Partiti piccoli, argomenti piccoli

4 febbraio 2009 Marcks

L'approvazione alla Camera dei Deputati della nuova legge elettorale che fissa la soglia di sbarramento al 4% per poter essere ammessi al parlamento europeo, è stata salutata da alcuni come necessaria, mentre altri hanno visto in essa un attentato addirittura contro la democrazia. E proprio così?

Delle possibili critiche avanzate contro la decisione di fissare una soglia di accesso troppo bassa per l'ammissione al parlamento Europeo, ne prenderò in esame due. In realtà i due argomenti non sono del tutto separati. Agli occhi di quanti sostengono che la nuova legge avrà effetti nefasti per i piccoli partiti, impedendo la rappresentanza di questi, quella legge avrà effetti negativi anche sulla qualità della democrazia, per cui la limitazione della rappresentanza politica dei piccoli partiti produrrebbe uno scadimento complessivo della nostra democrazia.

Ecco gli argomenti.

La limitazione di rappresentanza. Stabilire che solo quanti ricevono una certa quota di preferenze hanno diritto di accedere alle istituzioni rappresentative limiterebbe in maniera eccessiva la capacità di quelle istituzioni di rappresentare tutti i cittadini, anche quelli che non costituiscono la maggioranza che in quel momento ha raccolto più voti. Sarebbe un impoverimento troppo grave delle istituzioni lasciare che quanti non godono attualmente di consenso elettorale debbano essere tagliati fuori dai processi decisionali.

La limitazione della democrazia. Questa conseguirebbe dal punto precedente. Se le istituzioni rappresentano solamento i più forti e i più votati, dov'è la democrazia? Quale potere si esprime in quelle istituzioni, se ripulite della presenza dei più piccoli ma comunque significativi partiti?

Andiamo a vedere ciascuno di questi due argomenti. Premettendo una piccola postilla. Benché l'imperante partitocrazia italica, da tempo senescente, ci autorizzi a pensare all'auto-difesa dei piccoli partiti come ad un tentativo di difendersi dallo sgretolamento (con conseguente dissolvimento delle burocrazie e dei rimborsi elettorali), mettiamo da parte queste considerazioni più ciniche e prendiamo per buoni solamente gli argomenti confessati dai segretari dei piccoli partiti. Dei motivi inconfessabili, ognuno giudicherà da se.

Sulla rappresentanza. Se il peso elettorale di un partito è diminuito è certamente vero che c'è un deficit di rappresentanza, anche se questo non pertiene tanto all'istituzione che dovrebbe sobbarcarsi il costo di garantire quella rappresentaza diminuita; piuttosto il problema è (della rappresentanza del partito): se pochissimi lo votano, chi rappresenta? Questo è il vero nodo della rappresentanza. Invece, per i piccoli partiti sembra che il problema sia sempre da “trasmettere” alle istituzioni rappresentative: per pochi che siano gli elettori di un partito, questi dovrebbero essere comunque rappresentati. Ma un'idea simile nasconde una concezione della rappresentanza che è stata definita a “specchio”: le istituzioni dovrebbero rispecchiare la società nel suo complesso, sia essa costituita da forze politiche piccole o grandi. Per quanto assurda, una simile concezione politica è già un passo avanti per coloro che ne propugnano l'attuazione. In tempi non lontani, questa concezione a specchio sarebbe apparsa già sospetta, perchè sospette erano le istituzioni rappresentative: non si trattava tanto di trovare un metodo di rappresentanza più o meno “giusto” o efficace, ma lasciare che tutti i cittadini partecipassero direttamente alla politica (era questa appunto una concezione partecipatoria di democrazia diretta, rispetto a cui anche la concezione attuale “a specchio” sarebbe apparsa una diminuzione). Ora almeno si riconosce che il problema della cittadinanza può essere articolato anche nella forma della rappresentanza politica in istituzioni rappresentative e che queste possono dunque essere difese come democratiche. E' un passo avanti. Detto questo, anche per i più pugnaci assertori della proposta di legge per le elezioni europee, una compagnia di giro che va da Mastella ai leninisti di Rifondazione, non dovrebbe essere difficile riconoscere che esistono differenti livelli e gradi di rappresentanza e che una marginale modifica all'implementazione del meccanismo di rappresentanza non potrebbe da sola giustifcare appelli disperati circa l'eliminazione della rappresentanza tout court.

