(Non Steve) Jobs Act: i Decreti Delegati. Atto 1

29 dicembre 2014 marco esposito

Il 24 Dicembre l'esecutivo ha reso pubblico il testo dei primi Decreti Delegati, utilizzando la delega ottenuta con il cd. Job's Act o Jobs Act, stasera qualcuno lo ha chiamato Job Act, insomma parliamo della legge delega al governo in materia di contratti di lavoro, 183/14.

 

Il testo dei decreti delegati si può leggere qui. Mi soffermerò brevemente sulla questione che a me sembra, in un periodo di crisi e ristrutturazione come questo, quella piu' rilevante sul piano macroeconomico: la regolazione dei licenziamenti collettivi. Non ritengo invece interessante la diatriba sull'applicabilità o meno al settore pubblico. Ammesso e non concesso il governo rendesse le norme della 183/14 applicabili anche al settore pubblico, vorrei proprio vedere quale amministrazione pubblica licenzierebbe e chi! Non licenziano i condannati per corruzione in via definitiva e gli assenteisti, per non parlare delle maestre assunte mentre sono sotto processo per percosse, figuriamoci i lavativi semplici. 

I punti che vale la pena sottolineare sono, a mio parere, due: da un lato le condizioni sotto le quali il licenziamento collettivo e' possibile e, dall'altro, la curiosa mancanza di una clausola “ponte” o di salvaguardia. Il decreto dice:

Art. 10 – Licenziamento collettivo.
In caso di licenziamento collettivo ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, intimato senza l’osservanza della forma scritta, si applica il regime sanzionatorio di cui all’articolo 2 del presente decreto [due mensilità per ogni anno, NdR]. In caso di violazione delle procedure richiamate all’articolo 4, comma 12, o dei criteri di scelta di cui all’art. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1991, si applica il regime di cui all’articolo 3, comma 1 [mensilità riconosciute per ogni anno di servizio].

L'aspetto innovativo è che ora il giudice può al massimo stabilire il numero di mensilità “risarcitorie”, ma se c'è un accordo precedente, o se l'azienda si attiene alla lettera della legge, il licenziamento è legittimo, si paga e tutto finisce lì. In questo meccanismo automatico manca qualcosa (o meglio qualcuno): i sindacati. Fino ad oggi quando si voleva chiudere un'azienda o un ramo di attività, in perdita o meno che fossero, cominciava per forza di cose un lungo tira e molla con i sindacalisti. Questi erano controparte obbligata per legge e questo dava loro un potere sia enorme che abnorme.

Con questi decreti attuativi spariscono sindacati e sindacalisti, anzi nemmeno vengono nominati. Ben si capisce, quindi, l'astio di Camusso & Co. nei confronti di una legge che semplicemente li ignora e ne ridimensiona quindi il potere interdittivo e di veto che aveva loro dato, nei quasi 50 anni precedenti, l'enorme ruolo che hanno nell'economia italiana. Vedremo se questo atteggiamento del governo continuerà o assisteremo a una qualche retromarcia.

Qui sorge la curiosità, per cosi' dire: manca completamente una norma che disciplini sia “la furbata" (ovvero: la finta chiusura di uno stabilimento/attività/azienda/whatever e la riapertura con una newco che riassuma i dipendenti con un nuovo contratto) che il semplice e regolare riassorbimento a fronte di crisi effettive, ristrutturazione stile "Chapter 11 negli USA" e riapertura di una nuova societa' che riesce ad occupare, a condizioni diverse, almeno una parte dei dipendenti di quella decotta. Chi lavora con il gruppo FIAT, ad esempio, ben sa che più di una volta la FIAT ha cambiato ragione sociale ad uno stabilimento per i motivi piu' svariati, spesso interni (lo stabilimento di Pomigliano è una newco, ad esempio, e a breve lo dovrebbe diventare anche Melfi). Lo ha fatto licenziando e riassumendo (riassorbendo, in gergo sindacale) i lavoratori i quali, quindi, si trovavano a firmare un nuovo contratto a fronte di una semplice riorganizzazione societaria di natura del tutto finanziaria ed aliena all'attivita' industriale vera e propria. Un caso tipico di "riassorbimento da vera ristrutturazione" e' quello delle fusioni in campo bancario, con sportelli della banca assorbita ceduti dalla sera alla mattina. In tutti questi casi normalmente i lavoratori sono "riassorbiti" con stipendi e mansioni uguali a prima e nulla cambia. Ecco, questo era vero sino ad ora ma ora  una domanda sorge ovvia: l'art.18 che fine fa ? Si mantiene, come un diritto acquisito, o essendo i dipendenti entrati in un "nuovo rapporto di lavoro" con una nuova azienda, cessa di applicarsi?

Molti paventano licenziamenti in massa nel prossimo futuro per trarre vantaggio di questa "dimenticanza", io lo dubito per ovvie ragioni politiche e di governo dell'azienda, ma non e' questo il punto. Il punto che m'interessa e' notare che di una sorprendente dimenticanza si tratta perche' vi sono "riassorbimenti-furbata" e vi sono "riassorbimenti-veri" ... e la differenza conta! Nel secondo caso chi è svantaggiato è l'azienda, che si potrebbe trovare di fronte a contenziosi e proteste pur avendo compiuto una ristrutturazione e creazione di newco del tutto legittime senza le quali l'impresa precedente avrebbe semplicemente chiuso mandando tutti a casa. 

Ecco, manca una norma che disciplini quello che già avviene costantemente, magari una norma in via transitoria, ma manca. Dimenticata per sbadatezza, incompetenza, o volutamente? Ah, saperlo...

47 commenti (espandi tutti)

Il regime introdotto sui licenziamenti è di tipo "risarcitorio", il giudice può al massimo stabilire su che base calcolare il risarcimento, quello che ho mancato di esplicitare (la fretta e i troppi roccocò...) è che se l'azienda paga subito il massimo che un giudice può infliggere (24 mensilità di stipendio) il giudizio non si pone proprio.

Rimangono fuori solo i licenziamenti "discriminatori", difficilmente dimostrabili in caso di licenziamenti collettivi, a meno di clamorose fesserie (ad es.: sono licenziate solo le operaie incinte, oppure solo gli iscritti a un determinato sindacato).

