Letture per il fine settimana, 6-11-2010

6 novembre 2010 sandro brusco

Questa settimana: il discorso di Draghi ad Ancona; immigrazione e occupazione; Visco e la crisi della sinistra; ''my opponent kicks children in the face''; Boeri e Guiso sulle fondazioni bancarie; divided government and what it means for Obama;

Buona lettura e buon fine settimana.

  • Il discorso di Draghi ad Ancona ha avuto vasta risonanza sulla stampa, ma leggere l'originale è sempre meglio. Ovviamente i lettori di questo sito non si sorprenderanno certo al sapere che l'Italia ha grossi problemi di crescita della produttività e che questi problemi non sono affatto recenti. Chi invece crede che ''l'Italia sta facendo meglio degli altri'', una certa sorpresa la avrà.
  • Francesco d'Amuri e Giovanni Peri raccontano in un pezzo per voxeu.org i risultati delle loro ricerche su immigrazione e occupazione nei paesi ospiti. L'immigrazione può accrescere l'occupazione nel paese ospite perché la più abbondante presenza di manodopera per lavori più semplici, tipicamente espletati dagli immigrati, fa crescere la domanda di manodopera per i compiti più complessi, tipicamente espletati da nativi.
  • Leggo solo ora un intervento di Vincenzo Visco sul l'Unità del 20 ottobre scorso. Analisi interessante, anche se non completamente nuova, ma non ho proprio capito cosa propone di fare.
  • Questo video è un falso, una satira dei livelli spietati a cui giungono talvolta le pubblicità durante le campagne elettorali. Ma è divertente lo stesso. Ancora più divertente è il fatto che il messaggio ''l'altro candidato piglia a calci in faccia i bambini'' sia stato inizialmente scambiato per un vero spot elettorale. Ah, nonostante il video Sam Katz è comunque riuscito a vincere le elezioni per sindaco di Winnipeg.
  • Probabilmente non esiste esempio migliore della commistione tra potere politico e potere economico in Italia delle fondazione bancarie. Tito Boeri e Luigi Guiso su lavoce.info spiegano perché l'attuale struttura non funziona e fanno una proposta di riforma. Noi, che siamo appassionati di cause perse, appoggiamo senza riserve. Speriamo di essere smentiti, ma le speranze che cambi qualcosa sono essenzialmente nulle. Il controllo del sistema bancario è una delle cose a cui i politici italiani, di qualunque schieramento, tengono di più.
  • Per i prossimi due anni gli USA avranno un presidente democratico e una House of Representatives repubblicana. John Sides (un giovane professore di political sciences) passa in rassegna la letteratura su divided government (indicazione tratta dal blog di Matt Shugart).

52 commenti (espandi tutti)

Volendo essere sbrigativi, si potrebbe ricordare che Visco è con Fassina l'ispiratore di alcune proposte criticate di recente anche qui su nFA. Nei (modesti) limiti della mia comprensione, mi pare che l'analisi proposta venga generalizzata e riferita anche all'Italia paese nel quale la crisi ha certamente pesato e molto ma per una condizione specifica di fragilità dovuta in gran parte a ragioni tutte interne al paese. Peraltro, se si accusa il mercato in quanto incapace di evitare effetti sociali ed economici indesiderati. Mi pare autoassolutorio non rilevare che la politica è stata incapace di avvertire i cambiamenti ed intervenire a fissare regole adeguate ad evitare effetti negativi. Neppure in questo "covo di liberisti" ho mai letto che il mercato di per sé è perfetto o è Dio. E d'altronde basta leggere l'intervento di Draghi per rendersene conto.  

Morale: Vincenzo Visco, come tutti costoro, è un poveretto sconfitto dalla storia.

Siccome lo sa, cerca disperatamente di negarlo usando quel residuo potere che gli rimane di "scrivere" cose che negano l'evidenza e rilanciano ad un livello insanamente ancora più alto ciò che ha già fallito ad ogni livello inferiore. In negativo, mi ricordano, lui e tutta la dirigenza del PD, il protagonista di "San Michele aveva un gallo" che, finché lo portano alla prigione a vita in laguna, ascolta i giovani che gli spiegano "non noi, ma i figli dei figli dei nostri figli vedranno la luce del socialismo". Poi ci pensa sopra per un po' e decide che nel frattempo è meglio questo. Gli sciocchi giovani che il protagonista incrocia, quelli pieni del socialismo scientifico che trionferà, sono ovviamente D'Alema, Veltroni, Visco e compagnia ...

Ecco, io a VV non auguro di dover fare ciò che fece Manieri, neanche per sogno ...

Ma mi chiedo quando mai, se mai, quelli come lui, D'Alema, Veltroni e compagnia, che hanno massacrato ogni speranza di cambiamento in Italia, decideranno d'ammettere che è l'ora di farsi da parte per manifesta incompetenza.

Non si faranno mai da parte Michele, lo sappiamo sia tu sia io. Che è la ragione per cui bisogna faticare per capire cosa vogliono dire. Purtroppo questi giocheranno ancora per molto tempo un ruolo importante nella politica italiana. Quando leggo un pezzo come questo:

È necessario un forte impegno di studio ed elaborazione, senza nostalgia delle ricette passate, ma guardando avanti, cercando di dare un contributo al dibattito sugli assetti economici internazionali per facilitare una sua evoluzione positiva. È giusto rimettere al centro la questione del lavoro, e dell’occupazione. Al tempo stesso bisogna anche saper parlare con la gente non solo per capirne i bisogni reali, ma anche per evitare una ulteriore regressione nella paura e nella chiusura.

io veramente non capisco cosa voglia dire. Visco si rende conto che le ''ricette passate'' non vanno più bene. Poi dice che bisogna ''rimettere al centro la questione del lavoro''. Boh? Vuole tassare meno il lavoro? Vuole eliminare i contratti temporanei mettendo più vincoli? Vuole spendere di più in formazione professionale? Insomma, cosa? Io vorrei sapere da Visco, o chi per lui, quali sono le ricette passate che sta scartando e cosa vuol dire mettere il lavoro al centro. Con proposte di politica economica chiare e specifiche, please. Invece continuano a rifilare fuffa che neanche Voltremont.

Ma cosa diavolo vuoi che dica? Che il rapporto capitale/lavoro a livello mondiale è cambiato e che i lavoratori occidentali a medio-bassa qualificazione (inclusi molti laureati) dovranno subire una riduzione di lungo periodo del loro tenore di vita e che dovranno scordarsi i "diritti" conquistati con decenni di lotta? E che la politica al massimo può distribuire un po' meglio le perdite? Sono quindici anni che i paesi occidentali passano da una bolla ad una crisi ad un'altra bolla per evitare di fronteggiare la realtà e dovrebbe dirlo il povero Visco?

Beh, c'è sempre l'opzione di star zitti. A me sembra meglio che raccontar fuffa. Ma forse mi sbaglio.

C'è sempre ed è sempre valida, ma si può esortare la propria parte politica a cercare nuove soluzioni anche senza averne una in tasca... non che abbia trovato la lettura interessante, ma nemmeno fastidiosa al punto da invocare il silenzio.