Sulla democrazia. Benché si senta affermare il contrario, la democrazia non coincide solo con la partecipazione o rappresentanza politica. Partecipazione e rappresentanza costituiscono una parte delle procedure democratiche, ma queste sono l'esito terminale, fra l'altro, dell'esistenza di diritti (quelli fondamentali detti costituzionali, per esempio, che rendono la partecipazione sensata e libera) che non sono disponibili al processo decisionale democratico, o lo sono solamente dopo processi di revisione costituzionale. Questa banalità è così patente che, passata la legge, i piccoli partiti potranno ancora fare propaganda e criticare le maggioranze, senza essere limitati nel loro diritto a fare ciò. Non basta dunque che la rappresentanza sia ostacolata nelle forme della sua realizzazione, per sostenere che legge che pone quell'ostacolo sia anti-democratica: alla minoranza odierna rimangono ancora gli strumenti per modificare in futuro gli assetti oggi così sfavorevoli a loro...appunto servendosi dei diritti fondamentali di cui sopra. Infine, proprio perchè quei diritti fondamentali non sono disponibili alla cangiante rappresentanza politica, la modifica non può essere nemmeno lontamente descritta come una possibile violazione dei diritti delle minoranze da parte delle maggioranze.

Epperò, questa vicenda rivela qualcosa. Solo chi sottoscriva una concezione rigidamente statalista della politica e della rappresentanza potrebbe pensare di essere danneggiato dal fatto di non essere più parte delle istituzioni. Del resto esistono i diritti fondamentali garantiti a tutti, libertà di parola e pensiero, possibilità tecnica di diffondere il proprio pensiero a un costo molto basso rispetto al passato. Cosa temono i piccoli partiti? Di tornare nella mitica società civile? Dal loro punto di vista sarebbe quasi un premio. Inoltre esistono moltissimi gruppi sociali, più o meno organizzati, che riescono a fare lobby pur senza essere nelle istituzioni. Ma quest'ultimi, si dirà, dispongono di risorse materiali che i piccoli partiti non possiedono...ma qui torna a galla il movente inconfessabile, ovvero la rappresentanza politica come mezzo per accedere a risorse materiale di promozione dei propri interessi materiali e ideologici. Se questo tema ritorna, pazienza! L'importante è chiamare le cose col loro nome, e non trincerarsi dietro appelli nobili che chiamano in causa, addirittura, la democrazia, semplicemente per accaparrarsi risorse altrimenti indisponibili.

9 commenti (espandi tutti)

La bontà o meno della soglia di sbarramento è (secondo me) fortemente dipendente dall'altezza di quella soglia.

Che una soglia sia necessaria sono più o meno tutti d'accordo. Se non altro una soglia esiste implicitamente dato che non è possibile assegnare 3/4 di seggio ad un dato partito. Quindi chiunque non prenda abbastanza voti (ed il computodel numero esatto può non essere banale) da raccattare almeno un seggio è automaticamente fuori.

D'altra parte la solgia non può essere arbitrariamente alta. Altrimenti potrebbe essere tarata per far entrare solo il partito di maggioranza relativa che diverrebbe, come per magia, il partito unico.

Possiamo quindi dire che uno sbarramento allo 0,1% è sicuramente troppo basso ed uno sbarramento al 45% è sicuramente troppo alto. Su quale però sia il valore ottimale però non mi saprei esprimere con sicurezza (e sfido chiunque a farlo) e quindi il dibattito è aperto.

Che i partiti grossi puntino ad alzare l'asticella e quelli piccoli ad abbassarla mi sembra fisiologico. Forse un po' triste ma perfettamente naturale. A me personalmente il 4% pare un filino alto; di gusto mio punterei verso un 2% ma, come già detto non ho certezze incrollabili al riguardo.

Nonostante non abbia alcuna affinita' anzi ben scarsa considerazione di molti partitini italiani, sono contrario a questa soglia del 4% in particolare e in generale ad ogni soglia nazionale per l'elezione di rappresentanti politici per la semplice ragione che l'Italia e' uno Stato significativamente differenziato nelle sue Regioni, e non vedo perche' realta' come ad es. l'Alto Adige non debbano essere rappresentati - se hanno i numeri per eleggere un rappresentante - solo perche' il parito politico che magari rappresenta il 70% della loro popolazione non supera una certa soglia nazionale.

