Mamma, aiuto, sono stressato!

20 gennaio 2011 giorgio topa

Nuove norme, introdotte a gennaio, obbligano tutti i datori di lavoro a monitorare, ed eventualmente eliminare, situazioni di stress sul posto di lavoro. Pena sanzioni.

Leggo questa sorprendente notizia, riportata da Corriere.it:

Così, dal primo gennaio c'è l'obbligo per tutti i datori di lavoro di "misurare" lo stress dei propri dipendenti, provvedendo, qualora esista, a eliminarlo o almeno a ridurlo. [...]

A indicare che in quell'azienda c'è un malessere possono essere, per esempio, un eccessivo assenteismo, la frequente rotazione del personale, un numero elevato di infortuni e malattie professionali. [...]

Alcuni campanelli d'allarme per il rischio stress possono essere, per esempio, la paura che un piccolo errore o una disattenzione possano avere conseguenze gravi, oppure la sensazione di non ricevere il rispetto che ci si merita e, quanto mai attuale in tempi di crisi, il senso di precarietà del posto di lavoro.

Qui trovate altri dettagli sulle nuove norme in vigore da gennaio, come da circolare del Ministero del Lavoro. I datori di lavoro dovranno monitorare eventuali rischi di stress sul posto di lavoro; se vengono rilevate condizioni di stress, dovranno intervenire pena sanzioni.

Per chi non rispetta le regole sono previste le stesse sanzioni previste per la violazione di altre norme sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro: da 2.500 a 6.400 euro e la reclusione da tre a sei mesi.

Infine, le nuove norme valgono per tutti: pubblico e privato, grandi e piccoli, Co.co.co. e Chicchirichì.

La notizia mi lascia molto perplesso. Diamo anche al regolatore il beneficio del dubbio, supponiamo che sia animato dalle migliori intenzioni ed abbia veramente a cuore il benessere dei lavoratori. Sui luoghi di lavoro possono sicuramente esistere situazioni di stress psicofisico per i dipendenti. Ma gli "indicatori di stress" descritti nell'articolo sono a dir poco ambigui. Essi possono essere sì sintomatici di stress "genuino", legato a condizioni pericolose o insalubri del posto di lavoro. Ma altrettanto facilmente possono essere invece sintomi di scarsa produttività, di relazioni industriali deteriorate all'interno di un'impresa, di tentativi da parte del datore di lavoro di meglio monitorare e incentivare l'attività degli impiegati.

Assenteismo? Frequente rotazione del personale? ... La sensazione di non ricevere il rispetto che ci si merita? Verrebbe da chiedere: ma il governo che ha approvato queste norme è lo stesso di cui è attivissimo membro Renato Brunetta? Lo chiedo perché, dalla descrizione che il Corriere dà della legge, e da quelle che Brunetta dava (se le dà ancora, non lo so) della Pubblica Amministrazione, verrebbe immediato concludere che il primo datore di lavoro passibile di severissime e sistematiche multe per creazione di stress sul luogo di lavoro sia proprio ... lo stato italiano!

Ma veniamo a considerazioni un tantino meno paradossali. Mettiamoci nei panni di un imprenditore o di un dirigente in una ditta "malata", poco competitiva, con una cultura del lavoro deteriorata. Come salvare l'impresa da fallimento certo senza esporsi al rischio di essere accusati di aver creato condizioni di stress? O pensiamo al direttore di un ufficio pubblico che voglia risollevare le sorti di detto ufficio, migliorandone l'efficienza e la qualità del servizio reso ai cittadini... Gli esempi sono infiniti, ed il punto dovrebbe essere chiaro: mi sembra molto difficile distinguere fra stress "vero" e stress "finto", adoperato magari da lavoratori poco produttivi per evitare di dover impegnarsi di più.

Ciliegina sulla torta: "il senso di precarietà del posto di lavoro." Questo mi sembra particolarmente sintomatico della paura di qualsiasi cambiamento che sembra aver completamente ingessato il paese. Conducendo questo ragionamento alla sua logica conclusione, occorre legiferare per garantire il posto di lavoro a tutti, in modo da ottemperare alle norme anti-stress (ma vedi più sotto, nelle conclusioni). Andiamo avanti:

«Abbiamo lasciato alle aziende l'autonomia di scegliere se rivolgersi o meno a figure professionali specifiche per valutare lo stress dei lavoratori. [...] Certo, se un’azienda riterrà di organizzare focus group, è implicito che servirà uno psicologo» [...] Sarà monitorato non solo il mondo dei lavoratori dipendenti, ma anche il popolo delle partite Iva e i precari. Nella prima fase di valutazione del rischio stress, le aziende possono affidarsi a check list validate, come quella stilata dall'Ispesl (Istituto Superiore Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro), o dalle regioni

Ah ecco. Liste, nuove figure professionali, albi... Sarò il solito disfattista, ma ci vuole poca immaginazione per prevedere le nuove mangianze (rendite, per chi vuole il termine tecnico) che si verranno a creare grazie a questa normativa.