Cipolla, nella citazione inserita da Draghi nel suo discorso, dice che nel 1600 furono i grandi possidenti terrieri a scacciare nel loro angolino gli industriali dell'epoca. Il paragone con oggi porterebbe a dire che sono coloro che fanno parte del settore secondiario di oggi a rischiare di schiacciare il terziario nascente?

lessi questo Visco, e aprte i tradizionali pochi cenni sullo stato dell'universo dal big bang a venerdi sera (per altro gloriosa tradizione della relazione del segretario generale che iniziava sempre dal connettere la storia al presente cosicche' si deva vedere il chiaro connettersi di Scelba  a Guizot), nulla viene detto.

Ho solo osservato che fra tutto il turbinar di vocaboli, manca una constazione di fulminea banalita' (a mio avviso.) Il declino demografico, militare, e politico dell'area occidentale del mondo e' in avanzato stato di decomposizione, per ragione che hannu nulla a che fare con liberalismo. La ragione principale e' che i due (tre?) paesi in via di sviluppo sono composti da 2,5 (piu' o meno briciole) di esseri umani.

Usa + EEU sono meno della meta', ma molto meno.

L'occidente potrebbe decidere di far bene il suo mestiere ed esser un faro di civilta' (giuridica ad esempio) e abbassarsi gli stipendi. Il tutto ha nessuna rilevanza per Visco & co. Sono residuali fenomeni. Essi sono quelli che ballano nel delirio finale (per altro bellino) da guardarsi:

 

http://www.youtube.com/watch?v=BzWQUlFptCU&feature=related

 

 

 

per i villici, gli incolti e giovanotti, Quentin Tarantino la ha rubata per Inglorious Basterds, essendo onesto non come Zamagni, lo disse chiaro e tondo.

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=5sQhTVz5IjQ

 

Posso chiedervi se condividete anche questo passaggio?

senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga ne-
gativi su produttività e profittabilità

Forse mi sbaglio, ma gli economisti di NFa mi sono sembrati non riconoscere nel precariato uno dei principali problemi del lavoro italiano. Invece qui, Draghi ne fa uno dei punti principali (e la stampa lo ha trasformato nel punto principale, soprattutto Repubblica).

Non so gli altri, io il passaggio lo condivido in pieno. E' addirittura banale dire che la temporaneità dei rapporti di lavoro riduce la reddività dell'investimento in capitale umano, sia da parte del lavoratore sia da parte dell'impresa. Che poi è una parolona per dire che un lavoratore che sa dal principio che resta solo 3 mesi in una azienda non ha alcun incentivo a dannarsi per imparare a fare meglio il proprio lavoro, né l'impresa ha molto interesse a spendere risorse per insegnare a tale lavoratore come far meglio il proprio lavoro. In particolare è ovvio che l'azienda preferisca concentrare risorse sugli occupati a tempo indeterminato.

Purtroppo risulta che i lavoratori temporanei sono anche di solito i più giovani e quindi anche quelli su cui ha più senso investire in capitale umano. L'attuale regime pertanto garantisce un'allocazione inefficiente delle risorse: si investe troppo poco in capitale umano, soprattutto sui giovani, con conseguente calo della produttività. Tutto questo, ripeto, è abbastanza banale e Draghi questo ha detto.

La vera domanda a cui bisogna cercare di rispondere è: come si è creato questo problema e qual è la soluzione? Tutti quanti sono (o dicono di essere) contro il precariato, ma le proposte al riguardo tendono a essere abbastanza scarse. Se si eliminano semplicemente i contratti temporanei e si estende la legislazione vincolista a tutti i contratti di lavoro (ossia si torna alla situazione pre-riforma Treu) è facile attendersi una diminuzione della domanda di lavoro da parte delle imprese, che mi pare l'ultima cosa di cui il paese ha bisogno.

A me pare che il problema sia che di fatto l'attuale regime forza la temporaneità dei contratti di lavoro. Un'impresa può assumere o a tempo indeterminato, con tutte le risultanti rigidità del caso, o solo temporaneamente. Non sono esperto di diritto del lavoro, ma da quel che capisco di come stan le cose (che viene principalmente da aneddoti di amici in Italia) un'impresa rischia a offrire lo stesso contratto temporaneo alla stessa persona, dal momento che il lavoratore può far causa e richiedere l'assunzione permanente. Questo è il peggiore dei mondi possibili, perché di fatto costringe le imprese a mandar via un dipendente dopo il periodo temporaneo e quindi disincentiva al massimo l'investimento in capitale umano. E' molto peggio infatti di un regime in cui l'impresa può licenziare senza vincoli; in tale regime non vi è alcun incentivo a causare un  alto turnover del personale e l'investimento in capitale umano procede in modo più o meno regolare (questo, da quel che mi è dato di capire, è quello che succede nelle piccole imprese italiane).

Non ho le idee chiarissime su come vada riformato il sistema, ma mi pare che qualunque riforma che vada nella direzione di un mercato del lavoro meno ossificato debba ridurre le garanzie collegate all'impiego permanente ed eliminare il disincentivo attuale a ritenere lavoratori temporanei. Su questo vorrei vedere il confronto tra le forze politiche, piuttosto che sugli enunciati di principio su quanto è brutta la precarietà e quanto è bello il posto a vita.

come si è creato questo problema e qual è la soluzione

penso che alla base del problema ci sia il fatto che il lavoro a tempo determinato costa meno di quello a tempo indeterminato ( e non si capisce perché vista la maggiore flessibilità )  unicamente alla convinzione che l'unico fattore che conta è il costo del lavoro e non il costo / ( produttività X qualità ).

D'altra parte , specie nei servizi , dove l'occupazione a termine va per la maggiore , il livello di professionalità e competenza in Italia è crollato ai minimi e ciò a mio parere per il fatto che nel nostro paese semplicemente non esiste la cultura del servizio. 

La settimana scorsa volevo alcune informazioni su una stampante che volevo acquistare : ho chiamato il call center italiano della multinazionale che la produce , ho perso una mezz'ora durante la quale ogni tre minuti mi veniva il dubbio di avere sbagliato numero di telefono e alla fine ho dovuto desistere.

Chiamato il call center spagnolo ( hedquarter in Europa ) , in cinque minuti ho avuto le informazioni che volevo ed in altri tre ho perfezionato l'acquisto.

Questa distorsione non mi  pare solo italiana : quando lavoravo il plant manager di una nostra sede in USA si vantava di avere ridotto i costi del centralino mettendo ogni mese un centralinista precario nuovo.

Certo lo pagava meno del precedente ma per avere la linea di una persona chi chiamava dall'Italia , tra spelling del nome e per il fatto che non conoscesse i nomi di tutti i dipendenti , perdeva per ogni telefonata cinque minuti aggiuntivi.

Alla fine della giornata non sono certo che due ore e mezza perse da managers valessero meno del risparmio realizzato con il minor costo del centralinista.