Non sarei così sicuro circa il fatto che il pubblico non applicherebbe mai una simile norma. Il pubblico non sono solo Ministeri e Regioni, ci sono per esempio le Aziende sanitarie, i piccoli Comuni, etc. etc., tutti soggetti ai quali in determinate circostanze una simile norma potrebbe far comodo. Non sottovaluterei poi neppure la componente, come dire, psicologica, perchè avere anche una remota possibilità di essere licenziati potrebbe indurre a comportamenti meno strafottenti una serie di dipendenti pubblici. Infine è una questione di equità. Certo, se ho capito bene, i tempi di applicabilità nel pubblico sono epocali, visto che si applica solo ai nuovi assunti...

Non ho idea se il potere "ricattatorio" esista nell'ambito del pubblico, teoricamente gli strumenti esisterebbero già (anche nel pubblico, ad esempio  si può licenziare per motivi disciplinari), ma sono inapplicati, non vedo perchè uno strumento diverso possa avere un qualsiasi effetto.

Per chiarire: il potere di licenziamento nella PA risede in funzioni apicali, talvolta politiche (il dipendente comunale può essere licenziato solo dal Sindaco con atto di giunta), talvolta talmente alte che la richiesta di un licenziamento può essere alla fine di una lunga serie di pratiche, nel frattempo il dirigente che ha fatto richiesta si trova nello stesso ufficio la stessa persona di cui ha chiesto il licenziamento, con tutte le problematiche del caso, anche sgradevoli, per cui in massima parte si preferisce richiedere il trasferimento, più facile da ottenere e più rapido, anche per evitare responsabilità e ritorsioni, oltrettutto essendo deresponsabilizzati (Chi me lo fa fare ?).

Diverso il caso se il licenziamento fosse demandato al funzionario responsabile dell'Ufficio, in quel caso una norma potrebbe aver senso, dopo aver responsabilizzato i titolari deggli uffici. Per questo lo ritengo poco interessante il dibattito, si scontra con la realtà.

Do ut des

amadeus 29/12/2014 - 17:59

Giusta la premessa di Marco: apparentemente è un finto problema, l'inamovibilità del dipendente pubblico è più il frutto dei comportamenti e della giurisprudenza che un prodotto legislativo.

Secondo me MR vorrebbe barattare la mancata applicazione della nuova legge alla PA con il fatto che non si può permettere di concedere alcun aumento di stipendio ai dipendenti pubblici per i prossimi anni. Quando i sindacati si presenteranno per il rinnovo dei contratti gli dirà: volete un aumento ? Allora dovete concedere la possibilità  di licenziamento come nel privato, altrimenti nisba. L'attuale questione sull'applicabilità delle nuove norme alla PA rischia di scombinarlgli i piani.

In tutto il settore pubblico gli stipendi sono congelati dal 2010 al centesimo, le progressioni di carriera sono azzerate e ferme alla fotografia del 2010. Potrei farvi vedere il mio foglio stipendio dell'ottobre 2010 e quello dell'ultimo mese: sono assolutamente identici, sia come euro sia come anzianità. Inoltre, le liquidazioni sono confiscate e date a rate senza interessi entro tre anni. Inoltre, non è possibile avere anticipi sulla liquidazione.

Se si vuole equiparare pubblico e privato sono d'accordo, ma allora occorre rivedere tutta la materia, cominciando dalla catena delle responsabilità in caso di licenziamento e dalla normativa contributiva e stipendiale. Estendere di brutto le nuove norme al pubblico senza rivedere tutto  il resto non ha senso. Renzi dice che lo farà. Stiamo a vedere.

Quanti statali sono stati licenziati per incapacità o scarso rendimento negli ultimi anni? Quanti dipendendi statali a tempo indeterminato (non precari) sono stati licenziati o trasferiti per crisi aziendale? Quanti statali hanno accettato decurtazioni di stipendio per contratti di solidarietà?  E potrei continuare....

 

A parte che non si capisce perché gli stipendi pubblici dovrebbero aumentare quando il resto dell'economia decresce, direi che comunque c'è poco da lamentarsi.

Proposte?

alberto rotondi 30/12/2014 - 10:39

A parte le solite litanie sugli statali palla al piede (ignorando che la spesa è la più bassa della UE), avete qualche proposta concreta sulla equiparazione pubblico privato?

Per esempio, estendiamo questo anche al settore privato?

estendiamo questo anche al settore privato?

Qui nel Regno Unito la Statutory Sick Pay per i primi 3 giorni di malattia è £0 e 0p.

D'accordo

amadeus 30/12/2014 - 11:06

Una volta era così anche nel settore privato. Peraltro è noto che le assenze per malattia dei dipendenti pubblici sono assai maggiori di quelle dei dipendenti privati. Escluderei motivi genetici.

La motivazione è sempre la solita: le persone rispondono agli incentivi e possono anche approfittare delle situazioni (che magari sono state pensate per  motivi assai ragionevoli e condivisibili). Ridurre la retribuzione per i primi 2/3 di malattia avrebbe un costo limitato per gran parte dei dipendenti tranne per quelli che ne approfittano. Complessivamente sarebbe un vantaggio per la collettività (e consentirebbe di ridurre il contributo assicurativo per la malattia).

Attualmente i giorni di malattia per dipendente sono più alti nel privato che nel pubblico

Bruttissimi...

amadeus 30/12/2014 - 14:17

Dai dati Inps ciò che balza in assoluta evidenza, è il giorno abbondante di assenza in meno del settore pubblico, in controtendenza non solo rispetto agli altri paesi d'Europa, ma anche con l'Italia in passato. «Eravamo noi, anzi, ad avere il differenziale più alto fra pubblico e privato. Il cambiamento accertato nel 2011 è impressionante», conferma Alessandra Del Boca, «e io lo spiego così: da un lato la legge Brunetta ha reso il pubblico più virtuoso, dall'altro forse nel privato le assenze sono più alte perché le imprese si possono mettere d'accordo con i dipendenti per addebitare di più all'Inps, che paga circa il 60 per cento del costo della malattia a partire dal quarto giorno».

Su iniziativa di Renato Brunetta, la legge 133 del 2008 ha ridotto la retribuzione al solo salario base nei primi dieci giorni di malattia, ha imposto che i certificati venissero redatti dai soli medici convenzionati, ha aumentato il periodo di reperibilità, escludendo inizialmente soltanto l'orario fra le 13 e le 14. L'effetto immediato è stato una contrazione del 40 per cento delle assenze per malattia nel pubblico impiego, poi attenuatosi a causa di una nuova riduzione del periodo di reperibilità.