Ma attenzione, avverte Fantini: «Rimane l'obbligo legale di proteggere la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, che ora si applica anche ai problemi di stress; quindi, con i medesimi controlli e stesse sanzioni».

Traduzione: guardate che non stiamo scherzando; controlleremo (quindi, operatori appositi per conferire l'ambito sigillo "posto di lavoro esente da stress"), vi costringeremo a stilare lunghi rapporti e riempire dettagliati formulari (il famoso A(i) di Alberto), e se necessario vi sanzioneremo (multe, gabelle, ecc).

Negli Stati Uniti, per quello che ho potuto vedere sul sito della Occupational Safety and Health Administration (OSHA), non vi è menzione di regole/sanzioni specifiche per situazioni di stress psicofisico. Fa piacere vedere che ancora una volta l'Italia è all'avanguardia mondiale, con una legislazione moderna, attenta, e sofisticata.

Per chiudere, due osservazioni. La prima: come notato sopra, le norme si applicano anche al settore pubblico. Non sarebbe forse più urgente cercare di misurare la produttività delle amministrazioni pubbliche (visto che a tutt'oggi ne sappiamo ben poco), piuttosto del livello di stress?

La seconda: mentre cercavo in rete documentazione su eventuali legislazioni anti-stress in altri paesi, ho trovato quest'interessante studio dell'OECD su dati canadesi che lega la maggiore incidenza di stress e depressione sul posto di lavoro alla presenza di maggiori protezioni del lavoro (essenzialmente norme che limitano la possibilità di licenziare da parte delle aziende). L'argomentazione è semplice: se i costi di "divorzio" fra lavoratore e impresa sono alti, rapporti lavorativi poco soddisfacenti (o per il lavoratore o per l'impresa) vengono mantenuti invece di essere dissolti, dando luogo a conflitti e atmosfera men che ideale sul posto di lavoro (incluso bullismo, eccetera), che alla lunga provocano stress.

Dalla padella nella brace, allora! Se riduco le protezioni dei lavoratori induco stress per via del "senso di precarietà ". Se le aumento induco stress ugualmente, perché si deteriorano le relazioni industriali sul posto di lavoro. Il legislatore reagisce al dilemma aumentando il volume di normative e regolamenti: non puoi licenziare (facilmente), e se rendi l'ambiente di lavoro poco piacevole per il lavoratore, ti punisco. A nessuno sembra venire in mente un'altra soluzione, quella di facilitare la dissoluzione di "matrimoni che non funzionano" fra impresa e lavoratore, in modo da permettere ad entrambi di trovare "matrimoni" migliori.

42 commenti (espandi tutti)

La soluzione per lo stress ci viene dal Nostro Silvio: lui sa come combatterlo. Lele Mora e Fede gli organizzano le seratine. Basta procurarsi l'invito alle sue feste o in alternativa recarsi direttamente in via Olgettina...

Scusate, non sono riuscito a resistere, l'argomento comunque è serio.

Così le brigate Tremonti avranno un motivo in più per multare le aziende che ispezionate, con una legge del genere è impossibile essere in regola.

Penso ad esempio ai locali pubblici, nessuno cameriera/e risulterebbe non altamente stressata, quindi nessun bar/ristorante/autogrill ecc. passerebbe il controllo.

Per quel che riguarda gli statali, chi vorrà fare il furbo, lo farà e quando un'immagine dice tutto:

 

Albi a parte credo che questa sia il recepimento di direttive EU: vedi EWCO. Anche il mio employer (imperial college london) lo fa ma si limita a farci compilare un questionario anonimo una volta l'anno.

Hai probabilmente ragione.

Se mi fossero rimasti residui dubbi sulla natura folle della cosa chiamata UE, questo me li avrebbe fatti evaporare.

AHAHAHAHAH

Che dicevate? dell'European Working Conditions Observatory? Ovvio che si tratti di una cosa più sensibile per i "Nordeuropei": agl'Italiani nun gliene frega una mazza delle condizioni di lavoro. Del resto, per chi il lavoro lo riceve grazie a parenti, amici, sindacati, Comunione e Fatturazione, ecc. ecc. è tutto un "A Caval Donato Non Si Guarda In Bocca"...

RR

Sarà anche sensibile ma io nel NordEuropa ci vivo da 4 anni e non mi pare di aver mai fatto alcun controllo per lo stress né compilato questionari... Sarà la solita differenza tra la pratica e la grammatica.

L'argomento è serio, ed ha a che fare con la mania regolatoria dello Stato Italiano, ed è potenzialmente esplosiva, a meno che non si faccia ricorso a uno psicologo iscritto all'albo. L'ennesima rendita di posizione all'ennesima casta, con un riguardo alle carte (se le carte sono a posto, sei a posto), ma nessuno alle reali condizioni di lavoro.

