Le panzane non sono un'esclusiva pentastellata

8 dicembre 2018 michele boldrin

Smontare le panzane di almeno uno visto ch'è impossibile farlo con mille. Perché questo? Per caso, perché stasera ho un'ora da dedicarci. 

L'informazione italiana, oramai, è una specie di circo in cui viene pubblicato "quasi di tutto" con un comun denominatore: il rigetto, la negazione, infatti il disprezzo, per quello che comunemente chiamiamo "cultura" o "scienza" o "ricerca accademica". Questo arrogante rigetto/disprezzo porta al potere mediocrità ed avventurismo, che distruggono il paese.

Questo fenomeno è particolarmente accentuato nel campo dell'economia dove il mio "quasi tutto" va inteso come: tutte le follie possibili ma quasi mai qualcosa di sensato. Da circa un decennio (era iniziato prima: questo blog nacque come reazione all'andazzo che osservavamo già nel 2005) il tema dominante è diventato: i "professori" sono una banda di inutili che non hanno capito niente dei sistemi economici, vi spieghiamo noi come funzionano. L'abbiamo appreso alla celebre "università della vita". Il caso più frequente è, come sappiamo, quello del sovranista o grillino o leghista che ci spiega ogni due secondi che il "dogma neoliberale" propagandato dai "professori" è una menzogna mentre la verità è quella cosa che lui/lei ha appreso sulla base dell'esperienza personale. L'università della vita, insomma, la stessa frequentata dalle Castelli, dai Toninelli, dai Rinaldi, i Siri e così via.

Ma c'è anche la versione "imprenditoriale", tipicamente rappresentata da persone che, avendo avuto un qualche successo nella propria attività aziendale, ritengono di aver anche capito come funzionano le opzioni asiatiche, lo sviluppo economico o la creazione della moneta dal nulla, e ce lo spiegano. O dal dirigente bancario che ha cooperato al fallimento della sua banca, è stato licenziato per questo ed ora è diventato una celebrità popolare spiegando che il debito pubblico è un furto organizzato da menti criminali, ovviamente guidate da qualche "professore". Impossibile fermare questa enorme tsunami di cazzate, assolutamente impossibile. Ragione per cui articoli come questo non si scrivono di certo nella speranza di ristabilire un po' di fatti e logica ma per puro divertissement, perché uno dei mille "articoli" prodotti dal laureato in vitalità è riuscito ad essere così offensivo da giustificare la perdita di un'ora o due di lavoro per provare che è solo una sequenza di arroganti stronzate.

 1) Gli investimenti non dipendono dal costo del capitale investito. Motivazione? Lui ha visto aziende che mantengono i propri programmi d'investimento a fronte di aumenti dei tassi d'interesse passivi. Il nostro non riesce a capire la differenza fra imprese marginali ed inframarginali (qui un breve video didattico che spiega il concetto): secondo lui gli "economisti" teorizzerebbero che TUTTE le imprese riducono gli investimenti quando aumenta il costo del finanziamento. Ovviamente non ha capito nulla: SE tutte le aziende tagliassero gli investimenti quando aumentano i tassi "di qualche punto" (quanti punti? 2,3,5?) non ci sarebbero recessioni dove il PIL diminuisce del 2% o del 4% ma catastrofi continue! Sono le imprese marginali (graziaddio una minoranza) che soffrono dell'aumento dei tassi mentre le inframarginali ne soffrono meno, progressivamente meno più "infra" sono. Non è difficile arrivarci ma ... Questo per quanto riguarda la "teoria economica" e la logica. 

