Letture per il fine settimana 24-1-2015

24 gennaio 2015 sandro brusco

Questa settimana: passi indietro nella corporate governance; tassare il consumo per ridurre la disuguaglianza; Italia, paradiso della responsabilità fiscale; la sinistra (e la destra?) e l'eterodossia economica;

Buona lettura e buon fine settimana.

  • Sul Sole 24 ore di domenica scorsa è apparso un appello di un congruo numero di economisti contro la possibilità che venga prorogato il termine che consente di blindare il controllo delle società quotate con voto a maggioranza semplice, anziché due terzi. Ci pare doveroso rilanciare l'appello. 
  • Su Vox è apparso un articolo di Robert Frank in cui questo economista riassume il lavoro che ha svolto per lungo tempo sulla disuguaglianza. Frank vede il principale problema della disuguaglianza nel fatto che forza consumo eccessivo per un meccanismo di emulazione, dato che l'utilità del consumo non dipende solo dall'ammontare assoluto consumato ma anche da come si compara rispetto al consumo dei propri pari. La conclusione è che per ridurre gli effetti negativi della disuguaglianza bisogna passare da un sistema di tassazione del reddito a un sistema di tassazione del consumo. È l'esatto opposto di quel che propone Piketty, che invece vorrebbe aumentare la tassazione sulla ricchezza e quindi sul risparmio.
  • Larry Kotlikoff è venuto in Italia e sembra essere stato affascinato da Renzi e Padoan, al punto da scrivere questo articolo spiegando perché l'Italia è in una posizione fiscale migliore degli altri quando si guarda al lungo periodo.  Il punto è semplice: il debito pubblico ''ufficiale'', quello che appare nelle statistiche e sul quale è costruita l'impalcatura del fiscal compact è solo una parte degli impegni di pagamento che lo Stato ha preso. I pagamenti delle pensioni future sono un'altra grande parte, che può essere più importante della prima. Grazie alla riforma Fornero l'Italia ha abbassato la spesa futura per pensioni, mentre gli altri paesi restano indietro su questo punto. Da qui la bella figura dell'Italia. Mi si perdonerà se resto un po' scettico, però sono pigro per cui chiedo ai lettori: qualcuno ha letto con attenzione il Fiscal Sustainability Report citato nel pezzo e mi sa dire quali ipotesi (in particolare sulla crescita del PIL) sono state fatte per giungere a tale conclusione?
  • Chris Dillow pone la seguente interessante domanda: dato che ''there's no tension between orthodox economics and leftism'' (non c'è contraddizione tra ortodossia economica e assumere posizioni di sinistra), perché così tanta gente a sinistra sembra essere attratta da posizioni eterodosse? Chris trova due spiegazioni: ignoranza (molta gente non sa quali sono - o non sono - le implicazioni della teoria economica ''ortodossa'') e una generale predisposizione a sinistra nell'adottare posizioni ''trasgressive'' e ''ribelli''. Io sono un po' meno ottimista. Dal mio punto di vista di osservatore del dibattito italiano infatti sono costretto a concludere che le posizioni eterodosse sono, in Italia, tanto popolari a destra quanto a sinistra. Il problema è un po' più profondo. Molta gente ritiene che le scienze sociali non abbiano nulla di scientifico. Per cui, in sostanza, si procede individuando le politiche preferite a priori e poi trovando una qualsiasi teoria che le giustifichi. Se la teoria ortodossa è troppo ostica o complicata se ne sceglie una eterodossa, basta che faccia le prescrizioni ''giuste'' in termini di policy.