...povero Brunetta.

 

Ovviamente - ma non c'era bisogno di dirlo - tutto ciò conferma l'importanza degli incentivi.

 

ignorando che la spesa è la più bassa della UE

Scusa ma la spesa rispetto a che cosa?

Paragonare la spesa italiana per dipendente pubblico in sè rispetto a quella europea non ha molta rilevanza.

Sarebbero da paragonare il "costo" rispetto all'efficienza (anche se, su che parametri calcolare questa "efficienza", sarà divertente stabilirlo) e poi la differenza percentuale tra stipendio pubblico e privato (in media) rispetto a paesi simili.

che Poste, Ferrovie, municipalizzate, Anas, fondazioni bancarie, (et cetera: http://it.wikipedia.org/wiki/Ministero_dell%27Economia_e_delle_Finanze#P..., ed altre: http://it.wikipedia.org/wiki/Cassa_depositi_e_prestiti#Partecipazioni_ed...) formalmente sono private.

Scrivendo quella frase avevo in mente statistiche arcinote. Per esempio, si può guardare la tabella 3.45 a pag. 83 di questo rapporto, dove si vede che l’Italia è in coda a tutti i pesi principali della UE. Fa eccezione la Germania, dove gli esperti mi hanno insegnato che le spese per il personale della sanità non sono conteggiate direttamente nella spesa per il personale pubblico.

Ma non finisce qui. Il cuneo fiscale in Italia è altissimo e nella PA non c’è nessuna agevolazione, che vale invece per il privato. Questo vuole dire che il netto al dipendente pubblico è uno dei più bassi d’Europa, a parità di costo del lavoro totale (tasse e contributi). Una parte di questo cuneo se ne va in tasse, senza le deduzioni e detrazioni in vigore in altri paesi, per cui lo stato si riprende buona parte di quello che dà e questo non compare mai nelle statistiche dei cosiddetti esperti, chissà perché. Da non esperto della materia, a me questo appare come una partita di giro, che gonfia le statistiche della spesa pubblica e altera il confronto con gli altri paesi. Spesso mi sono confrontato con i miei omologhi francesi o tedeschi, professori universitari con due figli. A fronte di un lordo simile, il mio netto annuale era circa 5000-10000 euro più basso del loro, a causa delle mie alte liquiote fiscali e delle mancate detrazioni e deduzioni. Ma questo non compare mai nelle statistiche degli esperti. Chissà perché.

Quindi la mia impressione è che, se facessimo una analisi di quello che veramente il dipendente pubblico costa allo Stato, l’Italia sarebbe tra gli ultimi della UE, forse l’Ultima. Se ne è accorrto persino Perotti, almeno sembra, Se  ne era accorto probabilmente anche  Fermare il Declino, ma ha preferito sorvolare, discutendo solo le scandalose retribuzioni dei pochi dirigenti apicali della PA, e non le retribuzioni della massa dei dipendenti pubblici, chissà perché.

Riassumendo, sostengo he i tagli lineari alla PA accelereranno il declino. Occorre chiudere gli enti inutili, rinormalizzare gli stipendi dei dirigenti, tagliare dove serve e sostenere invece l’eccellenza, che si può e si deve misurare. Quell’eccellenza che fa sì che il sistema sanitario italiano sia considerato, come costi/benefici, il terzo al mondo e che la ricerca scientifica universitaria sia al 7-8^ posto nel mondo, con punte di eccellenza, come il terzo posto della fisica nucleare e dell’astrofisica. E questo a fronte di una spesa per dipendente molto inferiore di quella dei paesi con cui ci confrontiamo.

Non è certo affrontando il pr0blema con gli occhiali dell’ideologia, analizzando la realtà non come è ma come vorremmo che fosse, che fermeremo il declino.

Vediamo di intenderci. Io dico che i paragoni tra paesi hanno senso solo in rapporto al costo/beneficio e non facendo spesa diviso il costo della struttura. Questa mi sembra anche la conclusione del documento linkato (e poi sarebbe lo stesso modo di ragionare "lineare" che contesti).

Riguardo la differenza lordo/netto rispetto ai tuoi colleghi stranieri mi sembra simile a quella che io (lavoratore privato) noto quando mi confronto con alcuni miei colleghi stranieri, quindi ritengo prescinda dal discorso pubblico vs privato.

Premesso questo: anche io sono contrario e MOLTO ai tagli lineari nella PA, come sono contrario alle posizioni ideologiche "anti statali" (e alle prese di posizione ideologiche in generale) ma, se riforma deve essere, l'alternativa è una riforma che miri all'ottimizzazione delle risorse. Questo significa licenziare personale improduttivo o costringerlo a diventare produttivo. E' una alternativa percorribile? Io, a memoria, non ricordo nemmeno un ente statale che abbia mai consentito che venisse misurata la propria efficienza.

Poi io, personalmente, temo che siamo alle solite. Cioè: di riformare il pubblico non frega un ca**o a nessuno, servono soldi e allora si taglia usando la scusa della riforma, così come si è usata la scusa dell'evasione fiscale ad ogni nuova tassa, per avere un "supporto" da chi non è coinvolto direttamente dal taglio.

l'alternativa è una riforma che miri all'ottimizzazione delle risorse. Questo significa licenziare personale improduttivo o costringerlo a diventare produttivo. E' una alternativa percorribile?

Sí, qui nel Regno Unito i licenziamenti nel settore pubblico sono all'ordine del giorno.

Per ricordare un caso sull'assenteismo per malattia ingiustificato, usando il Freedom of Information act, una societá che offre servizi di videoconferenza chiese un paio di anni fa quanti dipendenti pubblici erano stati licenziati per assenteismo, in particolare per ripetute assenze per malattie non effettivamente giustificabili, e tra le tante interessanti risposte che ricevette, un dipartimento rispose di aver licenziato in 1 anno lo 0.6% dei suoi dipendenti (672 persone) per quella specifica ragione.

Era una domanda retorica, Alessandro :-)

Non mi sono spiegato bene. L'ho fatta per sottolineare l'aut-aut :

se si deve tagliare nel settore pubblico, o si procede a tagli lineari o si consente il licenziamento di chi non serve e/o non produce.

Ma, in Italia a differenza che in UK, licenziare nel pubblico non è mai stato praticamente possibile a causa di un atteggiamento corporativista e omertoso. Quindi, in una certa misura, gli statali non sono vittime dei tagli lineari ma li hanno voluti loro impedendo la possibilità di scelte meritocratiche. Hanno barattato il loro stipendio in cambio della possibilità di non venir licenziati e giudicati.