Poi vengono i fatti e qui non saprei dove cominciare. Che vi sia una insurrezione d'imprenditori ogni volta che i tassi reali salgono è, apparentemente, un'invenzione degli economisti. La recessione del 1982 - un caso da libro di testo dell'effetto che aumenti repentini dei tassi hanno sull'attività d'investimento - è evidentemente una bufala propagandata da professori di NYU. Che le imprese italiane nel 2011-12 si siano trovate di fronte ad un aumento dei tassi reali che ha generato la peggiore recessione del dopoguerra è un'invenzione dei redattori di noiseFromAmerika. Come vedete non sto citando letteratura tecnica, complicati papers econometrici che stimano questo o quello - tipicamente: che (i) l'impatto dei tassi che crescono è molto molto maggiore di quello dei tassi che calano, il quale probabilmente non esiste ... ma all'università della vita son sempre lì a chiederne ulteriori riduzioni per "stimolare" l'economia e che, (ii), l'impatto negativo di una crescita dei tassi è visibile, appunto, sulle imprese marginali con scarse risorse proprie - ma banali dati storici noti a tutti. E potrei ovviamente continuare per ore: cosa è successo in Argentina quando i tassi sono schizzati? Cosa successe alla domanda di credito negli USA tra il 2008 ed il 2009 quando, a causa della crisi finanziaria i tassi praticati dal sistema finanziario ai debitori schizzarono di vari punti? Eccetera.

2) Migliorare la fiscalità non indurrebbe un maggior numero d'imprese ad investire in Italia. Perché? Perché secondo questo signore le imprese localizzano gli "investimenti in funzione della prossimità ai clienti e fornitori, costo e flessibilità del lavoro e dimensione aziendale." Ha scritto proprio così. La logica elementare anzitutto. "Migliorare la fiscalita'" è termine ambiguo ma suppongo intenda dire ridurre il costo complessivo della fiscalità (adempimenti ed imposte/tasse varie) sull'attività d'impresa. Apparentemente una "roba" che (in Italia) costituisce tra il 40% ed il 70% del costo finale del prodotto non influenza le decisioni aziendali! Se quel costo si riducesse del 50%, secondo questo signore, non succederebbe niente. Eh sì, perché l'ardita frase non ha né quantificatori né numeri, è "generale" e costui non si rende conto che nella "fiscalità " per un'impresa non ci sono solo IRES, IRAP ed altri balzelli direttamente caricati all'impresa ma c'è, soprattutto, la fiscalità che ricade sul costo del lavoro sia nella forma di IRPEF che nella forma di contributi per pensioni e sistema sanitario. La qual cosa ci porta a notare che il nostro si dà torto da solo nel giro di poche parole visto che ritiene il costo del lavoro sia importante! Ed il costo del lavoro è forse indipendente dal carico fiscale? Cosa poi voglia dire "dimensione aziendale" lo sa iddio ma provo ad indovinare. Vuol dire che se sei medio-grande (un numero a caso: più di 500 occupati) allora ALCUNI dei tuoi investimenti li fai ANCHE tenendo conto dei costi di trasporto da e per. Certo, anche (ci torno nel prossimo paragrafo). Ma si dà il caso che di imprese con meno di 500 occupati ve ne siano "molte" e che "molte di più" potrebbero esserci se, appunto, la fiscalità non le avesse fatte fuggire. Ma lui non l'ha notato ...

Ed infine la collocazione da e per. Dev'essere per quello che Amazon ha la sede principale a Seattle ed ha cercato le migliori condizioni fiscali, burocratiche ed ambientali per il suo secondo headquarter. E dev'essere per quello che dozzine di aziende "digitali" hanno la loro base europea in Irlanda, perché l'Irlanda è vicina a clienti e fornitori. E, di nuovo, dev'essere per quello che la FCA ha lasciato Torino: per essere vicina a clienti e fornitori. E l'industria degli occhiali ha chiuso dozzine di fabbriche nel bellunese perché, dopo decenni, era diventato troppo "lontano" da clienti e fornitori ... la geografia evolve. Tutti questi paesi, europei e non, che cercano di attirare investimenti riducendo imposte e burocrazia (vedi sotto) sono governati da pazzi che perdono il loro tempo: dovrebbero dedicarsi a spostare l'intero paese "vicino a clienti e fornitori" per attirare imprese ... ditelo agli svizzeri, agli austriaci, ai taiwanesi, ai coreani, ai ... La parte più comica, qui, è che a un certo punto elenca una serie di imprese italiane che hanno spostato le loro sedi altrove e considera tale scelta "logica" ma, secondo lui, la logica non è né di costi, né di fiscalità, né di burocrazia. No, è di immagine!

