L'università italiana: svolta o declino?

11 maggio 2009 paola potestio

Nessuno, oggi, nega lo stato di crisi dell’università italiana. Differenze corpose esistono, invece, nelle valutazioni della gravità di questo stato, delle sue cause, antiche e recenti, delle responsabilità e delle vie di uscita. Ripropongo qui la mia lettura del declino e alcune indicazioni per una svolta.

Lo stato attuale è il risultato di un cocktail esplosivo di elementi. I principali:

 

1. Le riforme della fine degli anni ‘90, ossia la riforma dei concorsi e l’introduzione delle lauree in successione: il 3+2. Considero entrambe le riforme sbagliate. Senza appello.

I concorsi locali, con la moltiplicazione delle commissioni e le triple e doppie idoneità, hanno fornito un incentivo perverso ad accordi di scambio tra sedi o gruppi di professori: votarsi a vicenda per la composizione delle commissioni di concorso ed appoggiare a vicenda i rispettivi candidati è divenuta pratica pressoché costante, qualunque fosse il valore dei candidati designati. Di fatto, una sostanziale ope legis per avanzamenti di carriera si è realizzata negli anni 1999-2005.

Sovente il dibattito su questo tema si è concentrato in un banalizzante confronto tra i precedenti concorsi nazionali e i concorsi locali del 1999-2005, senza cogliere le trasformazioni che si sono prodotte in questo periodo. In sei anni il numero di professori ordinari è cresciuto del 51.4%. Questa crescita è stata espressione di una trasformazione profonda del modello di selezione. La crescita precedente, su cui non ho dati, è stata comunque incomparabilmente più piccola. Ciò non è dipeso solo dalla infinita lungaggine dei concorsi nazionali: trovare un accordo era indubbiamente complicato e i professori di allora non potevano inchinarsi a scadenze per i lavori concorsuali!! Ma, aspetto più rilevante: i professori universitari erano oligarchie, alquanto restie ad ampliare i propri ranghi. I bandi erano richiesti con parsimonia, in numero sicuramente inferiore a quanto oggettive esigenze di crescita delle università avrebbero consigliato. Questo modello è crollato alla fine degli anni ’90. Il guaio, però, è che non è crollato per un modello migliore. Con i concorsi locali, le precedenti oligarchie si sono frantumate in una infinità di cordate concorsuali. Nuovi, tanti, tantissimi piccoli poteri si sono costituiti e affermati. Al di là di ogni altra considerazione critica, mentre il concorso nazionale coinvolgeva interesse e controllo di tutti i membri di una comunità scientifica e gli esiti erano, nel bene e nel male, lo specchio del valore di ciascuna comunità, i singoli concorsi locali non sono stati controllati in alcun modo dalla comunità scientifica e l’assenza di selezione (oltre che, di nuovo, di legami con oggettive esigenze di crescita) li ha pesantemente caratterizzati. La selezione, chi e come farla, rimane oggi un problema completamente aperto.

Il 3+2, d’altro lato, ha modificato in profondità la struttura degli ordinamenti didattici, conducendo a una rapida, abnorme moltiplicazione dei corsi di laurea e frammentazione degli insegnamenti. Mentre il nuovo schema non ha di fatto fornito alcuna efficace risposta all’esigenza di una formazione universitaria articolata e adeguata alla stratificazione delle competenze e delle professionalità di una società moderna, la duplicazione delle lauree e la natura incerta della prima (triennio professionalizzante o propedeutico al biennio?) hanno prodotto quasi ovunque un indebolimento delle basi metodologiche. Forse nessun dato statistico può dimostrarlo (e in effetti è l'esperienza diretta e la messe di testiminianze che spingono a questa conclusione), ma quale base metodologica può coltivare un corso di laurea triennale con 30-35 esami?

2. La particolarità della autonomia universitaria italiana. Nel 1989, la legge istitutiva del Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica attribuiva agli atenei “autonomia didattica, scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile”. Alla affermazione dell’autonomia non si è unita però, né allora né poi, la predisposizione di alcuna forma di controllo dell’operato degli atenei. Fino ad oggi, gli atenei hanno di fatto usufruito di un’autonomia senza verifiche, senza valutazione dei risultati, senza premi e penalizzazioni, insomma senza alcuno schema di incentivo che ne sollecitasse l’uso virtuoso. Un esercizio di valutazione della ricerca è stato varato solo nel 2003, per il triennio 2001-03. L’esperienza è stata senz’altro positiva. Di fatto, però, non la si è fatta proseguire e i suoi risultati non hanno avuto alcuna significativa incidenza sui finanziamenti dei singoli atenei.

Il risultato di una autonomia senza valutazioni e senza incentivi è stata una quantità enorme di scelte degli atenei lontane anni-luce da criteri di merito, di valore scientifico, di reali progetti di crescita. L’aneddotica dei parenti messi in cattedra è stata ed è solo una piccola parte del malcostume e delle discutibili scelte di questi anni. Il punto da sottolineare è che queste scelte emergono da problemi strutturali e da una connessa, perdurante tranquillità che nessuno chiederà davvero conto degli errori e delle scelte discutibili.

3. La composizione per corporazioni del tessuto universitario. Nella copiosa, recente letteratura sul tema università, nessun lavoro (tranne il mio pamphlet “L’università italiana: un irrimediabile declino?”, Editore Rubbettino) ha sottolineato la struttura per corporazioni del nostro tessuto universitario. In Italia, 370 settori scientifico-disciplinari presidiano, letteralmente, i concorsi e gli ordinamenti didattici. E’ una quantità assurda di centri di potere che, in un regime di autonomia, competono in ogni snodo della vita universitaria per affermare e ampliare la propria influenza. Negli anni più recenti, i concorsi locali e l’autonomia didattica hanno consentito alle corporazioni di affermarsi come mai prima. Gli ordinamenti didattici, i posti messi a concorso, la crescita di facoltà e atenei sono nati dal confronto e dai rapporti di forza tra questa miriade di settori. La connessione con veri progetti formativi o con veri progetti di crescita degli atenei è debole, e verosimilmente talora del tutto assente.

4. Il livello infimo della competizione politica in Italia. Un confronto politico incapace di superare gli immediati interessi di parte ha troppo spesso condotto a una sorta di gioco al ribasso sui temi dell’università, un gioco che ha fatto leva sulla quantità di interessi alla conservazione e al mantenimento dello status quo esistenti in università e che ha di fatto reso impossibile un progresso. Per un paio di esempi, basti citare il ripristino delle doppie idoneità con il decreto mille proroghe del dicembre 2007 o l’affossamento del progetto Moratti di mettere a esaurimento il ruolo di ricercatore, progetto che avrebbe offerto una spinta notevole al rilancio e alla velocizzazione della carriera universitaria.

I risultati di questo cocktail sono deprimenti. Che fare?

Nella improbabilità di riforme totali, la assoluta priorità nell’agenda del che fare è sollecitare un uso virtuoso dell’autonomia. Efficienza e competizione sono i valori che vanno oggi riaffermati, attraverso una serie di obiettivi specifici – collegamenti tra valutazione della ricerca e finanziamenti, superamento della struttura per corporazioni, abolizione del valore legale dei titoli - diretti, appunto, a forzare le strutture universitarie verso un uso virtuoso dell’autonomia.

L’intervento più urgente è la prosecuzione e il rafforzamento della valutazione della ricerca, finalizzati – è evidente - a finanziamenti ai singoli atenei pesantemente rapportati ai risultati della valutazione. E’ singolare che gli omaggi verbali alla valutazione, così presenti nei dibattiti di questi mesi, non si siano uniti al richiamo all'assoluta urgenza di continuare l’esercizio avviato né abbiano posto sul tappeto la questione del come e con quali risorse proseguire nella valutazione. Su questo terreno – come valutare la ricerca e quante risorse impegnarvi – il dibattito è stato, quanto meno, scarno.

Un secondo, cruciale intervento è una ridefinizione dei settori scientifico-disciplinari, attuata nella direzione di un superamento della struttura per corporazioni dell’università. Superare questa struttura significherebbe superare uno degli aspetti più radicati nella tradizione universitaria, significherebbe togliere alimento alla cultura dell'appartenenza, fortissima nel nostro paese, a favore della cultura del confronto aperto e della concorrenza.

Un terzo intervento è l’abolizione del valore legale dei titoli di studio. Sono convinta che il vantaggio principale di una tale abolizione si realizzerebbe proprio all’interno dell’università. Da tempo il settore pubblico, il settore più esposto al problema del valore legale dei titoli, si è attrezzato, peraltro non sempre nel bene, per aggirare in qualche modo il problema. L’abolizione darebbe un aiuto formidabile proprio agli attori dell’università: ai giovani, nel porsi in modo più serio il problemi della scelta delle competenze da acquisire e nell’affrontare in modo più serio l’università; ai docenti: nell’affrontare in modo assai meno corporativo il disegno dei corsi di studio.

Certamente molto resterebbe da fare. Ma, insieme, queste tre linee di intervento darebbero una svolta e renderebbero assai più semplice affrontare i tanti altri nodi della questione universitaria.

109 commenti (espandi tutti)

Continuo a pensare che il 3+2 sia stata una buona idea e che le università siano ancora in tempo per migliorare i programmi e ricavare il meglio dalla "nuova" struttura dei corsi di laurea. Basti solo pensare che il 3+2 decuplica le opportunità ed i possibili percorsi: io ho amici in tutta Europa, per dire, e alcuni fra i più bravi sono riusciti ad accedere a dipartimenti eccellenti come Yale (Stat) o Northwestern (Econ) direttamente dopo il triennio. In un Paese nel quale l'età di ingresso nel mondo del lavoro è molto alta, una riforma come questa poteva costituire una ventata di aria fresca.

La riforma, finora, è stata implementata male. Per prima cosa, il governo si è largamente disinteressato del passaggio al nuovo ordinamento (il governo di centro sx fu sostituito dal governo di centro dx pochi mesi dopo l'introduzione della riforma, e la Moratti cominciò subito a parlare di una "sua" riforma senza nemmeno emanare molti dei decreti attuativi necessari, se ben mi ricordo). Per seconda cosa, la reazione dell'establishment accademico è stata molto negativa: mi pare che l'unica preoccupazione, all'inizio, sia stata quella di salvare le cattedre: da qui i corsi di laurea da 30-35 esami. Ancora, il consueto snobismo ha impedito a priori ogni discussione seria sulla struttura ed "il senso"  dei nuovi corsi di laurea, da subito considerati "diplomi spazzatura" (non sto nemmeno parlando degli albi!!).  Infine: In un mondo nel quale lo stage costituisce l'unico canale per accedere a professioni di un certo livello, penso che l'iniziale resistenza delle imprese sarebbe stata facilmente superata. (Faccio ricorso ancora alla mia esperienza personale: amici che lavorano come broker assicurativi a Londra con solo il triennio in tasca io ne ho diversi. Hanno cominciato con uno stage e sono stati confermati.)

Insomma, non si dia la colpa "alla riforma" se abbiamo assistito ad una eccessiva frammentazione degli esami o alla moltiplicazione dei corsi di studio. I corsi di laurea di Oxford ed LSE, per dire, durano 3 anni, e non mi pare che la gente si lamenti.

mi pare che l'unica preoccupazione, all'inizio, sia stata quella di salvare le cattedre: da qui i corsi di laurea da 30-35 esami. Ancora, il consueto snobismo ha impedito a priori ogni discussione seria sulla struttura ed "il senso"  dei nuovi corsi di laurea, da subito considerati "diplomi spazzatura" (non sto nemmeno parlando degli albi!!).

Anche adesso la principale preoccupazione e' quella di salvare le cattedre, non di chiedersi cosa serve allo studente per trovare lavoro piu' in fretta e meglio retribuito.

Sono anche io d'accordo che la riforma 3+2 fosse una idea buona e necessaria, ma che sia stata snaturata completamente dalla sua applicazione nella realta'.

D'altra parte l'equazione: maggiori ore di corso (magari frequentati da uno studente)=maggiori titoli per chiedere posti (e quindi fare carriera) non lasciava molte speranze che potesse andare in modo diverso.

I "diplomi spazzatura" sono stati resi tali, in Italia, perche' si e' voluto scimmiottare i corsi di cinque anni concentrandoli in tre, cosi' da fare diplomare persone che sapevano poco di tutto e tutto di niente. Per fortuna in molti si sono poi formati dentro le aziende e, alla fine, riescono comunque bene nel lavoro.

 

Non posso che concordare con Luigi sia nel dire che la riforma è stata buona cosa sia nel dire che è stata implementata male, soprattutto per il menefreghismo del governo che ha svalutato le lauree triennali non dandone il valore che meritano, nella mia esperienza di studio all'estero in Svezia ho sempre ricevuto complimenti dai docenti svedesi per la preparazione datami dall'università italiana.

La svalutazione del titolo nell'economia italica è impressionante, faccio il mio paragone con  la Svezia essendo l'unico stato estero dove ho risieduto, un laureato triennale Svedese è considerato dal mercato molto molto bene, molto meglio di quanto sia considerato in Italia, con un Master che è ne più ne meno la specialistica Italiana (forse un po' meno) viene considerato moltissimo sia a livello Accademico che Lavorativo, per non parlare poi del dottorato che in italia è valutato come carta straccia dalle aziende.

 

Beh, che l'Università italiana alla fine prepari è abbastanza risaputo, d'altro canto, tutti i vari ricercatori italiani in giro per il mondo avranno ben acquisito ddelle basi da qualche parte, no?

Con la quadriennale era even more so. 

La mia esperienza personale, visto che i commenti precedenti hanno dato attenzione a questo aspetto, è abbastanza chiara in questo senso: lo dico perchè ho visto di persona la preparazione degli studenti undergraduate americani. Al mio master avevo la creme de la creme. E mi sono convinto che se mai dovessi avere un figlio nonn gli infliggerò la punizione di studiare in un college americano, dove si scrivono tanti paper ma si impara ben poco. Voglio dire: tra i miei compagni di corso, c'era gente che aveva il BA da MIT in economia alla quale io (laureato in scienze politiche) davo ripetizioni di economia. Gente con il BA in Government da Harvard a cui mancavano le basi (dico: le basi) di scienza politica. Stessa esperienza con alcuni da Princeton. Gente con laurea in relazioni internazionali da UChicago che non aveva la minima idea delle letture di base in materia... E poi potrei continuare con quelli laureati in storia che non sapevano nulla del periodo tra le due guerre mondiali; gente laureata in filosofia che non sapeva chi fosse Grozio. Alcuni professori, in via informale, dissero a me e ad altri studenti europei che "noi europei siamo generalmente più preparati degli americani". Roba da far sobbalzare sulla sedia qualcuno. Cosa è interessante è che gli studenti del mio master non erano quelli usciti con la media di C dal college. Era tutta gente abituata a primeggiare. 

Detto questo, non so dire se la laurea triennale sia stata, di per sè, una buona invenzione. Ho vissuto la transizione personalmente. E non posso non concordare con quanto scritto da Paola Potestio: l'attenzione per le basi metodologiche è stata messa in soffitta. Forse una laurea triennale con soli 15-18 corsi potrebbe essere presa seriamente. Non saprei dire...

L'unico aspetto dell'articolo sul quale non concordo è l'abolizione del valore del titolo di studio. Capisco che questa sia ormai una bandiera, ma francamente oltre alla portata "ideologica" (non accuso nessuno di essere ideologico, voglio dire che per molti ormai è una bandiera dietro alla quale posizionarsi), mi sfugge l'effettica portata che potrebbe avere. 

Risolverebbe probabilmente il problema di molti lavoratori della PA che si iscrivono all'università solo per poter essere promossi/salire di grado. Ma poi, nella realtà, quali effetti concreti immediati (ma anche di lungo periodo) porterebbe? Certamente non ci darebbe un sistema in cui le università competono tra di loro. Nè sarebbe sufficiente per far sviluppare la "reputazione" dei diversi istituti... 

Un paio di punti molto semplici a commento del post di Mauro.

- Selection. Gli studenti stranieri che approdano negli Stati Uniti (o altri paesi) per continuare gli studi sono spesso il risultato di un processo di selezione severo - non mi riferisco solo alla selezione puramente accademica. Si tratta di individui ambiziosi e ostinati, che ritengono ottimale sobbarcarsi il grande costo dell'emigrazione, sia essa temporanea o definitiva. A mio parere tale processo e' molto piu' severo di quello cui gli studenti Americani sono sottoposti - anche quelli che approdano alle migliori universita'.

- Il sistema scolastico italiano ha sempre posto il 100% dell'enfasi sulla parte accademica della preparazione. Il sistema americano e' diverso, nel senso che la scuola viene vista come occasione formativa piu' in generale. Lo sport, e altri attivita' che a noi paiono banali (come il debate team), sono orientate alla produzione di invidui equilibrati che possano essere produttivi, soprattutto quando si lavora in team.

Queste due semplici considerazioni possono in parte spiegare perche' Mauro si trovo' a che fare con studenti molto meno preparati, nonostante si fossero laureati in college famosi. Per me l'alta qualita' dell'istruzione universitaria Italiana e' un mito. Sono invece convinto che le scuole medie superiori (almeno ai miei tempi, non so ora) siano anni luce avanti a quelle di molti altri Paesi.

Sono d'accordo con quanto dice Gian Luca Clemeti (con cui condivido anche la fede granata). Vorrei solo aggiungere la considerazione che il college americano prevede comunque che gran parte dei primi due anni siano passati a soddisfare "breadth requirements" di varia natura, una specie di super liceo. In conseguenza gli studenti americani che approdano alla graduate school hanno più o meno solo un paio d'anni di preparazione specialistica, anche se provengono dalle università più prestigiose. Quale sarebbe la preparazione degli ingegneri italiani (anche se provenienti dai due politecnici) se dovessero passare i primi due anni a leggere Ovidio o a studiare antropologia culturale?

Il motivo per cui il curriculum americano è così strutturato (oltre alla notoria variabilità della preparazione fornita dalle scuole superiori) è che comunque l'istruzione primaria e secondaria negli Stati Uniti dura un anno in meno che in Italia (12 anni invece di 13) e che vige ancora negli USA (anche se sotto attacco da varie parti) l'ideale della "liberal education" -- una formazione complessiva e a tutto tondo volta a creare cittadini in grado di partecipare al processo democratico prima che specialisti nelle varie materie ("liberal" naturalmente non nel senso politico anglosassone, ma forse più vicino al senso di "liberale" così come viene usato ad es. in questo blog).

Sono invece convinto che le scuole medie superiori (almeno ai miei tempi, non so ora) siano anni luce avanti a quelle di molti altri Paesi.

Garantito, anche ai miei tempi lo erano. Ora, trent'anni dopo, decisamente no, sto toccando con mano un livellamento al basso terrificante. La figliola al secondo anno di liceo non ha ricevuto nessun suggerimento, l'unico testo in lettura oltre ai non qualificabili libri di testo è "I promessi sposi", alle mie richieste di dare qualche altra indicazione, qualche curiosità, di far capire a questi ragazzotti che c'è ben altro mi si guarda con l'espressione della mucca che vede passare il treno. Il nulla. Non so che preparazione avrà alla fine di tutto questo. Il bello è che una volta toccato il fondo si può sempre cominciare a scavare, così il piccoletto di prima media è nel pieno dell'uragano Gelmini e si troverà oltre a tutto il resto ancora meno ore di scuola.

Dalla riforma Berlinguer in poi è stato tutto un rincorrersi al peggio. Cerco di tappare i buchi, ma sono tanti e in fondo la creatura non è che abbia tanta voglia di saperne di più dei suoi compagni di sventura.

Ci sarebbe materia per un altro dibattito, vero? Comunque onestamente non so come son presi all'estero per quanto riguarda le scuole superiori. Quello che so è che a Gorizia ci sono famiglie che iscrivono i pargoli alla scuola slovena, dove studiano tre lingue a partire dalla prima elementare e c'è il tempo pieno per tutti. Lo farei anch'io con buona pace di quel provveditore che ha scritto loro invitandoli a tornare sulla "grave decisione presa". Ma vaff...

Interessante. Dove l'hai vista la questione delle scuole slovene?

La notizia mi pare che fosse su Repubblica qualche settimana fa, ma non vorrei sbagliarmi. Tuttavia a suo tempo chiesi informazioni in merito ai sindacati della zona, poi mi passò di mente. Ora sollecito la risposta e appena so qualcosa di certo lo metto qui.