Nel caso delle elezioni europee, il numero degli eletti e' inferiore a 100, credo sia ora 77, questo corrisponde ad una soglia implicita di circa l'1% (a meno che tutti i partiti prendano circa l'1% o meno). Sinceramente mi sfugge perche' un partito che abbia i numeri non debba poter eleggere un suo rappresentante, anche tenuto conto che il Parlamento UE e' nelle intenzioni un organo rappresentativo e legislativo e non esecutivo e decisionale. Certo da' parecchio fastidio che Mastella ad es. sia riuscito ad eleggere un parlamentare euorpeo raccattando l'1-2% dei voti dispersi per tutta l'Italia, ma mi sfugge perche' una soglia del 4% nazionale possa in qualunque modo discriminare la qualita' di eletti ed eleggibili.

Soglie e premi di maggioranza a mio parere sono sensati solo se favoriscono maggioranze definite specie o forse solo per il potere esecutivo.  Nelle repubbliche bananifere come l'Italia probabilmente hanno un minimo di senso anche per le camere legislative, perche' sembra impossibile che si mettano d'accordo partiti diversi in Parlamento solo sul buon senso, ma tendono ad approvare le leggi solo votando ad occhi chiusi quello che prescrive il governo e quindi prevalentemente su logiche di fazione.  Per cui e' utile (tappandosi il naso) che una fazione abbia la maggioranza assoluta.

E' vero che specie in Italia i partiti vogliono rappresentanti eletti per incassare soldi del finanziamento pubblico e per lucrare, anche a favore delle proprie clientele, sul potere decisionale cosi' acquisito.  Ma di nuovo, non capisco la logica di ritenere che un partito sopra il 4% sia meglio di uno sotto il 4%. Piuttosto, nella nostra debole democrazia mediterranea c'e' da temere piu' verosimilmente che i partiti maggiori si approprino della totalita' delle risorse, anche mediatiche, per danneggiare i partiti piu' piccoli.

In questo caso specifico e' abbastanza evidente che la soglia del 4% e' stata usata come accetta contro la sinistra estrema, nella speranza di eliminarla definitivamente, contro la destra estrema che in passato ha tolto qualche voto al CD, e anche per fare un po' di paura a Casini. Secondo me non c'e' assolutamente altro. Se qualcuno ha tempo, sarebbe utile conoscere la situazione delle soglie nazionali negli altri Paesi UE.  E' vero che ci sono? A quale livello le hanno messe? Ci sono eccezioni come in Germania a favore dei partiti che hanno la maggioranza relativa in alcuni seggi, che non devono superare la soglia del 5% nazionale?

Mi aspetto una più completa replica di Sandro Brusco sull'argomento, ma sfrutto il fuso orario e cerco di anticiparlo.

Innanzitutto, la soglia ha senso solo nei sistemi proporzionali. Oltre all'Italia, conosco il caso tedesco e quello spagnolo. In Germania, partecipa alla ripartizione dei seggi che ottiene almeno il 5% su base nazionale oppure ottiene tre seggi nella parte "maggioritaria uninominale" della sua legge elettorale. Il sistema sembra macchinoso ma in realtà non lo è. L'aspetto più divertente (mi accontento di poco, lo so) è che il Parlamento ha dimensioni variabili, proprio grazie a tale meccanismo. In Spagna, c'è una soglia minima in ognuno dei collegi elettorali in cui essa è divisa e questa soglia è pari al 3%. I collegi però sono generalmente piccoli, il metodo di ripartizione è il meno proporzionale dei proporzionali (D'Hondt) e quindi la soglia implicita (quella cioè determinata dal numero di seggi a disposizione) è generalmente più alta. In altri termini, anche partiti col 5% potrebbero non ottenere seggi.

Anche io non sono un fanatico delle soglie minime. Anzi, mi sembra una ulteriore punizione per chi già è piccolo e quindi ha poco, pochissimo potere. Inoltre, mi sembra una negazione del principio per cui i voti sono uguali. Diverso è il caso della soglia implicita. Se, come si diceva sopra, i voti di un partito sono così pochi che avrebbero diritto solo ai 3/4 di un seggio, allora naturalmente non possono avere quel seggio. Ma privare alcuni elettori di una rappresentanza che avrebbero diritto ad avere solo sulla base di una scelta dei partiti più grandi, mi sembra davvero un atto violento (si fa per dire, ovviamente).