3) Poi c'è la storiella del Sud Italia e qui non si capisce cosa voglia dire. Riesce a contraddirsi da solo così tante volte che, seguendolo, m'è venuto il capogiro. Al Sud non si investe perché c'è l'illegalità diffusa, il costo del lavoro è troppo alto (appunto: fiscalità, fra le altre cose), personale inamovibile, giustizia "politicizzata" (al Nord invece no :)): ma queste cosa sono se non le forme visibili e concrete attraverso cui si manifesta la follia burocratica italiana ed il dissesto della PA, particolarmente pronunciato al Sud? E se il Sud d'Italia è "periferico" come il Nord della Svezia (ha scritto davvero questo, giuro: periferico rispetto a cosa?) che dire dell'Islanda? Di Taiwan PRIMA che la Cina iniziasse a crescere, della Nuova Zelanda dell'Almeria o ... dei paesi Baltici? Il mio amico e collega Carlo Amenta, siculo doc e pure professore d'economia in Palermo, mi ha pregato di far sapere che: "Comunque in caso lo ringrazi da parte mia perché sta cosa che il sud dell’Italia è come il nord della Svezia stamattina mi ha fatto svegliare più sicuro di me perché mi vedo biondo". E questo chiude la discussione su questo punto.

4) Irrilevanza dell'educazione economico-finanziaria. Non è ben chiaro perché mai si soffermi su questo particolare punto, oggettivamente secondario in the great scheme of things, ma anche in questo caso riesce a scrivere assurdità contraddittorie. Sua teoria: meglio non far acquisire agli Italiani un'educazione economico-finanziaria adeguata perché, in quel caso, finirebbero per investire meno in debito pubblico e più in azioni ... Ahem, ma non è esattamente questo il problema? Finché la grande maggioranza degli italiani continua a pensare che fare debito pubblico a go-go sia salutare continueranno sia a finanziarlo (non sembra sia il caso ultimamente, ma transeat) che ad accettare che le banche, dove mettono i loro risparmi, ne abbiano i portafogli pieni, sia, SOPRATTUTTO, a VOTARE per partiti guidati da avventurieri che predicano spesa pubblica (= tasse + debito) come strumento per la crescita! Visto che, giusto poco sopra (questa cosa dell'educazione finanziaria viene verso la fine dell'articolo) l'autore ha argomentato che la dimensione del settore pubblico è uno dei due grandi ostacoli alla crescita (l'altro essendo che la Sicilia assomiglia alla parte artica della Svezia ...) siamo al perfetto corto circuito logico. E, come ho prima ricordato, Pseudo-Scotus ci insegnò che ex contradictione (sequitur) quodlibet ... libet, appunto.

Veniamo poi alla chiave di tutto. Scrive il nostro che "l'impossibilità che il Pil dell'Italia cresca" deriva dal fatto che esiste "impossibilità pratica d'investire al Sud e dal peso abnorme del settore pubblico". A quel punto mi sono dato due sberle per svegliarmi. Ma il peso del settore pubblico non è misurato, forse, da due cose: tasse e deficit? La somma dei due dà, per definizione, la spesa pubblica e se questa è alta devono essere alte anche le prime due, no? Ma allora come la mettiamo con la fiscalità che non c'entra? E con la burocrazia che, come ci spiega verso la fine, è un "non problema" per le imprese che se la gestiscono (a costo zero?) convivendoci? E se è vero, come è vero, che l'attività produttiva privata è diventata una quota sempre minore del Pil nazionale a causa della crescita del pubblico e di altre attività inefficienti che il pubblico protegge o controlla, non ritorniamo forse alla questione fisco/spesa e burocrazia, ovvero servizi pubblici di cacca? Questo signore riesce a capire che da "A&-A" possiamo argomentare quel diavolo che vogliamo ed anche l'opposto o no? 

