Letture per il fine settimana, 21-8-2010

21 agosto 2010 sandro brusco

Questa settimana: i conti pubblici spagnoli; la perdita di autonomia finanziaria degli enti locali; una valutazione storica della politica dei poli di sviluppo; la produttività dei docenti di economia in Italia; si vota in Australia.

Buona lettura e buon fine settimana.

  • Edward Hughes, su fistful of euros, discute la ''doppia contabilità'' dei conti pubblici spagnoli. E' un fenomeno generalizzato in Europa: i governi usano trucchi contabili (per esempio, far indebitare società formalmente private ma controllate dallo stato; ricordate la Cassa Depositi e Prestiti, una delle furbate di Voltremont?) per abbassare il debito ''ufficiale'' calcolato da Eurostat ai fini del patto di stabilità. La cosa carina è che la banca centrale spagnola mantiene esplicitamente una doppia contabilità, una destinata alle misure ''ufficiali'' del debito e una destinata alle misure ''vere''. Mi chiedo se la Banca d'Italia fa qualcosa di simile.
  • Antonio Misiani analizza i dati Istat sull'andamento della finanza locale e mostra come nel 2008 e 2009 vi sia stato un ritorno al vecchio modello di finanziamento via trasferimenti dal centro. La fonte dei dati è qua. Misiani è un deputato del PD, l'intervento è apparso sul sito di Nens, il centro studi di Bersani e Visco, quindi un po' di bias nell'analisi è possibile. Ma, a dir la verità, la drastica riduzione dell'autonomia impositiva degli enti locali durante l'ultimo governo è cosa che è stata osservata da chiunque sia interessato a federalismo e finanza locale.
  • In tempi di furiosa discussione sugli investimenti Fiat nel mezzogiorno può tornare utile guardare con un po' più di calma agli effetti che la politica dei ''poli di sviluppo'' ha avuto nel dopoguerra. Lo fa Elio Cerrito in un quaderno di ricerca storica della Banca d'Italia.
  • Maria Cristina Marcuzzo e Giulia Zacchia analizzano su La Voce la produttività scientifica dei docenti di economia in Italia. Anche qui, a dir la verità, niente che sorprenda chi osserva abitualmente queste cose. Ma vedere i numeri esatti è sempre utile.
  • Oggi si vota in Australia, paese dall'affascinante sistema elettorale. Una introduzione, un po' smilza ma in italiano, è fornita da Andrea Mollica su Giornalettismo. Se volete sapere come votereste se foste in Australia, andate qui.

15 commenti (espandi tutti)

Sull'argomento riguardante le leggi sul lavoro ho dovuto scegliere la meno peggio: ma sono così sensibili a regolamentare il loro mercato del capitale umano?

Comunque 56,3% Liberal Party, 37,5% Greens, 6,3% Labor.

Io sarei pare un liberale verde...

ma sul serio in Australia sotto elezioni parlano di politica? Le domande del quiz erano concrete e precise, come se i candidati avessero - tipo - delle idee. Non ci sono abituato...

Sull'argomento riguardante le leggi sul lavoro ho dovuto scegliere la meno peggio: ma sono così sensibili a regolamentare il loro mercato del capitale umano?

Per quanto ne sappia si'

 

68,8% green, 25% labor, 6,2% liberal

Interessante il calcolo della Marcuzzo e di Zacchia. Non sorprendente, per niente sorprendente per chi ogni tanto frequenti i dipartimenti italici, ma interessante perché mette numeri precisi dietro alle impressioni quotidiane.

Mi domando: li licenzieranno tutti, quelli che non soddisfano i tre requisiti? Ridurranno loro lo stipendio? Li invieranno a dei corsi di recupero? A dei campi di studio forzato? Li ricicleranno nelle medie superiori?

 

Come sono stati fissati i requisiti? Dopotutto, al CUN siede gente eletta proprio da quei porfessori e ricercatori imporduttivi che stanno sotto la soglia.

Ad esempio, nel mio settore i requisiti sono modesti, ma comunque molta gente rimarrebbe fuori se venissero applicati. Quella gente ha votato i rappresentanti al CUN che hanno concordato criteri al di sopra delle loro possibilità. Boh...

E i criteri per economia? Come sono secondo voi, esigenti o generosi?

I criteri per economia sono generosissimi, come sottolinea anche Meo Patacca qui sotto. Su perché scelgano criteri che sanno benissimo i loro elettori non possono rispettare non ho un'ipotesi precisa. Ma quella a cui credo di più è la solita ipocrisia nazionale: sanno che non verranno applicati, che è tutta una sceneggiata, quindi fare bella figura costa poco. Chiacchiere, appunto.

Il professore universitario medio italiano, in economia ed altrove, è un ignorante che non sa nulla e la ricerca non sa nemmeno cosa sia.