Chiaramente sto facendo un discorso generale, mica mi riferisco ad Alberto, gli facevo solo notare la cosa. Anzi immagino la frustrazione di quegli statali che hanno sempre lavorato con coscienza.

ricerca

Giovanni Vera 31/12/2014 - 17:15

L'Italia produce la metà della ricerca di UK e Germania e meno del Canada (che ha soli 35 milioni di abitanti), secondo il link che hai fornito. Non mi sembra un risultato di cui andare orgogliosi.

L'Italia ha meno di un terzo dei ricercatori della Germania e meno della metà di quelli dell'UK. Dati Eurostat, ma sono gli stessi in tutte le altre banche dati che puoi consultare. Dato che, se non si cambia, le nostre università chiuderanno intorno al 2018, in futuro andrà sempre peggio.

Considerato anche che l'investimenti finanziario del settore della ricerca è meno della metà di quello dei paesi che citi   in termini assoluti e la metà di quello tedesco e il 30% in meno di quallo inglese rispetto al PIL, il risultato dell'Italia ha del miracoloso. Ma non durerà.

P.S Aggiungo che il sistema della ricerca inglese è del tutto particolare, ed è attualmente criticato da buona parte degli addetti ai lavori. I professori di tutto il mondo vengono reclutati con stipendi altissimi, basta che assicurino uno score scientifico elevato. Molti notano che i numeri in UK non sono quelli del sistema inglese, ma quelli dei "mercenari" che vengono reclutati.  Uno squarcio su questo aspetto lo si intuisce dal recente suicidio del prof. Grimm. Il suo mail postumo è da leggere.

buoni ma

Giovanni Vera 31/12/2014 - 18:36

Possono esserci ottime giustificazioni per un risultato modesto, ma il mio punto è che l'ottavo posto non è un vanto come scrivevi tu. Quei dati comunque non sono attinenti, perché includono la ricerca privata, che di solito si concentra sullo sviluppo di prodotti e non sulla ricerca di base.

@Rotondi, il numero di ricercatori viene stimato attraverso un sondaggio in cui si chiede quanto tempo viene dedicato alla ricerca. Per qualche ragione, i ns tendono a riportare un numero di ore basso dedicato alla ricerca rispetto ad altri paesi. Però lo stipendio viene preso per intero.

Un indicatore lordo sarebbe più appropriato. Ad esempio, secondo dati Eurostat nel 2012 il numero di accademici (e non di ricercatori) in “full-time equivalent” era di 99.221 per l’Italia e di 99.612 per la Gran Bretagna. Ovviamente, prima della crisi gli facevamo mangiare la polvere. Tutta colpa della Merkel.

Gli FTE che riporti, pur essendo Eurostat, appaiono completamente sballati a qualunque addetto ai lavori. I dati sarebbero questi: USA 1.015.000, Germania 231.000, Francia 114.000, Polonia 104.000, turchia 118.000, iItalia e UK 99.000?

I dati ufficiali del ministero italiano,riportati qui nella tebella a pag. 14, dicono che i docenti/ricercatori universitari, per tutto lo scibile, sono 53.459. Se aggiungiamo i ricercatori di enti pubblici, INFN, CNR, INAF, ecc, diciamo 10.000, arriviamo a più o meno 63  mila. E trattandosi di docenti,  diciamo al 50%, sarebbero 30 mila FTE.

D'accordo che UK è difficile da trattare, perché ha un sistema di istruzione pubblico/privato tutto suo, ma per gli altri paesi i dati sono facilmente reperibili.

Dati più realistici si trovano scaricando qui un documento recente (ad es. tabella 3.3 a pag. 44) . E' utile vedere i dati di questo documento, si vede chiaramente come l'Italia abbia deciso di suicidarsi, pur  non avendone alcun bisogno.

Una sintesi di questa situazione si trova anche qui  e qui

... io ho cominciato a pormi dei seri dubbi sui numeri che circolano sull'Università italiana da quando la frequento, non come studente, ma come esperto di alcune tematiche tecnologiche e tecniche.

Non lo so, qualcosa mi sfugge, se un professore d'ingegneria pubblica su una rivista prestigiosa un articolo sulle differenze fra un oggetto CAD e un prototipo realizzato con FDM, che lui ed io sappiamo essere una tecnologia vecchia, low cost e poco utilizzata in ambiti professionali, e la ricerca è pubblicata senza che nessuno dica "vecchiume", anzi la si trova fra le più citate in quell'ambito (quello sulle FDM) io mi comincio a porre delle domande.
La prima : non è che abbiamo molte pubblicazioni, anche con molte citazioni, perchè facciamo ricerche in ambiti in cui nessuno guarda, in quanto di scarso o nullo interesse ?
La seconda: Ma le pubblicazioni, le cross references, l'IF che valore ha, alla fine ? Ok, un parametro è meglio di zero parametri, ma non è che guardando solo al dato accademico ci stiamo perdendo qualcosa ?
La terza: non è che siam bravi sul dato accademico perchè da quando alcuni fondi sono legati al parametro accademico ci siam buttati su quello ?
Poi lo so che siam molto forti in alcuni ambiti, ma proprio per questo non sarebbe meglio indirizzare le risorse lì dove abbiamo un vantaggio competitivo e lasciar morire d'inedia la ricerca sulla filologia romanza del 1100 ?
Last but not least: in una discussione su FB (luogo improprio) facevo notare che l'Università Orientale di Napoli ha la media salariale più alta d'Italia, di un buon 25% maggiore della più bassa (Foggia, mi sembra), mi è stato risposto che sono un cretino, perchè in Italia gli stipendi dei professori sono basati solo sull'anzianità di servizio.
Ecco, a me sembra che i cretini siano quelli che non partono da qui: tutti uguali, tutti bravi ? Sicuri ? Tutti utili ? Si fa del bene a chiedere "più soldi" senza sanare queste vistosissime distorsioni ?
N.B.
L'Università Orientale è nota alle cronache anche perchè usa il 100% del FFO per pagare i salari.

Gli FTE che riporti, pur essendo Eurostat, appaiono completamente sballati a qualunque addetto ai lavori. I dati sarebbero questi: USA 1.015.000, Germania 231.000, Francia 114.000, Polonia 104.000, turchia 118.000, iItalia e UK 99.000?