Perché mai la soglia dovrebbe migliorare personale politico o la stabilità? Semplicemente, i piccoli partiti potrebbero mettersi insieme - con lo stesso identico personale politico di prima (i vari Diliberto, Bertinotti, etc) - e raggiungere quel 4%, dividendosi i seggi in base alle preferenze: cosa cambia? E se vogliamo stabilità, allora è paradossalmente un bene che le liste siano bloccate: così tutti dipendono dal capo e gli obbediranno ciecamente.

A me sembra un controsenso, un ossimoro, un proporzionale con soglia (o premio). Però ringrazio chi inventa tutte queste varianti perchè mi appasiona studiarne gli effetti! Concludendo, se proprio vogliamo inserire una soglia di entrata, che sia una soglia implicita, ottenuta rivedendo o le dimensioni dei collegi oppure le dimensioni stesse delle Camere.

Dimenticavo: a proposito dei rimborsi, se ho capito bene chi non ha seggi non ottiene rimborsi. Questa norma forse è quella più effettiva per ridurre il numero dei partiti (battuto un emendamento, sempre se ricordo bene, che proponeva il rimborso a tutti quelli che raggiungevano almeno l'1%).

 

Intanto, un grosso grazie a Marco per l'articolo. Anche se in questo caso le argomentazioni delle due parti (nella versione piccoli versus grandi) erano ancora più palesemente strumentali del solito è sempre importante che si insista per costringere i nostri politici a un minimo di coerenza logica nelle proprie argomentazioni, e Marco lo ha fatto molto bene.

Volevo solo aggiungere alcune osservazioni per cercare di inquadrare meglio la vicenda e il ruolo giocato dalle varie parti.

1) Avevo parlato della legge elettorale per le europee in questo post di diversi mesi fa. La logica era chiara, il centrodestra vuole far fuori Storace ed è disposto per questo a sacrificare la sinistra estrema, che di solito gli fa comodo. Per il PD il gioco è esattamente speculare. Più o meno le cose sono andate avanti come previsto. I tempi della politica mi lasciano sempre perplesso. Sei mesi per approvare la legge. Mah.

2) Da segnalare il curioso comportamento di Di Pietro. Ha prima dichiarato che era contro lo sbarramento, e poi ha votato a favore. In realtà, alla fine, è ben possibile che lo sbarramento favorisca maggiormente proprio l'IdV, sempre più visto come l'unico partito efficace contro berlusca e quindi meglio posizionato a raccogliere voti dalla sinistra radicale. Per il resto, il voto è stato segnato dal più spudorato self-interest: i partiti sopra il 4% hanno votato a favore, quelli sotto presenti in parlamento (radicali, MpA di Lombardo, liberaldemocratici ex-dini) contro. Contro anche, ovviamente, leninisti rifondaroli, fascisti storaciani, avanzi craxiani, mastelliani etc. etc., tutta gente rimasta fuori dal parlamento. Per una volta almeno risulta crystal clear che l'ideologia non centra nulla.

3) Quelli della Lega si sono fatti fregare anche stavolta. Anziché mettere lo sbarramento nazionale, un'alternativa che raggiungeva lo stesso obiettivo era dividere il territorio in circoscrizioni, senza recupero resti a livello nazionale (la ''soluzione spagnola''). Per esempio, con 7 circoscrizioni simili, e quindi con circa 10-11 deputati ciascuna, la soglia sarebbe risultata più alta (intorno al 8-9%) ma la Lega, che ha il suo consenso concentrato territorialmente, sarebbe stata più al sicuro. Invece così un po' rischia, non in questa elezione ma in quelle future. In fondo nel 2001 la soglia del 4% l'ha fallita, e non è detto che non la possa fallire in futuro. Credo che se la Lega avesse insistito avrebbe potuto ottenere la soluzione spagnola, in fondo per PD e PdL non sarebbe cambiato molto. Una volta di più, i leghisti fanno proprio la figura dei ciucci.