Siamo tutti "stressati" sul lavoro, esistono intoppi, problemi, scadenze, pianificazioni "urgenti", clienti da soddisfare, fornitori da stargli con il fiato sul collo, chi, uscendo dal lavoro, non si sente un attimo rilassato? Quindi prima era stressato. Tra l'altro, altro lavoro per gli avvocati, anche loro interessati ad un aumento della conflittualità. Stupisce la solita assenza di Confindustria da questi temi, o meglio se ne è parlato, ma solo per dire : prendiamo atto e attrezziamoci con lo psicologo.

Ieri ho ricevuto un'offerta per un reverse engineering da una società con cui ho rapporti di collaborazione da anni, in genere arrivava una mail con le cose standard, costo, tempi di consegna, pagamento, definizione tecnica. Ieri MI è arrivata un'offerta di 12 pagine in .pdf, il cui valore economico è di € 250,00. L'offerta è da stampare e controfirmare su ogni singola pagina per accettazione, da rinviare per posta ordinaria (sic!).

Ho chiamato il titolare e gli ho detto: ma sei scemo? 12 pagine per un oggetto di 30mm? Ma non le leggo nemmeno, ritienila bocciata. E lui: sono le nuove norme sulla certificazione, non ti sei ancora adeguato? Adeguarmi a 12 pagine ? Ma manco per idea, chi scrive le norme è un imbecille, io non posso adeguarmi agli imbecilli. Con questo ho espresso anche il mio punto di vista sulla norma e chi l'ha pensata.

Ho chiamato il titolare e gli ho detto: ma sei scemo? 12 pagine per un oggetto di 30mm? Ma non le leggo nemmeno, ritienila bocciata. E lui: sono le nuove norme sulla certificazione, non ti sei ancora adeguato? Adeguarmi a 12 pagine ? Ma manco per idea, chi scrive le norme è un imbecille, io non posso adeguarmi agli imbecilli. Con questo ho espresso anche il mio punto di vista sulla norma e chi l'ha pensata.

mi viene il dubbio che in questo caso si parli di certificazione di qualità, non di qualche obbligo di legge. come vengano declinate le varie iso 9000, è pure oggetto di vasta anedottica, ancor più surreale. la crisi ha però fatto giustizia delle smanie di dichiararsi di "qualità", coi bolli rilasciati spesso da un ottuso senza pari.

Lei lavora nel settore aeronautico?

Bingo... anche lì.

chi scrive le norme è un imbecille, io non posso adeguarmi agli imbecilli

Sono totalmente d'accordo con te, ma non e' questione di volere o potere, ma di doversi adeguare, se vuoi avere i certificati necessari per lavorare ad un certo livello.

Sul fatto che serva a qualcosa, finora io ho visto solo girare della gran carta, fatta in serie e senza alcuna attinenza con la realta'.

Sul fatto che serva a qualcosa, finora io ho visto solo girare della gran carta, fatta in serie e senza alcuna attinenza con la realta'.

A quanto sento in giro, da queste parti per avere una certificazione ISO 9000/9001 basta pagare circa 3,000 euro a una qualche ditta di certificazione, che non so bene come abbia ricevuto tale qualifica (forse pagando un po' piu' soldi a qualche ente burocratico). A che serva tutto cio', oltre che a rappresentare "corporate welfare" a spese dei consumatori finali, non mi e' chiaro.

Io l'ho intravista in un'azienda nucleare a Milano, e non la auguro a nessuno che faccia roba meno critica.

Producevano un "Boiler" (scambiatore di calore) d'acciaio, 5m di diametro ed 8 di lunghezza, pieno di piccoli tubi.La documentazione cartacea pesava quanto il prodotto (almeno a sentir loro)!

Tutti i dirigenti avevano il patentino da saldatore e dovevano farne una certificata ogni paio di mesi per tenerlo vivo, perchè la mancanza di un saldatore certificato poteva costare milioni in ritardi.

E non era solo carta: due ingegneri americani vivevano nello stabilimento, con diritto di controllare e bocciare ogni singola operazione o fornitura.

Solo nominare iso 9001 e affini suscitava l' ilarità generale, ma quando chiedevo perchè si limitavano a guardarmi con aria condiscendente.

La mia esperienza nel campo della certificazione, come responsabile di un impianto chimico anni fa è che ci sono svariati tipi di certificazione, ma nel 99% dei casi non si pretende, salvo casi come questo citato di uno scambiatore decisamente critico, che ci sia un utilità effettiva della carta, l'unica cosa che importa è che la carta corrisponda a ciò che si fa effettivamente.

Insomma ti vengono a dire, "tu sei il produttore e sai quello che va fatto e come, ma devi dimostrare di saperlo formalizzare".

Nei casi critici ( come l'applicazione delle direttive Seveso ) si pretende molto di più, ma la cosa è, secondo me giustificabile.