La soluzione è che non si deve solo guardare al costo del lavoro ma sopratutto alla sua qualità e produttività.

E non vedo nulla di più convincente della concorrenza a promuovere la qualità delle prestazioni.

 

Concorrenza... questa è davvero una questione interessante. Certo la concorrenza dovrebbe spingere a fare le scelte più adatte alla sopravvivenza "in regime di concorrenza" previa estinzione dell'azienda stessa. Se cambiare il centralinista ogni mese è una stupidaggine (e lo è) la concorrenza dovrebbe spingerti a cambiare strategia. Eppure...

Io mi sto convincendo progressivamente che la realtà è un po' più complessa di così. Certo il dover competere spinge ad una certa efficienza e quindi ad una certa razionalità, ma fino a che punto? Io direi che si tratta di una forza che agisce assieme a molte altre nelle dinamiche aziendali e che alla fin fine non si può pretendere che "prevalga" più di tanto su quelle che la contrastano. Che sono per esempio gli interessi individuali di chi lavora nell'azienda (dal fattorino al CEO) o di chi possiede l'azienda, ossia degli stakeholders e degli shareholders. Per quanto ciò non sia ovvio, questi interessi sono sovente in aperto contrasto col successo collettivo: l'operaio preferisce guardare la partita piuttosto che stare alla catena di montaggio, il dirigente preferisce mandare avanti una attività fallimentare piuttosto che perdere il proprio potere (e magari il posto), il CEO preferisce far raddoppiare in due anni il valore delle azioni e diventare ricco con premi e stock options smantellando man mano i settori che diventano meno profittevoli piuttosto che assicurare un futuro all'azienda spostando risorse su nuovi prodotti, gli azionisti vogliono vedere dei dividendi ed un valore crescente delle azioni ed odiano l'idea che i soldi possano essere reinvestiti nell'azienda. Tutto ciò senza poi considerare gli interessi meno facili da quantificare (come pesiamo per dire la meschina soddisfazione di vedere un dipendente precario umiliarsi di fronte a noi perché sa di non avere alcuna tutela?). La somma di tutti questi interessi individuali è non solo potente ma ineliminabile.

E quindi? Quindi ritengo che un sistema di regole (purché ben congegnate) sia elemento essenziale (OLTRE alla concorrenza) per ridurre le distorsioni nella gestione generale ed operativa, nei rapporti lavorativi ed umani di una azienda.

L'Italiano non ha cultura del servizio e generalmente si lamenta ma poi non traduce in azioni le sue lamentele, non per niente si continua ad andare a votare personaggi invotabili (scusatemi se la butto in politica).

Allo stesso modo chi non è in grado di erogare un servizio con un giusto rapporto qualità prezzo non viene rimosso perchè paga troppo tenere gli amici in certi ruoli e faccio anche presente che il problema principale ormai è "comunicare", raggiungere il cliente non dargli un servizio.

E' tutto traslato sulla comunicazione, l'importante è fottere il cliente e il cliente italiano è particolarmente predisposto culturalmente a farsi fottere.

A me da poco in nFA mi hanno detto che sono rompipalle, si ma perchè sono generalmente mi accontento di poco ma sono generalmente esigente in quel poco, inoltre  se il servizio è carente non lo alimento e questo vale dalle piccole cose alle politica.

 

Che l'attuale regime forzi alla precarietà mi sembra eccessivo, diciamo che disincentiva la stabilizzazione.

Personalmente penso che ci si dovrebbe muovere verso poche tipologie di contratto, diciamo grossomodo (ripeto: grossomodo) due: il contratto stagionale (raccolta dei pomodori, stagioni alberghiere, ecc...) ed il contratto a tempo indeterminato. Per quest'ultimo prevederei libertà di licenziamento senza giusta causa previo il pagamento di un ragionevole indennizzo, che dovrebbe essere proporzionato all'anzianità di sevizio (se ti sei tenuto una persona per dieci anni vuol dire che hai stabilito un rapporto di fiducia ed hai spinto quella persona ad investire sulla tua azienda specializzandosi, se rompi unilateralmente il sodalizio mi sembra corretto che vi sia una clausola che ti impone una penale). 

Tutt'altro, l'abbiamo riconosciuto eccome!

E ne abbiamo individuato la causa principale nel dualismo del mercato determinato dall'eccessiva rigidità dei protetti, specialmente nel settore pubblico e para-pubblico, ma non solo.

Non ho fatto in tempo di leggere questo specifico discorso di Draghi (lo farò) ma sono certo che sull'analisi delle cause del fenomeno e sulle modalità del suo superamento la sua opinione e la nostra coincidano almeno al 90%.

In parole povere; il "precariato cattivo e miserabile", versione italiana, si elimina solo in una maniera. Precarizzando un po' di più chi è troppo stabile in modo tale da offrire una prospettiva di stabilità e carriera a chi oggi se le vede negate dal muro degli stabili.

In parole povere; il "precariato cattivo e miserabile", versione italiana, si elimina solo in una maniera. Precarizzando un po' di più chi è troppo stabile in modo tale da offrire una prospettiva di stabilità e carriera a chi oggi se le vede negate dal muro degli stabili.

che, se mi passi la battuta, è la versione nfa dell'oramai famoso "anche i ricchi piangano" di rifondazione comunista.

 

 

 

 

Va bene, Di Laurea, hai fatto la battuta. Adesso però dimmi: secondo te che bisogna fare? Mettere fuorilegge tutti i contratti di lavoro che non siano a tempo indeterminato, che mi pare sia l'idea che circola per rifo e dintorni? No, giusto per capire.

no guarda, la mia battuta era e battuta resta. d'altronde anche quel che hai appena scritto, che intorno a rifo e dintorni circola solo "morte e male al non indeterminato" mi sembra pure puntare sullo scherzoso; non li frequento più assiduamente, ma mi pare che la proposta di legge di nanni alleva del 2006 (con qualche margine di errore) fosse un tantinello più articolata.

Traduzione: non ho la minima idea di come ridurre la precarietà ma mi diverto a far battute del cazzo. Thank you very much for your contribution to the discussion.

Però anche voi economisti di professione non sembrate sempre "sul pezzo".

Ad esempio non sento e non vedo parlare delle società di interinale che prima sono dilagate e poi si sono trasformate in "agenzia per il lavoro".

E' sicuramente una distorsione quella di consentire rinnovi al lavoro interinale, perché trasforma un'attività di intermediazione puntuale in una forma di rendita, di cresta prolungata sulla retribuzione.

In altre parole, mi sembra un po' semplicistico contrapporre i garantiti ai non garantiti: c'è un sacco di gente che "sta in mezzo" e comprime la produttività.

mi hai preso per il figlio naturale di visco e mi hai fatto una traduzione tipo quella di vendola: dai troppa importanza ai parvenue.

brusco: tu a cosa ti riferisci quando parli di precarietà? non nei modelli teorici e superfighi che non capisco ma nel piccolo mondo che abito. se io ti propongo di trasformare a tempo indeterminato la persona tenuta a tempo indeterminato per 36 mesi come proposta per abbattere la precarietà tu che mi dici? era una proposta da inserire nel protocollo damiano ma non passò.

tranquillizzati era una comunque una battuta, brusco; ma d'accordo non arriviamo ad esserlo lo stesso.