4) Non sprecherò nemmeno una lacrima sulla scomparsa dei partiti piccoli, o meglio sulla possibilità negata ai loro capetti di beccarsi un lauto stipendio a Starsburgo. Mi piacerebbe tantissimo vedere i vari Diliberto, Bobo Craxi, Storace e compagnia di leaderini a scartamento ridotto costretti una volta buona a fare un lavoro vero.

Detto questo, ho trovato l'operazione che è stata fatta molto disturbante. Non per la soglia in sé, che ci può stare o non stare. Francamente non cambia molto per la rappresentanza dell'Italia in Europa ed è abbastanza irrilevante (tranne ovviamente per le poche decine di persone che fanno i capetti di partitino e i loro portaborse). La cosa che mi ha veramente, e profondamente, disturbato è che si sia continuata la tendenza a manipolare le leggi elettorali per pure ragioni di tornaconto partitico. Questa è una tendenza pericolossisima,  e il centrodestra non verrà mai biasimato abbastanza per averla iniziata con l'ignobile approvazione del porcellum, un atto veramente schifoso. La legge elettorale, pur non essendo materia costituzionale, occupa ovviamente una posizione speciale tra le regole del gioco democratico. La convenzione, nelle democrazie sviluppate, è che la si tocchi solo per ragioni speciali, e in particolare che non la si tocchi per fini spudoratamente partigiani. Chiamatelo, se volete, un equilibrio del gioco ripetuto.

Quell'equilibrio è stato rotto, e a quanto pare ora siamo in un nuovo equilibrio in cui risulta legittimo cambiare a piacere le leggi elettorali a pochi mesi dalle elezioni unicamente e semplicemente per fare i propri interessi. Questo è grave, e può essere foriero di autentici disastri per la democrazia italiana. Le elites politiche italiane hanno ora un altro strumento per autoperpetuarsi. Non ce n'era proprio bisogno.

La legge elettorale, pur non essendo materia costituzionale, occupa ovviamente una posizione speciale tra le regole del gioco democratico. La convenzione, nelle democrazie sviluppate, è che la si tocchi solo per ragioni speciali, e in particolare che non la si tocchi per fini spudoratamente partigiani. Chiamatelo, se volete, un equilibrio del gioco ripetuto.

Quell'equilibrio è stato rotto, e a quanto pare ora siamo in un nuovo equilibrio in cui risulta legittimo cambiare a piacere le leggi elettorali a pochi mesi dalle elezioni unicamente e semplicemente per fare i propri interessi.

Concordo sul fatto che modificare le leggi elettorali per vantaggi contingenti sia nocivo, e indice di una democrazia malfunzionante e corrotta. Concordo meno sul fatto che tutto sia partito dalla riforma denominata Porcellum da G.Sartori. Tutte le riforme elettorali italiane a partire dalla c.d. "legge truffa" e anche dalla prima riforma proporzionale con suffragio universale sono state discusse partendo dagli interessi contingenti dei partiti. Questo fa parte di un vizio e una malattia grave e consolidata da secoli della politica e della societa' italiana, una mentalita' che considera le leggi non mezzi per realizzare consensualmente il bene comune  ma piuttosto strumenti per esercitare il potere, tipicamente a favore di chi lo detiene e a danno del parco buoi dei sudditi.

A me pare abbastanza ovvio che la riforma del 2005 abbia rappresentato un (negativissimo) punto di rottura. In qualunque paese ed epoca storica le leggi elettorali vengono fatte tenendo d'occhio gli interessi di chi le leggi le approva, questo non è il punto. Il punto è se il cambiamento della legge elettorale è strumento normale di battaglia politica o se, per convenzione tra le varie forze politiche, si ritiene che tale cambiamento sia off limits in circostanze normali e giustificato solo in circostanze eccezionali.

Se guardiamo alla storia della repubblica italiana, ci sono stati tre momenti in cui sono stati cambiati i sistemi elettorali. Il primo fu temporaneo; la c.d. ''legge truffa'' del 1953, che fallì di un soffio il suo intento e venne immediatamente rimpiazzata dal precedente sistema proporzionale. Il secondo fu il ''mattarellum'' del 1993, introdotta a seguito del referendum che aveva cambiato, rendendolo maggioritario all'inglese, il sistema elettorale del Senato. Il terzo infine fu il ''porcellum''.