 

Il solito molto rumore per nulla.  Non vedo traccia di meccanismi di enforcement, quindi la norma e' vuota:

Abbiamo lasciato alle aziende l'autonomia di scegliere se rivolgersi o meno a figure professionali specifiche per valutare lo stress dei lavoratori. [...]. Nella prima fase di valutazione del rischio stress, le aziende possono affidarsi a check list validate

La seconda fase, e' facile prevedere, non arrivera' mai. Quindi faranno tutti come il datore di lavoro di un commentatore all'articolo del Corriere linkato da Giorgio:

La piccola azienda per la quale lavoro è composta da 5 dipendenti e vi sono parecchi attriti col titolare a causa di diritti non riconosciuti. Questo è fonte di Stress? Non lo so, sta di fatto che il nostro datore di lavoro ha compilato il questionario da solo in 5 minuti, imprecando per il nuovo "inutile orpello burocratico". Immagino cosa avrà potuto rispondere.

Com'e' che i regolatori non imparano mai la lezione?

Com'e' che i regolatori non imparano mai la lezione?

Penso che, in fin dei conti, i "regolatori" italiani non abbiano molta intenzione di regolare. Probabilmente seguono altri obiettivi, come costruire uno spazio discrezionale per l'esercizio dei loro poteri.

Esattamente. In una frase hai riassunto perfettamente lo stato delle cose.

Faccio un altro piccolo esempio: io adesso proprio per scelta semplificatrice non ho più collaboratori a progetto ma solo professionisti a partita IVA. Bene, l'INAIL comunque vuole una piccola quota annuale come "contributo forfettario" e senza fornirmi alcun servizio, ma senza la quale "non sono in regola". E comunque sono costretto a passare da loro un paio di volte all'anno, perdere tempo e denaro, etc. etc. !

Com'è che i regolatori non imparano mai la lezione?

L'hanno imparata, Giulio. Per capire che l'hanno imparata e la utilizzano "astutamente", la lezione, basta leggere il commento di Giordano Masini poco più sotto.

Al legislatore italiano non interessa che le cose "accadano", che vi siano cambiamenti di comportamenti e risultati. Se fosse interessato a questo, ossia ai risultati, l'intero apparato legislativo italiano sarebbe diverso.

Al legislatore italiano interessa la ricattabilità degli operatori privati, la loro messa sotto "scacco", in modo tale che sempre e comunque da lui debbano dipendere. Ed al legislatore italiano interessa anche che i suoi scherani, i suoi agenti, le sue mani lunghe possano esercitare, come e quando vogliono, un potere di ricatto sugli operatori privati.

Leggi come questa a questo servono: ogni sindacalista che lo voglia, ogni impiegato dell'ispettorato provinciale al lavoro che lo voglia, oggni funzionario dell'INAIL o di uno dei tanti carrozzoni pubblici che hanno una qualche giurisdizione sull'applicazione di queste e simili norme può, ogni volta che vuole, andare in un'azienda e metterla sotto scacco, ricattandola. Che è quello che, regolarmente viene fatto.

A questo servono queste norme: non a far funzionare l'economia del paese o a migliorarla ma ad accrescere il potere di sindacalisti e funzionari pubblici sulla medesima. È una forma tutta italiana di socialismo burocratico, che abbiamo ereditato, in realtà, dal fascismo. Per questo dei peronisti come Tremonti, Sacconi e Brunetta, si trovano perfettamente a loro agio quando approvano follie di questo tipo.

ogni sindacalista che lo voglia, ogni impiegato dell'ispettorato provinciale al lavoro che lo voglia, oggni funzionario dell'INAIL o di uno dei tanti carrozzoni pubblici [...] può, ogni volta che vuole, andare in un'azienda e metterla sotto scacco, ricattandola

Sottolineerei un aspetto, che sto apprendendo per esperienza nella doppia veste di (micro)azienda turistica e come consigliere comunale di opposizione. 

Le amministrazioni dello stato tendono ad essere scarsamente professionali e prone alla volontà dell'amministratore pro-tempore.

Il quale non perde l'occasione di far pesare la capacità di "direzionare" il lampione alla luce del quale viene esercitato il potere ispettivo delle varie agenzie.

Nel privato ancora ancora è arginabile il problema dei falsi stressati...ma nel pubblico ci sarà da ridere (per non piangere)...

Sul sito del Ministero del Lavoro si trova un po' di documentazione, digitando "stress" nella funzione ricerca.

Da una prima, sommaria, lettura mi sembra chiaro che lo stress è disciplinato dal decreto legislativo dell'aprile 2008 sulla sicurezza nei posti di lavoro e che il mancato rispetto delle prescrizioni è sanzionato allo steso modo (lo aveva detto anche Giorgio Topa): altro che disposizioni unenforceable!