Ti dico che, non nei modelli teorici superfighi ma nella realtà, se gli imprenditori capiscono che ad assumere temporaneamente una persona rischiano di trovarsi in casa un illicenziabile per decreto governativo, smetteranno di assumere temporaneamente. Che, nella maggior parte dei casi, significa smettere di assumere tout court. Poi immagino che qualcuno si straccerà le vesti per l'aumento della disoccupazione.

E' lo stesso effetto di quando si fanno i condoni fiscali. Nel brevissimo periodo incassi qualcosa, nel più lungo tutti capiscono che le tasse si possono non pagare e che le penalità sono ridotte, quindi le entrate scendono. Se fai assumere ope legis i temporanei, aumenti nel breve periodo l'occupazione a tempo indeterminato e la riduci nel lungo. In più nel breve periodo probabilmente riduci l'occupazione complessiva, perché un bel po' di gente assunta temporaneamente ma che non ha raggiunto i 36 mesi (o qualunque altro termine arbitrariamente stabilito dalla legge) verrà immediatamente licenziata o non rinnovata.

La tua risposta rafforza il mio pre-giudizio.

NON ho mai pensato di abolire l'interinale ed ho detto chiaramente che non risolverei MAI il problema con vincoli sul contratto MA colpirei le società che intermediano e che, secondo me spesso ne abusano. Sono quasi sempre d'accordo con te, ma secondo me ti sfuggono alcuni aspetti fattuali.

Il mediatore mette in contatto due parti: io imporrei che prendesse la provvigione per ...toh, un anno al massimo.

E farei fare alle società di interinale solo l'interinale, non i pasticci che fanno adesso. Oppure -viva il mercato- consentirei che chiunque possa intermediare lavoro, e non solo a chi affitta squallide vetrine mettendo ridicoli annunci.

Adesso ti dico come facciamo noi:

1) contettiamo i candidati trovati attraverso le nostre fonti

2) facciamo la selezione

3) diciamo ai prescelti di iscriversi alla società x, comunicando al contempo ad x che quelli sono i candidati che abbiamo scelto

4) li assumiamo come interinali pagando il "servizio" di x

5) perché c...o non li assumiamo direttamente, dirai tu? SEMPLICE

Perché così non figurano a bilancio come dipendenti ma come servizi.

Magie della gestione finanziarizzata delle imprese :-)

 

Anche questa è una pratica in uso, ma attenzione a non dimenticare un aspetto fondamentale: si tratta di una strada - direi l'unica - che consente di prolungare il periodo di prova, in modo da riuscire a valutare sul campo il nuovo collaboratore con ragionevole certezza di aver fatto una scelta efficace. Qualcuno potrebbe dire che sia un escamotage, ma la normativa vigente costringerebbe a decidere in tempi troppo brevi, con il rischio di trovarsi nell'organico qualcuno inadatto per skills o - peggio - caratteristiche caratteriali.

Dunque, ancora una volta, il problema sta nell'eccesso di rigidità.

Come tu stesso dici l'interinale nasce per esigenze provvisorie, ma viene utilizzato per prolungare.

Cosa succede se una parte può prolungare indefinitamente il periodo di prova?

Quali comportamenti, parlo anche di scelte imprenditoriali e gestionali, è ragionevole attendersi da chi è incentivato (anche culturalmente) a prorogare indefinitamente contratti provvisori?

Questa soluzione non nacque, in realtà, per esigenze temporanee come potrebbe apparire. Tale motivazione fu solo un pretesto: il vero obiettivo era attenuare le rigidità normative in essere, senza dichiararlo apertamente per "non far perdere la faccia" a quella parte del sindacato e della politica che si rendeva perfettamente conto del problema, ma temeva ripercussioni su iscrizioni ed elezioni.

Molto bizantino e, dunque, italiano? Maybe .....

In ogni caso, è curioso come normalmente non ci si renda conto - sulla base della considerazione che il prestatore d'opera sia la parte contraente più debole, cosa vera se si paragona la condizione economica, ma che non esaurisce l'analisi - quanto l'investimento in formazione sia indispensabile ma soggetto a rischio per le aziende, mentre presenta solamente vantaggi per il dipendente: l'impresa ha solitamente tutto l'interesse a trattenere i collaboratori efficaci, i quali possono anche decidere in qualunque momento di utilizzare altrove le competenze acquisite.

Eventuali casi di distorsione di uno strumento che fosse prorogabile indefinitamente non spostano i termini della questione e, comunque, non è la situazione in essere. Evidentemente, eliminare vincoli e pastoie per favorire l'occupazione - che può essere effetto solo della crescita, non di un'imposizione ope legis - significa ripensare tutto il sistema, ma non sulla base di "garanzie" quanto, invece, di creazione delle condizioni di appetibilità per gli investitori. E non parlo di livelli salariali, sia chiaro, ma di infrastrutture materiali ed immateriali e di efficienza generale.

OK Franco, ma io vorrei che ci concentrassimo sui fatti.

Ora (1), abbiamo un sistema industriale che, mediamente, non innova, ha problemi di produttività e non sfrutta l'offerta di lavoro qualificato esistente.

E (2) esistono alcuni soggetti che hanno particolari privilegi nell'intermediare rapporti e, più in generale diritti.

(3) In questa situazione i costi "monetari" di introdurre un soggetto in un'organizzazione appaiono bassi e (lo dici tu stesso) un datore di lavoro tende a "sfruttare" la flessibilità contenendo gli investimenti nella selezione del personale e nella formazione.

(4) Mi domando poi, incidentalmente, se effettivamente l'onere di cercarsi un altro lavoro perché si è più bravi sia paragonabile, in questa situazione di totale disprezzo per il valore delle risorse umane, alla difficoltà di rimpiazzare un lavoratore giovane...

Inoltre (5) si legge i livelli salariali medi italiani sono assai bassi.