Intanto ho trovato questi, purtroppo io sono multimediale più o meno come magamagò e proprio non riesco ad inserire i link come fate voi, quindi non vi resta che il vecchio copia-e-incolla

http://ilpiccolo.gelocal.it/dettaglio/famiglie-contro-la-legge-gelmini-i...

http://ricerca.quotidianiespresso.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2009/0...

http://marisamoles.wordpress.com/2009/04/08/bambini-in-fuga-%E2%80%A6-da...

http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=8851051e2a7587b

 

Gli universitari italiani sono meglio di quelli americani? Per prima cosa bisognerebbe confrontare la cultura di un italiano in america con quella di un americano in italia, altrimenti si compara un cosmopolita con un provinciale e non va bene. In ogni caso per quantificare questo concetto, una indagine internazionale dell’OCSE sul grado di alfabetizzazione della popolazione adulta mette in evidenza una grave difficoltà nelle 3R  degli adulti italiani rispetto a quelli americani (in realta’ anche nei confronti di tutti gli altri paesi): circa l’80 per cento della popolazione italiana tra i 16 e i 65 anni non sarebbe in grado di leggere e comprendere un testo complesso di livello di scuola secondaria (contro il 50 per cento di USA, e per carità di patria ometto i risultati di Canada e Svizzera); ma se ci concentriamo sugli adulti laureati (NB adulti con laurea) i laureati italiani mostrano un grado di proficiency nella lettura di testi e documenti, nella numeracy e nel problem solving inferiore agli americani, sia se si prendono le medie che i top performers, sia per le nuove generazioni di 26-35 anni che per le vecchie 56-65 anni. In somma non si salva nessuno (cfr. http://www.statcan.gc.ca/pub/89-603-x/2005001/pdf/4200878-eng.pdf  tab 2.3 e tabb 3.1A e seguenti). E siccome gli italiani fanno pure meno sport all’universita’, allora stiamo messi peggio di couch potatoes. Sulla conoscenza di Grozio nessun commento.

sulle scuole superiori italiane rispetto a quelle di altri paesi sono disponibili molti piu' dati e molto piu' pubblicizzati, quindi rinvio ai vari Pirls, Timms e Pisa.

 

 

Mi sembra  di riscontrare nuovamente gli stessi errori che ha commesso Perotti.

L'inferenza "siccome ad economia o scipol hanno fatto 30-35 esami per dare a tutti un contentino (perche' non si puo' affermare che una materia sia piu' importante dell'altra) allora deve esser successo cosi' ovunque" è sbagliata. Full stop.

A fisica si sono fatte delle scelte (sicuramente migliorabili) e si è utilizzato l'opportunita' del 3+2 per cercare di razionalizzare i corsi anche nell'interesse degli studenti.

D'altra parte la 270 e' stata scritta proprio per rimediare a questi particolarismi. Mi domando pero' quante ore uomo sono state sprecate per rifare nuovamente tutto e che avrebbero potuto esser megli usate nella ricerca.

 

 

 

 

Il 3+2 viene considerato sbagliato (senza appello): allora perchè tra le cose da fare subito non viene proposto il ritorno pari pari al vecchio ordinamento?

Mi viene da pensare che invece la struttura e gli obiettivi fossero (e siano) giusti, mentre i danni si siano verificati nell'applicazione della stessa, che è servita alle Università ed ai loro sistemi interni piuttosto che agli studenti e ai cittadini tutti.

PS: uno degli obiettivi era la riduzione dei tempi di laurea, ma basta leggersi i dati Almalaurea per rendersi conto che la riduzione, dove presente, è ridicola ed ancora abnorme rispetto agli altri paesi occidentali. Allora, cui prodest?

Io ho vissuto il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento, e sto seguendo da vicino il passaggio dal nuovo al nuovissimo.

Il 3 + 2 non mi pareva una idea malvagia posto che la laurea triennale servisse a formare effettivamente per il mondo del lavoro: a meno di casi particolari, la laurea magistrale sarebbe dovuta servire per carriere accademiche o per specializzazione ulteriore. Non mi pare sia stato cosi', sia per la inerzia del mercato itlaiano che ha visto la laurea triennale come laurea di serie B, sia per la entropia che si e' diffusa nell'universita' (motliplicazione delle cattedre e dei corsi di laurea), anzi molto probabilmente i due elementi si sono alimentati a vicenda.

Idem dicasi per il sistema dei crediti formativi: buona idea, visto che cerca di creare un "ponte" tra il lavoro che si svolge durante i corsi universitari (o anche fuori) e i risultati, ma pessima attuazione.

E' chiaro che ci sono interessi corporativi che impediscono l'utilizzo corretto di queste leve, perche' l'Italia e' repubblica centralista, dirigista e corporativa: nessuno che abbia un interesse e il potere di perseguirlo si esime dal farlo, visto che non ci sono ne' controlli ne' incentivi a non farlo.

Sono d'accordo con l'abolizione del valore legale del titolo di studio: secondo me e' una rendita di posizione resa (ancora piu') iniqua dal fatto che la laurea nella stessa facolta' in due universita' diverse puo' essere piu' o meno difficile. Piu' o meno lo stesso di quello che succede per l'iscrizione agli albi professionali, che secondo me andrebbero aboliti. Ma anche qui, siamo in una repubblica corporativa: entri in una corporazione e sei ok, quindi e' difficile che chiunque ci sia entrato (penando) e possa impedirlo lasci decadere queste formazioni.

La ridefinizione dei settori scientifico disciplinari non e' detto che risolva i problemi: adesso ce ne sono troppi e sovrapposti, ma non c'e' evidenza pratica che una riorganizzazione vada in un senso di semplificazione e separazione. Oltretutto, bisognerebbe vedere come verrebbe accolto dal mercato, qualunque sia il risultato.

In definitiva: dopo anni di immobilismo, di svolte ce ne sono state fin troppe. In ogni caso, secondo me, erano tutte verso il declino. Le persone che escono e hanno successo all'estero lo fanno perche' hanno raggiunto gli obiettivi *nonostante* il sistema non sia premiante, ovvio che in un sistema premiante spicchino.

Sempre e solo IMHO.

Toghe Pulite?

Christian 12/5/2009 - 14:30

L'università Italiana si trova, a mio avviso, in una condizione simile alla politica prima di Mani Pulite:

Ritengo che una svolta vera si potrebbe avere solo in presenza di una necessita' palesemente espressa dalla Società italiana ed Europea

A cosa mi riferisco? Ad iniziative come questa. Se questa è la gioventù promettente, bene stiamo. Cercano posto nella PA ed hanno creato la lobby dei dottorandi!

Sono molto, ma molto pessimista. Mi sto convincendo che è tutto un gioco delle parti e che le corporazioni di mediocri che controllano l'università italiana non verranno mai smosse. Si parla molto, ma di concreto non si vede nulla.

Per quanto mi riguarda, è tutto molto semplice: una fetta sostanziale della coda superiore della distribuzione dei talenti italiani oramai è all'estero in modo permanente. Fra i giovani la tendenza continua e si accentua. Questo implica che nell'università italiana predominano (in senso statistico, ossia hanno una frequenza inusuale) i mediocri, i quali ivi sono rimasti o vi sono ritornati perché all'estero loro andò pessimamente. Il resto segue logicamente dall'applicazione al professore universitario italiano della logica cesariana, come resa da Plutarco: meglio primo in un posto che fa schifo che terzo in un posto eccellente. Che così sia lo si verifica, giorno dopo giorno, negli atti che costoro compiono. Che da tanta mediocrita' possa venire un colpo d'ala lo dubito alquanto.

Mi dispiace, Paola, ma non vedo rimedio. I fatti ora dicono che anche a questo Ministro, dichiarazioni roboanti not-withstanding, non importa assolutamente nulla dell'università e della ricerca. Cerca solo voti a buon mercato, come tutti i suoi predecessori peraltro.

Non solo nella pubblica amministrazione. La petizione chiede anche

- predisporre consistenti incentivi all'assunzione di dottori di ricerca nel mondo delle imprese.

Anche il settore privato va bene ... purché sia sussidiato.

Anche il settore privato va bene ... purché sia sussidiato.

La cosa divertente è che l'ho scoperta perché uno dei propugnatori me l'ha mandata. Trattasi di giovane "liberale" vicino al PD ...

Tristemente vero. Accanto ad un piccolo numero di giovani dottorandi e ricercatori precari che si battono per una università di qualità e meritocratica (dove, magari, si possa fare una ricerca di qualità) la maggioranza è semplicemente arrabbiata perché qualcun altro ha diritti e privilegi e loro no.

Partiamo dal fatto che ci sono dei dottorati che produco persone che sono in grado di competere con gli altri per borse postdoc all'estero.

Mi sembra che cio' voglia dire che una parte dell'universita' produce dottarandi di qualita'.

Non cercare di utilizzare queste persone mi sembra uno spreco del denaro usato per la loro formazione.

Non riconoscere che il mondo funziona sui rapporti di forza piu' che sulla lettera della legge o sulla teoria dell'agente razionale è stupido, quindi non vedo perche' non provare a farsi pubblicita'.

Per qaunto riguarda

predisporre consistenti incentivi all'assunzione di dottori di ricerca nel mondo delle imprese

 si deve riconoscere che molte imprese italiane preferiscono avere forza lavoro a basso costo piuttosto che lavoratori con piu' ampie vedute e che quindi non vedo perche' non cercare di migliorare la situazione.

Tanto per fare due esempi, a Grenoble ed a Heidelberg hanno almeno il doppio di dottorandi di fisica che abbiamo noi sia perche' hanno piu' borse sia perche' i dottorando vengno assorbiti dall'industria (p.e. Sneider e SAP).

E non mi risulta che i loro PhD siano meglio dei nostri.

 

 

 

molte imprese italiane preferiscono avere forza lavoro a basso costo piuttosto che lavoratori con piu' ampie vedute

Potresti chiarire cosa significa questa affermazione? Che le imprese preferiscano forza lavoro (o qualunque altro input) a basso costo è universalmente vero,  almeno per le imprese che cercano di far profitti, non è certo una peculiarità italiana. Il ''basso costo'', affinché tale concetto abbia significato economico,  va inteso rispetto alla produttività del lavoratore e non semplicemente guardando al livello assoluto del salario pagato; se uno ha un salario basso ma produce nulla allora il suo costo è alto. Invece un PhD in fisica con un alto salario ma ancor più alta produttività ha un costo basso.

Non capisco poi la contrapposizione tra ''basso costo'' e ''ampie vedute''. Se per ''ampie vedute'' intendi un più alto livello d'istruzione, allora ti segnalo che il tasso di occupazione in Italia (ma un po' dappertutto) è crescente con il tasso d'istruzione; il primo riferimento che ho trovato è questo, immagino ci siano dati più completi e migliori, ma comunque è un fatto noto. Se quindi la contrapposizione è tra lavoratori poco istruiti e lavoratori istruiti, allora l'evidenza che abbiamo ci dice che le imprese assumono più facilmente lavoratori istruiti, non il contrario.

Non ho  invece proprio capito il riferimento ai ''rapporti di forza''. Certo, se diventi politicamente più forte puoi costringere i contribuenti a pagare più tasse e appropriarti dei soldi come ''incentivo all'occupazione di qualità''. Lo fanno i produttori di grana padano,  immagino lo possano fare i dottorandi; per l'efficienza economica è cosa pessima, ma la logica politica è chiara. È questo che intendi? In tal caso non vedo perché chiunque non sia un dottorando (o, per altro verso, un produttore di grana padano) dovrebbe essere in favore del sussidio.

Non capisco poi la contrapposizione tra ''basso costo'' e ''ampie vedute''.

 

Hai ragione avrei dovuto esser piu' specifico e sembare meno un sindacalista :-D

Penso che un esempio valga piu' di mille parole.

Ho un amico che e' un chimico analitico e che si interessa di creare test chimici per cercare tracce di certe sostanze che potrebbero per esempio esser inquinanti o simili.

La regione piemonte ha fatto dei bandi per collaborazioni di ricerca pubblico-privato.

Cosi' il mio amico si e' rivolto ad una grande azienda vinicola che aveva avuto una partita respinta da un paese della UE perche' conteneva tracce di una tossina dicendo vi interessa una collaborazione? I soldi li mette la regione e voi dovete soldo dire che siete interessati.

La risposta e' stata negativa dicendo che a loro andava bene esternalizzare il tutto. La persona che gli ha dato questa risposta era, a detta del mio amico, non laureata od almeno non in una materia scientifica.

Stesso amico ha invece concluso degli accordi con aziende in cui il resposabile di questo tipo di accordi era un laureato scientifico.

 

Ora tu mi dirai, questo non fa statistica e su questo concordo completamente pero' di storie simili i miei amici chimici e farmaceuti ne conoscono di piu' (io non ne posso raccontare in quanto non faccio nulla o quasi con cui possa interagire coll'industria) e mi sembra che punti verso il fatto che la presenza di persone laureate in azienda possano avere una visione della situazione un po' piu' ampia  e con una prospettiva temporale un po' piu' lunga.

 

Uno scatolificio non ha disogno di dottorati (forse nemmeno di laureati). Un'industria di microelettronica sì.

Il punto non è obbligare per legge le industrie a bassa tecnologia italiane ad assumere chi ha in mano un dottorato (azione plausibilmente controproduttiva) ma incentivare lo sviluppo di industrie ad alta tecnologia nel nostro paese.

Ecco, quell'appello mi sembra che vada dritto come un fuso nella direzione sbagliata.

Sono d'accordo con JB. Aggiungo solo una considerazione.

Purtroppo quando in Italia si parla di incentivo, si pensa subito e solo all'incentivo di carattere finanziario. Invece incentivo si deve intendere come intervento legislativo o regolamentativo atto a rimuovere un'inefficienza, quale un'esternalita' o una rendita monopolistica. In ben pochi casi, l'intervento piu' efficace a rimuovere l'inefficienza e' un incentivo di carattere finanziario.

Esempio: poniamo che una nuova normativa sulla sicurezza imponga all'azienda A di installare un nuovo impianto idraulico. L'azienda A si rivolge alle imprese localizzate in zona e ottiene stime talmente alte da rendere conveniente la cessazione dell'attivita'. Se il mercato degli idraulici e' competitivo e chiunque voglia puo' diventare idraulico a basso costo, e' socialmente efficiente che l'azienda A chiuda. Se, al contrario, le stime sono alte perche' gli idraulici colludono, e' socialmente ottimo per l'autorita' intervenire per scongiurare la chiusura dell'azienda A.

Se l'intervento consiste in un contributo finanziario all'impresa A, l'obiettivo e' raggiunto, ma (1) si introduce un'ulteriore inefficienza (l'incremento della tassazione, necessaria per il conseguimento delle risorse da destinare all'incentivo) e (2) altre aziende si troveranno presto a fronteggiare un problema simile. L'intervento efficiente consiste nell'aumento della competizione tra gli idraulici (per esempio, attraverso la diminuzione dei costi da sostenersi per iniziare l'attivita' in quel settore).

Si noti che entrambi gli interventi vanno a detrimento di una parte della popolazione. Il primo introduce un nuovo costo per i contribuenti. Il secondo diminuisce i profitti per gli idraulici. L'evidenza emprica italiana suggerisce che il costo politico di danneggiare il contribuente sia inferiore a quello che si sosterrebbe se si colpissero gli interessi della lobby degli idraulici.

Qualcuno sa quale e' la percentuale di bocciature all'esame finale di dottorato?

Zero (più o meno qualche infinitesimo). Il peggio che ti possa accadere è che ti facciano fare 4 anni di dottorato invece che 3 perché allo scadere del terzo anno il tuo supervisore scientifico non ritiene che tu abbia risultati sufficienti.

N.B. Questi non sono (ovviamente) dati ufficiali. Tuttavia io non ho mai sentito raccontare, nemmeno a livello di leggenda metropolitana, di qualcuno bocciato all'esame finale di dottorato in Italia. Un po' come con l'esame di laurea: magari ti danno un voto basso ma in qualche modo passi.

Non ho numeri, ma dalla mia esperienza il grosso del filtro in Italia viene fatto prima che la tesi venga inviata ai revisori. È essenzialmente il relatore a dare il "permesso" a sottomettere la tesi quando trova che il contenuto scientifico sia sufficiente, ed è il relatore stesso che rischia la reputazione se poi non è questo il caso.

Le review arrivano prima dell'esame finale, e sono nei fatti quelle a decidere del valore della tesi. Se devi essere bocciato, in pratica, lo sai prima dell'esame. Non so se sia possibile ritirarsi a quel punto, però.

In ogni caso mi aspetto percentuali di bocciature molto basse rispetto, per esempio, all'UK. Però non credo che questo dato da solo sia sufficiente per trarre conclusioni sul livello di selettività.

Penso molto, molto bassa: non ha molto senso "bocciare" alla fine di un dottorato.

Un corso di dottorato è composto da una serie di corsi (obbligatori per i primi 1-2 anni), che servono a testare e completare la preparazione del candidato e dalla redazione della tesi, sulla quale si basa l'esame finale. La scrematura avviene all'inizio: i corsi, di solito, sono molto duri e quindi varie persone non riescono a superarli (anche qui: che io sappia la maggior parte di chi "non ce la fa" abbandona il corso piuttosto che essere bocciata ed "obbligata" a lasciare).

La redazione della tesi avviene sotto la guida di uno o più docenti, i quali dovrebbero assicurarsi che il prodotto finale sia decente. Presentare una tesi insufficiente penso sia qualcosa che ricade molto negativamente sui docenti relatori, quindi si fa in modo di evitarlo (per esempio, "chiedendo" al candidato di spendere un anno o 2 in più sul proprio lavoro di tesi).

 

Come si desume dal commento di Luigi Pisano, la percentuale di bocciati all'esame finale, negli USA cosi' come in Italia, e' zero per definizione. L'ammissione a tale esame, che negli USA si chiama defense, e' alla discrezione dei docenti advisors (il committee, negli USA). Il titolo di dottore in ricerca (PhD) viene elargito sulla base della tesi di dottorato. La defense e' in pratica una formalita'.

E' di fondamentale importanza che al piu' presto possibile (possibilmente alla fine del primo anno), i docenti identifichino gli studenti che non sono tagliati per la ricerca e li escludano -- per il bene di tutti, e principalmente degli studenti stessi.

Le differenze fondamentali tra l'Italia e gli USA, sono che (1) negli USA c'e' competizione tra Universita' per accaparrarsi i migliori studenti di PhD e, e tra Universita', centri di ricerca, e imprese, per assumere i migliori nuovi dottori (assunti come post-doc, assistant professors, ricercatori,...) e (2) negli USA il titolo di dottore non ha valore legale. Queste differenze comportano risultati molto diversi. Per esempio, negli USA:

1 - C'e' un ranking di programmi di dottorato - che e' diverso per discipline diverse. In ultima istanza, il valore di un programma di dottorato e' determinato dal placement dei nuovi PhD.

2 - C'e' molta differenza tra dottori che provengono dalla stessa istituzione -- al momento in cui gli studenti, completate le loro tesi, si affacciano sul mondo del lavoro, sta ai loro advisors porre in chiaro chi sia eccezionale, chi bravo, e chi mediocre.

3 - Le Universita' assumono i nuovi PhD prodotti da altre istituzioni, sulla base della tesi di dottorato, di recommendation letters dei loro advisors, di colloqui, e di un seminario in cui il candidato illustra i risultati della propria tesi. L'obiettivo e' di identificare chi ha il migliore potenziale come ricercatore.

 

Vorrei proporre un esempio concreto - e, a mio modo di vedere, illuminante - di che cosa si intenda in Italia per valorizzazione del dottorato di ricerca.

 

La proposta relativa al nuovo modello di formazione iniziale/abilitazione degli insegnanti della Primaria e della Secondaria, elaborata dal gruppo di lavoro presieduto dal professor Giorgio Israel, prevede che ai candidati al Tirocinio Formativo Abilitante (il futuro canale abilitante, secondo l’ipotesi al vaglio del MIUR) si assegnino punti nel seguente modo: sono assegnati fino a due punti al curriculum di studi e alla media degli esami di profitto e fino a due punti alla votazione della tesi magistrale (è irrisoria l’escursione tra chi si è laureato con il massimo e chi si è laureato con il minimo), mentre al dottorato di ricerca ne sono assegnati fino a dieci.

 

Per le classi di abilitazione nelle quali il numero di cattedre è esiguo (in certi casi è fisiologico) l’abnorme dote di punti che il concorrente-dottore di ricerca porterebbe con sé, qualora la bozza fosse tradotta in legge così com’è, inevitabilmente svuoterebbe di significato il concorso stesso. Il candidato che non avesse conseguito il titolo dottorale, per spuntarla sul dottore di ricerca, dovrebbe essere davvero molto più bravo nel test preliminare e nella prova orale.

 

Il dottore di ricerca, che magari ha già fruito di una borsa di studio gravando sulla collettività, è a priori considerato così bravo da non dover essere chiamato a dimostrarlo come gli altri.