Per un periodo di 40 anni quindi non ci furono tentativi di cambiare la legge elettorale. La sconfitta della legge truffa aveva indotto prudenza, e aveva creato la convenzione tra le forze politiche che le battaglie politiche, per dure che fossero (e in quel periodo ce ne furono di molto dure), dovevano lasciare stare i mecccanismi base della rappresentanza. 

La cosa non cambiò realmente con la legge del 1993. Che si dovesse mettere mano alla legge elettorale era ovvio, dato che il referendum del 18 aprile aveva creato due sistemi completamente diversi per Camera e Senato. Era anche un periodo di profonda ristrutturazione del panorama politico e in ogni caso alla nuova legge elettorale si arrivò non a colpi di maggioranza ma mediante un accordo tra le forze politiche principali (la legge non era gran ché, ma questo è un altro discorso).

La riforma del 2005 fu completamente diversa. Non c'era alcuna urgenza di cambiamento. Non c'era nessun cataclisma nel panorama politico. Non appariva nel programma elettorale del centrodestra. Non ci fu alcuna discussione con le opposizioni. Fu un atto di forza del centrodestra che approvò la legge a stretta maggioranza governativa e guardando unicamente ed esclusivamente al proprio tornaconto elettorale (che poi abbiano veramente fatto il loro tornaconto è un'altra questione, ma quella era la chiara intenzione). Come tale, fu un atto di radicale rottura con la tradizione; erano più di 50 anni che non si metteva mano alla legge elettorale per fini così spudoratamente partigiani.

Sciaguratamente, a differenza della legge truffa, la legge non è stata immediatamente riformata, per esempio reintroducendo il mattarellum (grazie mille a Bertinotti e Mastella). Ora ce la terremo per chissà quanto, se il referendum non ha successo. Io resto quindi della mia opinione. Il ''porcellum'' fu una delle peggiori leggi del centrodestra durante il periodo in cui fu al governo. Non solo è un pessimo sistema elettorale, ma ha segnalato un disprezzo verso le istituzioni impressionante. I frutti avvelenati di quell'atto di forza rischiano di farsi sentire nel lungo periodo. La riforma della legge elettorale delle europee ha mostrato che ormai anche il PD sembra essere convertito alla tesi che è OK modificare le leggi elettorali senza specifica ragione che non sia il proprio tornaconto. Spero solo di essere troppo pessimista.

La riforma del 2005 fu completamente diversa. Non c'era alcuna urgenza di cambiamento. Non c'era nessun cataclisma nel panorama politico. Non appariva nel programma elettorale del centrodestra. Non ci fu alcuna discussione con le opposizioni. Fu un atto di forza del centrodestra che approvò la legge a stretta maggioranza governativa e guardando unicamente ed esclusivamente al proprio tornaconto elettorale

Caro Sandro, rimango in disaccordo con la tua interpretazione.

Per prima cosa, la legge elettorale proporzionale era proprio alla base dell'accordo elettorale tra Polo e Lega del 2001 (proposta Tremonti-Urbani). Non e' corretto dire che non facesse parte del programma, era stata solo de-enfatizzata per motivi contingenti (vedi sotto).

La porcata del 2005 si inserisce senza discontinuita' nella pratica politica italiana degli anni precedenti e in realta' nella pratica politica italiana di sempre, dal Regno d'Italia.  Riassumendo gli anni dal 1996 al 2001, ci sono state tre fasi di discussione sulla legge elettorale. Nei primi anni la Lega era indipendentista e Polo e Ulivo hanno elaborato vari progetti di legge elettorale finalizzata ad escludere la Lega dal Parlamento, agendo su due binari: 1) abolizione della quota proporzionale, che sarebbe diventata una premio aggiuntivo (oltre al maggioritario uninominale) alla coalizione vincente 2) condizioni piu' gravose sul numero delle firme necessarie alla presentazione delle liste, e alla loro distribuzione nella maggioranza delle Regioni italiane. In una seconda fase, Tremonti ha costruito un accordo con la lega basato sulla legge elettorale proporzionale (proposta Tremonti-Urbani). In una terza fase, il governo dell'Ulivo era al collasso e i sondaggi lo condannavano inesorabilmente, per cui i politici dell'Ulivo hanno abbandonato i progetti super-maggioritari elaborati anni prima di concerto col Polo e cosa hanno pensato? Hanno proposto in Parlamento nientemeno che di approvare la legge elettorale proporzionale Tremonti-Urbani!!!