Due precisazioni

i) Questi avrebbero dovuto essere i requisiti minimi per VINCERE un concorso. Una volta vinto, e passato il giudizio di conferma dopo tre anni (99.9999999999999% dei casi), gli ordinari non hanno più obbligo di pubblicare (a legislazione attuale). Per la precisione hanno obbligo di fare ricerca, NON di pubblicarne i risultati.

ii) L'idea dei requisiti minimi è un'iniziativa del Ministro che per ora non ha avuto seguito. Si aspetta l'approvazione della legge Gelmini - e l'entrata in funzione del mitico ANVUR, che dovrebbe valutare i docenti e togliere gli scatti (dal 2011) ai fannulloni. La legge è molto  generica - parla di pubblicazioni- e quindi mi aspetto che i requisiti siano ancora più modesti

iii) i  requisiti minimi sono modesti ad Economia, ma a Scienze sono più duri.

iv)  nessuno fa molto caso all'elezione dei rappresentanti al CUN, organo notoriamente di scarso peso (dopo l'autonomia). L'idea dei requisiit minimi è, in ogni caso, un parto ex-post. Al momento delle ultime elezioni, non venne discussa

 

 

A me invece il calcolo della Marcuzzo e Zacchia sorprende. Mi sorprende -- o meglio, mi sconcertano i risultati -- per via dei criteri cosi' larghi che hanno scelto. Tra le riviste di "grande rilievo scientifico e internazionali" (criterio 3), per cui basta avere pubblicato appena due articoli in otto anni per essere degni di fare l'ordinario in questo paese, c'e' della roba improbabile. Ma avete visto la lista? Sarebbe stato divertente vedere come sarebbero stati i risultati se avessero scelto, per quel criterio, solo riviste top general economics o top field (tipo le prime 30 riviste di Kalaitzidakis et al.).

E' sconcertate apprendere che qui non pubblicano neanche su Trimestre Economico. Ma veramente questi ordinari stanno a grattarsi l'emerita #...# (autocensura) tutto il giorno.

Mi domando: li licenzieranno tutti, quelli che non soddisfano i tre requisiti? Ridurranno loro lo stipendio? Li invieranno a dei corsi di recupero? A dei campi di studio forzato? Li ricicleranno nelle medie superiori?

 

Ma non basterebbe farli insegnare?

Gran parte degli "assenti" (o "fannulloni" anche se suona un po' retorico) secondo me e' piuttosto insensibile a sanzioni economiche. Le altre sanzioni sarebbero simpatiche ma purtroppo il maoismo non si e' ancora affermato nel nostro paese.

Sospetto che un buon 10-20% degli ordinari italiani risponderebbe: "Non pubblico, anzi, in universita' non ci vado praticamente mai, ma sono vicepresidente della municipalizzata/partecipata/amministrazione regionale/provinciale/comunita' montana, consigliere di amministrazione qui e la' e ho anche ho il mio studio di consulente/avvocato/commercialista... Dimezzatemelo pure lo stipendio, tanto io lucro sul titolo nobiliare di Professore."

Sospetto anche che queste persone insegnino un numero di ore molto limitato, riuscendo a rifilare a colleghi piu' coscienziosi (o a chi comunque in universita' ci va) gran parte del carico didattico (per non parlare di quello organizzativo).

Perche' non si propone un carico di ore altino (200-300 all'anno), obblighi di docenza fatti rispettare e documentabili ma compensati da sconti consistenti per chi pubblica? Chesso', hai pubblicato su Econometrica? Bravo, 100 ore in meno per 3 anni. Hai pubblicato su una rivista medio bassa? Bravino, 10-20 ore in meno per articolo.

Il vantaggio rispetto ad incentivi monetari e' che il tempo e' piu' "robusto": se fuori dall'accademia guadagno 200 mila euro all'anno lo stipendio universitario e' argent de poche, invece la mia giornata dura 24 ore, come quella di chi con detto stipendio ci vive.

 

Mi sembra un sistema generalmente buono. Solo una possibile obiezione: chi pubblica parecchio & in riviste prestigiose (cioè gli accademici "migliori") sarebbe esonerato da qualsiasi (o quasi) obbligo di insegnamento. Ciò potrebbe danneggiare gli studenti, che si troverebbero a dover apprendere da tutti coloro non in grado / non particolarmente avvezzi alla ricerca pura. Un mio docente (Musu) menzionò più volte a lezione la presenza di una correlazione tra capacità di produrre ricerca di alto livello e risultati nell'insegnamento, ma non ho mai approfondito personalmente la questione. Se ciò fosse vero, potrebbe esserci un potenziale notevole danno per gli studenti.

Secondo me una correlazione c'è ma è debole e spuria. Io ho una mia teoria. Se c'è un danno (dall'avere professori che non fanno ricerca), lo è solo per il top degli studenti (oltre che per il PhD). Per quelli sotto diciamo l'80esimo percentile è molto meglio avere professori ben preparati pedagogicamente ed incentivati ad insegnare bene, se non fanno ricerca va bene lo stesso. 

Perche' non si propone un carico di ore altino (200-300 all'anno), obblighi di docenza fatti rispettare e documentabili ma compensati da sconti consistenti per chi pubblica? Chesso', hai pubblicato su Econometrica? Bravo, 100 ore in meno per 3 anni. Hai pubblicato su una rivista medio bassa? Bravino, 10-20 ore in meno per articolo.

Questo era piu' o meno il principio usato all'Università di Tilburg (NL) 5-10 anni fa per la tenured faculty. Forse Luca Rigotti ricorda i dettagli meglio di me.

In un intervista al sole24ore niki vendola espone una specie di programma economico. Ho scritto una specie perchè da classico politico italiano espone le idee in modo un pò nebuloso, ma da quel che ho capito dietro le nubi non c'è niente di nuovo nè interessante.

 

Luca

Mi piacerebbe sapere quale sia il politico al mondo che non abbia idee nebulose su tutto cio che non sia politica. Solo chi ha avuto un mestiere precedentemente alla politica potrebbe vantare una conoscenza specifica in qualche campo.

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