Come rilevato sopra, anche in questo caso si tratta di regole di origine comunitaria. Il prof. Boldrin, evidentemente, non ama l'UE (del resto, credo che non sia facile amarla). Gli ricordo che, pochi giorni fa, avevo invitato a tenerla in considerazione nella discussione su quello che si fa in questo paese in materia di regolazione dell'economia: invito che qualcuno aveva respinto dicendo che è colpa degli italiani se eleggono certe persone ...

Le grandi aziende serie queste cose le fanno di gia', non per "adempiere a norme di legge", ma perche' un sano ambiente di lavoro stimola la produttivita'. Ho lavorato per un anno per una grande impresa del settore del credit check (ma io mi occupavo di tutto'altro, per questo motivo tutto il dipartimento per cui lavoravo si e' reso indipendente facendosi comprare da investitori), e loro queste cose, appunto, le fanno, nel contesto della misurazione della "felicita' dei dipendenti" (non mi viene il termine in inglese, ma il concetto e' appunto quello), appunto per cercare di prevenire derive di improduttivita'.

Tra l'altro, dal punto di vista del lavoratore, la soluzione migliore dello stress da lavoro, dopo aver sollevato il problema con i colleghi e i capi, se insolubile, e' cercare un altro lavoro.

Il problema dello stress da lavoro in Italia, pero' forse, si risolve solo emigrando. Io la mia ulcera l'ho guarita cosi'.

Nelle piccole aziende, al contrario, i problemi di stress dovrebbe essere affrontabili appunto parlandone, o licenziandosi.

Ma vallo a dire al legislatore italiano.

Se poi uno si stressa in ogni lavoro che fa, allora e' meglio che cerchi di trovare una soluzione, magari con l'aiuto dei colleghi, ma che se la cerchi e la trovi (agopuntura, kickboxing, scacchi, ecc.). La vita e' solo una ed e' insensato perdersla dietro lo stress.

Strano come la FIOM non abbia invocato questa luminosa norma per contrastare l'accordo di Mirafiori. Di questi tempi tra gli stressati a buon diritto ci sono gli imprenditori costretti a tollerare l'impossibile e presi per i fondelli dai ragli di politicanti che parlano di semplificazioni e gli regalano invece solo fastidi, adempimenti e complicazioni regolarmente qualificabili tra l'imbecille, lo stupido o l'inutile.

Grazie ai lettori che hanno segnalato l'inquadramento di queste norme in una normativa UE. Sospettavo che fosse cosi'.

Sono d'accordo con Tommaso Gennari che dice che le grandi aziende serie queste cose le fanno gia'. Certamente, e' nel loro stesso interesse farlo: lo fanno al fine di migliorare le condizioni di lavoro per potersi avvalere della miglior forza lavoro possibile. Da noi questa cosa si chiama "retention", cioe' tutte le attivita' volte a convincere i propri dipendenti di valore a restare anziche' cercare altre opportunita'. E da qui nascono surveys interni, focus groups, conversazioni informali, eccetera.

Ma proprio questo e' il punto: queste attivita' dovrebbero essere lasciate all'iniziativa delle singole imprese, non regolate dal legislatore.

 

Non capisco bene l'accanimento dell'articolo. Mi pare che a livello medico lo stress sia ormai riconosciuto come una patologia importante e da affrontare, specialmente nei paesi sviluppati. Quindi ben vengano azioni su questo fronte.

Nel Regno Unito (dove vivo) hanno un'attenzione molto sviluppata sul tema dello stress legato al lavoro, anche nel settore pubblico. E le misure da metter in pratica sono spesse semplici, e indirizzate a stabilire una rete di conoscenza e relazioni amichevoli tra colleghi, anche di diverso livello gerarchico. Un mio caro amico del dipartimento governativo sulle politiche di welfare partecipa tutte le settimane allo yoga aziendale. Ridicolo? Puo' darsi, ma sono sicuro che lo aiuta a familiarizzare con l'ambiente lavorativo e renderlo meno stressato (e probabilmente piu' produttivo). Un altro amico del treasury e' impegnato mensilmente nel pub quiz del suo piano. Dove lavoro io ci e' permesso utilizzare il giardino come orto, di cui poi si consumano insieme i prodotti.

Non voglio entrare nel merito della legislazione, ne' italiana ne' britannica (che non conosco). Il mio punto e' che lo stress lavorativo e' una questione seria, misure per combatterlo sono facilmente implementabili e si basano in ultimo sull'integrazione relazionale, ridicolizzare i tentativi di incentivarle senza proporre alternative non aiuta nessuno.

Assolutamente. Non volevo mettere in dubbio l'importanza dello stress come patologia, figurati. E anche da noi (lavoro alla NY Fed, che e' quasi-government anche se formalmente no) ci sono svariati programmi di yoga, di meditazione, eccetera eccetera. Il mio punto era un altro, anzi due:

1) non mi sembra il caso di legiferare su questo, perche' impone ulteriori requisiti di certificazione a imprese gia' oberate di orpelli burocratici, e aumenta la possibilita' di ulteriori rendite di posizione (lo psicologo, l'albo, eccetera).

