessarie, di riduzione del carico fiscale.

Come detto più volte, saranno i prossimi dati di consuntivo 2007 e la prossima Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica a certificare il buon andamento delle finanze pubbliche e a aggiornare le previsioni sul 2008. Mi limito solo a ricordare quanto da altri già scritto è cioè che il governo che verrà farà bene a preservare la buona eredità che noi lasciamo sia sul fronte dell’aumento del gettito da evasione sia della gestione delle spese pubbliche.

Mi scuso per la lunghezza della risposta e per l’elencazione di cifre, percentuali e dati economici. Ma credo si tratti di una precisazione doverosa al fine di evitare che tali e tante imprecisioni possano diventare strumento di mistificazione elettoralistica.

Credo siamo d'accordo con quasi tutto. 2 e 3 siamo d'accordo (1 e' una domanda; la risposta e' niente; non credo di avere argomentato incoerenza da parte tua; solo che parlare di EW confondeva e basta). Da 5 in poi, mi par di capire argomenti che l'ipotesi di monopsonio non tiene nei dati. Concordo pienamente. Tra parentesi, non tiene nei dati nemmeno EW come spiegazione aggregata (e ancora meno in Italia dove licenziare non e' facile). Credo siamo d'accordo anche su questo. Il punto importante e' 4. Funziona logicamente il modello monopsonio? Beh, a pensarci bene non sono certo sia cosi' importante, perche' concordiamo che anche se tenesse, sarebbe pur sempre un cattivo modello, in quanto le ipotesi non tengono. Comunque, tanto per argomentare credo che l'argomento sia: a) se col salario minimo tagli le rendite delle imprese non hai necessariamente effetti sull'occupazione immediati dal lato della domanda, b) ma alzando i salari li hai dal lato dell'offerta. Non e' ovvio che a) sia corretto pero': e' possibile che sovraoccupazione si mangi le rendite sia sl margine intensivo che estensivo, nel qual caso aumentare i salari avrebbe si' effetto di domanda; o mi sbaglio?;mi sa che il modello per funzionare abbisogna di qualche componente del modello superfisso. Me lo guardo comunque, l'articolo di Manning che ci ha mandato Antonio. 

"Quest'ultimo, grande e durevole contributo di PotOp allo scemenzaio
della sinistra confusa, si dà a tutti in base al fatto che esistono e
sono residenti, mentre il primo dipende dal trovarsi un lavoro."

Nel paper di Moffit, a pagina 3, il segmento AC è il reddito minimo garantito , dove reddito minimo garantito significa che tutti, anche se non "fanno nulla", guadagnano AC.  Anche Friedman, non solo PotOp, era favorevole al reddito minimo garantito, a quanto pare.  

L'idea innovativa della "negative income tax" ( o nella versione moderna, l'EITC) è che questo  trasferimento non diminuisce 1:1 una volta che si inizia a lavorare (cosa che creerebbe disincentivi ad entrare nel mercato del lavoro per tutti quelli che sceglierebbero, se entrassero, un punto sul segmento AD). 

E' chiaro che tutto questo niente ha a che fare con i problemi veri dell'Italia. 

Agreed, solo un dettaglio. Friedman, se di Milton Friedman stiamo parlando, non era favorevole al reddito minimo garantito "a tutti in base al fatto che esistono e
sono residenti" ma solo per chi si trova un lavoro e lavora (da cui la tassa negativa per i redditi bassi). Almeno io mi ricordo così, o no?

 

Mah, non conosco cosi' bene Milton Friedman ( mi si girano ogni volta che attacco a leggere Free to Choose per motivi che forse avrai intuito :) ) da poter rispondere con sicurezza. A naso, la sua posizione era "anche se", ovvero, "anche se " diamo un sussidio a quelli che non lavorano, con la negative income tax possiamo evitare che gli AD si kinkino a zero labor supply, cioè gli diamo incentivi a lavorare. Secondo me, il grande merito di questa idea è proprio quello di distinguere il beneficio lump sum (i.e. vogliamo che tutti c'abbiano quacche cosa, anche poco, per magna' ) dagli incentivi al margine (intensivo o estensivo che sia). Se noti, con il sussidio e la negative income tax, pochissime persone sceglierebbero di non lavorare (forse nessuno, ma ci dovrei pensare piu' attentamente, facciamo finta che sono a misura zero!), quindi il "conditional on working" sarebbe una condizione di equilibrio, diciamo, piu' che una imposizione per legge.