I dati ufficiali del ministero italiano,riportati qui nella tebella a pag. 14, dicono che i docenti/ricercatori universitari, per tutto lo scibile, sono 53.459.

Se non ti fidi dell'Eurostat allora bisogna spiegare perché, altrimenti fai confusione. Il numero che riporti di 53.459 si riferisce agli accademici strutturati (ordinari, associati etc.) ma non a tutti i docenti universitari italiani. I dati li puoi trovare anche sul sito dell'ufficio di statistica del Miur oppure nell'ultima edizione disponibile dell'Università in cifre del 2010 (tab. 1.4.1 pag. 29) che riporta per il 2009 60.882 docenti strutturati e 41.169 docenti non di ruolo (totale fa 102 mila e rotti di docenti strutturati). Naturalmente se ti piacciono le cose fai-da-te, puoi confrontare gli stessi dati italiani con il paese che vuoi andando alla specifica agenzia statistica nazionale. Ad esempio, ti accorgerai che molti in UK sono part-time e precari, e che il contratto di "professor" lo hanno solo in 15 mila a tempo pieno (cfr. tab. 2). Quindi prendi lo stipendio di questi prof a tempo pieno (ad esempio di Oxford) e ti accorgerai che è uguale o inferiore all'0rdinario medio italiano. Poi confronta la pensione, e ti accorgerai che in UK quella obbligatoria è da fame. Se vuoi continuo o cambio paese di riferimento.

è equivalente ad ordinario italiano (ca 12700 all'ultimo conto).  Gli equivalenti di ricercatori e associati italiani un tempo si chiamavano lecturer, senior lecturer e reader - ora molte università stanno adottando la terminologia americana (assistant, associate e professor). In UK non esiste la differenza enorme fra strutturati e non strutturati. I professori hanno contratti a tempo indeterminato ma sono licenziabili. Gli stipendi per i professori, a differenza di quelli italiani, sono stabiliti dall'università. Credo che siano rimasti dei limiti minimi nazionali per lecturers e readers contrattati dai sindacati, come residuo del passato, ma gli stipendi effettivi sono superiori, anche di molto.  Per i professors, il mercato è totalmente libero. Alla LSE gli stipendo sono segreti, come nelle università private USA, mentre per esempio alla Università di California (pubblica) sono disponibili in rete

certo, i professors sono il gradino più alto, il numero però dalle statistiche ufficiali è di 15 mila full-time al 2013-2014. Comunque, gli stipendi medi dei professor ingliesi per le varie università sono rilevati ogni anno da Times Higher Education attraverso una società di contabili e pubblicati qui (il file si chiama Download table of average salary of full-time staff 2012-13). Per l'LSE professor il price tag è di 92 mila sterline (111 mila euro lordi). Per Oxford e Cambrdige i salari medi per il professor sono più bassi. Ad esempio, ad Oxford sono meno di 74 mila sterline, cioé 90 mila euro, che è più alto del pay scale per A20 professor indicato nel sito di University of Oxford.

1) I dati Eurostat che hai richiamato comprendono il personale ISCED 04, che è quello  non universitario, che non ha niente a che vedere con la ricerca. Infatti dai tuoi dati risulta che Polonia e Turchia fanno più ricerca di Italia e UK. Ma questo a te va bene perché dimostra che la nostra università è scadente. Peccato che sia tutto falso.

2) Io ho richiamato i dati Eurostat corretti, che evidentemente non ti sei preso la briga di guardare. Qui si può scaricare il rapporto e vedere la tabella 3.4 di pag.44, da cui risulta che il personale ricercatore (a tempo detrminato o indeterminato) dell'Italia è meno di 2/3 di quello UK. Come vedi, mi fido dei dati Eurostat, quelli giusti.

3) Ti comunico che i docenti italiani strutturati , allo stato attuale, non sono 60882 (dato 2009) ma 53459 (dato 2013) , come ho correttamente richiamato citando il documento aggiornato (tabella di pagina 14). Il dato sul personale a tempo indeterminato è più difficile da trovare. Questo è il risultato delle scellerate politiche sull'università,che però hanno il plauso di molti, probabilmente anche il tuo. Tra l'altro, i docenti non di ruolo spesso non fanno parte del mondo della ricerca. Le statistiche corrette prendono in considerazioni posizioni a tempo indeterminato e determinato (assegnisti, dottorandi, post-doc), non i docenti non di ruolo.

4) Il dato sugli stipendi non mi appassiona molto. I  ricercatori italiani hanno un netto molto più basso degli stranieri, ma hanno più tutele sociali (se non sono precari ma a tempo indeterminato). Il confronto è difficile ed è probabilment materia di esperti. Sarebbe ora di affrontare seriamente il problema, se se ne vuole parlare.

Il senso dei miei interventi, dettati da una esperienza 40 ennale nelle università Italiane e nei centri di ricerca esteri, è che la maggior parte della nostra università è una risosrsa importante per il paese e andrebbe rilanciata con politiche intelligenti a costo quasi nullo, che non posso dire qui, che valorizzino le molte eccellenze eistenti. Invece,  a nessuno interessa, e anche nel Job(s) Act non se ne parla (Esposito, cerco di non essere OT). 

sono d'accordo con Rotondi, sulla base della mia quarantennale esperienza di università italiane e straniere

a maggior parte della nostra università è una risosrsa importante per il paese e andrebbe rilanciata con politiche intelligenti a costo quasi nullo.

secondo me, la legge Gelmini era un buon inizio, ma è stata accolta dalla totale ostilità dei professori. Sarei molto interessato a conoscere le politiche intelligenti a costo quasi nullo che propone il prof Rotondi. Insisto sul 'costo quasi nullo' (meno del 5% dell'FFO attuale - diciamo non più di 200-300 milioni). 