2) esprimevo la mia perplessita' di fronte a misure imposte, ancora una volta, per legge, che dovrebbero determinare la presenza di stress ma che sono cosi' ambigue e soggettive che si prestano a facili manipolazioni da parte di chi voglia opporre resistenza a qualsiasi innovazione aziendale. Vedi gli esempi nel post.

Per il resto, come hanno commentato anche altri, sono pienamente d'accordo che un ambiente di lavoro sano anche dal punto di vista psicologico e' nell'interesse di tutti, sia "padrone" che "lavoratori". Ma questa non e' mica un'idea nuova: pensa che nel 1943 Adriano Olivetti invito' Cesare Musatti a Ivrea per istituire un laboratorio di psicologia industriale; e Musatti andava in giro per la fabbrica facendo suggerimenti (anche estetici!) per migliorare l'ambiente di lavoro degli operai. E tutto questo in un periodo in cui il legislatore era, diciamo cosi', in altre faccende affaccendato.

ne parlavo proprio l'altro giorno, qui, dato che mi è arrivata la simpatica mail della ditta consulente che mi propone di taglieggiarmi un po' per ottemperare a questo nuovo, stravagante, obbligo.

Obbligo che non è il primo, tra l'altro, dato che per una addetta alle pulizie del mio agriturismo, la mia unica dipendente, ho dovuto far valutare anche il rischio chimico e biologico (ancora non ho capito che accidente vuol dire), oltre alla menata del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Questa in particolare è particolarmente buffa, perché anche se hai un solo dipendente devi presentare il verbale della votazione attraverso la quale il tuo unico dipendente ha nominato se stesso come presidente di seggio, scrutatore, candidato ed, infine, eletto. Puoi anche non fare questa manfrina, che prevede anche un corso a tue spese per il dipendente nominato, e io non l'ho fatta, e in quel caso il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza viene nominato d'ufficio dalla camera del lavoro provinciale. Il che vuol dire che in qualsiasi momento ti può capitare fra i coglioni un mazzettaro che viene a controllare dove hai messo gli estintori e se, per caso, hai fatto la valutazione dello stress lavoro-correlato.

Dato che è un obbligo che vale per tutti, sarebbe utile calcolare il volume di affari delle varie società nate per certificare 'sta roba dalla 626 in poi: ho avuto notizia di un agricoltore toscano che si è visto chiedere 800 euro per un questionario.

E' anche bene ricordare che ai datori di lavoro potranno essere contestati i reati di mancata valutazione di tutti i rischi secondo quanto previsto dagli articoli 17, 28, 29 e 55 del DLgs 81/08 che prevedono l’arresto fino a 6 mesi o l’ammenda fino a 6400 euro.

Forse è un tentativo indiretto di incentivare gli investimenti tecnologici... se le pulizie le fai fare a lui, puoi rinunciare alla dipendente ed evitare gli adempimenti burocratici. In un agriturismo questa scelta potrebbe trovare insospettabili estimatori.

Ne ho uno, ma non  va piu'. Se non gli hanno potenziato i motori, le ruote restano bloccate dai capelli lunghi che trova in casa. Poi ha il difetto che per "sentire" un ostacolo ci sbatte contro, per cui e' un busso continuo contro muri, porte e mobili (perlomeno quello che avevo io prima che morisse strozzato dai capelli di mia moglie e che non mi riparano perche' lo avevo preso su internet da un venditore americano 5 anni fa). Alla fine l'idea e' meravigliosa, ma non risolve il problema in modo efficiente.

 

Credo che le nuove generazioni siano state ampiamente migliorate, perlomeno da quello che mi dicono coloro che lo hanno acquistato di recente. Probabilmente sei una vittima della "early adoption". Per il rumore: basta metterlo in funzione quando stai per uscire... così fan tutti.

ma guarda... Uno prova a fare un discorso serio... :-)

A proposito di discorso serio, hai un agriturismo, da quel che ho capito non fai ristorazione, altrimenti avresti a che fare con la certificazione HACCP ?

Non mi sono mai posto il problema della ristorazione nella mia azienda, ma da quel che so anche lì è una follia. Credo che ci sia anche bisogno della HACCP, ma i problemi iniziano con l'obbligo di utilizzare una certa percentuale prevalente di prodotti aziendali, ma anche per macellare una gallina dovresti andare al mattatoio provinciale e così via. Quindi il ristorante è meglio non farlo. Poi ogni regione ha la sua legge nell'ambito di una legge quadro nazionale, e il Lazio sconta una feroce polemica tra ristoratori veri e agriturismi fasulli, soprattutto nei dintorni di Roma: molti hanno approfittato di pieghe nella normativa per dichiarare complementarietà fasulle con l'attività agricola e mettere in piedi veri e propri ristoranti ed approfittare della fiscalità agevolata degli agriturismi; i ristoratori si sono (giustamente) alterati, ma tutto ciò che sono riusciti ad ottenere sono delle norme che complicano la vita agli operatori piccoli, dato che i signori di cui sopra godono di ottima stampa soprattutto all'interno delle confederazioni agricole.