Ora un po' di polemica, pero', se no non è divertente :) . C'è un bel paper di Emmanuel Saez in cui usa un modello alla Mirrlees , emendato per ammettere extensive labor supply elasticity (in Mirrlees standard non sarebbe mai ottima la negative income tax, ma vabbè, queste sono technicalities) per studiare appunto l'ottimalità dell'EITC. Fa delle simulazioni, e ovviamente trova che quanto piu' alta è l'elasticità estensiva ( i.e. quanto piu' scansa-tutte-le-fatiche sono gli AD) tanto piu' ci piace l'EITC. C'è un'altra simulazione piu' divertente, pero'. Se tieni costante l'elasticità estensiva, l'EITC piace di piu' a social planners che hanno meno gusto redistributivo . Ovvero, un utilitarista puro preferisce avere un trasferimento lump-sum basso e molta negative income tax, mentre un rawlsiano preferisce avere un trasferimento alto e poca negative income tax. E insomma, questo mi sembra pienamente coerente con quanto si osserva della correlazione tra posizioni di public policy e proclami di liberalismo in un sample casuale di economisti (questo ripeto tenendo costante quanto sono importanti gli incentivi al margine )

:)

 

Il PD e i salari

pippi 16/2/2008 - 00:56

l'Unità
15 febbraio 2008
«Il salario minimo va bene, ma andrebbe esteso a tutti»
(intervista a Tito Boeri)
 

Il PD e i salari

pippi 16/2/2008 - 01:02

l'Unità
15 febbraio 2008
«Il vero traguardo? Garantire un reddito se non c'è lavoro»
(intervista a Luciano Gallino)

Da questa discussione come dalle altre che l'hanno preceduta, emerge l'unicità di nFA che è sfuggita a FM; sembra di essere in un seminario no stop in un'aula universitaria virtuale, dove insieme a persone di ogni ogni estrazione e cultura vi sono studenti alle prime armi, laureandi, dottorandi, ricercatori, Professori e poi persone speciali come Alberto, Michele, Gianluca, Nicola, Enzo, Antonio, Giorgio, Sandro, ... che con pazienza ci mettono a disposizione il loro sapere. Ognuno esprime il proprio punto di vista: c'è chi scantona, chi precisa, chi fornisce un riferimento bibliografico, chi delle evidenze empiriche, chi riporta la discussione sul seminato. A volte il linguaggio diviene colorito ma a chi non è mai scappata una parola fuori posto alzi la mano. 

Questo è un estratto di un articolo apparso su TIME Europe un paio di settimane fa:

But some of Germany's nervousness may be due to the way globalization is presented to them. In the 1990s, the big political parties urged Germans to knuckle under and absorb tough reforms in order to compete better in the global marketplace. Today they're more inclined to tell voters what they want to hear. The SPD, which suffered a series of electoral losses after its then Chancellor Gerhard Schröder introduced economic reforms in the early 2000s, now stresses its socially sensitive side. The centerpiece of the party's recent campaign was the call for a "decent and fair" nationwide minimum wage. Some SPD MPs have qualms about the proposal, but, as one senior SPD parliamentarian conceded — on condition of anonymity — the party had little choice if it wanted to win back core supporters after asking them to endure years of sacrifice. "You can only push the voters so much," he says. One major catalyst for the shift to the left has been the advent in west German politics of the Left Party, or Die Linke. Though it has become home to dissatisfied former Social Democrats like co-chairman Oskar Lafontaine, the party has its deepest roots in the ruling communist party of the old East Germany, and until now its influence has been largely limited to east German states, where it draws up to 28% of the vote. The party advocates a generous welfare state and the redistribution of wealth; it sharply questions the advantages of globalization and opposes German military involvement in "new imperial wars" such as Afghanistan. The Left Party's ascent, analysts say, has pulled the larger SPD away from its more centrist positions.

 Il resto è http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1708114-2,00.html .

Che dite? Vi ricorda nulla?

Io non ci vedrei chissa' che nell'emergere della Linke facendo paragoni col caso italiano. In Germania, in seguito a parecchi malumori dell'elettorato, sia il SPD che il CDU si sono spostati a sinistra, con la Merkel in modo piuttosto marcato, visto che al congresso ha parlato tra le altre cose di tetti ai salari dei manager e di salario minimo garantito.

Piu' in generale e' una tendenza europea. anche I conservatori e i liberal democrats britannici hanno politiche che si sono spostate a sinistra, con gli ultimi che - oltre a sostenere l'universita' gratis per tutti -proprio oggi hanno salutato con estremo favore la nazionalizzazione del mortgage lender Northern Rock.

 

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