Ora, mi sembra del tutto chiaro che se gli imprenditori (sicuramente anche per la loro -media- poca lungimiranza) mediamente NON ci guadagnano molto da questa situazione E i lavoratori (garantiti e non) ci perdono ED esistono soggetti con privilegi di intermediazione

FORSE esiste una relazione fra i privilegi e gli effetti che osserviamo, o no? Dove sbaglio?

però guardate non è sempre così, anzi a mia sensazione (i dati li devo cercare e quindi di sensazione devo parlare) non è così nella maggioranza dei casi. nel pubblico di sicuro: io sto nel comparto ricerca (enti pubblici di ricerca); da due contratti (circa 6 anni) c'è un articolo denominato "tenure track" che dice che se il tempo determinato è entrato tramite concorso (come quelli di ruolo) ed è stato tenuto tre anni continuativi, può essere trasformato a tempo indeterminato senza altri passaggi. sai quanti enti (istat, cnr, iss, isae....ops questo non c'è più!) hanno usato questa norma? zero! ma zero zero, non zero per dire pochi.

nel privato, secondo la legge 368/2001 varrebbe la stessa cosa. però se fra un contratto ed un altro fai staccare il lavoratore per 20 giorni.....è uno nuovo e si ricomincia il giro. nella scuola molti di quelli espulsi dalla riforma gelmini, avevano incarichi temporanei anche da 10 anni e più.

e ci sono comportamenti, sia del pubblico sia del privato, fortemente discriminatori. e considera infine che il tempo determinato è la forma in assoluto più tutelata. la situazione degrada velocissimamente quando si passa ai co.co.co. (nel pubblico) ai collaboratori a progetto, ai prestatori d'opera occasione, alle partite iva finte (non la maggioranza fra la partite iva, ma tante; per dichiararle finte uso caratteristiche tipo la monocommittenza, l'assenza di autonomia progettuale ed esecutiva, l'obbligo di svolgere i compiti assegnati presso il committente e l'impossibilità di determinare autonomamente l'orario di lavoro.

 

da due contratti (circa 6 anni) c'è un articolo denominato "tenure track" che dice che se il tempo determinato è entrato tramite concorso (come quelli di ruolo) ed è stato tenuto tre anni continuativi, può essere trasformato a tempo indeterminato senza altri passaggi. sai quanti enti (istat, cnr, iss, isae....ops questo non c'è più!) hanno usato questa norma? zero! ma zero zero, non zero per dire pochi.

Non so se sia stata usata tecnicamente quella norma, ma l'INFN ha fatto un concorso nazionale tre anni fa, per posti a tempo determinato con la promessa/garanzia di immissione in ruolo a tempo determinato dopo tre anni (quando i pensionamenti avrebbero reso disponibili le posizioni) e sta facendo le conversioni a tempo indeterminato ora. Mentre questo accade, sta svolgendosi un concorso nazionale per assumere ricercatori con le stesse procedure.

grazie per la segnalazione, provo a verificare ed eventualmente correggo il mio zero. sarebbe una bella novità. per completezza, il riferimento normativo è: art.5 comma 2 ccnl ricerca 2002-2005.

Ciao Marco, non son ben sicuro di capire il tuo intervento e i punti di dissenso. Ho detto dall'inizio che non sono un esperto di diritto del lavoro, ed esperti bisogna essere per navigare i bizantinismi delle leggi italiane in materia di contratti di lavoro. Non ho motivo di dubitare che quello che dici sia vero, e che la legge possa dare eccessivo potere alle società di intermediazione di lavoro, potere che produce poi risultati inefficienti.

Ma qua si stava parlando di un'altra cosa, ossia dell'approccio generale da adottare quando si parla di ''lotta al precariato''. Io vedo due vie. O si cerca di estendere a tutti le garanzie attualmente riservate ai soli lavoratori a tempo inderminato, essenzialmente eliminando tutte le altre tipologie contrattuali, o si prende atto che le garanzie attualmente esistenti rischiano di scoraggiare l'occupazione e si cerca un nuovi punto di equilibrio tra chi ora non ha alcuna protezione e chi invece è superprotetto. Mi rendo conto che ridurre le garanzie è cosa che genera paura, soprattutto se non si accompagna a una riforma del sistema del welfare, ma il primo approccio mi sembra rischi di ridurre ancor di più l'occupazione nel paese. Se la mia preoccupazione è infondata sarò felice di ascoltare argomenti teorici e vedere dati empirici che me lo spiegano. 

Il mio punto è che questa è una discussione che va fatta e va presa di petto. Non possiamo più permettere ai politici che ciancino in modo indistinto di ''lotta al precariato'' senza chiarire cosa vogliono fare. E se non si vuol far nulla (che è un'opzione) almeno si dica chiaramente che va bene così.

Spero di non sembrare troppo dissacrante o polemico...mi scuso in anticipo.

Garanzie

Dal discorso che fai, il concetto di "garanzie" per i lavoratori sembrano dei "beni", e quindi qualcosa di scarso che si distribuisce fra i lavoratori, di qui la necessità (la potrei condividere, nessuna preclusione ideologica) di redistribuire le garanzie. Pensiamo però alla principale fra queste garanzie, il mitico art 18, la "tutela reale" (termine giuridico, assai fuorviante) del rapporto di lavoro: come funziona oggi? Mi risulta che i casi in cui funziona davvero siano davvero esigui, e mi pare che chi beneficia oggi in concreto dell'articolo 18 siano in gran parte le organizzazioni sindacali, alle quali sono riconosciuti diritti esclusivi, di carattere monopolistico, nella negoziazione dei rapporti di lavoro.

Trattare le "garanzie" come beni ti spinge a proporre un rimedio pareto-inefficiente (rispetto ai lavoratori garantiti). Perché non indagare anche per un rimedio pareto-efficiente?

Intermediari

Per quanto riguarda poi l'interinale, pur non essendo un tecnico sulla questione (ma ne ho una certa esperienza) osserverei questo, e forse lo possiamo osservare insieme dall'alto:

- in Italia, da molti anni esiste un divieto generale di intermediare lavoro;

- poi, con varie vicende si è permesso ad alcuni soggetti "qualificati" (io direi "burocraticamente qualificati") di intermediare senza limiti: è quella di questi soggetti un'azione che porta o non porta il mercato del lavoro verso l'equilibrio?

- qual è l'effetto di questo patto di prova indefinitamente estensibile, pagato dal lavoratore interinale? Beh, per esempio il datore di lavoro è disincentivato a sostenere i costi di una ricerca accurata, sottostimando il costo di assumere un lavoratore non molto adatto all'organizzazione contro i conclamati vantaggi della "flessibilità".

Anche qui, secondo me, ci dovrebbero essere spazi per cercare rimedi pareto-efficienti.

Garanzie

Dal discorso che fai, il concetto di "garanzie" per i lavoratori sembrano dei "beni", e quindi qualcosa di scarso che si distribuisce fra i lavoratori...

Per certi versi lo sono.

Immagina di avere un'azienda di 100 dipendenti con buone prospettive, e di assumerne 10.

Dopo 2 anni entri in crisi e devi licenziare 10 persone:

  1. i 10 neoassunti sono a tempo indeterminato, dovrai scegliere chi licenziare tra i 110 dipendenti, e ti orienterai su chi ti serve di meno o ti costa di più. In linea di massima tanto i vecchi che i nuovi dipendenti hanno circa un 9% di probabilità di esser licenziati.
  2. i neoassunti sono interinali (o anche assunti a TI con un nuovo contratto senza protezione dal licenziamento): non gli rinnovi il contratto e te ne liberi. I vecchi dipendenti hanno 0%, gli interinali 100%

Ovvio che l'esempio è semplicistico, ma il conflitto d' interessi tra insider ed outsider è reale.Le garanzie hanno un costo, a carico dell' azienda, e quindi lo sono un bene scarso.