11 commenti (espandi tutti)

così come la capacità di spesa, anche le considerazioni accattivanti di r.frank vanno poste in relazione al contesto. se si ritiene che la situazione americana sia caratterizzata da bassa pressione fiscale, minima tassazione dei consumi (niente accise, sales tax  a una cifra e non sempre si applica), alto indebitamento privato indotto da una crescente ineguaglianza, allora il rimedio proposto pare indicato. bisogna togliere "pressione sociale al consumo" per la classe media, perchè risparmi e pianifichi a lungo termine ecc.

ma noi siamo agli antipodi! la pianificazione ce l'ha già fatta e servita la previdenza sociale, abbondante per i primi arrivati, scarsissima per gli ultimi e poco sostenibile se non si cresce. poi, un obiettivo esplicito di questa nuova tassazione è di produrre gettito aggiuntivo per opere pubbliche, e vien subito da tossire. si potrebbe anche aggiungere che il discredito dei pari, da noi pare rivolto a chi lavora troppo, alla brama di arricchimento, non a chi non spende.

tutte queste contrapposizioni precise e speculari, mi farebbero addirittura pensare  che la ineguaglianza (in termini di spesa)  italiana sia un filino bassa e che andrebbe aumentata per fare sviluppo.

surrogati

massimo 25/1/2015 - 15:59

Sono d'accordo, e vorrei rincarare la dose. In Italia c'è il cosiddetto "redditometro" che sebbene non possa essere definito una tassa sul consumo costutuisce cestamente un incentivo alla sobrietà. Chi conosce le modalità operativa della fisco italiano capisce che le spese che il nostro amico Frank definisce "emulative" possono scatenare un'indagine molto intrusiva con inversione dell'onere della prova. Mi piacerebbe leggere qualcosa di lui che riguardi il Bel Paese.

Il lavoro di Robert Frank mi ricorda il bello strano libbro di Th. Veblen The Theory of The Leisure Class (1899) che lessi molti anni fa. Forse un lavoro piu di sociologia che di economia.

Caratterizza bene la mentalita di molti Amerikani del decennio 1996-2006 quando (per esempio) si costruivano grandi case, con cucina di dimensioni adeguate ad un ristorante, in una specie di ricorsa allo stile di vita dei ricchi.  Un'avventura finita male nel 2007.

Il punto di Guido e Massimo sul fatto che Frank sembra avere principlamente in mente l'Amerika credo sia corretto. In Europa la tassazione del consumo è più alta che negli USA. Se questo ha avuto o meno effetto sulla disuguaglianza non saprei. L'europa continentale sembra avere meno disuguaglianza ma è diversa per tante ragioni dagli USA. Il Regno Unito ha più tasse sul consumo degli USA (credo, dovrei controllare) ma sembra avere livelli di disuguaglianza simili.  In sostanza l'argomento di Frank è ben costruito e anche interessante ma non so quanta rilevanza empirica realmente abbia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/25/banche-popolari-listituto-papa-boschi-regalo-decreto-renzi/1369584/

Rimaniamo in trepidante attesa che i principali organi di informazione nazionali che notoriamente brillano per indipendenza e tempestività chiedano conto al premier in carica di quanto accaduto affinchè i cittadini elettori possano fare le proprie valutazioni.

il fatto quotidiano (autore davide vecchi, che si sappia) titola:

Banche popolari, l’istituto di papà Boschi e il “regalo” del decreto di Renzi

e nell'articolo c'è poco altro. al meglio, non han capito nulla, la Pop.e.l. non era e non è di propriettà del padre della boschi, visto che nessun socio può possedere più del 1% del capitale e che quell'1% conta in assemblea per lo o,o14 per mille, visto che ci sono 70 mila soci.

boschi senior adesso  comanda senza averci in sostanza mai  messo un soldo di suo, in virtù dello statuto delle popolari che  il governo ha improvvisamente abolito. dalla abolizione non può averci guadagnato nulla, non avendo capitale investito e anzi  perderà probabilmente la sua posizione di potere che derivava dai suoi legami sul territorio e che lo statuto blindava, indipendentemente dai risultati della banca. il corso del titolo è letteralmente esploso proprio perchè in futuro gli investitori potranno  cacciare il management, questa è la notizia.

occorre poi ricordare la miserabile capitalizzazione borsistica della Popel: chi, in possesso di informazioni riservate, avesse comprato tutto il volume di azioni scambiate prima del decreto al prezzo corrente e poi rivenduto dopo il più 66% di questi giorni( ipotesi impossibili entrambe ) si sarebbe messo in tasca poco più di 1mln di euro, però  con la certezza assoluta di essere individuato, processato, condannato.

se si vogliono cercare motivazioni recondite (non necessariamente illecite o immorali) del ricorso al decreto per un coraggioso provvedimento atteso, sperato e benedetto da decenni, si deve a mio avviso guardare alle due grosse popolari non quotate, la vicenza e la veneto. magari si stavano avvitando , senza avere la forza di riformarsi.