Certo che il Pil non cresce se il settore produttivo privato si riduce continuamente MA questo avviene perché ... vedi sopra! Ed il debito pubblico conta, signor mio: SE, come dice, questo assorbe una gran fetta delle risorse del sistema bancario ne segue logicamente che quest'ultimo ne ha meno per le imprese produttive. Le quali - ci mancherebbe! - ovviamente non investono in debito pubblico ma, se devono cercare all'estero la fonte di finanziamento ... ci spostano anche l'attività. Non è proprio molto difficile da capire, no? In questo caso sembra di sì.

Basta, mi son annoiato, l'ora e mezza è passata e credo il punto sia chiaro. Se non lo fosse lo ripeto: certe cose non andrebbero né scritte né tantomeno pubblicate, men che meno sul principale giornale economico del paese. Bisogna evitare di ragliare in pubblico con tanta arroganza - sì arroganza: quando sproloqui con sicumera di cose che non hai capito, contraddicendoti ogni poche righe, fai un esercizio di arroganza - perché fa danno. Mai scordarsi del capitolo 7 del Trattato ...

16 commenti (espandi tutti)

Il tutto, at last but not least, pubblicato dal Sole24Ore

Buonasera prof., e come al solito, grazie per il tempo dedicato alla stesura dell’articolo; ho due domande:

1) a quale trattato si riferisce in chiusura? Mi sembra di cogliere dell'ironia, e vorrei capirne il riferimento;

2) non c'entra molto, ma ci provo lo stesso: riguardo all'educazione economica e finanziaria in Italia, prescindendo dalle carenze in materia evidenti nella scuola dell'obbligo (su cui lei insiste spesso, anche nell'ultimo video con Dufer), qual è la sua opinione sull'educazione economica impartita nelle università italiane? Io sono uno studente di un M.Sc. in Economics (in Cattolica, che non sarà la Bocconi o Bologna, ma non penso sia sotto la media italiana) e, volgendo ormai al termine del mio percorso di studi, non posso esimermi dal constatare come non ci venga insegnato nulla, o quasi, dell’economia politica che servirebbe davvero a leggere la realtà circostante, come venga attribuito un peso (secondo me) esagerato al formalismo matematico, trascurando di conseguenza la parte di intuizione economica, così come non posso astenermi dal rilevare che uno studente finisca per imparare molto di più del sistema economico che ci circonda da blog come questo o dai siti di Lavoce, The Economist, Voxeu, ecc.. Per essere chiari: a me la matematica piace e la ritengo anche un fondamentale strumento gnoseologico (anche per le scienze sociali), dal momento che è un linguaggio che può essere affiancato a quello verbale, ed essendo il linguaggio uno strumento di pensiero (prima che di comunicazione) è ovvio che con due linguaggi si ragiona meglio che con uno; tuttavia, mi piacerebbe che la matematica venisse utilizzata in economics nella misura in cui agisce da strumento aggiuntivo per la comprensione del fenomeno economico sottostante, non come un esercizio intellettuale quasi fine a sé stesso. Quello che sostengo io è che mi piacerebbe vedere insegnata l’economia politica prima sul lato intuitivo-qualitativo-speculativo, e poi formalizzata sul versante matematico-quantitativo; perché purtroppo, rebus sic stantibus, ho l’impressione che noi studenti di economics delle facoltà italiane (almeno alle lauree magistrali, non so ai phd) ci troviamo nella condizione di non essere né carne né pesce, dal momento che non conosciamo né la matematica al livello degli ingegneri, dei fisici e dei matematici, né la statistica e l’econometria al livello degli statistici, né l’economia politica che ci servirebbe, per lo meno, a capire la struttura sociale che ci circonda e sovrasta; siamo a metà di un guado, senza nessuna competenza specifica, tranne quella di economia politica che apprendiamo extra-accademia su siti come questo. Il punto è: se, per come funziona economics nelle università italiane, uno studente può laurearsi con 110 e lode senza sapere che le pensioni non entrano nella G della spesa pubblica, non è che forse il sistema di insegnamento sta sbagliando qualcosa, trascurando la componente intuitiva-speculativa-qualitativa in favore di quella matematica-quantitativa? Come funziona all’estero?