Motivo la precisazione circa la borsa di studio, sulla cui entità capita di leggere querule - e inopportune - considerazioni: in Italia la laurea è da tempo nella quasi totalità dei casi titolo insufficiente; pertanto il laureato si trova nella necessità di completare la propria formazione, naturalmente a proprie spese, attingendo alle proprie risorse, cioè arraggiandosi e arrabattandosi come può; non  mi lascio sfuggire l’occasione di ricordare che fino allo scorso anno l’abilitazione all’insegnamento nella Secondaria - delicata professione d’innegabile rilevanza sociale -  si conseguiva accedendo a scuole di specializzazione post lauream a pagamento, biennali, ad accesso programmato, a frequenza quotidiana obbligatoria (forse anche queste scuole possono considerarsi una valvola di sfogo del precariato universitario e un’occasione di foraggiamento per le università ?).

 

La commissione sopra citata, tradendo l’estrazione accademica di gran parte dei suoi membri, ha forse ritenuto con la definizione dei criteri già ricordati di trovare una possibile valvola di sfogo al precariato accademico? Discriminando, pur meritevolissimi, aspiranti all’insegnamento nella secondaria di altra provenienza?

 

Un eventuale dottore di ricerca in realtà mediocre (assicuro che ce ne sono, sorvolo qui sulle ipotesi esplicative), ma di apodittica bravura, in virtù del solo titolo accademico, percorrendo una corsia preferenziale (è questa la valorizzazione del dottorato di ricerca?), liquiderà un candidato più meritevole, reo di non essersi addottorato, e di aver abbracciato l’insegnamento a scuola come scelta primaria, e non come ripiego.

 

Non riesco a non domandarmi per quale motivo, dopo aver conseguito "il titolo più elevato della formazione universitaria", il dottore di ricerca debba essere considerato incapace di misurarsi con i comuni mortali in una sana e leale competizione in cui possano rifulgere tutte le mirabolanti competenze acquisite nel livello più alto dell'istruzione universitaria. Perché il dottore di ricerca rifugge dal confronto ad armi pari, avvantaggiandosi con un ossimorico sì corposo “aiutino”? Si teme forse che il titolo sia vacuo?

 

La proposta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio ha sempre suscitato in me qualche perplessità, ma  l’arroccamento da parte dell’Accademia sulla difesa di odiosi privilegi di casta induce a prenderla in serie considerazione.

Abolito il valore legale del titolo di studio, ogni candidato, nudo e crudo, dovrebbe dimostrarne la concreta consistenza, perché si paia davvero la sua nobilitate.

 

Stupendo esempio, grazie anonimo.

Ad ulteriore prova che a questo sembrano servire ora i dottorati italiani: a produrre professori di scuola media!

Congratulazioni al presidente della commissione, cultore della storia della mano invisibile. Alla quale, evidentemente, non crede. Preferisce quelle visibili, come la sua ...

Dai michele, gli é che non fa fine usare in quelle circostanze il visible foot.

 

Non sono brava con i numeri, ma, vinto l’imbarazzo di farlo qui dove essi sono di casa, proverò a snocciolarne qualcuno che suggerisca in quale misura è stato accolto l’accorato appello di dottorandi e dottori di ricerca.

 

Accorato e urtante appello:

Con questa campagna nazionale l’ADI vuole chiedere di:

- dare attuazione all'articolo 4, comma 7, della legge 3 luglio 1998, n. 210, che prevede che il Governo emani dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri per la valutabilità dei titoli di dottorato di ricerca, ai fini dell'ammissione a concorsi pubblici per attività di ricerca non universitaria;

- dare attuazione all'articolo 17, comma 111, della legge n. 127 del 1997 (cd. «Bassanini 2») che prevede che le norme per l'accesso alla pubblica amministrazione vengano integrate, in sede di accordi di comparto, dal riconoscimento delle professionalità prodotte dal dottorato di ricerca e da altri titoli specializzanti.

- valorizzare e promuovere l’inserimento dei dottori di ricerca nella scuola e nell’insegnamento;

- predisporre consistenti incentivi all'assunzione di dottori di ricerca nel mondo delle imprese.

 

Sembra istruttiva al riguardo la comparazione tra i criteri di valutazione nell’ammissione alle procedure abilitanti, cioè alla Scuola di Specializzazione per la formazione degli insegnanti nella Scuola Secondaria, che ha costituito il canale abilitante per nove cicli negli ultimi nove anni consecutivi, e nell’ammissione al TFA, possibile futuro canale abilitante (attualmente, sospese le SSIS, non esistono procedure abilitanti all'insegnamento in Italia).

 

Ricordo che il titolo di accesso all’insegnamento nella Secondaria è la laurea magistrale, fatti salvi certi vincoli dei Piani di studio (una certa laurea magistrale è titolo di accesso ad una certa classe di abilitazione, purché il Piano di studio abbia incluso certi esami-crediti). L’esercizio regolare della professione di insegnate richiede, oltre al requisito che ho appena ricordato, l’abilitazione.

 

 

Ø  Valutazione dei titoli nell’ammissione alla SSIS:

 

§  dottorato di ricerca: 3 punti

 

§  laurea vecchio ordinamento o laurea specialistica (comunque rapportato in centodecimi) fino a 10 punti:

-  voto di laurea fino a 90/110 0 punti

-  voto di laurea da 91 a 100/110 2 punti    

-  voto di laurea da 101 a 105/110 4 punti

 - voto di laurea da 106 a 107/110 5 punti

 - voto di laurea pari a 108/110 6 punti

 - voto di laurea pari a 109/110 7 punti

 - voto di laurea pari a 110/110 8 punti

 - voto di laurea pari a 110/110 e Lode 10 punti

 

 

§  votazione media degli esami di profitto sostenuti per il conseguimento del titolo di studio fino a 10 punti:

- voto medio minore o uguale a 21 0 punti

- voto medio maggiore di 21 e minore o uguale a 24 1 punto

- voto medio maggiore di 24 e minore o uguale a 27 2 punti

- voto medio maggiore di 27 e minore o uguale a 27,5 4 punti

- voto medio maggiore di 27,5 e minore o uguale a 28 6 punti

- voto medio maggiore di 28 e minore o uguale a 28,5 7 punti

- voto medio maggiore di 28,5 e minore o uguale a 29 8 punti

- voto medio maggiore di 29 e minore o uguale a 29,5 9 punti

- voto medio maggiore di 29,5 e minore o uguale a 30 10 punti

 

Riepilogo: dottorato di ricerca: 3 punti; voto laurea magistrale + media esami: fino a 20 punti

 

 

Ø  Valutazione dei titoli di ammissione al TFA secondo la bozza elaborata dal gruppo di lavoro incaricato dal MIUR:

 

a) valutazione del curriculum di studi e della media degli esami di profitto, per un massimo di 2 punti;

b) votazione della tesi di laurea magistrale, per un massimo di 2 punti;

c) titolo di dottore di ricerca in ambito strettamente inerente ai contenuti disciplinari della classe di abilitazione, per un massimo di 10 punti;

 

Riepilogo: dottorato di ricerca: fino a 10 punti; voto laurea + media esami: fino a 4 punti

La nuova valutazione del dottorato di ricerca proposta nel documento pare ben più che il mero riconoscimento di un titolo in più rispetto a quello richiesto per esercitare al professione di insegnante.

 

La prova di accesso al TFA deve verificare le conoscenze disciplinari relative alle materie oggetto di insegnamento della classe di abilitazione. Alla prova sono assegnati 100 punti così suddivisi: 60 punti per il test preliminare; 20 punti per la prova orale; 20 punti per titoli di studio, eventuali pubblicazioni e certificazioni.

 

 

Sottolineo che il riconoscimento un così sproporzionato (e in assoluto e in relazione alla valutazione del titolo che consente l’insegnamento, cioè la laurea) punteggio al dottore di ricerca sarebbe assegnato al fine di consentirgli di essere ammesso alla procedura abilitante, alla cui ammissione concorrerebbero le prove nella misura  citata sopra.

 

Ma chi ha conseguito

il titolo più elevato della formazione universitaria, rilasciato dallo Stato Italiano al compimento di un ciclo di tre anni di studio e di ricerca post-laurea. I corsi di dottorato, ai quali si accede attraverso una selezione pubblica per esami, hanno il compito di formare figure professionali con competenze alte nel settore della ricerca scientifica e impiegabili presso università, centri di ricerca, amministrazioni, enti pubblici o privati blablabla

gli altri candidati, quelli che non si sono addottorati, non dovrebbe mangiarseli a colazione in un sol boccone nelle prove??

Quale ratio ispira l’attribuzione di un così cospicuo vantaggio sugli altri concorrenti?

 

Che i dottori di ricerca si riciclino a scuola è legittimo, ma è iniquo che li si autorizzi a farlo a danno di qualcuno, forse più motivato e preparato (mi riferisco sia alle competenze disciplinari sia alle competenze didattiche), che è disposto ad essere valutato, quanto più oggettivamente è possibile, sul merito reale, non nominale, aprioristico, fideistico, fittizio, supposto, assiomatico, aereo, accademico.

 

 

 

[...] essere valutato, quanto più oggettivamente è possibile, sul merito reale, non nominale, aprioristico, fideistico, fittizio, supposto, assiomatico, aereo, accademico

Nei Paesi civili, come in Gran Bretagna, il voto di laurea ha "valore legale", anche nel settore privato (ove le eccezioni CONFERMANO la regola). In quanto certificazione di conoscenze e competenze aventi VALORE LEGALE, il titolo di studio DEVE essere conferito in base a standard accademici prefissati, non in base alla corruzione.

Studia studia figliola.

RR

Pare che in questi casi sia cortese replicare così: temo di non essermi spiegata bene, pertanto cercherò di spiegarmi meglio.

Per evitare di essere fraintesa, cercherò di essere didascalica e probabilmente apparirò pedante.

Lamentavo nel precedente commento la sopravvalutazione del dottorato di ricerca e la relativa (in rapporto alla sopravvalutazione del dottorato d ricerca) sottovalutazione del titolo di accesso alla professione docente nella Secondaria.

La comparazione proposta tra le diverse  valutazioni dei titoli nell'accesso rispettivamente all'ormai archiviata SSIS (laurea+media esami: fino a 20 punti; dottorato: 3 punti) e al TFA, probabile futuro canale abilitante all'insegnamento (laurea+media esami: fino a 4 punti; dottorato: fino a 10 punti), evidenzia una svalutazione del voto di laurea e della media dei voti riportati negli esami universitari che hanno condotto alla laurea.

Per tale svalutazione, se ho ben inteso la tua posizione, dovresti indignarti, anziché invitare me allo studio, figliolo!

Passaggio da un sistema all'altro: laurea+media esami: da 20 a 4 punti e dottorato di ricerca da 3 a 10.

E' più chiaro?

Mi domandavo prima a quale ratio si ispirasse l'enfatizzazione del dottorato di ricerca nell'accesso ad una procedura abilitante che prevede come titolo di accesso la laurea e in cui la parte preponderante è giocata dalle prove.

Ora in perfetto stile marzulliano mi rispondo: ove fallisca all'interno delle università, la logica baronale del piazzamento dei propri (cavalli? è metafora rispettosa?) si cimenta nel loro piazzamento in qualche altra PA. Ribadisco che è legittimo (ci mancherebbe altro) il riciclo altrove dei dottori di ricerca non assorbiti dalle università, purché siano soddisfatte condizioni minime di equità e chi, anche proprio malgrado e dovendo già sobbarcarsi le spese della propria formazione (è dura per tutti, non soltanto per i dottori di ricerca), ha contribuito al loro mantenimento (mi riferisco alla borsa di studio sulla quale mi sono già espressa), non debba poi essere ulterioremente penalizzato dai maldestri tentavi accademici del loro collocamento coatto.

Forse tali tentativi mirano in particolare al collocamto di dottori di ricerca di ambito umanistico che non sono esattamente contesi da chi vuole accaparrarseli e tirati per la giacchetta a destra e a manca. E' colpa mia? Chi deve scontare tale difficoltà?

Sempre più l'Accademia cerca di stendere la sua longa manus su formazione-abilitazione e reclutamento scolastico (sistemi che si vanno divaricando l'uno dall'altro a causa della proposta dell'Aprea, su cui qui sorvolo), diffondendo nel reclutamento scolastico (che già di suo non sta messo bene, ci si potrebbe scrivere un poema in ventiquattro canti) quella tabe perniciosa e malefica che imputridisce  il reclutamento universitario.

Ritengo che fosse complessivamente più equa la valutazione dei titoli applicata all'ammissione alle SSIS. Perché non sembri un cicero pro domo sua e pur di evitare l'esposizione al rischio degenerativo che si profila all'orizzonte, mi pare preferibile resecare di netto il cancro primario e bandire la valutazione dei titoli. Trattasi di extrema ratio.

Si concorra ad armi pari.

L'ultima considerazione: se l'incentivo consistesse in una integrazione di 1000 euro dello stipendio del dottore di ricerca, in quanto tale, ormai abilitato e insegnante, sarebbe profondamente iniquo, ma -riconosco- incentivante dal punto di vista del beneficiario. Che l'incentivo consista nell'elargizione di punti che avvantaggiano in una selezione insinua - nei più malevoli, s'intende -dubbi che ognuno potrà pudicamente e malignamente sviscerare fra sé e sé.

Resto a disposizione per eventuali altri chiarimenti, baci ;-)

 

 

 

Io sono per le SISS, come in tutto il mondo civile. Questa è la mia posizione. Solo un Governo ignorante può pensare di abolire le SISS con le motivazioni addotte dalla Gelmini. Quindi vedi bene che io sono a favore del passaggio dalle SISS anche dei dottori di ricerca, con sconti formativi sulle conoscenze e competenze eventualmente riportabili dal dottorato.

E così sia...

RR

Si potrebbe davvero scrivere un poema sull'argomento.

 

Il problema non risiede nel sistema di formazione-abilitazione, bensì nel sistema di reclutamento.

Dopo la SSIS ci sarà il TFA, che, a dispetto delle critiche pungenti delle quali è stato fatto bersaglio in tutti gli ambienti interessati alla scuola, si configura come una simil-SSIS, o un altro modello formativo e abilitante. E’ ormai un dato acquisito che per insegnare ci si debba specializzare. L’ultimo concorso abilitante risale a dieci anni fa.

 

La Gelmini ora va dicendo che le SSIS sono state chiuse perché erano un’inutile fabbrica di precari.

Le SSIS erano perfettibili: auspicabili più didattica e meno astruso e contorto pedagicume; a differenza di altri, direi anche più approfondimento disciplinare (non basta mai neppure nell’arco di una vita, per come la vedo io), in luogo, che so, del riflesso di suzione del neonato propinato ai futuri insegnanti della secondaria.

Anziché riformarle, si è preferito pensionarle, ma non certo per la loro intrinseca pochezza, bensì in conseguenza della rinuncia a gestire il reclutamento.

 

Infatti, piuttosto che di pessima gestione del reclutamento, sarebbe corretto parlare di rinuncia a gestirlo.

Le graduatorie, l’inserimento nelle quali si traduceva (fino alla loro recente blindatura e conversione da graduatorie permanenti a graduatorie ad esaurimento) in una promessa di assunzione a t.i. e di immissione in ruolo da una parte e nell’acquisizione di un diritto dall’altro (è arduo districarsi nel ginepraio dei diritti, soprattutto quando si deve constatare che nelle graduatorie stazionano precari pluriennali: se si deve dare un calcio nel sedere a qualcuno è buona norma sferrarglielo subito, non dopo anni di servizio), sono state impinguate da tutti, sfoggiando casacche di ogni colore politico.

Basti dire che nell’era SSIS, pur rinnovandosi annualmente - e non ogni decennio o più - per la prima volta in Italia la possibilità di abilitarsi all’insegnamento, si è pensato di concedere l’ennesima sanatoria in barba alla sbandierata programmazione nell’accesso alle SSIS. Del resto non erano programmati neppure i posti banditi dalle SSIS (lo dimostra il fatto che per ogni classe di abilitazione è stato messo a concorso ogni anno lo stesso numero di posti). Ancora le ultime immissioni in ruolo hanno attinto per la metà alle graduatorie ad esaurimento e per l’altra metà alle graduatorie di merito stilate in seguito all’ultimo concorso risalente a dieci anni fa (si possono immaginare graduatorie più longeve? che posizione occupava in graduatoria chi è stato assunto? si assumono idonei-abilitati dal concorso, non vincitori).

Il reclutamento scolastico in Italia è oggi irto di difficoltà che paiono insolubili a causa dell’irresponsabilità e dell’inettitudine della classe dirigente e dei sindacati reazionari, che tutelano gli interessi dei loro iscritti più fedeli, anziché interessarsi dei più precari.

 

Da una parte il MIUR non sa più quali stratagemmi escogitare per tagliare cattedre, dall’altra per le immissioni in ruolo si scorrono graduatorie debordanti.

La prenotazione delle cattedre per i secoli a venire attraverso il meccanismo delle graduatorie è un unicum italiano.

 

Il problema reale è la sproporzione tra il numero delle cattedre da una parte e dall’altra gli aventi diritto in graduatoria e gli aspiranti esclusi dalle graduatorie e in attesa della definizione di una nuova procedura abilitante e soprattutto di un nuovo sistema di reclutamento, tutti sospesi nel limbo.

 

Le SSIS (al di là delle meritatissime critiche, tra le quali si potrebbe includere la durata) avrebbero potuto imprimere una svolta: programmazione, selezione degli abilitandi sulla base della predetta programmazione, specializzazione abilitante e assunzione in tempi ragionevoli degli specializzati-abilitati. 

Un meccanismo potenzialmente buono, e rivoluzionario nel contesto in cui fu introdotto, è stato fatto fallire.

Sono sostanzialmente d'accordo con tutto quello che scrivi. Unico appunto: la pedagogia, se fatta bene, non sarebbe pedagogicume. Quindi il problema sta casomai nella qualità e nella rilevanza della scienza dell'educazione nel nostro Paese (che sarebbe molto utile in tempi di valutazione e definizione di standard di qualità).

Ciao,

Renzino l'Europeo

 

Pare che il parto del nuovo sistema di formazione-abilitazione e reclutamento degli insegnanti sia imminente.

Dopo il preannuncio, in un’intervista rilasciata lo scorso 15 maggio dalla Aprea a ilsussidiario.net, del sistema di reclutamento, anche il Regolamento per la formazione iniziale degli insegnanti da qualche giorno ha preso forma definitiva e ha iniziato il suo percorso di approvazione.

Nel passaggio dalla bozza elaborata dal Gruppo di lavoro al testo che sarà sottoposto all’approvazione delle Camere (Schema di decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, recante regolamento concernente “Definizione della disciplina dei requisiti e delle modalità della formazione iniziale del personale docente del sistema educativo di istruzione e formazione, ai sensi dell’articolo 2, comma 416, della legge 24 dicembre 2007, n.244”) la valutazione dei titoli è andata soggetta alle modificazioni che si evincono dal confronto del punto 10, dell’art 16 “Norme transitorie e finali” con il passo omologo della bozza originaria: cancellata la lettera c, modificate a e b, ma anche d ed e della proposta del Gruppo.

La lettera c della bozza deve essere parsa davvero troppo sfacciata…

Insomma ci hanno provato ;-)

 

Bozza:

I 20 punti riservati ai titoli e/o altre certificazioni sono così suddivisi:

a) valutazione del curriculum di studi e della media degli esami di profitto, per un massimo di 2 punti;

b) votazione della tesi di laurea magistrale, per un massimo di 2 punti;

c) titolo di dottore di ricerca in ambito strettamente inerente ai contenuti disciplinari della classe di abilitazione, per un massimo di 10 punti;

d) altri titoli di studio strettamente inerenti ai contenuti disciplinari della classe di abilitazione (scuole di specializzazione, master, ecc. di durata non inferiore a 60 CFU), per un massimo di 2 punti;

e) eventuali altri titoli (pubblicazioni, incarichi presso enti di ricerca, ecc.), per un massimo di 4 punti.

 

 

Schema di decreto del MIUR da sottoporre alle Camere:

10. I 20 punti riservati ai titoli di studio e/o altre pubblicazioni sono così suddivisi:

a. valutazione del percorso di studi e della media degli esami di profitto della laurea magistrale o del diploma accademico di II livello, per un massimo di 4 punti;

b. votazione della tesi di laurea magistrale o del diploma accademico di II livello, per un massimo di 4 punti;

c. altri titoli di studio strettamente inerenti ai contenuti disciplinari della classe di abilitazione, di durata non inferiore a 60 crediti formativi universitari, per un massimo di 4 punti;

d. eventuali altri titoli e pubblicazioni per un massimo di 8 punti.

 

 

Devo rettificare. Pareva troppo dignitosa la soppressione tout court della lettera c della bozza.