 

 1) la prima riforma, a costo zero, è quella di essere amministrati in modo normale. Chi vive nel sistema sa che l'inefficienza non è dovuta tanto alla cattiva qualità del lavoro del personale (che pure, quando c'è, va perseguita) ma all'affastellarsi di norme spesso assurde, retroattive  (retroattive!, è la cosa peggiore) e ingiustificate, frutto di quella casta di funzionari ministeriali, che approfittando dell'ignavia dei politici, sta gestendo il ministero in modo assolutamente fuori controllo.  Alcuni esempi per tutti:il fondo universitario di funzionamento (FFO) del 2014 è comparso in gazzetta l'8 dicembre (sì, avete capito bene, l'8 dicembre). Fino a quel momento si è amministrato sui fondi residui del 2013. Tutti i progetti che dipendevani direttamente dal Ministero, come la chiamata di studiosi stranieri, non sono stati fatti. I progetti Profumo per smart cities e green economy sono stati approvati, assegnati, ma non finanziati. Ho tre precari bravissimi, vincitori di un progetto di 800 mila euro. Dopo tre anni, si sentono dire:" voi procedete e fatevi finanziare da qualcuno, se poi relazionate e io approvo,  vi renderò i soldi". E tra quei soldi ci sono anche i loro stipendi. I progetti SIR della Carrozza non sono ancora stati esaminati per una norma demenziale frutto di qualche funzionario ministeriale che sta ancora li'.  In questo momento i fondi universitari per la ricerca sono di fatto Zero. Se un privato funzionasse come l'Università, fallirebbe in pochi mesi. Stiamo in piedi solo grazie alla abnegazione di chi  lavora in periferia. Intanto il Ministro si occupa delle prove di ingresso a Medicina....

2) il second0 punto è quello di attuare almeno i punti 1), 2) e 10)  della proposta dei Rettori.  L'autonomia di bilancio, all'interno di vincoli prestabiliti come il rapporto tra spese di personale e ricerca, renderebbe finalmente le Università delle aziende normali.Per il costo, si veda il punto 3).

3) per il punto 1 della proposta dei Rettori, il piano di reclutamento, attuare il piano straordanrio di reclutamento di giovani ricercatori tipo quello proposto dal CUN. Gli oneri, circa 200-300 Milioni /anno per 5 anni, sono calcolati a pagina 13 del documento CUN.

4) anche questo punto è a costo quasi zero. Attualmente stiamo superfinaziando  l'agenzia per la valutazione  della ricerca. Peccato che non esista, come in tutti gli altri paesi, una Agenzia per la ricerca e che di fatto i fondi per la ricerca siano zero. Sì, avete capito bene, abbiamo l'Agenzia per la valutazione della ricerca ma non abbiamo ricerca da circa 5 anni. Quindi, istituire una Agenzia nazionale per il finanziamento della ricerca, che vada a sostituire tutti gli pseudo finanzuiamenti Prin, SIR, FIRB, ecc, e che costituisca il metabolismo e lo zoccolo duro per coltivare le eccellenze che andranno poi a vincere i progetti internazionali.

Già questo basterebbe per invertire la tendenza al declino. Ma il Ministro si preoccupa dei test di ingresso a Medicina...

rispondo ai punti per punti.

1) I dati che ho richiamato si riferiscono solo a ISCED 5 e 6, e non a level 4. Per level 4 devi schiacciare un tasto "+" dove leggi isced97 e selezionare livelli inferiori. Non sono ricercatori, come specificato nel precedente commento, ma docenti universitari (spero si apprezzi la differenza). Da quel pool in Italia solo una piccola quota fa ricerca, perché risponde così nell'apposita survey, come già spiegato in un precedente commento. Chiediti perché.

2) Rileggi punto 1) e considera la seguente osservazione. Se i docenti UK vs Ita sono approx simili in FTE ma in Italia dedicano meno tempo alla ricerca, per propria ammissione, vuol dire che dedicano più tempo al teaching ma a un numero inferiore di studenti, in termini relativi. Lo stipendio viene però pagato uguale.

3) Il dato era esplicitamente riferiito al 2009 per farti notare il peso dei docenti non strutturati, visto che l'ultimo doc miur pubblicato si riferiva a quella data e visto che contestavi l'eurostat con dati riferiti al 2012. Il personale non di ruolo fa parte della categoria docenti come nella conta UK. Infatti, se avessi preso il personale non strutturato che per contratto dovrebbe fare solo ricerca (secondo il manuale di frascati) il numero di non strutturati (approssimativo) è di 30 mila dottorandi + 20 mila assegni di ricerca + più 10 mila circa tra ricercatori a TD, borsisti etc., il cui totale fa 60 mila "ricercatori" non strutturati (i dati sono su statistica.miur.it). Poi vai a chiedere e pare che nessuno faccia ricerca. Qualcosa non torna.

4) se non t'appassiona, allora passo. Ma la regola fondamentale rimane, più soldi metto da una parte, meno devo metterne dall'altra.

  

Non so se la differenza di 5-10 mila euro sia giustificata da diversa produttività o da rendita di posizione, però la pensione in Germania è significativamente inferiore (in percentuale rispetto al reddito da lavoro) e di più breve durata rispetto a quella goduta in Italia. E questo spiega che non proprio di partita di giro si tratta.

Peraltro nel calcolo delle spese per il personale, in Germania non calcolano il personale della sanità. In Uk non calcolano il personale delle università tra il settore pubblico. In ogni caso, in Italia con il sistema retributivo (ancora in vigore per una quota consistente), le spese del personale sottostimano il costo effettivo, in quanto non tengono conto del fatto che quando il dipendente sarà in pensione riceverà una pensione superiore ai contributi versati. Quando tutti i dipendenti, pubblici o privati, saranno sotto il regime contributivo, allora il costo del personale rifletterà il reale costo del dipendente. 

Se ho ben capito la tesi di Ichino sulla P.A. (assumendo che la legge sia applicabile) è che ora si sia eliminato un potenziale effetto dissuasore verso i licenziamenti.

Prima il giudice poteva ordinare il reintegro del lavoratore anche in caso di giusta causa, o giustificato motivo soggettivo, se avesse ritenuto il licenziamento sproporzionato rispetto al fatto in oggetto.

L'esempio di Ichino è il reintegro di un dirigente (dirigente!) che si faceva fare commissioni personali (tipo la spesa) da impiegati dell'ufficio. Dato che non lo faceva spesso (sigh!, pare questa sia stata la giustificazione ammessa dalla Cassazione), il licenziamento era spropositato, pur sussistendo la giusta causa. Ebbe quindi il reintegro, il pagamento degli arretrati e degli indennizzi. Poichè se non fosse stato licenziato la P.A. non avrebbe pagato gli indennizzi, questi costituiscono un danno erariale causato da colui che ordinò il licenziamento.

Ichino non dice se poi effettivamente la Corte dei Conti ritenne la colpa grave, e quindi  tale da imputare il danno erariale, ma evidentemente anche la sola possibilità funge da deterrente. Non licenziare infatti non è soggetto a sanzioni di qualsivoglia natura.