Scusi per la lunghezza, e grazie per la eventuale risposta!

Proposition 7: "Whereof one cannot speak, thereof one must be silent." (Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen)

Sulla seconda questione: credo vi sia della verità ma il problema non è certo la contrapposizione fra "formalismo matematico" e "fatti dell'economia reale" perché senza i primi è impossibile organizzare i secondi. A mio avviso siamo di fronte ad un problema, non solo italiano ma al solito più evidente lì, di preparazione dei docenti e della loro motivazione a insegnare argomenti rilevanti e non la minestra riscaldata. Tema lungo e complesso, quindi transeat. Ma concordo che, con un insegnamento universitario che lentamente degrada verso l'assoluto nulla, la produzione di "asini laureati" aumenta. 

O quantomeno, c'entra poco col fatto discusso ma più con l'attitudine generale di certe agenzie.

Mi è stato spesso consigliato di cercare di entrare in una delle tre grandi aziende di consulting (Bain, BCG, McKinsey). Io però sono uno scienziato, sono bravo con l'intelligenza artificiale ma i venditori di frottole non mi hanno mai fatto una bella impressione, per cui mi documento, vedo che queste aziende sono quelle implicate nello scandalo Enron, nel quasi fallimento di AT&T (avevano "consigliato" di non investire nei cellulari in quanto moda passeggera...)

Mi domando: ma come cavolo è possibile che questi vadano in giro a spare certe panzane e non pagano mai le conseguenze? Questo signore qua non è solo un "investitore", era senior a McKinsey e ha un'associata di Bain adesso, com'è possibile che sia (appaia?) così ignorante? Com'è che le aziende per cui ha lavorato non gli hanno fatto fare la walk of shame nudo per strada? Forse è perché le suddette agenzie accettano questi personaggi, ma come fanno a sopravvivere sul mercato senza apparire ridicole?

(la risposta la so, firmano liberatorie e si fanno pagare il triplo se devono applicare loro stessi i consigli che danno, però che ca...)

La risposta "vera" (trattasi ovviamente di una mia opinione personale, ma non del tutto campata per aria) è che nell'ambito del sistema economico il ruolo primario e più frequente delle agenzie che lei cita è ben diverso da quello che lei potrebbe supporre... Quindi da un certo punto di vista potrebbe essere persino vero il contrario, forse più qualcuno riesce a spararla grossa più fa bella figura! E si badi, non è neanche una critica, solo una banale constatazione che non comporta alcun giudizio negativo, tutt'altro. Anzi, lei stesso vorrebbe "criticare" queste agenzie per il loro ruolo in certi scandali e cattive scelte strategiche, per esempio alla AT&T, senza però tener conto che probabilmente i "consigli" sono arrivati quando la decisione era già presa...  Per il resto sono prontissimo a credere che in ciò che fanno queste agenzie rientri anche tanta consulenza 'vera' e trasparente, solo non mi illudo che questo sia il caso di AT&T e di Enron, e se per questo di tante aziende del Belpaese.

Advisory

amadeus 10/12/2018 - 16:50

La risposta è che le società che fanno 'consulenza' costruiscono delle reti di relazioni, ovvero dei club esclusivi, cioè  creano e gestiscono un potere fatto di pubbliche relazioni incrociate. Non sono sicuramente questi soggetti a fornire dei consigli innovativi, al massimo si limitano a suggerire ciò che qualcuno  ha già fatto (la chiamano 'best practice'). Nella sostanza servono più al management delle aziende piuttosto che alle aziende medesime.

Mi scuso subito se sono fuori tema, ma, visto il titolo e l'autore, mi permetto di cogliere l'occasione e farmi avanti.

Sono forse 10 anni che il tema "man made global warming" ogni tanto salta fuori e, se ben ricordo, l'ottimo Boldrin aveva "promesso" un suo articolo su questo tema.

Articolo che aspetto con ansia da anni, visti alcuni suoi commenti passati (che mi fanno molto ben sperare) in cui parlava di "bufala al 60%", di "consenso unanime della comunità scientifica sul GW una balla creata ad arte da gruppi interessati", e così via.