La pratica politica come vedi e' stata quasi dominata dai progetti di riforma della legge elettorale mutevoli secondo il vantaggio momentaneo delle diverse forze politiche. L'Ulivo e il Polo sono entrambi passati dal super-maggioritario al proporzionale dal 1997 al 2000. L'Ulivo solo pochi mesi prima delle elezioni, nel gennaio del 2001, era pronto ad approvare una legge elettorale proporzionale analoga alla porcata di Calderoli del 2005, a maggioranza e senza collaborazione delle minoranze (che l'avevano proposta! ma in seguito ritenevano non fosse piu' conveniente). L'Ulivo ha abbandonato il progetto (vedi dal Corriere, Legge_elettorale:_si arena_l'ultimo_tentativo) probabilmente solo perche' ha preferito l'azione se possibile ancora piu' grave di modificare corposamente la Costituzione, a maggioranza di pochi voti e senza collaborazione delle minoranze, sempre allo scopo di limitare l'attesa batosta elettorale.

Tutta la pratica politica italiana, fin dall'instaurazione del Regno d'Italia, e' stata orientata all'abuso delle leggi al fine di manipolare il consenso elettorale. Se ho tempo di fare una ricerca bibliografica, portero' una serie di referenze a supporto. Il suffragio universale e' stato introdotto in un Paese ancora gravemente analfabeta anche perche' molti, in primo luogo cattolici e socialisti, puntavano ad incamerare i voti delle masse analfabete e semi-analfabete. La legge maggioritaria del 1993 e' stata approvata stimando che se la Lega vinceva i seggi del Nord, i Progressisti avrebbero vinto quelli del Centro e DC+PSI quelli del Sud. In ogni caso il notabilato di vertice era salvo grazie alla quota proporzionale del 25%. La porcata del 2005, ripeto, e' in linea con la storia politica italiana. Cio' che va combattuto sono gli aspetti degeneri della cultura politica italiana, che sono radicati e consolidati, e di cui la porcata del 2005 e' solo un piccolo esempio.

Sandro Brusco: Per un periodo di 40 anni quindi non ci furono tentativi di cambiare la legge elettorale.

Pero' se ci fai caso la legge truffa e il mattarellum son spuntati proprio in quel periodo in cui si erano aperte porzioni di campo per cambiare gli schieramenti. Nel 53 per le sinistre che guadagnavano voti e nel 93 per mani pulite. Nei 40 anni di mezzo probabilmente a nessuno e' venuto in mente di cambiare la legge elettorale perche' tanto non ce ne era bisogno. I risultati delle elezioni erano sempre scontati tanto che addiritura ci si poteva permettere di far cadere un governo dopo l'altro senza irritare il popolo: c'era il balletto degli schieramenti e il gioco delle poltrone. La vittoria era comunque assicurata. Secondo me cio' che dice Alberto ha un senso: sempre nella storia della repubblica si e' cercato di muoversi in modo da aumentare il tornaconto politico o personale. Il fatto che la legge elettorale ne sia rimasta fuori per 4 decenni non vuol dire che c'erano uomini nobili ma semplicemente che non se ne sentiva la necessita'.

Premetto che ho un bias fortissimo, essendo un militante radicale, molto soddisfatto del comportamento dei propri rappresentanti a Strasburgo.

Sulla rappresentanza non ci sono approcci radicalmente giusti o sbagliati, solo idee diverse, anche in radicale contrasto l'una con l'altro, ma che in un sistema funzionante dovrebbero riuscire a decantare in un set di regole condiviso entro cui giocare.

Il mio unico commento, che , a prescindere dalle considerazioni tecniche e teoriche, mi fa essere contrario allo sbarramento al 4% è che non vedo nessun vantaggio a sostituire illustri non eletti in Italia di partiti piccoli, con quelli dei partiti grandi. Qualcuno si rallegrava che figuri come Storace non avrebbero più potuto lucrare uno stipendio fingendosi MEP: non credo che Bossi Strasbrugo l'abbia mai vista. Visto il generale basso livello e scarsa partecipazione della rappresentanza parlamentare italiana al PE, non vedo alcuno svantaggio nell'averla il più variegata possibile nella sua articolazione.

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