Ecco infatti che, recepito l’urtante appello dell’ADI, forse spingendosi persino al di là delle aspettative di chi lo ha elaborato e diffuso, il comma 3 degli artt. 7 e 8 dello schema di decreto recita così:

 

3. Le università ammettono in soprannumero al tirocinio di cui al comma 1, lettera b), coloro che, in possesso degli specifici requisiti curriculari di accesso di cui alle tabelle allegate e previo superamento di apposita prova orale svolta secondo le modalità di cui all’articolo 16, comma 8, hanno conseguito il dottorato di ricerca ovvero hanno svolto per almeno due anni, anche non consecutivi, attività di ricerca scientifica sulla base di rapporti a tempo determinato costituiti ai sensi dell’articolo 51, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, della circolare ministeriale 17 marzo 1997, prot. n. AGG/4./(7-A)/678/97, ovvero dell’articolo 5, comma 14, della legge 4 novembre 2005, n. 230, in ambito inerente agli specifici contenuti disciplinari della relativa classe di abilitazione. Salvo che lo impedisca l'adempimento dei rispettivi obblighi contrattuali, i predetti soggetti possono frequentare il tirocinio formativo attivo senza interrompere o sospendere il rapporto con l’istituzione di appartenenza e anche in assenza di preventiva autorizzazione della stessa.

 

Non è neppure necessario gonfiare a dismisura la valutazione del punteggio attribuito al dottore di ricerca per consentirgli di superara la selezione barando, lo si dispensa dalla selezione stessa. In sostanza, bandita ogni grottesca finzione nell'interpretare l'intenzione che certamente già aveva ispirato la lettera c della bozza, il dottore di ricerca accederà al TFA ope legis (dovrà affrontare soltanto la prova orale alla quale sono assegnati 20 punti su 100 e che, vien da pensare, in questo caso, essendo soprannumerario, sarà una mera formalità). Chi ha conseguito il titolo di dottore di ricerca è esonerato dalla prova scritta, prevista dalla selezione di accesso al TFA, alla quale sono assegnati 60 punti su 100 e il cui superamento richiede almeno 42 punti su 100.

Se ne deduce che per incentivare il dottore di ricerca a partecipare al TFA (altrimenti, intimorito, si asterrebbe?)  occorra dispensarlo dalla selezione reale e che, d’altro canto, sarebbe disincentivante sottoporlo ad una prova scritta selettiva. Oppure che sia incentivante per l'università esonerare un candidato dalla selezione. Resto perplessa.

La valorizzazione (?) del dottorato di ricerca si risolve dunque nell’esenzione dalla selezione e dalla prova più impegnativa.

Per quanto mi sforzi non riesco a comprendere in  che cosa consista l’incentivo in questo caso specifico e a beneficio di chi sia.

 

Ipotesi: forse il senso dell'incentivo è da ricercarsi non nel reclutamento scolastico, ma nelle università; forse  con l'attrattiva di un inserimento ope legis, eludendo la selezione iniziale, nella procedura abilitante all'insegnamento a scuola si cerca di incoraggiare - o di non scoraggiare - l'addottoramento di chi non ha alcuna speranza di intraprendere la carriera accademica.

Insomma 'sto dottore di ricerca è una risorsa, come si pretende, o un fardello di cui tocca farsi carico?

Di certo non è nell'interesse della scuola sottrarre un candidato all'insegnamento ad una selezione in ingresso meritocratica e auspicabilmente subordinata ad una programmazione reale (la programmazione e la selezione a monte, trasparente e rigorosa com'è giusto che sia, sarebbero LA soluzione del problema del reclutamento) .

 

Preferirei vivere in un Paese in cui, quando un concorso è per titoli e per esami, tutti - nessuno escluso- debbano affrontare e superare gli esami.

Osservazione a margine : data la complessità di certe classi di abilitazione umanistiche (si arriva ad aggregare fino a cinque materie in una sola classe) la coerenza del dottorato di ricerca rispetto a  classi di abilitazione così articolate non può che essere parziale (una disciplina su cinque). Ma gli si fa credito su quello in cui dovrebbe (in teoria) essere specialista e gli si fanno sconti su tutto il resto in cui certamente non lo è…

 

Ultima considerazione: "soprannumero" e programmazione non vanno d'accordo

 

 

 

 

 

Tra le proposte di emendamento allo schema di decreto su formazione iniziale-abilitazione all’insegnamento espresse dall’ANIEF:

 

consentire ai dottori di ricerca l'accesso diretto all'anno di tirocinio attivo senza alcuna prova orale (art. 7, art. 8) 

 

Dall’inspiegabile ‘’’aiutino’’’ della bozza Israel (10 punti ai dottori di ricerca) all’incomprensibile esenzione - nella bozza definitiva da sottoporre ad approvazione - dalla prova scritta che assegna 60 punti su 100 e che si supera con almeno 42, all’incommentabile proposta dell’ANIEF.

 

La '''valorizzazione del dottorato di ricerca''' si risolve in un percorso in peius di cui non riesco neppure ad immaginare la tappa successiva…

 

 

Il dottorato di ricerca è il titolo più elevato della formazione universitaria, rilasciato dallo Stato Italiano al compimento di un ciclo di tre anni di studio e di ricerca post-laurea. I corsi di dottorato, ai quali si accede attraverso una selezione pubblica per esami, hanno il compito di formare figure professionali con competenze alte nel settore della ricerca scientifica e impiegabili presso università, centri di ricerca, amministrazioni, enti pubblici o privati

… fa tremar le vene e i polsi… E con tutto ciò non sono capaci di vincere un concorso lealmente?

Forse i proponenti presumono che il dottore di ricerca non sia in grado di affrontare neppure il colloquio?? Qualora fosse chiamato a sostenere le prove come gli altri, il detentore del titolo più elevato blablabla starebbe a casa?

 

Non vedo né incentivo, né valorizzazione. Mi sembra invece nell'interesse della collettività che, ove sia prevista una selezione per esami, nessuno ne sia arbitrariamente dispensato.

Se questo non è odioso privilegio attribuito a chi, qualora abbia fruito di borsa (del cui importo qualcuno ha l’ardire di lamentarsi),  è stato addirittura mantenuto anche dai concorrenti che devono dimostrare di meritare l’accesso al TFA e rientrare in un numero programmato dal quale si escludono i dottori di ricerca (ciascuno di loro non conta forse un’unità? gode, oltre al resto, dell’attributo della trascendenza?), non so  che cosa sia odioso privilegio.

 

Per me, creatura semplice e aliena da sofisticate e ultraraffinate sottigliezze intellettuali accademiche, valorizzazione è quando, a parità di condizioni, è vantaggioso scegliere-selezionare tizio piuttosto che caio, in quanto tizio è più bravo  di caio; mentre nel caso in oggetto tizio viene collocato nel traguardo che caio dovrà invece raggiungere sbaragliando i concorrenti; ergo caio, giunto al traguardo, avrà dimostrato di essere più bravo di tizio…

 

Il dottore di ricerca che non trovi collocazione all’interno dell’università è davvero sempre una risorsa - come qualcuno vuol dar ad intendere? Non è piuttosto un fardello caricato sulle spalle di chi deve farsi valere e dimostrare davvero di meritare il posto per cui concorre?

 

Oltre a tutto il resto, sottolineo che può accadere che la congruenza disciplinare tra dottorato di ricerca e classe di abilitazione sia molto parziale, anche una sola materia su cinque.

Personalmente non vedo motivi non solo per fare sconti sulle quattro, ma neppure per fare credito sull'una.

 

 

Qualsiasi "valore legale" conferito al dottorato di ricerca, come quello previsto dalla bozza di regolamento per la formazione degli insegnanti, o quello previsto dalla bozza di disegno di legge sul reclutamento universitario attualmente in circolazione (dottorato necessario per i concorsi a ricercatore), non può che contribuire ad una sostanziale e irreversibile perdita del suo valore sostanziale. La battaglia per la abolizione del valore legale dei titoli accademici dovrebbe cominciare dalla difesa del dottorato di ricerca come titolo accademico privo di valore legale.

Mi rallegro che una simile opinione sia espressa proprio da un professore. Purtroppo non è condivisa tra gli accademici, in particolare tra quelli che insegnano nei corsi di laurea tradizionalmente e quasi naturalmente vocati all'insegnamento.

Il valore legale esiste in tutto il mondo. In particolare in Gran Bretagna esiste anche il valore legale del voto di laurea.

Tutto il resto è fuffa.

RR

E' vero che il valore legale dei titoli di studio esiste in qualche forma in tutto il mondo, ma solo in Italia si ritiene che ad ogni titolo di studio corrisponda il monopolio di una attività specifica. Credo che il sistema di ordini professionali italiano sia unico al mondo: geologi, chimici, biologi, assistenti sociali, igegneri (non edili), psicologi (psicoterapeuti a parte), statistici, commercialisti, con una ed una sola laurea corrispondente ad ognuna di queste attività. Per non parlare dei giornalisti che da tempo fanno pressione perché sia necessaria una laurea in giornalismo per accedere al loro ordine. C'è anche chi richiede l'ordine dei fisici, quello dei naturalisti, quello dei traduttori, ognuno naturalmente con la sua laurea "magistrale". Abolire il valore legale dei titoli accademici non ha senso, indebolirlo invece si può e, a mio parere, si deve. Credo poi che non ci sia nessuna ragione per dare valore legale ad un titolo come quello di dottore di ricerca che dovrebbe qualificarsi immediatamente sulla base del valore della tesi di dottorato e la repuntazione della sede che lo conferisce.

Nel resto del mondo non sappiamo cosa vogliate dire voi italiani quando attribuite un valore metafisico ai titoli di studio.

A noi interessano le conoscenze, le abilità e le competenze. Un titolo di studio è lì per certificare l'acquisizione di certe conoscenze, abilità e competenze da parte del tal diplomato. 

E vi saranno certe professioni che sono regolate per legge, e che richiedono un titolo di studio congruente con il possesso di certe conoscenze e competenze per l'abilitazione, ed altre che non lo sono. In ogni caso le selezioni dei concorsi per specifici posti di lavoro sono sempre mirate alla valutazione dei requisiti richiesti nel bando, non a soppiantare l’autorità scolastica, delle cui competenze e del cui complesso sistema di verifica degli apprendimenti (corrispondenti al titolo di studio) non possono di certo usufruire i selezionatori.

RR

Anch'io insegno in un corso di laurea tradizionalmente e quasi naturalmente vocato all'insegnamento: matematica. La mia opinione è assolutamente prevalente tra i matematici anche e specialmente tra coloro che si occupano della formazione degli insegnanti di scuola secondaria.

Anch'io insegno in un corso di laurea tradizionalmente e quasi naturalmente vocato all'insegnamento: matematica. La mia opinione è assolutamente prevalente tra i matematici anche e specialmente tra coloro che si occupano della formazione degli insegnanti di scuola secondaria.

 

Lo  supponevo.

Resta il fatto che le proposte, ivi compresa quella definitiva da sottoporre ad approvazione, esprimono tutte, seppur con modalità e con gradi di intensità diversi, l’intento di tutelare, sottraendola ad un confronto sanamente agonistico con il mondo reale, una sorta di riserva indiana.

Forse le maggiori pressioni in tale direzione provengono da Lettere.

 

Per il resto lo schema di decreto sulla formazione iniziale degli insegnanti mi ha per molti aspetti positivamente sorpresa inducendomi a vincere  i timori e i pregiudizi che - confesso - avevo.

E’ apprezzabile la valorizzazione degli aspetti disciplinari, forse troppo spesso avviliti dall’enfatizzazione di una non meglio identificata ‘didattica della didattica’ nutrita a volte di teorie un poco astruse; non intendo sminuire la capacità didattica, la cui importanza è evidente, ma non si può neppure sottovalutare il “che cosa” si insegna ad insegnare. Se le competenza disciplinari, verificate, non garantiscono che chi le possiede sarà un bravo insegnante, figuriamoci l’incompetenza.

 

E' apprezzabile altresì la riduzione della durata da due anni (durata abnorme) a uno solo.

 

Inoltre, se ho ben inteso, le prove d’accesso saranno uniche a livello nazionale, presso tutte le sedi. Se davvero sarà così (e l'unicità non riguarderà soltanto le date, ma anche i contenuti), si registrerà un progresso rispetto alle prove d’accesso alle ssis, differenziate localmente (talvolta era come se le prove avessero recato l'impronta e quasi addirittura la firma di chi le aveva elaborate, rispecchiandone gli specifici interessi; il grado di difficoltà era vario tra le diverse sedi). Apprezzabile anche l’introduzione di prove di traduzione per le lingue classiche (paradossalmente non  richieste in precedenza presso tutte le sedi ssis).  

 

Mi auguro, invece, che non venga neppure presa in considerazione un’altra ingiustificabile proposta di emendamento dello schema, consistente nella valutazione, ai fini dell’accesso al tfa, del punteggio maturato prestando servizio a scuola. Se sciaguratamente venisse accolta, la selezione subirebbe uno snaturamento risolvendosi in un corso speciale abilitante (leggasi sanatoria in stile DM 85/05). Tra chi ha prestato servizio ci saranno senz’altro sia persone di valore - come sempre ce ne sono state tra i beneficiari delle sanatorie - sia insipienti. Il difetto delle sanatorie è  proprio che non fanno distinzioni, avvolgendo gli aventi diritto (chi ha maturato tot giorni di servizio e non ha superato alcuna selezione) nella notte in cui tutte le vacche sono nere. Spesso i richiedenti corsi speciali abilitanti, ovvero sanatorie eludenti la selezione in ingresso, hanno agitato la bandiera della capacità di insegnare maturata sul campo, contrapponendola alle competenze disciplinari verificate nella selezione in ingresso ad una procedura abilitante; ma tale pretesa capacità  non è mai stata né verificata né misurata in alcun modo da alcuno.

Riconosco che vi fu un'epoca in cui, purtroppo, le sanatorie furono in un certo senso indispensabili a causa della sporadicità dei concorsi (è naturale che, in tali circostanze, ognuno abbia preso il treno che passava nel momento in cui aveva bisogno di prenderlo); ma ove la cadenza dello svolgimento delle procedure abilitanti ad accesso programmato fosse regolare (è stato così per nove anni consecutivi dopo l'introduzione delle ssis), esse non avrebbero alcun motivo di essere accordate.

Non credo che la protezione delle riserve, quali che siano, possa giovare alla qualità dell’insegnamento e, quindi, alla scuola nel suo complesso.

 

Il vero nodo da sciogliere resta il futuro sistema di reclutamento e la quota che vi si destinerà, strappandola al vecchio sistema.

Mi auguro che la temibile proposta di consegnare il sistema di reclutamento al dirigente scolastico sia contemperata da ben robusti correttivi. Auspico vivamente che si tengano nella dovuta considerazione tutti gli elementi.

Il dirigente scolastico è il più tipico prodotto di quel sistema italiano di reclutamento fatto di sporadici concorsi e molte sanatorie.

In Italia non esiste potere maggiore di quello detenuto da chi può distribuire posti di lavoro o assegnare incarichi (mi sa che l’immissione in ruolo diverrà una chimera: libero professionista suona bene, precario per sempre meno).

L’Italia è una sola, in tutto il suo sviluppo latitudinale: certe regioni meridionali sarebbero ben più esposte al rischio, ma non si creda che vi siano regioni virtuose, immuni da fenomeni di clientelismo/nepotismo/familismo, insomma dalla cultura mafiosa lato sensu che intride di sé la società italiana (non sono nata con questa convinzione, l’ho acquisita nel tempo); forse semplicemente, a seconda delle aree, si eserciterebbero poteri diversi.

Peraltro qualora al futuro sistema di reclutamento fossero ammessi tutti gli abilitati, compresi quelli inseriti nelle graduatorie scorse per le immissioni in ruolo (numeretto alla mano, come in posta), verrebbe meno quella condizione che a mio avviso contribuisce a  garantire l’efficacia della chiamata diretta (metodo di reclutamento indubbiamente agile e snello) nei Paesi in cui è efficace, cioè un rapporto bilanciato fra candidati e cattedre.  D’altro canto, pur muovendo la considerazione contro i miei interessi, riconosco che sarebbe iniquo escluderli, considerata l’eterogeneità delle graduatorie (includendo oves et boves et animalia omnia di varia estrazione, comprendono cetamente anche meritevoli, tutti in fila).

 

Ammessa, e non concessa, la buona fede del selezionatore, è egli competente e capace di svolgere l’arduo compito? E’ nelle condizioni di adempierlo come si deve? Quand'anche vi fosse la buona fede, non si rischia di privilegiare fra i candidati chi ha goduto, e per più lungo tempo, almeno dell’opportunità di farsi conoscere ed apprezzare a danno di chi non ha goduto di analoga opportunità? Non si corre altresì il rischio di indurre il candidato a coltivare il ds, alimentando fenomeni di servilismo, anziché, come sarebbe doveroso, la propria professionalità? Da tali rischi possono preservare soltanto valutazioni quanto più è possibile collegiali, oggettive e asettiche, condotte sulla base di paramentri definiti e misurabili, onde evitare la smisurata dilatazione dello spazio della discrezionalità e dell'arbitrio dove si anniderebbero i noti bubboni.

 

 

 

Qualsiasi "valore legale" conferito al dottorato di ricerca, come quello previsto dalla bozza di regolamento per la formazione degli insegnanti, o quello previsto dalla bozza di disegno di legge sul reclutamento universitario attualmente in circolazione (dottorato necessario per i concorsi a ricercatore), non può che contribuire ad una sostanziale e irreversibile perdita del suo valore sostanziale. La battaglia per la abolizione del valore legale dei titoli accademici dovrebbe cominciare dalla difesa del dottorato di ricerca come titolo accademico privo di valore legale.

Purtroppo il CUN si è espresso diversamente. Non mi stupisco:  non mi aspettavo che il CUN, in quanto Consiglio Universitario Nazionale, si esprimesse diversamente. Né mi stupirò quando vedrò questa stortura definitivamente avallata in sede politica.

Si è deciso di costituire una nuova casta e si procede con determinazione, incuranti dei suggerimenti del buon senso e dell’interesse della collettività, nonché del senso del'equità. Ho ben capito che è perfettamente inutile farsi il sangue amaro, visto che non si può fare null'altro che soccombere all'arroganza: gli indebiti condizionamenti esercitati dalle università sulla politica decreteranno l’inesorabilità del successo della deprecabile tendenza in atto. Sarebbe meglio se le università si occupassero di ricerca, della propria didattica e del reclutamento del proprio personale docente.

Ecco il parere del CUN del  25 giugno:

iii. occorre programmare  la quota degli accessi giustamente riservata ai dottori di ricerca

Il CUN esprime apprezzamento per il riconoscimento attribuito al valore del titolo di dottorato ai fini dell'accesso diretto al TFA, pur subordinato ad una prova di ammissione, che dovrà essere monitorata opportunamente. Si ritiene peraltro che tale riconoscimento non debba essere esteso ad altre figure e debba comunque essere non genericamente in soprannumero, ma limitato ad una quota opportuna dei posti programmati, al fine di mantenere l'obiettivo di avere una precisa programmazione ed evitare la formazione di precariato.

Le università ammettono prioritariamente al tirocinio di cui al comma 1, lettera b), per una quota non superiore al xx% dei posti programmati, i dottori di ricerca coloro che sono in possesso degli specifici requisiti curriculari di accesso di cui alle tabelle indicate al comma 2, e, previo superamento di un'apposita prova orale, che costituisce anche prova di selezione, nel caso in cui si abbia un numero di candidati, dottori di ricerca nelle condizioni suddette, maggiore del numero di posti disponibili.

Dunque il CUN considera giusto che una quota dei posti sia riservata ai dottori di ricerca. L’unico appunto sollevato investe la soprannumerarietà e l'eventualità dell'inclusione di "altre figure" (se troppi fossero chiamati a goderne, che privilegio sarebbe??)

Perché una quota dei posti deve essere aprioristicamente riservata ai dottori di ricerca? Perché dovrebbe essere  considerato giusto che i dottori di ricerca eludano le prove selettive, quelle che gli altri candidati devono superare e quelle in base alle quali viene stilata una graduatoria?

Sorvolando sulla considerazione che la congruenza disciplinare tra dottorato e classe di abilitazione può essere molto parziale, perché complicare ad arte un percorso che potrebbe essere limpido e lineare? Si programma il numero dei posti e si selezionano tutti i candidati in possesso dei requisiti attraverso apposite prove selettive, ovviamente comuni a tutti.

Ho l’impressione che, rispetto all’indegna petizione dell’ADI (l’indegnità scaturisce dalla richiesta di privilegi che nulla hanno a che vedere con la valorizzazione), le proposte relative all’accesso al TFA si siano spinte addirittura ultra petitum.