Sulle storture del mercato e sulla rendita di posizione delle agenzie interinali siamo d'accordo, ma mi sembrano una conseguenza diretta della legislazione.Consenti più flessibilità di assunzione e licenziamento e vedrai meno abusi di questo genere.

Ottimo esempio.

Seguo il tuo ragionamento ipotizzando che le garanzie siano in qualche modo un "asset" del lavoratore garantito. Oppure le non garanzie un "asset" (minor costo) dell'imprenditore.

Io dico che ci sono dei terzi operatori "monopolisti di diritti" che in parte erodono questi assets prendendosi una parte di quei benefici, e una parte sempre più grande. Questi operatori sono le società di interinale, le organizzazioni sindacali, e, in genere, tutti quei soggetti che non hanno un interesse diretto in relazione alla produttività del lavoro.

Ci può essere una situazione in cui il tuo imprenditore è combattuto se licenziare un lavoratore molto garantito e poco produttivo o quello non-garantito e molto produttivo. Sappiamo tutti che la prima alternativa è perseguibile, basta mettersi d'accordo con le organizzazioni sindacali ed accantonare i costi di una eventuale controversia.

Quello che sto dicendo io è che sei i costi dell'intermediazione sono ecessivi ci potrebbe essere un interesse di tutti i soggetti per soluzioni pareto-efficienti. Togliere semplicemente garanzie a qualcuno non è pareto-efficiente, e non è forse neanche politicamente perseguibile. Scambiare garanzie con qualcos'altro forse sì.

 

Il mio punto è che questa è una discussione che va fatta e va presa di petto. Non possiamo più permettere ai politici che ciancino in modo indistinto di ''lotta al precariato'' senza chiarire cosa vogliono fare. E se non si vuol far nulla (che è un'opzione) almeno si dica chiaramente che va bene così.

sottoscrivo in pieno. non ho tempo di rispondere alla tua sollecitazione precedente (quella dopo la "battuta"....tu mi hai segato le manine sulla tastiera ma almeno boldrin ha capito che di quello che si trattava: una battuta); ma questa esigenza che scrivi qui la considero sacrosanta e non più procrastinabile....anche da posizioni differenti come presumo sarebbero la mia e la tua (o di boldrin, o di giulio); ma questo mi preoccupa e spaventa meno di continuare a rinviarla.

 

 

Sandro non sapevo dove intervenire e mi ficco qua, ma la mia non è una risposta a quanto tu dici, salvo una doverosa precisazione:

1. Lo statuto dei lavoratori si applica solo nelle aziende con più di 15 dipendenti. Sapessi le contorsioni (anche forzate) che si fanno per evitare di superare la soglia.

2. I lavoratori si dividono anche fra pubblico e privato: è vero che se stai in una medio-grande azienda sei tutelato (?) dallo Statuto, ma non dall'economia di mercato, se sei un dipendente pubblico sei tutelato (?) da tutto e tutti. Anche contro i tuoi superiori, la logica, il buon senso, o il minimo di senso della giustizia, per non parlare del mercato.

Se non eliminiamo le storture, ma proprio tutte, parlare di precari, interinali, schiavi, escort, sfruttati etc. non ha senso: parliamo di chi "conquista il diritto al parassitismo" e di chi lavora, al di là del tipo di contratto.

Povero Draghi, ha ben presente il pessimo quadro dell'Italia e non può manco parlarne..

Povero Draghi, ha ben presente il pessimo quadro dell'Italia e non può manco parlarne..

Hai ragione Marco ma di certo, parlando di stabilizzazione non intendeva certamente parlare di tempo indeterminato come unica opzione. Eppure molti soloni nella più perfetta malafede vanno cianciando in questo senso

Lo statuto dei lavoratori si applica solo nelle aziende con più di 15 dipendenti. Sapessi le contorsioni (anche forzate) che si fanno per evitare di superare la soglia.

ma andrea moro e giulio zanella non avevano presentato a roma un lavoro che, fra l'altro, NEGAVA questo fenomeno? un luogo comune, insomma: non era osservabile alcuna discontinuità nella frequenza di dipendenti fra le 15 e le 30 unita... come stanno le cose, allora?

questo lavoro qui, a pag.4

 

quel che hai appena scritto, che intorno a rifo e dintorni circola solo "morte e male al non indeterminato" mi sembra pure puntare sullo scherzoso

 

anche quel che hai appena scritto, che intorno a rifo e dintorni circola solo "morte e male al non indeterminato" mi sembra pure puntare sullo scherzoso

No guarda,

Io non ho letto la proposta di legge di cui parli, ma Rifo & Co. incentrano tutta la loro comunicazione propagandistica sulla "lotta alla precarieta'" 1. Senza proporre un bel niente 2. Implicando o proprio proponendo apertamente (ricordo Bertinotti) protezioni legislative a difesa dei lavoratori che ora ne sono sprovvisti.

Forse, nel caso n. 2 scherzano pure loro - nel senso che si stanno prendendo in giro da soli, giusto?

Vero.

Più che ricchi, direi privilegiati. Poi c'è anche qualche ricco, ma conta poco. Svariati milioni di privilegiati consumano/distruggono più risorse di mille ricchi sfondati.

L'economia è una cosa triste, lo so.

Ma i material balance constraints pure lo sono ... alcuni dicono sia tutta colpa d'Adamo, Eva ed un fottuto serpente ...

per la morte di Diana Spencer. 

Personalmente e non sono un economista (neanche da lontano) ho letto Draghi e mi sembra che dica cose di buon senso (il fatto che siano banali ha nessun effetto negativo sulla loro verita'.)

Palliativo (a breve termine) riduzione delle protezioni e rigidita' che vengono fate in guarentigia a una enorme massa di lavoratori NON precari (se i governanti vogliono farlo hanno in mano l'impiego pubblico, solo il ministro della pubblica istruzione ha piu' lavoratori di Luxottica...)

Forse semi-soluzione: spostare le economie del produrre idiozie ad altissime tecnologie, ergo (mi azzardo a predire) un vantaggio per le imprese ad aver piu' interesse e non meno a creare capitale umano (per produrre un bravo facitore di freni di Maserati, forse non bastano 12 settimane.) 

Mi rendo conto che la cosa ha costi enormi. Rimango dell'avviso tutta via che mentre i cinesi hanno imparato a produrre sommergibili nucleari, gli italiani fanno la calza (sia pur bellissima e di Missoni, ma calza rimane.)

Val al pena di sfottere ma qui chi ci "perde" (non lo in soldi ma in stabilit'a e privilegio) non sono i "ricchi" ma milioni di individui a bassa produttivita' nel settore pubblico e privato.

 

Quando e se rifondazione comunista spiega tutto cio', potrei anche votarli (sans Bertinotti che mi sembra un personaggio da Alighiero Noschese.)

Ringrazio entrambi per la spiegazione. Quindi qui il girnalista di "Il Fatto Quotidiano" non ha capito nulla, e anzi distorce il pensiero di Draghi trasformandolo in una richiesta rivolta alla politica di trasformare i precari in tempo indeterminato ope legis.