L'articolo contiene due critiche al governo:

la prima, riguarda la valutazione di opportunità che il ministro Boschi, avrebbe dovuto fare al momento del voto sul decreto. Sostanza poca, ma lo faceva anche SB (ovviamente dopo essersi assicurato che i 'suoi' votassero esattamente ciò che voleva lui). La Boschi avrebbe dovuto astenersi non perchè la sua famiglia detiene una partecipazione nella Pop. Etruria, ma perchè la banca è messa maluccio grazie anche al contributo omissivo del padre (sanzionato dalla Banca d'Italia).

La seconda critica, che non contiene per il momento riscontri puntuali, riguarda presunti acquisti da Londra e movimenti dei prezzi delle popolari in conseguenza del DDL La Consob starebbe indagando ma il governo si guarda bene dal nominare i commissari mancanti mentre Vegas è filo-governativo per definizione. Al momento si tratta evidentemente di sospetti. Tuttavia i movimenti dei prezzi sono stati piuttosto rilevanti e sarebbe assai interessante capire se qualcuno ha saputo in anticipo.

Ciò detto le banche popolari sono una forma, prevista dalla legge, liberamente scelta dai privati azionisti che, quando hanno investito in tali titoli, erano perfettamente al corrente del voto capitario. Per quelli invece che li hanno comprati, anche in passato, in attesa della riforma del governo...

Aggiungo anche che il governo ha tutto il diritto di limitare la forma cooperativa, ma solo quando a questa sono associati dei privilegi di qualche natura.

Diverso è il caso delle fondazioni, che sono degli enti di diritto pubblico, il cui funzionamento è regolato interamente dalla legge per cui il governo può prevedere limiti di investimento e di coinvolgimento nella governance delle partecipate.

Qs per dire che un intervento sulla natura degli investimenti e dei comportamenti delle fondazioni bancarie sarebbe stato più logico e coerente di quello sulle popolari.

1) con ogni evidenza il provvedimento del governo a cui ha partecipato il ministro boschi, va contro gli interessi del suo genitore. interessi che poi paiono anche modesti (vicepresidente, neanche presidente...)

2) come da te evidenziato, non viene portato nessun elemento utile a supporto di alcuna tesi, ma solo vagheggiamenti da strapaese: Londra, gli gnomi della finanza, Vegas....era lecito aspettarsi almeno una considerazione sui volumi, sull'andamento del titoli, sul dissesto provocato dalle gestioni cooperative. è un lavoro malfattto, pubblicato da un giornale che non ci bada troppo.

le banche popolari sono una forma, prevista dalla legge

concordo. e per legge, cioè nell'interesse collettivo, ci si può metter mano. per decreto? non è molto diverso, a mio avviso, a breve sapremo da dove è venuta l'urgenza. non contiamo però sull'aiuto dei giornalisti del fatto.

Diverso è il caso delle fondazioni, che sono degli enti di diritto pubblico

vexata quaestio: secondo franco de benedetti al convegno di NFA a firenze, sono privatissime. secondo la dottoranda boschi, dipende.

vedo adesso che il tempestivo ed indipendente fatto quotidiano, ha dedicato un altro articolo al pacchetto azionario della boschi, del valore di euro mille. ben due giornalisti, primo de nicola e antonio pitoni, ci hanno dedicato il loro tempo eil loro notevole sprezzo del ridicolo.

E' un'economista ortodosso o Eterodosso?

(e' anche professore di economia all'universita' di Atene)

In questo post

http://yanisvaroufakis.eu/2013/12/10/confessions-of-an-erratic-marxist-in-the-midst-of-a-repugnant-european-crisis/

si auto-definisce un marxista nonconformista - whatever that means

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