A scuola le prove di verifica facilitate o differenziate vengono giustamente - giustamente davvero in questo caso - somministrate agli alunni H.  Il dottore di ricerca, evidentemente (la mia è una deduzione), deve essere assimilabile all’alunno H. Tale assimilazione viene spacciata per “apprezzamento per il riconoscimento attribuito al valore del titolo di dottorato”. Per far vincere i dottori di ricerca, bisogna truccare il gioco (altra deduzione). Deduco che li si consideri incapaci di vincere un concorso concorrendo lealmente. Se si suppone tale incapacità, qual è la ratio che ispira la legge speciale?

I dottori di ricerca, al pari di tutti coloro che detengono i requisiti richiesti per insegnare, cioè la laurea e un certo piano di studi (certi esami/crediti), unici titoli sensatamente valutabili (se si vogliono valutare titoli), godono già del diritto di partecipare al concorso (non c’è bisogno né di norme speciali né di oasi protette!) e, qualora si dimostrassero più bravi degli altri candidati, potrebbero vincerlo.

Ma non basta ai dottori di ricerca il diritto di partecipare ad un concorso. Loro devono scavalcarlo il concorso, acciocché il loro titolo sia '''valorizzato'''. E il CUN dice che è giusto così...

Per insegnare sono richiesti requisiti rigidi ed inderogabili e nella bozza sono state fissate le prove selettive di accesso al TFA; date queste premesse, che motivo c’è di complicare le cose ad arte?

Di questo odioso e assolutamente ingiustificabile privilegio si gioveranno i dottori di ricerca mediocri (o scarsini, se si preferisce) e/o di formazione incongrua rispetto alla classe di abilitazione; mentre a quelli bravi, capaci di collocarsi in posizione utile in graduatoria in virtù del loro merito reale, senza la legittimazione, mediante l’elevazione a norma, di alcun astruso magheggio, toccherà subire ingiustamente l’onta del sospetto.

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Ed ecco il parere del CNPI, cioè il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, del 22 giugno:

L’articolo 16 dello schema di regolamento disciplina le modalità transitorie di accesso all’abilitazione all’insegnamento. La norma in questione pone sullo stesso piano sia i neolaureati in possesso del solo titolo accademico, sia coloro che, pur privi di abilitazione, hanno comunque prestato servizio di insegnamento; non è prevista, infatti, la possibilità del riconoscimento del servizio prestato e ad entrambi è richiesto un percorso abilitante identico, secondo le modalità stabilite all’art. 10. In alcuni casi, gli aspiranti all’abilitazione sarebbero inoltre costretti ad interrompere il servizio nell’anno di tirocinio, col duplice risultato negativo per loro di uscita (seppure temporanea) dal circuito del lavoro e gravi difficoltà per le scuole nella gestione delle cattedre da loro ricoperte.

Per altro verso, lo schema di regolamento garantisce, invece, un accesso privilegiato e stabile all’anno di tirocinio a quanti hanno conseguito un dottorato di ricerca o hanno svolto per almeno due anni attività di ricerca scientifica nelle università (artt. 7 e 8, rispettivi commi 3), come già osservato in precedenza. Si crea in tal modo una ulteriore disparità di trattamento rispetto a quanti hanno maturato esperienze sul campo.

Ferma restando la necessità di far conseguire a tutti coloro che si trovano nelle condizioni sopra descritte l’abilitazione all’insegnamento attraverso le modalità previste all’art. 10, il CNPI ritiene opportuno prevedere strumenti di valorizzazione dell’esperienza maturata. Il CNPI propone pertanto di:

- riconoscere come titolo transitorio di accesso al tirocinio formativo attivo, anche in soprannumero, il servizio prestato per almeno un biennio presso le istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione;

- riconoscere il servizio prestato presso le istituzioni scolastiche come parte dei crediti formativi previsti nel tirocinio con particolare riferimento ai laboratori didattici di cui alla Tabella 12;

- consentire lo svolgimento dell’anno di tirocinio formativo attivo, previa stipula della relativa convenzione con l’università per i fini di cui all’art. 10 comma 3 – lett. b), presso l’istituzione scolastica sede di servizio nell’anno scolastico di riferimento;

La traduzione in termini più espliciti e forse un po' brutali potrebbe essere la seguente: disponibilità da parte del CNPI  a non eccepire sul riconoscimento del privilegio accordato ai dottori di ricerca, purché analogo privilegio sia riconosciuto ad altra categoria.

Richieste di concessioni di privilegi simmetriche; antagoniste per il CUN, conciliabili per il CNPI.

Si confrontano due potestà, due canizie, due esperienze consumate...

Ognuno protegge i propri, collocandoli in una riserva, e chi non è assistito da santi patroni per spuntarla dovrà arrangiarsi e, se gliene sarà data l’opportunità,  dimostrare di essere bravissimo, certamente più bravo dei dottori di ricerca e di chi vanta titoli di servizio.

Chissà se, districandosi tra un privilegio e l’altro (“diritti acquisiti” li chiama qualcuno, non specificando a spese di chi) qualche meritevole sguarnito di santi in paradiso riuscirà ad infilarsi attraverso  un angusto pertugio.

 

L’ultima tessera di un miserabile mosaico.

I dinosauri in Italia non hanno antagonisti. Essi si riproducono e i loro cuccioli esprimono pareri  come quello riportato sotto relativamente allo schema  della formazione iniziale del personale docente nella primaria e nella secondaria.

Stralcio del parere del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari  del 26 giugno:

A riguardo dell'art. 16, comma 12, il CNSU manifesta apprezzamento per la scelta di ammettere in soprannumero al TFA quanti hanno già conseguito il titolo di dottore di ricerca, valorizzando in questo modo gli anni di studio e di alta formazione che costoro hanno affrontato: la scuola può solo ricevere giovamento dall'ingresso nel mondo dell'insegnamento di persone così qualificate.

Si ritiene, infine, di fondamentale importanza che sia introdotta, quanto meno nella fase transitoria, una norma che valorizzi nell'accesso al TFA l'esperienza nell'insegnamento già maturata da quanti durante gli ultimi due anni hanno scelto di avviare un rapporto di lavoro nell'ambito della docenza, pur non essendo abilitati e neppure potendo intraprendere il percorso di abilitazione in seguito alla sospensione delle SSIS. Si suggerisce, in questo senso, di riconoscere come crediti di tirocinio le ore già svolte in aula: bisogna, infatti, evitare che questi insegnanti siano costretti ad abbandonare il proprio incarico per dedicarsi integralmente alla formazione prevista dal TFA.

 

Risparmio il sarcasmo su certi giudizi tanto reboanti quanto vacui e infondati, e mi limito a constatare che  ai dottori di ricerca NON è  mai stato impedito di insegnare : hanno sempre potuto – come tutti gli altri aventi diritto – partecipare alle selezioni (concorsi o selezioni di accesso alle ssis) o, eventualmente, alle sanatorie, quando ne sono state promosse. Tant’è che se ne trovano come insegnanti nelle scuole.

Bisogna far finta che abbia un senso questa filastrocca? Finirà per assumere  un senso a furia di ripeterla? Ora semplicemente li si vuole dispensare dalla selezione di accesso al tirocinio formativo abilitante. Come questo possa essere valorizzante, sa dio. Oggettivamente è soltanto discriminante nei confronti dei realmente meritevoli. Il MIUR – sono certa- si metterà a cianciare di meritocrazia, vantandosi di aver favorito l’ingresso a scuola dei dottori di ricerca. Nulla di più falso e nulla di più vistosamente antimeritocratico.

I dinosauri maturi e navigati (estensori del primo parere che ho riportato sopra), a differenza dei  loro cuccioli, hanno almeno avuto il buon senso di contestare sia la soprannumerarietà (non si può sbandierare la volontà di programmare e poi ammettere dei soprannumerari) sia l’ammissione al privilegio di altre categorie. Il CNSU, invece,  apprezza persino la soprannumerarietà (mi piacerebbe sapere in base a quale ragionamento, se ne è stato svolto uno, e  a quale realtà ancorato) ed è generoso con tutti (la "generosità" non moltiplicherà le cattedre, ma penalizzerà chi, escluso da un insensato "accesso ope legis", dovrà dimostrare di meritarsene una).

Tra tutti, questo è il parere forse meno autorevole (la mia è una supposizione: non so bene come i pareri vengano recepiti nelle altre sfere), ma certo è il più preoccupante e avvilente. Piccoli dinosauri crescono: non c’è speranza.

Del resto gli studenti, cioè proprio coloro che dovrebbero chiamarsi fuori dai giochi di potere, e addirittura contestarli, acquiescenti, hanno scelto di votare a favore di una legge ad personam per consentire ad un rettore di rimanere al suo posto oltre i limiti consentiti dallo statuto al fine di conservare la presidenza della crui. Hanno accondisceso per meno di un piatto di lenticchie.

 

DISCLAIMER: sono uno studente di dottorato in italia.

Faccio una sola precisazione che forse può dare un contributo a chi "non è nel mondo dell'università": la rappresentanza studentesca universitaria si forma in una (ridicola, per i toni, e con tassi di partecipazione molto ridotti) competizione elettorale (almeno nei posti che conosco più o meno direttamente io, cioè Milano statale e Parma) tra liste collegate alla compagnia delle opere (i vari "student office") e liste collegate alla CGIL (udu), che ne finanziano la rispettiva propaganda (volantini, gadget, aperitivi elettorali) e danno loro una sede, più alcune liste minori estremiste, sempre legate a movimenti politici/sindacali già consolidati fuori dal mondo universitario. 

Questo non attenua le responsabilità di una categoria che fa ridere i polli (noi studenti), ma forse aiuta a capire come mai nei luoghi della rappresentanza si parli questo linguaggio ideologico: trattasi di burattini e aspiranti lobbysti professionisti. Cioè: nelle campagne elettorali c'è gente che schiamazza di voler affossare baroni e clientele; nel 99% dei casi questi "leader" concordano discorsi e azione "politica" con la segreteria locale del sindacato/partito/movimento a cui sono affiliati e in cui sperano di fare carriera in futuro.

segnalo un intervento ulteriore per rincarare la dose

Tutto questo per dire che, insomma, il padre di questi giovani dinosauri non è sempre detto che sia un eminente e inquietante cattedratico 80 enne. E' che i dinosauri, anche di specie diverse, si trovano bene insieme e non ce la fanno a stare lontani: affinità elettive.

DISCLAIMER: sono uno studente di dottorato in italia.

Perche' lo fai? ;-)

Penso che per quello che dici nel resto del post, si applichi una selezione avversa. Infatti siamo d'accordo che in Italia, salvo eccezioni, il sistema universitario non e' meritocratico. Nella mia esperienza il sistema di selezione di chi vuole fare ricerca funziona abbastanza bene per:
- Incoraggiare la gente a emigrare (come e' successo a diversi miei colleghi)
- Incoraggiare la gente a fare altro dalla ricerca (come e' successo a me poco fa e anche ad alcuni altri)

C'e' poi chi decide di restare comunque, pensando di stare in Italia almeno per il dottorato o anche per il post doc. Sempre nella mia esperienza, queste persone hanno abbastanza chiaro che prima o poi dovranno emigrare oppure piegarsi alle logiche baronali. Ci sono diverse persone brave tra di loro, ma anche diverse mediocri.
Purtroppo molte delle persone piu' motivate se ne vanno altrove e chi resta ha un sistema di incentivi che spesso non lo incoraggia o non gli consente di avere un impatto positivo sul sistema. Per chi vuole fare carriera politica, invece, le rappresentanze studentesche sono un buon incentivo, perche' consentono di dimostrare le qualita' che un politico deve avere in Italia, e cioe', la fedelta' al proprio leader e magari anche la capacita' di fare discorsi e crearsi un po' di elettorato.

Il problema, come giustamente dici tu, Filippo, e' che spesso queste persone finiscono per credere a quello che i dinosauri gli fanno dire e, peggio ancora, agiscono per realizzarlo!

Sì, Filippo,me ne rendo conto. Del resto anche in occasione dell’ultimo recente movimento  studentesco generosi e sinceri entusiasmi  studenteschi sono stati biecamente manipolati, strumentalizzati e asserviti agli interessi  dei dinosauri, quali che essi siano. Le rappresentanze studentesche sono soggette a  condizionamenti  esterni che precludono la possibilità di prese di posizione  coraggiose e ispirate all’equità.

La collezione di pareri da parte del miur riguardo alla bozza in oggetto assomiglia ad una urtante pantomima in cui ciascun attore recita una parte prevedibile. Nessuno dei soggetti interpellati è interessato all’innalzamento della qualità della scuola; ognuno coltiva il proprio orticello.

 I più non sono rappresentati e non possono far udire la propria voce.

Da una parte l’accademia protegge (proteggere, piazzando altrove, non è valorizzare) i dottori di ricerca, dall’altra i sindacati, quando non possono proteggere gli insegnanti di ruolo (loro protetti prediletti, soprattutto a scapito dei precari: basti pensare ai passaggi di ruolo, ‘diritto acquisito’ di chi è di ruolo che prolunga il precariato di chi è precario),  proteggono gli insegnanti precari  (da qui ora la richiesta del riconoscimento del servizio distorcente una procedura selettiva, e in passato la richiesta di sanatorie, finché l’ultima è stata scippata loro dalle università).

Il ministero di turno in genere cerca di mantenersi in precario e virtuosistico equilibrio tra i vari interessi, con leggeri sbilanciamenti a seconda della coloritura politica.

Il parere del cnsu  appare appiattito su posizioni di altri; del resto chissà se all’interno del cnsu sono rappresentati – e in quale misura- corsi di laurea vocati all’insegnamento.

E siamo a tre pareri. Tutti e tre approvano l’articolo della bozza che introduce una corsia privilegiata a  beneficio di una categoria  già (da sempre) titolare del diritto di percorrere la corsia ordinaria e comune (e ai quali, per inciso, sono sempre stati riconosciuti troppo generosamente i punti del dottorato sia nell’accesso alla ssis sia nelle graduatorie). Il ministero non mancherà di propagandare la  propria ‘''meritoria valorizzazione’’’del dottorato. Se si accrediterà anche il servizio, la ‘’’selezione’’’ si tradurrà in sanatoria.

 

 

sono d'accordo su tutto; il mio intervento era solo per mettere in luce un aspetto che magari a qualche "esterno" sfugge e che aiuta forse a chiudere l'imbarazzante (e drammatico) cerchio :-)

Mi devo ripetere - ma in Italia è una specie di supplizio di Tantalo. Non va invocato impropriamente il sarchiapone del "valore legale", ma va fatto capire ai responsabili politici, e al legislatore (se possibile, beninteso, visto il livello di comprendonio) che la professione docente ha bisogno di una sua abilitazione, e quindi di un percorso formativo + tirocino che conduca al rilascio del corrispondente certificato.

In Gran Bretagna, ad esempio, l'abilitazione si ottiene in diversi modi, che alla fine risulteranno tali da fornire quelle conoscenze e quelle competenze giudicate essenziali per la professione. In linea di principio non c'è overlapping fra apprendimenti di un dottorato di ricerca e quelli di un Postgraduate Certificate necessario all'abilitazione, quindi si può concordare con l'inopportunità di far valere "a priori" un dottorato nelle more della considerazione del percorso formativo professionale. Ma non invocate a sproposito il "valore legale" please, che se guardate bene il valore dei titoli di studio acquisiti, se rilevanti per il percorso, è ben considerato...

RR

E se fosse il mercato a certificare il valore di un professore invece dello Stato?
Schematicamente, un'universita' assume un prof e giudica se e' buono o cattivo dal numero di studenti che e' in grado di attrarre, dal valore di questi studenti durante gli studi e da quello che combinano dopo la laurea.

Penso che abolire il valore legale non sia un fine, ma un mezzo verso questo obiettivo.

E se fosse il mercato a certificare il valore di un professore invece dello Stato?

La certificazione professionale è fatta per assicurare dei livelli minimi di professionalità (come dice la parola) che nessun operatore di mercato, sia esso datore di lavoro o cliente, può verificare, non avendone i mezzi e le possibilità. Questo concetto esiste in tutto il mondo. Peccato che coloro che l'hanno inventato, gli Italiani, si siano poi scordati di cosa sia, e di come si faccia funzionare bene.

In Gran Bretagna le scuole (certamente quelle pubbliche) bandiscono dei concorsi ai quali possono partecipare solo le persone abilitate. Solita routine: definizione dei job requirements --> call for application --> shortlist for interview --> final selection --> job offer.

RR

 

quindi si può concordare con l'inopportunità di far valere "a priori" un dottorato nelle more della considerazione del percorso formativo professionale. Ma non invocate a sproposito il "valore legale" please,

  1. non ho parlato di abolizione del valore legale nel commento agganciato;
  2. non si può assolutamente far valere a priori un dottorato in un percorso formativo altro;
  3. l'accesso all'insegnamento è disciplinato in modo rigido: ogni classe di abilitazione esige una certa laurea e un certo piano di studi (se si vogliono valutare titoli, quelli prescritti dovrebbero essere gli unici valutabili; se non si vuole, ci si limiti a prescriverli e si selezioni attraverso le prove), poi occorre superare una selezione specifica che ammette ad un percorso formativo specifico e professionalizzante un numero di candidati programmato.

Ai punti premessi, da soli sufficienti ad illustrare la sconsideratezza del privilegio accordato ai dottori di ricerca, aggiungo che la congruenza disciplinare tra classi di abilitazione (ve ne sono di davvero complesse ed eterogenee) e dottorato può essere minima.

Infine, che problema hanno i dottori di ricerca (grado più alto blabla) ad affrontare un concorso?

Dov'è la valorizzazione nell'esenzione da una selezione?

ma va fatto capire ai responsabili politici, e al legislatore (se possibile, beninteso, visto il livello di comprendonio) che la professione docente ha bisogno di una sua abilitazione, e quindi di un percorso formativo + tirocino che conduca al rilascio del corrispondente certificato.

Renzino,ti sei perso qualche puntata? Sei stato all'estero?

Se c'è una cosa che i responsabili politici e il legislatore dimostrano di aver perfettamente assimilato è la necessita di uno specifico percorso.

Sunto riepilogativo:

-a partire dall'inizio del nuovo millennio si sono susseguiti  ben nove cicli di ssis (scuola biennale ad accesso programmato: tirocinio, frequenza obbligatoria, tesine, esami in itinere e esame finale abilitante). Il dottorato era valutato nell'accesso alle ssis, come del resto è valutato nelle graduatorie sia d'istituto sia ad esaurimento.Non è mai stato trascurato o svilito. Anzi.

-sospesa la ssis (non si sa bene che cosa fare di tutti gli abilitati, di estrazione varia,selezionati e sanati, stipati nelle graduatorie ad esaurimento: la Gelmini, poco dopo l'insediamento, preso atto delle stato delle graduatorie, in particolare di alcune a scorrimento lentissimo, dichiarò, professandosi rammaricata, che non erano smaltibili e che molti avrebbero dovuto cercarsi un altro lavoro, poco dopo la più navigata Aprea, captati i segnali trasmessi dai sindacati, rilasciò un'intervista in cui assicurò che gli iscritti nelle graduatorie sarebbero stati tutti assunti, senza specificare in quale secolo), una commissione ad hoc è stata incaricata dal miur di redigere una bozza recante il nuovo modello di formazione. Così è stato. Poi la bozza è stata modificata e la sua versione definitiva sottoposta ai soggetti citati nei commenti precedenti, perché esprimessero il loro parere (illuminato o meno, dipende dai punti di vista). In tale schema puoi ritrovare tutti gli ingredienti che ti piacciono: selezione iniziale, tirocinio, teoria, esami in itinere, ed esame abilitante.Tutto certificato.

 

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Il privilegio stabile accordato ai dottori di ricerca giganteggia nella sua abnormità, soprattutto quando si considerano le scadenze vigenti per tutti gli altri.

I titoli tradizionali, antecedenti l’istituzione di specifici corsi di laurea orientati all’insegnamento, scadranno come lo yogurt: la laurea antecedente la riforma permetterà di insegnare nella secondaria di primo grado fino al 2011/12 e nella secondaria di secondo grado fino al 2012/13. La transizione si prospetta piuttosto brusca: a breve non saranno validi neppure titoli ancora da conseguire (non esistono ancora corsi riformati)

Soltanto ai dottori di ricerca sarà dato aggirare la riforma. Le lauree, cioè il titolo di accesso, sono destinate a scadere come lo yogurt, mentre il dottorato è per sempre, come un diamante…

Questa è decisamente la più grossa di tutte!

 

In tale schema puoi ritrovare tutti gli ingredienti che ti piacciono: selezione iniziale, tirocinio, teoria, esami in itinere, ed esame abilitante.Tutto certificato.

Carissima, puoi elucidarmi sui pensieri dell'autorità politica in materia di reclutamento, visto che nei pareri che ho letto si fa esplicita menzione di questa mancanza?

La certificazione professionale è una prima fase, di carattere "generico" appunto, verso l'agognato impiego. Per valutare la situazione, e come si colloca la fase abilitante, bisogna conoscere un quadro ampio.