Ora, salvo che il fatto non sussista, il reintegro è esplicitamente escluso. Liberati dalla spada di Damocle del danno erariale, dovrebbe essere più facile agire verso i dipendenti pubblici "poco scrupolosi".

Se così fosse, si tratterebbe comunque di un passo avanti.

Incidentalmente, che su una legge appena uscita si debba discutere di quali sono i soggetti di applicazione è un indice dell'incapacità assoluta dei nostri governanti a scrivere e valutare le leggi che votano.

La "dimenticanza" è una scelta ben precisa.

Renzi ha bisogno, per motivi elettorali, che la riforma abbia effetti visibili il prima possibile: quale modo migliore che consentire la applicazione al maggior numero possibile di contratti già in essere delle "tutele (a.k.a. monetizzazioni) crescenti"?

statali

marcodivice 29/12/2014 - 16:03

nel caso degli statali se l'eventuale risarcimento è in capo al dirigente, non verrà licnziato nessuno, se in capo alla P.A. il dirigente che firma il licenziamento dovrebbe esser soggetto al rischio di danno erariale. Insomma faccenda ingarbugliata.

per evitare che il rischio di danno erariale scoraggi ogni licenziamento nel pubblico, anche quelli sacrosanti, si dovrebbe disgiungere la responsabilità erariale da chi attiva il processo, ma anche avere ben chiare le procedure per attivarlo. 

Fino ad oggi quando si voleva chiudere un'azienda o un ramo di attività, in perdita o meno che fossero, cominciava per forza di cose un lungo tira e molla con i sindacalisti. Questi erano controparte obbligata per legge e questo dava loro un potere sia enorme che abnorme.

Stai sopravalutando il potere interdittivo e di veto dei sindacati nel caso di licenziamenti collettivi. Gli obblighi dell'impresa che licenzia più di un certo numero di dipendenti verso i sindacati è di informativa, consultazione e comunicazione. Nel caso di licenziamenti collettivi i sindacati oltre a proporre soluzioni alternative e a monitorare la regolarità delle procedure, magari utilizzando tutto il tempo a disposizione per arrivare a un eventuale accordo alternativo, hanno poco altro su cui esercitare un proprio potere sull'impresa. Cioé l'impresa trascorso il tempo per le consultazioni può dare attuazione al proprio piano iniziale senza tener conto delle proposte sindacali.

ILVA

giovanni federico 30/12/2014 - 09:09

Si legge che il governo prevede di costituire una newco a cui conferire gli  impianti dell'ILVA per  risanarla, gestirla e poi rivenderla ai privati. Presumo che si applicheranno le nuove norme - non ci sarebbe tempo di licenziare e riassumere tutti col vecchio ordinamente. Vediamo cosa dicono i sindacati, che spingono per questa soluzione al problema di Taranto

ILVA

marco esposito 30/12/2014 - 09:50

Interessante la newco, vediamo cosa diranno i sindacati, ci sarà da divertirsi.

Attenzione che se il trasferimento degli impianti dalla ILVA alla newco è realizzato tramite cessione di ramo d'azienda per i lavoratori non c'è nessun nuovo contratto in essere da firmare, ma il precedente continua invariato col nuovo titolare.

Nella mia esperienza personale, mi venne solo comunicato che dal giorno X la busta paga cambiava intestazione.

 

A me sembra manchi una norma transitoria del tipo "nel caso di cessione di rami d'azienda si applica il vecchio contratto, tutelato quindi dallo Statuto dei Lavoratori ex L.308/70".
Perchè io datore di lavoro potrei essere interessato a sollevare il caso giurisdizionalmente, dicendo "è vero che sono subentrato come datore di lavoro, ma è anche vero che adesso io sono un'entità giuridica diversa dalla precdente, che nella cessione del ramo d'azienda ho accettato di mantenere nella paga e nel ruolo, ma è ovio che il contratto di lavoro è un nuovo contratto di lavoro, eessendo io un sogetto giuridico completamente diverso" . Oppure la cessione del ramo d'azienda prevederà nel contratto proprio questo: ti mantengo nel ruolo e stipendio, ma è un nuovo contratto..

Diciamo che questa mancanza darà materia giurisprudenziale e dottrinale a iosa, quando bastava un rigo a evitare un casino.

Almeno questo è quello che penso e ho scritto nel post.

Si, interessante. Anche perché si tratta di un "esperimento" verso il quale Governo, parti sociali e lavoratori guarderanno con molta attenzione. E l'attenzione sarà tanto maggiore perché se da un lato, forse, il jobs act "forgerà" una nuova struttura industriale che nascerà probabilmente già vecchia e occuperà "vecchi" lavoratori targati come "nuovi", dall'altro si assisterà alla creazione di un Golem industriale pseudotecnologico in grado di garantire poco o nulla.

Quello su cui nutro forti, fortissimi dubbi, è la reale possibilità o fattibilità della messa a norma degli impianti che riguardano quell'aerea a caldo così prossima ai centri abitati.

È economicamente sostenibile e tecnicamente praticabile? Direi che a Taranto si consumerà l'attrito tra tre differenti falde sociali: la legittima richiesta di lavoro, l'inalienabile diritto alla salute e la reindustrializzazione a tappe forzate.

Taranto

marco esposito 31/12/2014 - 11:11

Quello su cui nutro forti, fortissimi dubbi, è la reale possibilità o fattibilità della messa a norma degli impianti che riguardano quell'aerea a caldo così prossima ai centri abitati.

Anche io ho delle forti perplessità, diciamo che la magistratura ha posto dei costosissimi paletti, ma non esclude che si possa fare, la cosa più costosa è la copertura del parco minerario (che oggi è all'aperto, costo della copertura circa 400 mln), poichè l'area a caldo ha già ottemperato con dei filtri maggiori, l'unica cosa che rimane da fare lì è la costruzione di un camino "temporaneo" per sicurezza, ma l'ILVA nelle emissioni era già nei parametri UE, solo che la Regione Puglia aveva deciso, di suo, di adottare parametri più stringenti.

Le mie perplessità son date dalla demagogia imperante: e se domattina la Regione Puglia stabilisce con una sua leggina che l'aria deve essere pura e filtrata al 100% e profumare di lavanda ?

Comunque sull'ILVA attendo il decreto, secondo me la siderurgia in Italia non ha futuro, troppi cretini che scrivono leggi, troppe scelte sbagliate.