Notare

 

Nel suo lungo discorso ha pronunciato solo due volte la parola “giovani”, mai la parola “flessibilità”

 e

quanti discorsi di Draghi ci vorranno per far capire a certa sinistra che farsi piacere il precariato come strada verso la modernità non è più trendy?

dove scommetto che sta parlando di Ichino.

C'è un'altra cosa che volevo far notare. Il titolo del Corriere.it oggi è ''Draghi preme: stabilizzare i precari'', quello de LaStampa.it è ''Draghi: perdiamo competitività. Ora bisogna stabilizzare i precari''. L'enfasi viene posta sul paragrafo segnalato dal lettore agori. Come ho cercato di spiegare però il passaggio dice una cosa abbastanza ovvia e non offre chiare indicazioni di intervento in termini di politica economica. In particolare sono convinto che molti, leggendo quei titoli, si convinceranno che Draghi favorisce un intervento legislativo che, ope legis, trasformi i contratti precari in contratti permanenti, come si fa a volte nel pubblico impiego (questo è l'uso corrente del termine ''stabilizzazione''). Non è così, Draghi non ha assolutamente detto questo. I titoli sono fatti male e traggono in inganno.

La cosa che volevo far notare è che nel paragrafo immediatamente successivo a quello sul precariato, Draghi dice quanto segue:

Si aggiunge un problema di concorrenza nei servizi. Studi condotti in Banca d'Italia mostrano da tempo come la mancanza di concorrenza nel settore terziario ne ostacoli lo sviluppo e crei inflazione; essa incide anche sulla produttività e competitività del settore manifatturiero. Nel 1998 si presero misure di liberalizzazione del commercio al dettaglio; documentammo come esse favorissero in quel comparto l'occupazione, la produttività e l'impiego di nuove tecnologie. Ma l'impegno a liberalizzare il settore dei servizi si è da tempo interrotto.

Nel discorso di Draghi questo pezzo ha la stessa lunghezza e la stessa enfasi di quello sulla precarietà. A differenza di quello sulla precarietà però offre un'indicazione di politica economica estremamente chiara e nitida (bisogna riprendere le liberalizzazioni interrotte). Offre anche una critica di fatto molto dura all'opera di chi ha bloccato queste liberalizzazioni, ossia principalmente Tremonti e i governi di centrodestra che hanno governato nel 2001-2006 e dal 2008 a oggi.

Per ragioni però a me non interamente chiare questo passaggio è stato di fatto ignorato dalla stampa. Titoli come ''Draghi preme: liberalizzare i servizi''o ''Draghi: perdiamo competitività. Ora bisogna liberalizzare i servizi'' sarebbero stati molto più accurati.

Secondo me fa semplicemente meno notizia che un "uomo della finanza" parli di liberalizzare il terziario che non il fatto che critichi gli effetti negativi della precarizzazione. I giornali devono vendere, dopotutto... Poi (a seconda della testata) ci può essere un filtro dovuto all'orientamento politico che spinge a presentare Draghi (considerato generalmente autorevole) come un nemico dell'attuale sistema e quindi in certo qual modo di chi è attualmente al potere.

Volevo osservare che sulla Stampa di oggi Bill Emmott riprende alla grande il discorso di Draghi sulla liberalizzazione dei servizi

e io vi suggerisco quest'altra lettura:

Articolo di Ivo Diamanti tratto da Repubblica.it

"Ancora non mi capacito. Di come il Bacchiglione abbia potuto allagare Cresole, località di Caldogno  -  casa mia. E le strade, le piazze del centro di Vicenza, proprio sotto al mio studio. Allagare, peraltro, è un eufemismo. Visto che si è trattato di un'alluvione disastrosa. Che ha provocato danni immensi. Alcune vittime. Migliaia di persone con la casa danneggiata, spesso in modo molto serio. Abitazioni affondate nel fango. Insieme a ciò che contenevano. E uffici, garage, automobili. Ieri, quando mi sono mosso da casa, un paio di chilometri dai luoghi alluvionati, ancora non me ne rendevo conto. Ma era impossibile circolare. Tutte le strade che percorro, quotidianamente, per recarmi a Vicenza oppure per raggiungere l'autostrada, a Dueville, bloccate.

IL VIDEO: VICENZA DALL'ALTO

E ancora non mi rendo conto di come possa essere accaduto. Il Bacchiglione - il fiume  che ha travolto tutto, da Vivaro a Vicenza, passando per Cresole e Rettorgole, località di Caldogno - io lo conosco bene. Quando ho tempo e il tempo lo permette, lo risalgo in bici, lungo il greto. Vi entro al confine con Vicenza, il Ponte del Marchese, al confine con il Dal Molin, l'area dove, un giorno dopo l'altro, con rapidità sorprendente (e inquietudine immutata), vedo sorgere la base americana.

Da lì risalgo. Da una parte il corsod'acqua, dall'altro la campagna. Arrivato a Cresole, attraverso la strada e proseguo ancora, fino a Vivaro. Poi, di nuovo, passo la strada e continuo, in mezzo ai campi, costeggiando il Bacchiglione. Che definire "fiume" è sicuramente esagerato. Lì è un torrente che puoi attraversare in molti, diversi punti. A piedi. Visto che l'acqua è poca. Consumata dai campi. Cambia nome spesso, il Bacchiglione. Quando si avvicina a Vicenza si chiama Livelòn. In alcuni punti, d'estate, diventa Livelòn Beach, dove molti vicentini vengono a bagnarsi  -  fare il bagno è un po' impegnativo. E a prendere il sole. Non riesco davvero a rendermi conto di come possa essere successo. Cosa abbia potuto trasformare il mio percorso salutista  -  che mi permette di stare per un poco solo con me stesso - in un fiume killer. Capace di travolgere tutto e tutti. Non è la valle del Nilo. Non ci sono colline che franano, intorno. Anche se sotto c'è un bacino di falde acquifere fra i più ampi d'Europa. Due giorni di pioggia improvvisa, battente e ininterrotta, insieme allo sciogliersi rapido delle nevi nelle montagne vicine (complici lo scirocco e un veloce rialzo della temperatura. Tutto ciò ha trasformato un torrente nel Nilo in piena. Inimmaginabile, per me. Anche se, in questi anni, ho visto  -  e raccontato  -  cose che voi umani...