Cheers,

Renzino

Carissima, puoi elucidarmi sui pensieri dell'autorità politica in materia di reclutamento, visto che nei pareri che ho letto si fa esplicita menzione di questa mancanza?

 

Delucido all'istante. Non si devono confondere il sistema di formazione-abilitazione con quello di reclutamento.

In primo luogo ribadisco: in tale schema puoi ritrovare tutti gli ingredienti che ti piacciono: selezione iniziale, tirocinio, teoria, esami in itinere, ed esame abilitante.Tutto certificato. Si tratta del nuovo modello di formazione iniziale abilitante.

I pareri - e in questo almeno concordo - lamentano il fatto che la bozza definisca soltanto il modello di formazione iniziale, non quello di reclutamento. Nell'era ssis le graduatorie permanenti, poi blindate e convertite in graduatorie ad esaurimento, rappresentavano il raccordo tra formazione iniziale abilitante e reclutamento.

Tale raccordo tra formazione-abilitazione e reclutamento è venuto meno.

Il tfa prenderà il posto delle ssis, il nuovo modello di reclutamento non è ancora stato definito, ma pare che stia prendendo corpo la, per me temibile, proposta Aprea.

 

Carissimo Renzino,

nonostante tu insista ad utilizzare un linguaggio inappropriato, offendendo a destra e manca chi tra di noi fornisce dati ed elaborazioni in buona fede, mi pregio di replicare al tuo commento.

Il  "valore legale" del titolo di studio non riflette solamente il fatto che sia necessaria un'autorizzazione ad emettere il titolo stesso. Secondo questa accezione, anche nello Stato di New York il bachelor degree avrebbe valore legale. Il problema vero si materializza quando un titolo di
studio rilasciato da istituzioni autorizzate e' ritenuto necessario per (o agevola) l'accesso ad una determinata professione.

E' ovvio che l'imprenditore, o la pubblica amministrazione, debbano essere messi nella condizione di assumere chiunque vogliano e di metterlo/a alla prova. Cio' che bisogna assicurare e' che il sistema di incentivi sia tale per cui l'imprenditore e la pubblica amministrazione abbiano interesse ad assumere la persona che ha una maggiore probabilita' di eseguire la mansione. Chi se ne frega del titolo di studio che ha? Il problema e' che molti (tra cui, pare, tu stesso), si ostinano a non voler capire che il maggiore problema in Italia sia la mancanza di tale sistema di incentivi.

Concludo con un esempietto. Uno dei migliori economisti che io conosca nel Bel Paese non ha un dottorato di ricerca. Il suo record di pubblicazioni e' migliore della maggiorparte dei colleghi della sua cohort, nonostante questi abbiano conseguito l'agognato pezzo di carta.

Carissimo Gian Luca,

grazie per il tuo intervento che mi permette di fornire ulteriori informazioni (non offese) sulla materia in oggetto.

Un datore di lavoro (pubblico o privato) cerca personale con certe conoscenze e competenze che soddisfino al meglio certi requisiti e criteri che egli, nella sua autonomia, ha identificato come essenziali e/o apprezzabili per la mansione da ricoprire. Cosa fa?

Pubblica un bando di concorso per una ricerca pubblica di personale, ove esplicita quei requisiti e quelle richieste.

Poichè nel mondo civile il titolo di studio è un certificato rilasciato da una competente autorità (scolastico/accademica) che ha formato E valutato gli apprendimenti dello studente, il datore di lavoro sa che il fare riferimento ai titoli di studio è una pratica ovvia e conveniente in un mercato aperto della conoscenza, non potendo avere egli stesso gli strumenti (e la capacità, e le competenze) per valutare tutto un curriculum di apprendimenti - per la qual cosa in effetti le istituzioni educative esistono A BELLA POSTA.

Il datore di lavoro potrà anche porre dei requisiti di, mettiamo, X anni di esperienza professionale (cosa facciamo, diciamo che 5 anni anni di esperienza professionale hanno "valore legale"?) e descrizioni di altre competenze che egli valuterà poi con riferimento ai PROPRI criteri per lo specifico posto di lavoro.

Un Amministratore Delegato di un'impresa avrà un regolamento per il personale, eventualmente approvato dal Consiglio di Amministrazione, uno Stato avrà leggi e regolamenti - in prima istanza - a mente del principio di legalità. Insomma delle regole che riducano e disciplinino l'arbitrarietà. Anche le job opportunities presso il Civil Service dello Stato di New York fanno riferimento a diversi livelli formativi. E' ovvio e "naturale", non so perchè si debba denigrare l'organizzazione razionale della società, che ha affidato il ruolo di formare e certificare delle conoscenze e competeze a specifiche istituzioni.

Ciao e grazie,

Renzino l'Europeo

Grazie Renzino,

pare che siamo d'accordo. Io lavoro in una business school e la funzione piu' importante che svolgiamo e' proprio quella di screening. Cioe' diamo informazioni a chiunque ne abbia interesse, circa le abilita' di uno studente rispetto a quelle di un altro.

Quello che mi preme e' che non si imponga a nessun datore di lavoro, sia esso pubblico o privato, un determinato modello di valutazione dei candidati. In altre parole: sta al datore di lavoro decidere, in piena autonomia, se e come valutare un titolo di dottorato ai fini dell'assunzione di un candidato. Concludo con due esempi. Fammi sapere cosa ne pensi, quando hai tempo.

1) Poniamo che una ditta di costruzioni si trovi nella condizione di dover assumere uno tra due candidati. Uno si e' laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano. L'altro, ha conseguito lo stesso titolo presso l'Universita' di Savignano sul Rubicone. Ceteris paribus, pare ovvio che sia ottimo assumere il primo. Convieni? Ne consegue che un atto legislativo che imponga di valutare i due titoli come equivalenti per il solo motivo che entrambe le istituzioni sono abilitate dallo Stato, implica un'inefficienza clamorosa.

2) Poniamo che una scuola voglia assumere un bidello/a. Visti i tempi di magra, si presentano due candidati, di cui uno laureato e l'altro con licenza media inferiore. Se stesse a me scegliere, assumerei il secondo. Per almeno due motivi: 1) temo che il laureato sia frustrato dalla situazione, il che potrebbe incidere sulla sua performance e 2) appena il mondo del lavoro le/gli dara' l'occasione, lascera' il lavoro, constringendomi a sostenere nuovamente i costi che una ricerca di personale comporta. Anche in questo caso, una normativa che costringa la scuola ad assumere il laureato condurrebbe ad una inefficienza.

Un'ultima chiosa. L'esigenza della certificazione cosi' come e' intesa nei concorsi pubblici italiani diventa necessaria perche' le amministrazioni pubbliche spesso non hanno incentivo ad assumere i piu' bravi. Esempio: se l'amministrazione comunale di Varese non fosse obbligata ad assumere un ingegnere per la posizione di ingegnere capo del comune, sicuramente assumerebbe il figlioletto di Bossi, assurto a notorieta' perche' non riesce a passare l'esame di maturita' :-)

Quello che mi preme e' che non si imponga a nessun datore di lavoro, sia esso pubblico o privato, un determinato modello di valutazione dei candidati. In altre parole: sta al datore di lavoro decidere, in piena autonomia, se e come valutare un titolo di dottorato ai fini dell'assunzione di un candidato.

Qui il discorso diventa più fine.

Facciamo il primo passo, cioè consideriamo il concetto più rilevante in prima approssimazione. Il punto sta nella differente responsabilità (accountability) del datore di lavoro privato e di quello pubblico. Quello privato sopporterà direttamente le conseguenze della propria scelta, che può eseguire in autonomia e libertà. Il datore di lavoro pubblico, sempre per il discorso conseguente al principio di legalità, e alle oggettive condizioni di esercizio della potestà amministrativa pubblica, sarà soggetto ad una catena di norme e autorizzazioni per espletare gli atti in parola, e vi potranno essere vincoli più o meno rigidi che il legittimo sovrano volle imporre (beninteso per il buono ed imparziale andamento dell'amministrazione). Fra queste regole potrebbe esserci anche un modello di valutazione (più o meno stringente, più o meno dettagliato) - in fin dei conti dipende, come noti anche tu per il caso di Varese/Bossi, dal grado di fiducia che un popolo accorda a se stesso e ai propri funzionari pubblici nell'uso della discrezionalità amministrativa (e segnatamente quella data alle commissioni di concorso).

Penso di essermi spiegato - cioè non sto dicendo niente di strano, ma solo cose ovvie, assodate. Io degli Italiani mi fido poco, per questo vedo con mooolto sospetto quelli che dicono che vogliono abolire questo, abolire quello... ma che diamine volete abolire??? :-)  Poi si finisce col moltiplicare casi come questo e nessuno può intervenire per riparare. Comunque ritengo che le commissioni giudicatrici debbano anche avere uno spazio di libertà per apprezzare correttamente le candidature/titoli (c'è chi pensa di limitarla alquanto, invece, come l'APRI sui concorsi a ricercatore). Insomma non è una questione ideologica come spesso viene posta (forse è più una questione psicologica...).

1) Poniamo che una ditta di costruzioni si trovi nella condizione di dover assumere uno tra due candidati. Uno si e' laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano. L'altro, ha conseguito lo stesso titolo presso l'Universita' di Savignano sul Rubicone. Ceteris paribus, pare ovvio che sia ottimo assumere il primo. Convieni? Ne consegue che un atto legislativo che imponga di valutare i due titoli come equivalenti per il solo motivo che entrambe le istituzioni sono abilitate dallo Stato, implica un'inefficienza clamorosa.

Non è così banale come pensi. In un sistema in cui l'Università di Savignano fosse forzata a mantenere certi standard accademici, e questo fosse controllato per bene (sto descrivendo nè più nè meno che il sistema britannico), la valutazione della persona fa premio in ogni caso, cioè precostiture il giudizio sulla base dell'Università è semplicemente non corretto (scientificamente parlando). Questa è anche la posizione ufficiale del Civil Service britannico:

Do you only recruit graduates from Oxbridge?

Absolutely not - that's an age-old stereotype that quite simply isn't true. When it comes to graduate recruitment we take the best candidates, irrespective of where they studied.

Comunque, contrariamente ai luoghi comuni degli ideologi, attualmente in Italia sarebbe possibile fare quelle discriminazioni di cui tu parli, sempre che i Commissari lo volessero e lo giudicassero opportuno - lo hanno ribadito anche i due amministrativisti che cito spesso.

2) Poniamo che una scuola voglia assumere un bidello/a. Visti i tempi di magra, si presentano due candidati, di cui uno laureato e l'altro con licenza media inferiore. Se stesse a me scegliere, assumerei il secondo. Per almeno due motivi: 1) temo che il laureato sia frustrato dalla situazione, il che potrebbe incidere sulla sua performance e 2) appena il mondo del lavoro le/gli dara' l'occasione, lascera' il lavoro, constringendomi a sostenere nuovamente i costi che una ricerca di personale comporta. Anche in questo caso, una normativa che costringa la scuola ad assumere il laureato condurrebbe ad una inefficienza.

Bisogna vedere bene: come si fa a prefigurare il futuro? La Commissione deve decidere solo sui meriti attuali, secondo me (vedasi ancora l'ideologia del Civile Service britannico, che approvo pienamente).

In definitiva, io sono per la valutazione dei meriti e per una chiara attribuzione di responsabilità, ma sapendo anche bene come si comportano quegli sporcaccioni degli Italiani. Quindi una dose sapiente di regole (fatte bene), e promozione dell'etica pubblica - importante!  Ma per raffinare il discorso, va poi detto che il privato non "può" comportarsi sfacciatamente solo "perchè è privato". La società fondata sull'impresa privata non può evitare di valutare negativamente il familismo/nepotismo/antimeritocrazia nel privato medesimo!!! (E mi pare che accada senz'altro questo nei Paesi anglosassoni, cioè che si critichi il privato pagliaccione). Ecco un altro punto di scostamento da quelli che chiamerei "menefreghisti" nostrani. Spero di avere chiarito il mio pensiero... RR

L'unico Lippi che conosco e' Francesco e lui il PhD ce l'ha. Ho in mente qualcuno piu' con qualche anno in piu'.

Parlavo di Marco Lippi; non so se abbia il PhD ma sul CV non risulta (e il suo record di pubblicazioni è eccellente).

 

Tanto di cappello! Ora ne ho due, di esempi.

Il primo esempio è Vincenzo, vero?

disponete di dati sul numero di dottori di ricerca italiani che vincono borse di post dottorato all'estero o meglio ancora lecturship o assistant professorship (con tenure) possibilmente divisi per settore disciplinare?

Forse è già così, in tal caso, scusate l'ingenua domanda, ma perchè invece di creare illusioni o dare adito a così accorati appelli non si affronta il problema alla radice e si finanziano i dottorati partendo dalla loro capacità di "piazzare", almeno in parte e tenendo ovviamente conto delle specificità disciplinari del mercato del lavoro, i loro frutti a livello internazionale? 

Per quel che mi riguarda, sono un po' scettica sul fatto che il dottorato italiano dia una formazione così d'eccellenza e sia poi così spendibile all'estero, quanto meno nelle scienze umane con l'eccezione di alcuni ambiti specifici. 

Sono anche un po' stanca di sentire lodare i meriti della formazione italiana. Personalmente la prima volta che ho avuto l'impressione che a qualcuno interessasse davvero formarmi o meglio che qualcuno avesse organizzato un corso di studi destinato alla mia formazione è stato a livello post-dottorale in un'istituzione più o meno straniera . E forse durante un Erasmus in Inghilterra, nonostante mi sia laureata in un'università pubblica e dottorata in una privata (scusate la cripticità ma tengo famiglia e spero ancora che un giorno qualcosa cambierà).

Nell'università italiana ho conosciuto docenti individualmente validi e con un'individuale passione per l'insegnamento. Per il resto, però ho fatto una gran fatica e mi sono arrangiata, ho anche sbagliato molto. E se oggi sono riuscita a ottenere un posto di ricercatrice all'estero, se permettete, è merito prevalentemente mio (o al limite della fortuna!) e di qualche maestro che non si è forse neppure accorto di essere tale. E non certo del "sistema" accademico e scolastico italiano che mi ha dato tanti stimoli ma pochi strumenti e che non mi è sembrato particolarmente propenso a incentivare e tanto meno premiare la mia voglia di approfondire e arrangiarmi.

Mi chiedo se forse non sia il caso di considerare i ricercatori italiani all'estero non come il frutto del nostro sistema ma della loro passione e voglia individuale di lavorare (spero non della famiglia di provenienza). Ricercatori che non avendo neppure più voice hanno scelto una dolorosa exit.

Per quel che mi riguarda l'unica alternativa all'emigrazione era una felice ma non scelta esistenza di mamma e moglie. 

 

Forse è già così, in tal caso, scusate l'ingenua domanda, ma perchè invece di creare illusioni o dare adito a così accorati appelli non si affronta il problema alla radice e si finanziano i dottorati partendo dalla loro capacità di "piazzare", almeno in parte e tenendo ovviamente conto delle specificità disciplinari del mercato del lavoro, i loro frutti a livello internazionale?

Sarebbe opportuno fare quanto scrivi o almeno al minimo controntare i risultati dei dottori in ricerca laureati dalle diverse sedi allo scopo di finanziare in maggior misura le strutture di migliore qualita'.

Sono anche un po' stanca di sentire lodare i meriti della formazione italiana. Personalmente la prima volta che ho avuto l'impressione che a qualcuno interessasse davvero formarmi o meglio che qualcuno avesse organizzato un corso di studi destinato alla mia formazione è stato a livello post-dottorale in un'istituzione più o meno straniera .

Questo coincide con la mia esperienza. In Italia l'universita' appare soffrire dei difetti generali del pubblico impiego: i dipendenti pubblici mostrano complessivamente disinteresse ad offrire servizi validi al pubblico, nonostante debbano il loro posto di lavoro a quello scopo, almeno formalmente. Cio' dipende oltre che dallo scarso senso civico dei dipendenti pubblici, in primo luogo di chi occupa le posizioni di vertice, anche dall'assenza di valutazione decente e di conseguenti incentivi e disincentivi da parte del datore di lavoro, lo Stato.

Nell'università italiana ho conosciuto docenti individualmente validi e con un'individuale passione per l'insegnamento. [...] Mi chiedo se forse non sia il caso di considerare i ricercatori italiani all'estero non come il frutto del nostro sistema ma della loro passione e voglia individuale di lavorare [...]

Sono d'accordo.  In Italia esistono individui molto validi, ma manca l'organizzazione, il "sistema".  O meglio nel sistema prevale la cosca, l'associazione a delinquere, l'idea di sfruttare il servizio pubblico per i propri comodi e non per provvedere validi servizi pubblici.

Avendo potuto leggere per intero il libro della Potestio - chè tornando per Pasqua in Italia ho fatto incetta di tomi - posso dire con una qualche sicumera che, se il volume di Perotti era sballato per un terzo, quello della Potestio lo è per due terzi.

Difficile ora scrivere nel breve perimetro di un commento-blog tutto quello che mi suona male - mi ci vorrebbe almeno una Nota (doppia rispetto a quella che mi venne originata, ovviamente sempre "di getto", dalla lettura dei ragionamenti dei vari Perotti&Giavazzi).

Colgo comunque l'occasione per dire due parole su ciò che la Potestio chiama "lauree in successione" e cha a casa nostra - intendo nel resto d'Europa - si chiama "Bachelor e Master".

Un Baccellierato ha degli obiettivi formativi che l'Università dovrà definire ed analizzare - non stava scritto da nessuna parte che si dovevano "fare 30 o 35 esami" o che si dovevano "comprimere le basi metodologiche". E vi sarebbero dovute essere scelte di Baccellierati con profilo accademico marcato, ed altri con profilo professionalizzante (dubito comunque che la Potestio sappia cosa significhi in termini didattico-curriculari questa cosa, da come scrive).

Poi, non è compito delle "inchieste" giornalistiche stabilire se i corsi erano "proliferati" o se le scelte erano di qualità: solo una valutazione puntuale e uno studio dettagliato delle singoli sedi lo potrebbe mettere in luce. Ma se una istituzione vuole offrire più corsi con le risorse che ha a disposizione non vi è un impedimento "a priori" o "perchè non sta bene al Ministro": nel resto d'Europa a simili ragionamenti (così come ai veri e propri insulti rivolti agli studenti di certi corsi di Laurea come Scienze Equine) risponderebbe per le rime una opinione pubblica indignata e inviperita. Naturalmente la stesa opinione pubblica sarebbe indignata verso comportamenti corporativo-referenziali del corpo docente, ma in Itaglia si pensa sempre ai tassisti non a chi ha bisogno di un trasporto, ai farmacisti non a chi ha bisogno delle medicine.

D'altra parte, per chi mi ripete la solita filastrocca del "valore legale" sono comunque prevenuto... con costoro è ormai palesemente impossibile ragionare perchè il tasso di ideologia da agit prop è sopra il livello di una convivenza pacifica...

RR

A Paola Potestio il piacere di replicare ulteriormente se ne ha voglia. Fossi lei, io non ne avrei.

Scrivo qui da osservatore esterno al dibattito per notare che l'unica parola appropriata, nel commento, è "sicumera", correttamente usata in senso auto-referenziale.

Il commento non dice NULLA né scalfisce di un millimetro le osservazioni che PP fa nel suo articolo. Non so se ha ragione PP o meno, so che alle affermazioni che lei fa si può controbattere solo con fatti che dismostrino che ha torto, non con arroganti prediche sulla grande Europa che fa tutto bene verso l'TtaGlia che non sa fare le riforme genialmente pensate a Bruxelles. (Questo aspetto della questione andrebbe poi chiarito: se in Italia l'università degenera, nel resto di Europa sono le eccezioni i posti dove migliora, mentre la tendenza generale è al peggioramento. Il cosidetto "modello Bologna" è, in realtà, una contro-riforma dannosa ...)

Ad ogni buon conto, questo non è il tema dell'articolo, quindi lascio stare.

PP ha fatto affermazioni ben precise, critiche documentate (specialmente nel libro) e proposte di riforma semplici ma ben definite. Ha RR qualcosa di cogente ed intelligente da dire a questo proposito, o no? Dal commento sembra di no. Dal commento traspare solo la voglia d'insultare gratuitamente sulla base di non si capisce quali titoli, conoscenze, esperienze e capacità dimostrate sul campo.

Scrivo qui da osservatore esterno al dibattito per notare che l'unica parola appropriata, nel commento, è "sicumera", correttamente usata in senso auto-referenziale.

Diciamo che l'ho usata a bella posta per evitare delle perifrasi inutili nel contesto di una comunicazione diretta e informale quale quella di un blog.