(Si veda ad esempio qui: http://noisefromamerika.org/articolo/clima-commercio-krugman)

Ora, mi piacerebbe molto un'analisi ben fatta dell'argomento, con particolare riguardo ad una critica seria sulla fondatezza, sulla robustezza (in primis statistica, quantitativa), sull'attendibilità, di tutto l'impianto IPCC.

Questo perchè, in realtà, direi che siamo davvero ad un punto di non ritorno, ma da un punto di vista economico: quello che ci vendono come "consenso unanime", e quindi come "verità scientifica acquisita", è la ovvia premessa per una moltitudine di provvedimenti economici (imposte, divieti, sussidi) in campo energetico (cioè su TUTTO) che hanno un'impatto abnorme sull'intera attività economica, sulla libertà delle persone, e così via.

Provvedimenti che stanno realmente prendendo vita, e non da oggi, sia in ambito nazionale che in ambito internazionale (vedasi normativa europea sulle emissioni delle auto, ad esempio, che non finirà col fare altro che imporre l'elettrico bandendo i veicoli a combustione).

Ringraziando per il tempo dedicatomi, torno ad attendere fiducioso.

Ne approfitto anche per invitare a mantenere "vive" queste pagine: ora come non mai c'è bisogno di mantenere vivi certi concetti e certe idee.

Capisco possa essere frustrante, visto ciò che accade di questi tempi, ma non bisogna mollare. 

sull'elettrico :

pippo 14/12/2018 - 12:39

la normativa per il possibile futuro bando delle auto a motore termico e' evidentemente un sistema per proteggere certi produttori ( quelli con la teconologia elettrica ) ed escluderne altri ... un po' come gia' succede con la guida assistita e le normative euro 4-5-...  particolarmente direi che e' l'industria automobilistica tedesca che cerca di limitare la concorrenza all'interno del continente europeo

Per chi cerca i podcast delle discussioni di Michele Boldrin e altri su iTunes

 

li potete trovare cercando "Michele Boldrin & noiseFromAmerika" con il motore di riceca di iTunes.

Lo stipendio da 2.400€ di un impiegato con tendenze elettorali grillopadane potrà essere ridotto a 2.040€ con la motivazione "lo stipendio nella sostanza non cambia".

ma è mai possibile che l'ottimo gianluca codignone non si sia accorto di rilanciare una cazzata? e con lui la sessantina di commentatori in calce? fare le percentuali di incrementi percentuali non si fa, è ridicolo. è lo stesso errore di chi ha detto che lo spread della francia nei giorni scorsi è cresciuto del 30%, mamma mia, che impressione!

 

perche'?

pippo 18/12/2018 - 12:10

fare le percentuali di incrementi percentuali non si fa

prova

dragonfly 18/12/2018 - 13:39

se nel 2016 ho guadagnato 100

nel 2017---101

nel 2018---104

a capodanno festeggio per aver triplicato i miei guadagni?

la differenza fra 2,4 e 2,04%, specie nelle previsioni di un bilancio pubblico, è allora DAVVERO irrilevante; non lo è più quando si considera il pregresso, cioè il debito accumulatosi a botte di differenze più o meno irrilevanti, che però dovevano tutte pagarsi da sole, appena dispiegate le meravigliose conseguenze del deficit pubblico.

questa volta è diverso?

nel 2016 guadagno 100

nel 2017 guadagno 200 

nel 2018 guadagno 600

cosa faccio a capodanno , non festeggio perche' ho calcolto gli incrementi in %?

 rileggi tutto. qua si discute sul fatto che vanno evitate le percentuali di percentuali, cioè che se, ad es. , il deficit passa da 2,04% al 2,4% del PIL esso è cresciuto dello 0,36%  e non del 18% del PIL.

poi, è l'ultimo filo di paglia che spezza la schiena del cammello.

Test

michele boldrin 26/1/2019 - 01:59

google-site-verification: google04b0779833ca65c5.html



"l'operazione di passaggio al limite e' un operazione in cui bisogna sempre aggiungere +1 a n" cit. michele boldrin

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