Un territorio verde: urbanizzato senza limiti e senza regole. Caldogno, da quando sono arrivato, negli anni Ottanta, è passato da 4 a oltre diecimila abitanti. Nei prossimi anni dovrebbe superare il 20 mila. È la previsione che orienta le scelte urbanistiche. (Forse si attende l'arrivo degli americani.) Le strade, punteggiate di rotatorie, sempre più numerose. Spesso in punti incomprensibili: in mezzo ai campi  -  indicano che lì nascerà, presto, una nuova entità immobiliare. Un nuovo non-luogo abitato da stranieri. (Perlopiù "italiani"; ma stranieri perché estranei l'un l'altro.) E poi capannoni, zone artigianali e commerciali. E piscine, centri sportivi. Il territorio scompare, o comunque si nasconde. Non per caso avevo scelto quel torrente per i miei giri in bici. Ormai si tratta dell'unico percorso sicuro e tranquillo. Poche le piste ciclabili e sulle strade normali, anche le più periferiche, andare in bici è da pazzi. Io stesso, quando viaggio in auto, ne ho paura. E li "investo" ... di male parole. Difficile chiedere troppo ai fiumi  -  e alle loro imitazioni. Difficile chiedere ai torrenti di fare gli straordinari, di affrontare prove e sfide straordinarie. Di domare l'irruzione di piene improvvise e imprevedibili. Gli argini, spesso, non ci sono più. E, comunque, i campi intorno non tengono. Anche perché, in molti casi, "livellati" dai cavatori. Le case sono lì a due passi. Sempre più vicine. L'acqua, uscita dagli argini, arriva in un attimo. E quando scende verso Vicenza, sempre più tumultuosa, non incontra più l'ultimo rifugio, l'ultimo sfogo. Il Dal Molin. È  impermeabilizzato, messo in sicurezza. Oggi più che mai. Così l'onda scivola via. Prosegue sempre più grossa. E si abbatte su Vicenza senza ostacoli, senza freni, senza limiti. Gli amici di Vicenza che abitano presso Ponte degli Angeli dicono che tutto è avvenuto in fretta. Troppo in fretta. Quando hanno capito che l'acqua stava davvero uscendo dall'argine, scavalcava il ponte, invadeva piazza Matteotti, Santa Lucia e i dintorni. Era troppo tardi. Troppo tardi. Così come troppo tardi avevano capito quel che stava succedendo. Ora tutti cercano i colpevoli e si rimpallano la responsabilità,  ma nessuno poteva immaginare l'inimmaginabile. E nessuno poteva immaginare che l'ambiente era lì, pronto a chiedere il conto di tanti decenni di incuria. In modo tanto clamoroso e violento.

L'inimmaginabile, peraltro, resta ancora oscuro per gran parte degli italiani che abitano altrove. Perché i giornali "nazionali" ne hanno parlato poco  -  a pagina 20 della cronaca. Perché le tv "nazionali" hanno guardato la catastrofe con un certo stupore. Ma senza rendere l'effettiva drammaticità degli avvenimenti. Tanto che i miei amici, i miei colleghi che abitano nel mondo  -  e ancor più in Italia  -  non si sono resi conto di quel che è successo. Non saprei dirne la ragione vera. Forse perché, in fondo, si lamentano sempre, quelli del Nordest. Così, quando ce n'è davvero il motivo, non vengono presi sul serio. Se te la prendi sempre con Roma ladrona, Roma si vendica.  E quando chiami non ti sente. Forse perché resiste il mito del post-terremoto friulano; o del Vajont. Quelli abituati a fare da soli. Ad aggiustare i propri conti con le sfide del mondo e della natura senza chiedere aiuto agli altri. Così gli altri, quando ci capita qualcosa di grosso, non si accorgono di noi. Tanto siamo campioni dell'arte di arrangiarci.

Forse perché Vicenza, il Veneto, il Nordest sono terre lontane. Da Roma, ma anche da Torino e Milano. Periferia romana e padana. E poi, vuoi mettere i rifiuti di Napoli? Così, le grida si sentono poco. Echi lontani. E qualche ripresa. Qualche immagine. Persa tra le foto di Ruby, le avventure erotiche e le barzellette sconce di Berlusconi, le polemiche dell'opposizione, le inchieste infinite da Avetrana. L'alluvione di Vicenza. Un servizio a pagina 20 sui quotidiani e una notizia dopo dieci minuti di tigì, il giorno in cui avviene. Poi sparisce.

In fondo si tratta di una tragedia minore che si consuma in una provincia minore. Non merita un'inchiesta. Al massimo una cronaca. Minore."

Sulla pagina linkata D'Amuri e Peri scrivono:

Our hypothesis is that immigrants, who often do not speak the language and do not master the culture and norms of the host country, are concentrated in more manual-routine tasks (especially among less educated groups). The inflow of immigrants thus increases the supply of manual skills relative to the supply of abstract skills with two effects:

  • Due to the complementarity between these types of skills, the increase in the supply of manual tasks boosts relative compensation for complex skills, making them better paid.
  • Exploiting their comparative advantage, natives move to occupations requiring a relatively higher level of these skills.

In pratica si incrementano i salari dei lavoratori più qualificati (o meglio ammanigliati, se consideriamo lo scarso livello di meritocrazia e l'imperante familismo amorale in Italia); io imagino, anche se gli autori non lo dicono, che si abbassino i salari (relativi o anche assoluti) dei nativi meno qualificati; in altre parole bene per chi cerca una colf, male per chi cerca un lavoro da colf. I professori mi correggeranno se sbaglio: si aumenta l'indice di Gini? Ció è un bene? Cosa ne penseranno i nativi meno qualificati?

E fin qui va bene. Ma cosa succede quando dopo qualche anno gli immigrati "speak the language and do not master the culture and norms of the host country" ovvero in una parola "si integrano"? E con le generazioni successive alla prima? Se vogliamo che l'ipotesi di D'Amuri e Peri rimanga vero bisognerebbe prendere misure perchè gli immigrati, ed anche i loro figli e nipoti non possano MAI accedere ai lavori più qualificati o comunque più desiderabili. Mi sembra una strategia impraticabile, prima di tutto per motivi morali, ma anche politicamente o economicamente, anche se nelle petromonarchie del Golfo fanno esattamente cosí. 

Se ció non avviene e gli immigrati, o almeno i loro figli si integrano, succede quelo che sta succedendo nelle banlieue francesi e altrove: i giovani richiedono lavori qualificati o comunque gradevoli, ma gli vengono offerti soltanto "manual-routine tasks" che questi rifiutano, esattamente come li rifiutano i nativi, rimanendo disoccupati e inc....ti.

Quandanche l'integrazione riuscisse perfettamente, gli imigrati accederebbero ai lavori più qualificati, abbandonando le  "manual-routine tasks"; si creerebbe quindi la domanda per una nuova ondata di immigrazione e cosí via ripetendo il ciclo. Certo se abitassi in paese con bassa densità di popolazione non mi porrei forse il problema, ma se abitassi ad esempio in provincia di Napoli (2.629,35 ab./km²) magari si.

Ci sarebbe da aggiungere che i paesi che hanno una politica attiva dell'immigrazione selezionano (o cercano di selezionare) gli immigrati più qualificati, contraddicendo cosí l'ipotesi di D'Amuri e Peri ma non ho abbastanza conoscenze per addentrarmi in questo campo.

A Radio Popolare intervistano Michele Boldrin ? A quando Odifreddi a Radio Maria ? Scherzi a parte perchè non create una microsezione in cui avvisate di eventuali iniziative, interviste, reading sul suolo italico dei redattori?

Sono l'unico a cui sembra che John Sides abbia in testa l'equazione "meno leggi meno successo"? Magari un presidente sotto la cui "guida" si legiferi meno (e meglio) potrebbe essere un presidente fortunato...

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