Significa che in Europa siamo sicuramente stanchi di leggere insulti gratuiti al lavoro di molte persone competenti che hanno dato e stanno dando il loro lavoro e la loro intelligenza per il profitto dell'istruzione superiore in Europa, compreso per il beneficio di quei Paesi dove sono duri di comprendonio.

Ricordo che i vari Perotti, Giavazzi, Potestio, ecc. ecc. sono del tutto sconosciuti alla ricerca scientifica in campo educativo internazionale, nè li abbiamo mai visti alle Conferenze e ai dibatitti sui temi in oggetto.

Possono bensì scrivere libri in lingua italiana e insultare i sistemi europei aggratis perchè non vi è collegamento, dibattito, fra Europa e Italia.

A noi in fin dei conti potrebbe interessare poco. E' agli Itagliani che dovrebbe interessare.

RR

RR, tu non te ne rendi conto, temo.

Ma la tua risposta è imbarazzante. Si traduce in un ridicolo "Ma lei non sa chi sono io!"

Esatto: non lo so, proprio. Nè conosco alcuno che lo sappia. Non credo sia per caso.

Ma no, su, non contribuiamo ad una banalizzazione del discorso e ad un confronto al quale mi pare tu tenga per difendere "il principio" del contributo della Potestio che ospitate sul blog.

Ma io non discuto (ovviamente) il fatto che tutti possano scrivere tante cose quanto e dove vogliono. Però sicuramente sui contenuti e sulla discussione razionale non mi pare che si siano mai fatti sconti, su nFA - siamo qui per raccontarci le cose in modo verace e senza obliquità. Se non ho scritto 2 Mb ed ho fatto "un riassunto" di argomentazioni, è perché intanto si è già scritto, anche sul blog, ormai parecchio sul tema - si tratta in prima battuta di ribadire delle posizioni, un campo di idee all'interno del confronto. 

Poi, non ho bisogno che tu conosca l'ambito europeo di cui si parla - insomma delle politiche in discussione - per garantire i miei interventi. Stai sicuro che scrivo solo cose di conoscenza e accettazione comune in Europa e nel mondo (anche se non in Italia). Dovrebbero interessare, insomma, delle argomentazioni che raccontino, o indichino, anche le versioni comuni o, se vuoi, "più ufficiali". E poi, vabbè, stai sicuro che in Europa mi conoscono anche troppo bene...

Ciao,

Renzino 

 

Qualcosa si sta muovendo, anche se la situazione è ancora molto confusa.

a)Da un lato il CUN ha lanciato l'idea dei requisiti minimi per poter accedere ai concorsi universitari (non vincerli!). La definizione è affidata alle società scientifiche. Come prevedibile, gli scienziati (ed anche i medici) sembrano orientarsi verso requisiti "veri" (un certo numero di articoli in riviste ISI etc.), mentre economisti (ahime) ed avvocati sembrano molto meno severi. Segnalo un interessante sforzo dei letterati (aree 10 ed 11) per definire criteri "oggettivi" ed addirittura ranking di riviste di storia contemporanea

b) dall'altro gira un progetto di decreto legislativo sull'ANVUR (la futura agenzia per la valutazione) veramente agghiacciante. Si prevede un comitato di sette membri di nomina ministeriale (cinque su elenchi preparati dal ministero !) che dovrebbero valutare tutto (letteralmente tutto ed in particolare la qualità delle università per la famosa quota di finanziamenti per premiare il merito) con "i criteri, i metodi e gli indicatori più appropriati per ogni ambito disciplinare".

E' possibile che i due approcci convergano e l'ANVUR usi i requisiti minimi. Questa, nonostante tutto, è l'ipotesi migliora. L'alternativa è che il ministro nomini sette amici suoi (magari ex-politici senza posto) e questi valutino a seconda di "sani" criteri clientelari

Una cosa non mi è chiara: il numero di ordinari deve essere aumentato perché sono aumentati i fondi destinati ad assumere ordinari o promuovere associati... quindi il numero sarebbe aumentato anche se i concorsi fossero stati nazionali... o sbaglio?

Una cosa non mi è chiara: il numero di ordinari deve essere aumentato perché sono aumentati i fondi destinati ad assumere ordinari o promuovere associati... quindi il numero sarebbe aumentato anche se i concorsi fossero stati nazionali... o sbaglio?

Il numero di ordinari e' aumentato credo prevalentemente perche' sono stati banditi relativamente al passato piu' concorsi di ordinario e meno di associato e soprattutto meno di ricercatore. I rapporti numerici tra ordinari, associati e ricercatori sono mutati a favore degli ordinari. L'aumento complessivo del personale universitario e' stato molto piu' modesto percentualmente rispetto all'aumento degli ordinari.

Da quello che ho visto, con la curiosa contabilita' dei "punti budget" un ricercatore "costava" "mezzo punto", mentre lo scorrimento di un associato a ordinario "costava" molto meno, circa un "quarto di punto". Con lo stesso "mezzo punto" (circa) si poteva creare un ricercatore nuovo o creare due posti da ordinario per scorrimento interno. Siccome la logica (?) era comunque che i "punti" (o le loro frazioni) spettavano comunque ad un determinato SSD in funzione di criteri che venivano aggiornati di volta in volta per accontentare i SSD piu' potenti (o che facevano la voce piu' grossa, o che si sapevano muovere meglio nei giochi delle alleanze), se le frazioni di punti da distribuire non coprivano quelli necessari per fare un ricercatore, allora per non doverli restituire alla sede centrale, si utilizzavano negli scorrimenti.

Poi dice che all'universita' dettano legge gli economisti...

 

Al massimo gli economati

Quindi, la risposta al quesito anteriore di Andrea, sembra che aver introdotto i concorsi locali nella forma in questione sia stato il fattore che ha scatenato la corsa allo "scorrimento interno". Questo coincide con quanto m'era stato anedotticamente raccontato. Gli incentivi contano.

BTW, per coloro che ancora pensano che il federalismo bastardo della Lega e della "riforma" federalista che essa spinge possa servire a controllare la spesa pubblica locale e renderla efficiente: riflettere sull'episodio che qui discutiamo. Alle università, come alle regioni, venne data autonomia di spesa e gestione del budget, mentre il finanziamento e la tassazione che lo regge rimanevano centralizzati. Risultato: maggior corruzione, maggior ineffcienza e soprattutto, maggior spesa. Gli incentivi, si diceva, contano.

Diciamo che il minor costo delle promozioni interne rispetto alle chiamate esterne ha spesso dato una facile giustificazione a chi aveva già in mente di promuovere gli interni. Ma non sono certo che senza un così significativo gap di costo le cose sarebbero andate in modo molto diverso. Il problema è che i dipartimenti non hanno incentivi ad assumere un esterno con pubblicazioni rispetto a promuoverne uno senza.

Il problema è che i dipartimenti non hanno incentivi ad assumere un esterno con pubblicazioni rispetto a promuoverne uno senza.

Right. Ossia che la decentralizzazione è stata fatta con il culo. Non ti pare?

Sono completamente d'accordo con te. Sia sull'università che sui rischi che in Italia la decentralizzazione possa portare ad un vertiginoso aumento delle spese.

A quanto pare, i laureati hanno già deciso:

"In un rapporto le cifre sulla competizione per la manodopera altamente qualificata.
I laureati stranieri snobbano l’Italia. Ne arrivano di più in Turchia
Sono lo 0,7% dei paesi Ocse. Molti di più i nostri «cervelli» andati all’estero"

Ma magari qua si snobbano perchè hanno il bachelor e non il master (ops, laurea magistrale)?

PS (nota di lavoro): Periti e geometri, stanno lavorando tra Ministeri e Parlamento, all'unificazione in un unico albo chiamato "Albo degli Ingegneri Tecnici" in cui inglobare anche gli ingegneri con Bachelor e potersi così fregiare gratis del titolo di ingegnere.

E' un modo intelligente per facilitare ulteriormente l'ingresso di ingegneri dall'estero (che in maggior parte hanno un Bachelor) o solo un modo per poterli pagare da diplomati da High School?

 

È un modo intelligente per facilitare ulteriormente l'ingresso di ingegneri dall'estero (che in maggior parte hanno un Bachelor) o solo un modo per poterli pagare da diplomati da High School?

Ciò che rende questa domanda "scary" è che, a ben pensarci, è perfettamente legittima!

A dire, in Italia il salario e lo stipendio sono determinati più da meccanismi formalistici di attribuzioni di titoli (con valore più o meno legale) che non da ciò che si sa fare e produrre.

Poi qualcuno sostiene che abolire il valore legale sarebbe riforma inutile e dalle nulle conseguenze!

Ah quindi senza valore legale posso andare a fare l'esame da ingegnere semplicemente dopo aver studiato per conto mio? Wow.

La professione di architetto/ingegnere edile è regolata dall'Unione Europea che, come per le professioni sanitarie, prescrive anche i contenuti del percorso universitario attraverso il quale si puo' accedere alla professione. Per tutte le altre attività dell'ingegnere non serve l'iscrizione all'ordine degli ingegneri, ed infatti si tratta di attività comunemente svolte da periti industriali, laureati in fisica o in informatica, matematica ecc. Ho letto recentemente, ad esempio, che il centro ricerca della FIAT è diretto da un laureato in fisica e vi lavorano prevalentemente laureati in fisica. Naturalmente l'ordine degli ingegneri e tutte le varie associazioni dei laureati (in fisica, in statistica, in informatica, ecc.) sono costantemente al lavoro per riservare quante piu' possibili attività ai loro associati, e a restringere il più possibile l'ingresso nei loro albi. Per ora gli ingegneri riescono solo a precludere l'iscrizione ad un albo sostanzialmente inutile.  Per scoraggiare gli stranieri bastano le regole sull'immigrazione e la irragionevole richiesta di cittadinanza e laurea italiana per tutto il pubblico impiego, per le scuole dispecializzazione medica e molto altro. Questo, per esempio rende impossibile l'immigrazione di un ingegnere o uno scienziato che ha un coniuge insegnante di scuola secondaria, o che deve frequentare una scuola di specializzazione medica. Secondo la mia esperienza, nei molti anni in cui mi sono occupato del "rientro" dei matematici italiani che avevano studiato all'estero, le difficoltà principali erano le   quelle che si presentavano in Italia per i coniugi. Questo scoraggiava specialmente il rientro delle donne, perche' i mariti erano meno disposti ad aspettare, nella posizione di "househusband", anni ed anni per cittadinanza e/o riconoscimento di titoli accademici. L'unificazione del collegio dei ragionieri con l'ordine dei dottori commercialisti è già avvenuta, ma nel frattempo i commercialisti avevano ottenuto che ci volesse la laurea (quinquennale) per accedere alla professione di revisore dei conti, e i ragionieri con una leggina degli anni novanta avevano ottenuto che ci volesse un diploma universitario triennale per accedere al loro collegio. L'unificazione tra  collegio dei geometri e ordine degli architetti/ingegneri edili è resa impossibile dalle regole europee, quella del collegio dei periti industriali e l'ordine degli ingegneri non edili, è irrilevante (almeno per ora).

Grazie a dio non esiste un albo dei fisici (o dei matematici)!

Hai ragione: il sistema degli Ordini ha un solo scopo: limitare al massimo che altri si iscrivano. Il numero ottimo degli iscritti è quello che garantisce la cassa pensioni, per il resto è solo concorrenza da elimanare.

L'unificazione ... del collegio dei periti industriali e l'ordine degli ingegneri non edili, è irrilevante (almeno per ora).

Non è proprio vero: il ministro Nicolais, in uno degli ultimi spasmi del Governo Prodi, ha fatto approvare una legge per cui NON è possibile collaborare con la PA se non si possiede una laurea specialistica o, in alternativa, l'iscrizione ad un albo. Per cui, in italia, non ci sono alternative, bisogna iscriversi.

Questo ulteriore disastro mi era sfuggito. A questo punto ha rilevanza anche il decreto approvato ai tempi della Moratti che stabiliva che per l'iscrizione all'ordine "senior" non basta la laurea magistrale in ingegneria, ma ci vuole anche la laurea triennale nella stessa discipline. In altre parole chi, ad esempio, ha la laurea triennale in fisica e la laurea magistrale in igegneria nucleare (un percorso ottimale dal punto di vista dell'acquisizione di competenze) non può iscriversi all'ordine degli ingegneri. Solo in Italia il "valore legale" dei titoli accademici raggiunge questi livelli di irrazionalità. Io sono convinto che per migliorare la situazione bisogna combattere le rigidità imposte dagli ordini. Basterebbero, per ora, due modesti provvedimenti:

1. Stabilire che l'accesso ad un ordine professionale sia concesso a chi, con qualunque denominazione della laurea, abbia nel suo curriculum universitario i crediti minimi necessari, per ottenere la laurea normalmente richiesta per l'accesso all'ordine. Le università dovrebbero, come in molti casi già avviene, offrire la possibilità di "completare" un curriculum, attraverdo la iscrizione a corsi singoli. In questo modo lo studente potrebbe scegliere il percorso di laurea per lui culturalmente più interessante e successivamente completarlo in vista di una attività professionale.

2. Stabilire che dopo cinque anni di iscrizione all'ordine iunior si possa partecipare all'esame per l'iscrizione all'ordine senior anche se non si è conseguita la laurea magistrale corrispondente.

Il secondo punto sarebbe anche importante per far decollare la laurea iunior come l'unica laurea conseguita dalla maggioranza degli studenti. 

 

Se si fosse fatto come dici tu, il sistema 3+2 avrebbe funzionato, evitando che tutti (la maggioranza) si iscrivesse alla specialistica. Come infatti si può notare, ci si iscrive alla specialistica, con percentuali bulgare, proprio in quelle classi di laurea in cui l'iscrizione ad un ordine serve per lavorare.

Poichè, però, a nessuno interessa che il sistema ordinistico funzioni, quanto piuttosto limitarne l'accesso, gli stessi gongolano al fallimento del sistema universitario, imputandolo alle cause più incredibili.

Le tue proposte (sia la 1, che la 2. unico modo per tenere in vita l'attuale ordinamento) sono talmente giuste e sensate, che non verranno mai prese in considerazione: meglio continuare a far progettare case e piani regolatori ad ing. elettronici ed impianti elettrici ad ing. forestali.

PS (postilla polemica): se faranno l'albo unico, a maggior ragione, nessun studente si fermerà alla triennale. Allora che senso avrà tenere il piedi il 3+2? Non sarebbe interesse delle stesse Università, invece, mettere nero su bianco una riforma degli ordini basate sul buon senso e una didattica orientata a formare professionisti che sanno semplicemente fare il loro lavoro?

PS (postilla polemica): se faranno l'albo unico, a maggior ragione, nessun studente si fermerà alla triennale. Allora che senso avrà tenere il piedi il 3+2?

Secondo me il 3+2 ha come giustificazione l'armonizzazione europea e in prospettiva internazionale dell'insegnamento universitario, cioe' la definizione di crediti formativi e titoli intermedi che consentano

  1. agli studenti di cambiare universita' anche tra Paesi diversi tra il 1o e il 2o livello di laurea, oltre che al PHD
  2. a chi finanzia l'Universita' di fare confronti piu' omogenei e granulari tra istituzioni diverse anche in Paesi diversi.

Le relazioni con gli ordini professionali e le abilitazioni sono importanti ma non sono all'origine della riforma del 3+2 che puo' coesistere e non e' di ostacolo a miglioramenti in quel settore.

Certamente hai ragione, sullo scopo della riforma, tra le quali c'era però anche l'armonizzazione dei riconoscimenti professionali.

A tutt'oggi, mi spieghi però per quale motivo un professionista che lavora in ruoli di responsaiblità (ad esempio ingegnere BA in Inghilterra) dovrebbe venire in Italia a fare il geometra (con il massimo rispetto, ma giusto per fare un esempio)? Infatti non ci pensa nemmeno.

Una cosa mi ha sempre fatto pensare che la riforma qua è stata fatta solo per generare confusione: ma non si poteva dare dei nomi simili e riconoscibili tra i percorsi simili? Invece qua il master si chiama Laura magistrale ed il master può essere di 1° o 2° livello. Allora se vai all'estero devi spiegare che hai si una laurea magistrale, ma che in fondo è un master. Oppure spiegare che hai una laurea magistrale ed un master, in pratica in master^2 ;)

Il caso dell'ingegnere inglese è veramente complicato. Se fosse veramente applicata la direttiva 89/48 egli potrebbe fare in Italia tutto quello che può fare a casa sua, e quindi ottenere l'iscrizione all'albo degli ingegneri "senior". Ma qui le cose si complicano perché in GB esistono anche i "chartered engineers",  che appartengono a qualcosa che i nostri burocrati possono sostenere sia equivalente ad un albo dei "senior". I "chartered engineers" sono invece una libera associazione professionale, come potrebbe essere in Italia (unico caso, credo) la Società Italiana di Psicoanalisi, che non ha in alcun modo diritto esclusivo a certe attività, ma che si presenta al pubblico dei potenziali clienti come una associazione di ingegneri particolarmente qualificati.

Laurea magistrale. Si chiamava prima laurea specialistica. Qualcuno  propose di cercare di uniformarsi alla terminologia internazionale (Master, maitrise, ecc.) , chiamando i cosiddetti "Master" "diplomi di perfezionamento" e riservando la radice di "magister" alla laurea di secondo livello con il nome di "Laurea Magistrale". La proposta fu accolta, ma nella strada per la sua attuazione perse la parte più importante che era quella relativa ai "Master". Dobbiamo dire che i primi "master" in Italia furono inventati dalla Bocconi. Nessuna laurea scientifica italiana (fisica, chimica, matematica) avrebbe dato questo nome ad un diploma successivo alla laurea. I fisici, i chimici, ed i matematici sostenevano giustamente che la loro laurea quadriennale o quinquennale era di livello maggiore o uguale ad un "master" americano o inglese.

Alcuni commenti sul 3+2.

1) In un sistema in cui oltre il 50% dei diciannovenni si iscrive all'università e ci si aspetta che almeno il 60% degli immatricolati consegua un diploma ha, senso prevedere solo un titolo accademico di durata generalmente quinquennale? Cosa fare dopo il fallimento del "diploma universitario" parzialmente "in parallelo", fallimento dovuto all'inerzia dei governi "tecnici" e al boicottaggio da parte di ordini professionali e sindacati?

2) Perché un diploma di base triennale e non quadriennale o biennale? Tutto ha origine con la direttiva europea 89/48 recepita in Italia dal Decreto Legislativo 115 del 27 gennaio 1992. La direttiva voleva favorire la libera circolazione dei lavoratori ostacolata dalla legislazione dei singoli paesi dell'europa che prevedevano titoli accademici per l'accesso a determinate attività e/o professioni. Dopo aver "regolato" a livello europeo alcune professioni (quelle sanitarie e quella di architetto/ingegnere edile) ci si è resi conto che il sistema di regolazione delle professioni per le quali era necessaria una formazione universitaria era troppo diverso da paese a paese per continuare sulla stessa strada. Si è scelto invece di adottare una direttiva generale che (con molte eccezioni e cavilli ai quali si sono aggrappati i resistenti nei diversi paesi) stabilisce che chi, dopo una formazione universitaria o parauniversitaria (post-secondary) almeno triennale, può fare un certo mestiere nel proprio paese, può fare lo stesso mestiere in tutti i paesi dell'unione. Questa è nella sostanza la direttiva 89/48, sul "riconoscimento professionale" dei titoli accademici. Naturalmente c'è stata prima una lunga discussione sulla durata della formazione. L'Italia ha sostenuto che si dovesse partire da una formazione universitaria almeno quadriennale. Ma ha prevalso alla fine l'opinione della Gran Bretagna, che a quei tempi prevedeva in Inghilterra (un po' diversa la situazione della Scozia) l'accesso generalizzato gratuito ad un "first degree" triennale. Se si fosse scelta una formazione quadriennale i laureati inglesi non avrebbero potuto usufruire della direttiva a meno di non estendere a quattro anni la formazione universitaria gratuita, con un aggravio di spesa che il governo inglese non era disposto a sostenere. Una volta scelta la durata triennale per la direttiva 89/48, è stato inevitabile che qualsiasi armonizzazione europea seguisse la struttura della formazione universitaria inglese.