Ho letto diversi commenti riguardo a vari requisiti di certificazione. Il tema sembra interessante. Chiaramente tutti questi requisiti impongono dei costi alle imprese (documentazione, burocrazia, ecc). Ma vedete anche dei benefici, oltre che dei puri costi? Magari le varie certificazioni facilitano i rapporti fra imprese, vuoi perche' impongono delle standardizzazioni, vuoi perche' rendono piu' facile determinare se un dato partner commerciale e' affidabile, mantiene certi standard di qualita', ecc. O e' puro "waste"?

E poi, come sono cambiati questi requisiti nel tempo? C'e solo un trend crescente nel loro volume o cambia anche la loro natura?

 

Per quel che mi riguarda alcune grandi aziende (FIAT, Alenia, ad esempio) pretendono che i loro fornitori siano tutti certicati ISO 9000, io ho chiesto tre volte sia dei preventivi, sia ho avuto degli incontri al fine di avere la certificazione, ma mi sono reso conto che, almeno per me, erano tutte balle: a ogni funzione corrisponde una persona, che in una micro-azienda sono riassunte sempre nella stessa (io, sostanzialmente), con una generazione di carte pazzesca, che non fanno riferimento a niente, solo al fatto che Marco Esposito ha visto, approvato, etc. il lavoro di Marco Esposito.

Per cui si spendono soldi per produrre carte che non servono a niente, quindi non mi sono certificato, la soluzione (tutta italiana, credo) è stata che FIAT, Alenia, etc. hanno all'interno del gruppo delle società esonerate dall'obbligo dei requisiti dei fornitori, e lavoro con quelle. La cosa più divertente è che anche loro (ipercertificate) hanno dei percorsi interni, paralleli, per gestire le situazioni che richiedono tempi e flessibilità che le aziende certificate non possono avere. Io, da Fiat, continuo a ricevere ordini per e-mail del tipo "D'accordo, procedi. Seguirà ordine formale, ma tu consegna prima dell'ordine". Alenia addirittura telefona...

Dal mio punto di vista le certificazioni potrebbero essere utili se altamente semplificate, invece i vari enti di certificazione le complicano e le burocratizzano per ingessare le aziende e avere lucrosi compensi di consulenza. Di questo passo moriremo annegati nelle carte.

Per quella che è la mia esperienza, dato che all'interno di una media impresa chimica ho fatto tutta la carta per ottenere la certificazione di due impianti, posso essere d'accordo sul fatto che sia dal punto di vista del lavoro necessario per ottenere la certificazione , sia dal punto di vista dei costi sia cosa difficilimente sotenibile da una piccola impresa, ma in realtà, non è sostanzialmente necessario modificare minimamente il proprio modo di lavorare per ottenere la certificazione, e anche dal punto di vista della carta è sufficente formalizzare e mettere un poco di ordine per essere a posto.

Ho come l'impressione che le persone a cui ti sei rivolto soffrissero di mentalità borbonica.....

ho fatto tutta la carta

Allora convieni che hai prodotto carta..-). Sono stato molto sintetico nella mia esposizione, ed ho dato più un giudizio che un'analisi corretta, qui sono gli standard ISO, esaminando, così, a caso, un'azienda che offre la possibilità di certificare ISO 9001 si legge:

Si aggiunge dunque,  alla migliorata immagine aziendale, la possibilità di esibire un documento distintivo che aumenta, per l’azienda che lo detiene, le possibilità di affacciarsi su nuovi mercati

Quindi esibisco un documento, mi sembra la patente di Carlo Verdone, o Totò che voleva l'attestato di beccamorto (da una novella di un noto scrittore italiano). A Napoli si dice "fatt o 'nomm e va scassan e chiese" (fatti il nome e vai a distruggere le chiese). Che poi possano esistere delle norme minime (standard) per la produzione (ISO comunque riguarda l'efficienza del processo, non l'efficacia, se produco aereoplani con supporto alare in rame l'aereo precipita, ma sarà stato sempre prodotto con le "norme ISO"),potrei pure essere d'accordo, ma che senza "il pezzo di carta" tu sia men che efficiente mi sembra una banalità burocratica.