Beh, per quel poco (poco in effetti) che può contare la mia opinione, il siderurgico italiano (ma non solo) è in fase di decelerazione. E considerando quella parte di traffico merci portuale dedicato all'acciaio, direi che le speranze di un ritorno a una siderurgia alla "sovietica" maniera, sono piuttosto scarse. Anche perché la Cina --ma non potrebbe essere altrimenti considerata la portata del paese-- l'acciaio ha imparato a produrlo (50% circa della produzione mondiale) e perché sostanzialmente si tratta di tecnologia low-tech (gli italiani immaginano e credono di vivere in un paese che declinano secondo quei termini che credono unici al mondo e che spesso vengono comodamente ricordati da giornalai travestiti da giornalisti, parolai camuffati da leader nordisti e da pantofolai truccati da politologi. Ecco quindi che si crede nell'indipendenza risorgimentale del proprio made in Italy come se non esistesse o non fosse possibile o concepibile una qualsiasi altra forma di made in , che crede ancora di potersi bellamente spacciare come il miglior "supplier food" del mondo, che pensa di poter confezionare i migliori abiti del mondo, che produce le uniche scarpe al mondo che non ammorbano funestamente l'aria con il sudore dei propri piedi, che vede nel turismo l'oro di Montezuma o quello di Atahuallpa, che pensa che per un Leonardo da Vinci, un Galileo o un Michelangelo, l'intera popolazione italiana --nessuno escluso-- sia il prodotto, e quindi geneticamente dotata, del genio di quegli uomini raccontati nei libri di storia, di scienza e di arte. Ma questa è un'altra storia. Appunto...).

Se le stime sulla capacità di produzione sono vere (171Mln di tonnellate nel 2014), e quelle sull'eccedenza di capacità dell'industria siderurgica vengono confermate (oltre 540Mln di tonnellate di cui circa 200 prodotte nella sola Cina), la fumata vaticana degli altoforni italiani difficilmente sarà bianca. E le probabilità che non sia di un intenso grigio scuro sono davvero poche.

La domanda quindi è: c'è veramente ancora spazio per la siderurgia pesante italiana? Non sarebbe il caso di concentrare l'attenzione su un diverso livello di conoscenze e competenze in grado di riassorbire quel particolare tessuto industriale perso dalla fine degli anni '70 in poi (hight-tech in particolare)? Il modello italiano d'impresa come è attualmente concepito (piccolissima, piccola e media impresa sostanzialmente) è in grado di garantirsi un futuro? Producendo cosa poi? Mobili, divani, macchine utensili, qualche vestito, mozzarelle, formaggi, vini, panettoni e colombe?

In breve: l'ILVA di Taranto esisteva ed esiste ancora perchè c'è una società del gruppo, che è quella del bacino aperto, che ha un brevetto e una tecnologia unici al mondo per l'estrazione del ferro e altri minerali dalla roccia, tanto che poi Tranto rivende il semi-lavorato alla Germania, per dirne una.

Il brevetto e la tecnologia si scontrano con la legge sull'inquinamento da polveri, a meno di non coprire tutto. Gli altiforni son contorno che potrebbero pure chiudere, ma danno da mangiare a troppa gente (politici compresi).

Italia oggi, in breve: auto- referenzialita', auto-violini e campane che suonano a festa, auto-rendite di posizione; auto-celebrazione in un sussulto di vertiginosa rêverie dei fasti gloriosi del passato di secoli addietro (ma si narra che Leonardo Da Vinci dormisse pochissimo.. ah, questi geni...) che non torna. In breve rendite di posizione e rent-seeking dal Rinascimento (che non torna, sciocco ribadirlo, ma dopo mafia Capitale..). Condivido in toto su specializzazione dell'Italia in settori poco innovativi, o labor intensive, ma R&D resta una parolaccia. Occorre trovare un driver per il cambiamento.

Ma finche' si parla di inciucio, invece che di MANUALE CENCELLI e schifidocrazia.

Good luck e buon declino...La peggiocrazia si alimenta di incapaci o gente con un passato che 'parla'. Se non si spiega alla gente quali sono i vantaggi/next steps di un Paese efficiente (dalle tasse alla qualita' della vita, infrastrutture, degrado ambientale, ecc-), sara' sempre e solo F I L O S O F I A.

MANUALE CENCELLI E CODICE BINARIO: 0/1, V/F

(ma non declinato alla balena bianca: santo/profano....). Segue articolo Prof. Zingales.  di cui ammiro l'onesta' intellettuale e lo spessore umano, innanzitutto.

Il «Cencelli» di una banca e del Paese.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-10-01/cencelli-banca-paese-0...

Nella prima repubblica l'assegnazione dei ministeri era affidata ad una formula matematica inventata dall'onorevole Cencelli: ad ogni corrente spettava un numero di posti proporzionali ai voti raccolti. Il “manuale” Cencelli simbolizzava i vizi di fondo dell'era democristiana: la lottizzazione, la lotta fratricida tra correnti, l'esasperata proporzionalità nell'assegnazione del potere che impediva qualsiasi decisione.

Le direttive segrete sui criteri di promozione interna alla Banca Popolare di Milano (Bpm), pubblicate di recente sui giornali, altro non sono che la trasposizione in economia del manuale Cencelli. I posti vengono assegnati in base alla appartenenza ai vari gruppi sindacali: un dirigente per ogni sigla sindacale, come si trattasse di vitalizi. A parità di gruppo, conta la lealtà alla propria corrente sindacale. Tra tutti i criteri di promozione, non c'è la minima traccia di meritocrazia. Costoro dovrebbero gestire il credito alle nostre imprese. Ci si stupisce se poi non cresciamo?

Quello che scandalizza di più non è solo che questo manuale segreto esista, ma che la sua rilevazione non abbia provocato né alcuna smentita, né alcuna dimissione. O si tratta di un falso, che va subito smentito, o non si capisce perché non si sono dimessi l'amministratore delegato, il direttore generale e il consiglio di amministrazione. Non dimettendosi costoro avallano questo sistema. E visto che in Italia a dimettersi sono in pochi, non si capisce perché la Banca d'Italia non si sia affrettata a commissariare la banca. Quale garanzia di stabilità offre una banca i cui dirigenti sono stati scelti per appartenenza politica? Alla rivelazione, il titolo ha perfino guadagnato in Borsa, perché non è una novità: così funziona l'Italia. O meglio così procede, perché non si può dire che funzioni.

 

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