Naturalmente la direttiva e il successivo decreto legislativo sono state boicottate dalle burocrazie (non solo quella italiana, so per certo che ancora più retriva è stata quella greca). Mi sono trovato per alcuni anni come rappresentante del CUN, senza diritto di voto, nella "conferenza dei servizi" incaricata di applicare la direttiva e il decreto legislativo. Posso dire che il motto di tutti i burocrati che rappresentavano i ministeri e dei rappresentanti degli ordini era: "NON PASSA LO STRANIERO!" Si distinguevano su questa linea i funzionari del Ministero della Pubblica Istruzione, che cercavano a tutti i costi di impedire che potessero insegnare l'inglese nelle nostre scuole docenti inglesi laureati in università inglesi. Lo stesso bieco protezionismo si manifestava a quei tempi al Ministero dell'Università e Ricerca per vietare l'accesso ai concorsi universitari dei cittadini stranieri non appartenenti all'unione europea (per quelli dell'unione, alla fine è servita a qualcosa anche la mia partecipazione alla conferenza dei servizi). E' stato così che unico tra i paesi occidentali l'Italia non ha potuto usufruire dell'esodo degli scienziati dell'Europa orientale, nonostante gli sforzi della comunità scientifica italiana per reclutarli (almeno della comunità matematica).   

"Si distinguevano su questa linea i funzionari del Ministero della Pubblica Istruzione, che cercavano a tutti i costi di impedire che potessero insegnare l'inglese nelle nostre scuole docenti inglesi laureati in università inglesi"

Quanto è vero! Tra l'altro non sarebbe meglio che fossero i madre lingua ad insegnare quello che meglio conoscono? Invece è preferibile avere qualche laureato in Scienze Politiche di Reggio Cal. che ti fa imparare a memoria la vita di Ciosser, ma non come ordinare un pranzo a tavola o come chiedere informazioni su un volo in ritardo.

RICONOSCIMENTO DI TITOLO DI FORMAZIONE PROFESSIONALE

rilasciato da un Paese membro della Comunità europea, ai fini dell’esercizio della professione docente nella scuola dell’infanzia, nella scuola primaria e negli istituti di istruzione secondaria

(Direttiva comunitaria 36/2005 – D.L.vo 206/2007)

 

 

Per quel che ne so io, docenti comunitari stranieri, come prevede la normativa Ue, possono inserirsi nelle graduatorie italiane, tant’è che vi figurano. Essi hanno potuto inserirsi  nelle graduatorie ad esaurimento, candidandosi così anche all’immissione in ruolo, e possono inserirsi nelle graduatorie di istituto, nella cui terza fascia sono ammessi anche i laureati non abilitati (candidandosi alle supplenze). In modo analogo l’abilitazione all’insegnamento italiana dovrebbe consentire l’insegnamento nel resto Europa. Dovrebbe anche essere  riconosciuta (uso il condizionale perché il riconoscimento dei titoli non né facile né automatico e potrebbero essere richieste integrazioni, anche in considerazione del fatto che in Italia ci sono classi di abilitazione ben più complesse che altrove) l’abilitazione conseguita all’estero anche da parte di insegnanti italiani. Data la sospensione delle procedure abilitanti in Italia (dopo l’ultimo ciclo SSIS, cioè il IX, ora in dirittura d’arrivo), quest’ultimo riconoscimento ha indotto qualcuno ad aggirare l’ostacolo migrando altrove per abilitarsi all’insegnamento. All’uopo sono sorte persino agenzie (mi astengo da valutazioni) che, cavalcando l’onda, offrono assistenza (ricerca dell’università, riconoscimento del titolo accademico italiano, successivo riconoscimento dell’abilitazione spagnola) per il conseguimento dell’abilitazione in Spagna (CAP,  Certificado de Aptitud Pedagogica), dove -pare- l’obiettivo si raggiunge in soli tre mesi (presso alcune università in sei mesi).  La cosa non ha mancato di sollevare qualche polemica . Personalmente capisco il disappunto del sissino biennale che si vede equiparato ad un abilitato trimestrale dal quale viene  magari anche scavalcato in graduatoria. Sarebbe opportuno rendere più omogenee le procedure abilitanti. Da questo punto di vista, la sostituzione della SSIS biennale con il TFA annuale potrebbe essere un passo compiuto in questa direzione.

 

L’insegnamento delle lingue straniere è riservato ai laureati in lingue. Anch’io ho sentito favoleggiare di laureati in giurisprudenza dediti all’insegnamento del francese, ma deve essere stato in una remota epoca leggendaria, quando le maglie erano particolarmente larghe.

Da tempo non è più cosi, specialmente per le classi di abilitazione di ambito umanistico per le quali sono rigidamente prescritti  titoli e requisiti specifici (vincoli di piano di studi), tanto che può accadere che dopo la laurea l’aspirante insegnante, per soddisfare le condizioni richieste  dallo specifico DM che si applica al suo titolo, debba iscriversi di nuovo a corsi singoli all’università e sostenere i relativi esami.

 

Peraltro i laureati in Scienze politiche, che si siano laureati dopo l’a.a. 2000/01, non possono più insegnare alcunché, neppure le materie di loro competenza, insomma sono esclusi sia dalla cda 19/A (Discipline giuridiche ed economiche) sia dalla cda 36/A (Filosofia, psicologia e scienze dell’educazione), a tutto vantaggio dei cuginetti laureati in Economia e Giurisprudenza,  e dei laureati in Filosofia, Scienze dell’educazione e affini.

Non è l’ambito di mio interesse e le cda in oggetto sono sventurate di natura e tali resteranno (basti dire che, malgrado le proteste dei giurisperiti, l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione sarà affidato ai docenti di Lettere: alla logica aggregatrice propugnata dal MIUR è del tutto estranea la considerazione delle specifiche competenze disciplinari), ma sfuggono le ragioni di una così drastica esclusione, come di altre esclusioni e pure di alcune inclusioni.

In realtà le classi di abilitazione, che appaiono il retaggio di un mondo scomparso, dovrebbero essere completamente ridisegnate; invece vanno soggette a piccoli aggiustamenti governati da esigenze amministrative (essenzialmente ricollocamento del personale di ruolo che, dopo i tagli, potrebbe andare in esubero) anteposte a quelle qualitative.

Sarebbe opportuno disaggregare le classi di concorso e, invece, il MIUR si orienta nella direzione opposta, cioè quella della loro (ulteriore) aggregazione.

L'obiettivo si direbbe quello della definizione di un insegnante fungibile. Ovviamente la qualità dell'insegnamento, e di conseguenza dell'istruzione impartita, non può non risentirne.

 

Ne saranno investite in pieno le discipline scientifiche

Dal sito del MIUR:

Insegnamento di scienze integrate
E' previsto l'insegnamento di scienze integrate, al quale concorrono, nella loro autonomia, le discipline di "Scienze della terra e biologia", di "Fisica" e di "Chimica", con l'obiettivo di potenziare la cultura scientifica secondo una visione sistemica.

 

Sembra preludere ad accorpamenti delle classi di concorso orientati ad un impiego del personale docente tale da consentire risparmi.

Persino un'umanista comprende che l'accorpamento in un unico minestrone (spacciato come potenziamento della cultura scientifica secondo una visione sistemica) di scienze, dotate ciascuna di un proprio statuto epistemologico, andrà a detrimento della qualità. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se si adottasse la mia proposta 2 sorgerebbero scuole di preparazione all'esame per l'accesso agli ordini "senior", liberando le università da un compito improprio. La laurea magistrale potrebbe essere quindi impostata in modo più flessibile ed aperto alle innovazioni scientifiche.

La cosa interessante è che i poteri di adottare le proposte 1 e 2 sono sempre stati nelle mani dei ministri dell'università, i quali però, fin dai tempi dei governi Prodi, D'Alema, D'Alema e Amato (ministri Berlinguer, Zecchino e Amato, sottosegretario "permanente" Guerzoni) sono sempre stati riluttanti ad agire nell'interesse dell'università e della loro riforma anziché nell'interesse degli ordini professionali. Bisogna anche dire che i tanti professori universitari che si dichiarano a favore di una generale "abolizione del valore legale dei titoli di studio" non si sono mai curati di intervenire su questi dettagli normativi. 

A dire, in Italia il salario e lo stipendio sono determinati più da meccanismi formalistici di attribuzioni di titoli (con valore più o meno legale) che non da ciò che si sa fare e produrre.

Poi qualcuno sostiene che abolire il valore legale sarebbe riforma inutile e dalle nulle conseguenze!

Posto che una abbia capito cosa tutto significhi precisamente per gli "abolizionisti", ricordo che nel resto del mondo il titolo di studio è una certificazione di conoscenze e competenze, effettuata da chi è competente a valutare gli apprendimenti, ed all'uopo pagato - ed anzi riconosciuto pubblicamente (= legalmente in maniera formale o di "common law" / mores) in tal ruolo.

Solo in Italia si pensa che datori di lavoro, Sindaci, pubblici ufficiali, ecc. se ne debbano fregare: come scrive un Palermitano in un Gruppo di Facebook:

 
Antonio M. Leto (Italy) ha scritto
alle 15.18 del 20 marzo 2009

Vorrei ricordare che nelle regioni a statuto mafioso il valore legale del titolo di studio è stato abolito da tempo...io ho una abilitazione alla professione, una laurea in ingegneria con 105/110 , ed un dottorato che ho usato a Milano, ma non a Palermo... a Palermo devi essere amico di qualcuno per lavorare e devi tenere sempre un occhio chiuso per fare l'ingegnere...non ci sto! Ed ora mi dedico ad altro...ma è difficile stare fuori da O' Sistema anche quando fai teatro...
E' vero la P2 non c'e' piu' ma le sue idee continuano ad operare per mano di alcuni partiti politici e si diffondono in modo trasversale e poco chiaro
Però entrambe le parti politiche hanno contribuito in questi anni alla decadenza del valore sociale, prima che legale, di alcuni titoli...A Palermo le cose stanno così...

RR

 

Seguendo il link fornito dell' articolo di G.A.Stella sui laureati stranieri in Italia e nel mondo" sul Corriere di oggi, segnalo il convegno "Brain Drain and Brain Gain" della fondazione R.De Benedetti che si tiene a Pisa presso la Scuola S.Anna questo sabato 23 maggio 2009: La partecipazione credo sia gratuita ma occorre registrarsi. In fondo alla pagina web trovate c'e' il riassunto di un rapporto sui flussi di studenti universitari
e laureati nel mondo, che mostra la pessima condizione dell'Italia, tipicamente peggiore di Spagna, Grecia e anche Turchia.

A quanto ne so, gli ingegneri "junior" non sono per nulla entusiasti della cosa, mentre gli ingeneri quinquennali spingono parecchio perche' cio' accada. C'e' un fortissimo disprezzo da parte degli ordini nei confronti degli ingegneri "junior" (perfino il nome e' infelice) anche perche' nessuno riesce a capire cosa possono e cosa non possono firmare.

Infilare tutti gli "junior" assieme ai geometri vuol dire limitare le loro competenze e togliere dei concorrenti dal mercato.

Il titolo di "Ingegnere", a torto o a ragione, viene molto apprezzato dagli studenti, al punto che il corso di laurea in "tecnico del territorio" e' morto per mancanza di studenti, ma da quando e' diventato un indirizzo del corso di laurea in Ingeneria Edile, praticamente con gli stessi esami, ma con in piu' il nome "Ingegneria", ha visto aumentare di nuovo il numero di chi lo sceglie (ovviamente sto parlando di corsi che si tengono non solo nella stessa universita', ma presso la stessa sede).

 

 

C'e' un fortissimo disprezzo da parte degli ordini nei confronti degli ingegneri "junior"

Il disprezzo è dovuto al fatto che gli ingegneri con master (laurea specialistica) ritengono non corretto che uno che ha studiato 3 anni (anche se nella pratica sono 5/6) possa firmare quanto e come uno che ha studiato 5 (che poi nella pratica sono 8/9).

Il resto sono banali considerazioni di chi ha paura di perdere qualche cliente che vuole rifarsi il garage.

... ingegneri "junior" (perfino il nome e' infelice) anche perche' nessuno riesce a capire cosa possono e cosa non possono firmare.

Il nome (pietoso, si scrive con la "i", però) è frutto dell'intuizione dell'Accademia della Crusca. Cosa possa fare il professionista è scritto nella legge 328/2001, quindi dovrebbe essere chiaro.

PS Professionale: forse tutti non sanno che in I-taglia un ingegnere laureato con il vecchio ordinamento ha competenza su tutti i settori tecnici. Ciò significa che un ingegnere elettronico (vecchio ordinamento) può progettare un grattacielo o un PRG, senza aver mai fatto un esame a riguardo.
Ovviamente, sia l'uno che l'altro sono vietati all'ingegnere iunior che per 3 anni ha studiato tali materie.

Conoscete altro paese al mondo in cui si possa fare questo?

 

forse tutti non sanno che in I-taglia un ingegnere laureato con il vecchio ordinamento ha competenza su tutti i settori tecnici. Ciò significa che un ingegnere elettronico (vecchio ordinamento) può progettare un grattacielo o un PRG, senza aver mai fatto un esame a riguardo.

ancora oggi? con i colleghi di ing.elettronica ci scherzavamo sopra, la cosa aveva una qualche minima ragione di fondo quando ancora , negli anni '80, scienza delle costruzioni era obbligatoria per tutti i piani di studio di ingegneria. già quando feci l'esame di stato una decina di anni orsono la cosa era divenuta ridicola come dici.figuriamoci ora col 3+2 quando pure i programmi di fisica e chimica si sono ridotti

sospetto che ancora oggi lavorino ingegneri vecchia maniera esperti di tutto lo scibile ingegneristico - qualcuno lo conoscevo, che era ing. chimico e costruiva palazzi - ma quelli almeno gli esami li avevano dati e poi la competenza se la erano costruita sul campo. probabilmente non si regolamenta diversamente la cosa per non mettere bastoni tra le ruote a qualcuno di questi...

 

ancora oggi?

Quelli con laurea VO, certamente si. E non fanno scienza delle costruzioni, nè tecnica, nè tantomeno urbanistica (non la facevano neanche negli anni 70).

qualcuno lo conoscevo, che era ing. chimico e costruiva palazzi - ma quelli almeno gli esami li avevano dati e poi la competenza se la erano costruita sul campo

Ma, se è vero questo, lo deve essere per tutti: tutti infatti possono impare on the job, o leggersi un paio di libri di composizione architettonica, no?

 

GruppoA è il nome e la forma che abbiamo deciso di dare ad un gruppo di lavoro formato da diverse personalità con specializzazioni e background differenti, tra cui anche professori e studenti. Svolta o declino, noi cerchiamo di portare qualcosa di positivo, con la prima di una -speriamo lunga- serie di iniziative, progetti, interventi artistici, come Porta Celeste, un'opera d'arte situata all'ingresso del Parco Nord di Milano, che è anche cantiere virtuale. Per saperne di più visitate il sito

www.gruppoa.org

Un breve commento su alcuni punti  emersi dal dibattito.

1. “Il 3+2 è stata una buona idea, ma la riforma è stata implementata male.”

Io non ho sollevato obiezioni  a una riduzione del tempo di laurea a 3 anni. Ho obiezioni a una articolazione degli studi universitari nei seguenti gradini, nelle parole di legge: “laurea”; “laurea specialistica” (successivamente denominata “laurea magistrale” ma identificata allo stesso modo nel decreto 1999 e nel decreto 2004, ossia attraverso “… l’obiettivo di fornire allo studente una formazione di livello avanzato per l’esercizio di attività di elevata qualificazione in ambiti specifici.”); “master universitario” di primo e di secondo livello, dunque successivo, rispettivamente, alla laurea e alla laurea magistrale. Questa articolazione non è sostenuta nella legge da nessuna specifica sul rapporto tra laurea e laurea magistrale né da alcun meccanismo che preveda un percorso diretto, ed eventualmente abbreviato, per chi punti da subito ad “attività di elevata qualificazione”. Pur prescindendo da durate effettive che rimangono ancora largamente superiori alle durate teoriche e dai frequentissimi tempi morti che si creano per motivi tecnici nella iscrizione al biennio magistrale, 5 anni di università più 5 anni di liceo sono l’organizzazione migliore per approdare a professionalità di elevata qualificazione?

Il forte indebolimento delle basi metodologiche è stato favorito sia dalla natura incerta del triennio sia da una serie di disposizioni (il numero abnorme di classi di corsi laurea, gli schemi dei crediti minimi di legge) che hanno dato libero sfogo alle attività delle corporazioni.  Le regole non hanno aiutato comportamenti virtuosi. Il risultato è che l’occupazione di posti ha troppo spesso guidato i comportamenti di quanti dovevano progettare la nuova offerta formativa, interferendo pesantemente nella costruzione dei corsi di laurea.

Naturalmente, non tutti hanno applicato male la riforma. Tanto per dare un dato interessante: da una ricognizione, per conto della Società Italiana degli Economisti, sulla prima applicazione della riforma nell’area di Economia è emerso che la numerosità delle prove di esame nel triennio andava da 19 a 39!!

Il 3+2, proprio come i concorsi locali, non ha fatto null’altro, in sintesi, che accentuare drasticamente l’eterogeneità del nostro tessuto universitario, a seguito di una evidente preponderanza di esperienze negative.

 

2. I Dottorati. Qui voglio offrire qualche dato. Nel 2003-04 erano attivi in Italia 2124 dottorati. Il 21.7% di questi non prevedeva alcuna attività didattica. Circa il 16% del restante 78.3% prevedeva una attività didattica non obbligatoria. Nella area Scienze di base e Ingegneria, dottorati senza alcuna attività didattica costituivano, rispettivamente, il 10.1 e il 12.% dei dottorati dell’area. Nelle Scienze Umane e nelle Scienze economico-giuridico-sociali la percentuale sale al 31.3 e al 30.2.  Ancora: nelle Scienze di base e in Ingegneria i dottorati che non mutuano nessun insegnamento dai corsi di laurea sono il 51.5% e il 49.1%. Nelle Scienze umane e nelle Scienze economico-giuridico-sociali la percentuale scende al 20.4 e al 18%.

Da questi soli dati è evidente che si tratta di un universo assolutamente eterogeneo. Il formale possesso del titolo, di per sé, indica ben poco. Una valutazione di questo universo, e una conseguente diversificazione dei finanziamenti, è quanto mai necessaria.

 

3. “Perché è aumentato il numero di ordinari?” Perché, di fronte alla quantità di idoneità attribuite con i nuovi concorsi, l’autonomia finanziaria ha consentito ai singoli atenei di avviare e proseguire una massiccia politica di avanzamenti di carriera del proprio personale docente. Si è trattato dunque di una scelta dei singoli atenei,  favorita dalle triple e doppie idoneità dei nuovi concorsi e dai tanti, piccoli poteri e cordate concorsuali che si sonno creati. Tutto questo, naturalmente, ha avuto pesanti riflessi sugli equilibri finanziari di molti atenei. Ma questo meriterebbe un nota apposita, una cui efficace sintesi mi sembra comunque possa essere letta nel commento di Michel Boldrin  del 15 maggio, ore 22:02.

Commenti sparsi sui vari punti:

Sul punto 1: l'idea del 3+2 può anche avere una sua logica ma esistono corsi di laurea che hanno oggettive difficoltà a creare lauree triennali autoconsistenti da dove si possa uscire con delle competenze sensate. Nel mio piccolo ad esempio vedo che è molto difficile condensare in 3 anni abbastanza fisica da fare in modo che un "laureato triennale" possa ragionevolmente farci qualcosa. L'unica possibilità che si ha di far fare un po' di fisica contemporanea (senza fermarsi a Fermi, Einstein e Dirac) nei 3 anni è di sorvolare allegramente sulle basi. Procedura francamente sconsigliabile. Per fare un altro esempio: in 3 anni è perfettamente possibile formare una persona con profonde conoscenze di teoria delle probabilità e statistica, ma per formare un matematico vero e proprio 4-5 anni sono un limite minimo.

Io non ho idea se in altri ambiti si possa dare una formazione sensata in 3 anni. Immagino di sì. Ma pensare di applicare un modello del genere a tappeto mi è sempre sembrato poco sensato.

Sul punto 2: sempre per rimanere nell'unico ambito di cui ho esperienza diretta (la fisica) posso testimoniare che c'è una guerra continua fra teorici (che vorrebbero una formazione continua tramite corsi per tutta la durata del dottorato) e gli sperimentali (che invece considerano lo "stare in laboratorio" molto più formativo di un corso seguito in classe). Essendo io uno sperimentale posso testimoniare di aver appreso infinitamente di più dalla pratica di laboratorio che dai (molti) corsi che mi hanno fatto fare durante il dottorato. Non mi è quindi chiarissimo come la presenza di didattica possa essere usata come uno strumento per valutare la bontà di un dottorato.

De Rita ci spiega che, ok, troppa gente non appartenente all'elite del paese si è presa questa benedetta laurea, ma adesso il sistema (sistema?) ha capito che si è andati troppo oltre.

Lo capiranno o no sti figli di poveracci e sotto-acculturati che possono tranquillamente fare i disoccupati anche senza laurea?

Si può dire che si vuole, ma in questo paese una sola cosa interessa: che la mobilità sociale sia definitivamente sotterrata e che siano i piezz'e core a mantenere il casato.

http://download.repubblica.it/pdf/2009/r2-170609.pdf

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