Comunque esistono, nel mio caso, percorsi alternativi, per cui per i pezzi aereonautici la certificazione me l'ha fatta la casa produttrice di aereoplani, poi ogni singolo pezzo viaggia con la sua certificazione (conformità, autoestinguibilità, caratteristiche fisiche, data e lotto di produzione, supervisione e controllo, tutto su unico documento riferito a quel part number), per cui è complesso, ma non complicato.

aroplanini

dragonfly 24/1/2011 - 15:21

condivido e ,anzi, ho sollecitato una critica al feticcio della qualità certificata: una moda perniciosa nel lungo periodo anche nell'analisi postata da chemist, e stavolta lo stato, con dispiacere di phileas, sembra non c'entrarci.

però un punto a favore l'ho potuto constatare, nella pratica, proprio nel caso del quasi-artigiano del settore aeronautico. la formalizzazione costosa e imposta dall'esterno, ha poi permesso una trasmissione del sapere interna, cioè una successione al titolare, indubbiamente più agevole. non tutto può stare nella mente spaziosa dell'artefice, per quanto geniale...c'è da pensare che anche la valorizzazione dell'azienda potesse essere più alta, se certificata.

aero, meteo...capita di metterci qualche vocale di troppo! al certificatore non farebbe di sicuro piacere :-)

Traggo quanto segue da Freek Vermeulen (del resto riflette il mio parere).

 

An example you say? Well, take the management quality standardization scheme ISO 9000 and apply it in a very innovative industry. Research - by professors Benner from Wharton and Tushman from the Harvard Business School - has shown that ISO 9000, in the long run, can have a severe negative impact on a firm because it hampers innovation. Yet, the short-term benefits are clear; adopting ISO 9000 often comes with some good reputational effects, an immediate increase in customers, and satisfied stakeholders. However, the negative effect on innovation, in the long run, may outweigh all of this.

Nevertheless, firms adopt the practice because they do see the short-term benefits, but are quite unaware of the long run detrimental stuff. To managers in charge of improving their firms' performance now, the practice seems attractive because they noticed that companies in other industries (perhaps not so reliant on innovation) benefited greatly at the time they adopted it, many of the firm's competitors are currently adopting it, and they all see a surge in customer applications too! Of course it looks attractive!

Moreover, once we start to suffer from a shortage of internal innovation, many years will have passed, and no-one quite realizes that the creeping troubles were originally triggered by the adoption of the ISO9000 practice a long time ago. The practice gets adopted by many many firms and continues to persist, despite the fact that everybody would be better off without it.

 

La certificazione ISO 9001 dice semplicemente agli stakeholders che controlli ciò che fai, cioè che i tuoi processi aziendali seguono uno schema ben determinato, comprensivo di tutte le verifiche nei tempi e nei modi che ritieni necessari. Punto. Poi, se produci un salvagente di cemento armato nessuno te lo comprerà ........ ma non ha importanza, purché il tuo processo produttivo segua le linee che tu stesso hai stabilito .....

Serve?

Mah, direi non tanto, in generale. Almeno al giorno d'oggi: quando s'iniziò a lavorarci, probabilmente, fu per facilitare un linguaggio comune tra aziende la cui crescente complessità richiedeva standards di gestione e comunicazione compatibili tra loro, e l'utilità vera - nel nostro sistema - stava nel dare una mentalità "organizzata" ad aziende che tradizionalmente lavoravano "come avevan sempre fatto" e, magari, non erano in grado di risalire alle cause di un problema che si manifestava a valle. Aziende che, ovviamente, in quel modo non avevano un futuro. Però, chi già lavorava razionalmente non aveva bisogno di cambiare significativamente le proprie procedure e, magari, doveva semplicemente operare modifiche di dettaglio alle registrazioni: la mia personale esperienza è - appunto - di questo tipo, tanto che l'ottenimento della certificazione ISO 9001 fu rapido ed del tutto indolore.

Solo un costo, allora?

Sì e no. Il fatto è che, in genere, si è obbligati alla certificazione dalla clientela primaria, ma che può anche essere comodo avere una sorta di standard al quale fare comune riferimento. Senza contare che una sistemizzazione ben fatta - cioè attenta all'essenziale senza (troppe) complicazioni inutili - aiuta a far lavorare i collaboratori secondo uno schema che ricordi gli steps da non trascurare.

A mio avviso, proprio le modalità di implementazione e gestione costituiscono l'aspetto critico, perché non tutti - o, magari, non tanti ….. - consulenti ragionano imprenditorialmente: gli ostacoli posti da talune mentalità burocratiche possono essere superati solo se si ha ben chiaro che cosa si vuole, e in molte piccole realtà non sono scontate né una competenza e neppure una capacità dialettica adeguate ad imporre un punto di vista differente, pur se egualmente rispondente allo spirito della norma. Sarà anche il caso di ricordare che dovrebbe essere il certificatore ad adeguare le proprie analisi alle diverse situazioni, non il contrario, e che un discorso sul mercato della consulenza sarebbe molto più vasto …...

Benetto sia il legislatore idiota! Il mio motivo di stress sul lavoro (e dei miai colleghi) è il direttore, grazie a questa norma possiamo imporre alla capa di eliminare il fattore di stress, cioè il direttore stesso :-))))

Evvivaaaaa, heureka, yuppieeee, un brindisi agli idioti al potere ahahahahah

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti