L'enciclica Caritas in Veritate

9 luglio 2009 andrea moro

È difficile commentare l'ultima enciclica del papa perché in essa si trovano svariate affermazioni, alcune condivisibili, altre discutibili, altre condivisibili per motivi del tutto diversi da quelli apportati dall'autore. In questo articolo cercherò di riassumere l'enciclica citandone alcune parti e commentandole criticamente. In un articolo di prossima pubblicazione, io e Marco Boninu commenteremo il rapporto fra carità ed economia, uno dei punti centrali dell'enciclica.

Il messaggio principale in Caritas in veritate mi sembra essere questo: "il mercato, o perlomeno la versione di esso oggigiorno esistente nelle economie occidentali, sembra incapace di realizzare la giustizia. È  pertanto necessario un cambiamento nell'agire economico degli individui e nel funzionamento delle istituzioni economiche ispirato al valore della carità cristiana".

1. La giustizia

Cominciamo dall'idea di giustizia, pilastro di tutta la costruzione logica. Purtroppo (e qui cominciano i problemi) non ci è dato di sapere con esattezza quale essa sia. Sicuramente comprende un'attenzione per il benessere dei più poveri maggiore di quanto il sistema economico globale sia riuscito a realizzare sinora. Il Papa sembra essere consapevole dei notevoli passi avanti fatti negli ultimi decenni sul fronte della lotta alla povertà in alcuni paesi in via di sviluppo, ma sostiene che questo non basti. Cito dall'enciclica (i numeri fra parentesi quadrate che seguono ciascuna citazione corrispondono alla numerazione dei paragrafi del testo originale):

È vero che lo sviluppo c'è stato e continua ad essere un fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone e, ultimamente, ha dato a molti Paesi la possibilità di diventare attori efficaci della politica internazionale. Va tuttavia riconosciuto che lo stesso sviluppo economico è stato e continua ad essere gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall'attuale situazione di crisi. [21]

L'affermazione è probabilmente condivisibile da molti, fra i quali il sottoscritto, ma sarebbe stato utile qualche affermazione precisa su quali siano esattamente le distorsioni e i drammatici problemi. Che la povertà prevalga in molte aree del globo è risaputo; che sia aumentata a causa dello sviluppo (per esempio in India e Cina) non è chiaro. Nemmeno chiaro è quale livello di disuguaglianza sia tollerabile, argomentazione cruciale in un documento di carattere normativo.

Propongo di proseguire pretendendo di essersi fatti un'idea, per quanto vaga, dell'idea di giustizia papale. Per esempio, accontentiamoci di aver capito che il papa auspichi meno disuguaglianza e più social insurance.

Prima di continuare però segnalo un tentativo di giustificare efficientisticamente (non so se questa parola esista, ma ci siamo capiti) questo ideale. Il papa sostiene che se c'è troppa disuguaglianza, stiamo peggio tutti.

La dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza[...] A ben vedere, ciò è esigito anche dalla « ragione economica ». L'aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali [...] ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del « capitale sociale », ossia di quell'insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile. [...] È sempre la scienza economica a dirci che una strutturale situazione di insicurezza genera atteggiamenti antiproduttivi e di spreco di risorse umane [32]

Tutto vero, ne parlavamo anche nei nostri "dialoghi" io e Michele quando nFA aveva duecento lettori. Ripeto, quanta "disuguaglianza" sia inaccettabile è un problema empirico di non poca rilevanza, così come non è chiaro quanta "uguaglianza" imposta attraverso meccanismi redistributivi finisca per produrre comportamenti improduttivi (dannosi per tutti, spesso soprattutto per i più poveri). Anche su questo, nessun lume.

2. Il mercato non basta per realizzare la giustizia

Il messaggio qui è piuttosto chiaro e le citazioni potrebbero essere molte. Ne bastano un paio che ritengo cruciali per capire il pensiero del Papa:

Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà. [20]

oppure

Dal punto di vista sociale, i sistemi di protezione e previdenza [...] faticano e potrebbero faticare ancor più in futuro a perseguire i loro obiettivi di vera giustizia sociale [...]. Il mercato diventato globale ha stimolato anzitutto, da parte di Paesi ricchi, la ricerca di aree dove delocalizzare le produzioni di basso costo al fine di ridurre i prezzi di molti beni, accrescere il potere di acquisto e accelerare pertanto il tasso di sviluppo centrato su maggiori consumi per il proprio mercato interno. Conseguentemente, il mercato ha stimolato forme nuove di competizione tra Stati allo scopo di attirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti, tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del mondo del lavoro. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell'uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale [25]

e ancora

La Chiesa ritiene da sempre che l'agire economico non sia da considerare antisociale. Il mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. È certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l'economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell'uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per sé stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l'uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale. [36]

Insomma, il mercato e la logica del profitto vanno bene, ma da soli non bastano, anzi, di primo acchito fanno un po' paura al papa. Occorrono soggetti economici che agiscano "eticamente". I motivi per i quali il mercato e il profitto non sono sufficienti non ci vengono chiariti. Non ci viene spiegato perché, per esempio, i considerevoli progressi ottenuti negli scorsi 40 anni nella lotta alla povertà in molti paesi in via di sviluppo non siano frutto dell'espansione del "mercato", grazie al processo di globalizzazione e di riduzione dei costi di trasporto e di trasmissione delle informazioni, mentre si preferisce soffermarsi sulle notevoli disparità ancora esistenti. Insomma non si ammette che è stato il mercato a sollevare molte popolazioni dalla povertà, mentre ci si sofferma sull'idea che sia il mercato a perpetuare situazioni estreme di disuguaglianza. D'altro lato, passaggi come questo:

Alti dazi doganali posti dai Paesi economicamente sviluppati e che ancora impediscono ai prodotti provenienti dai Paesi poveri di raggiungere i mercati dei Paesi ricchi [33]

riconoscono che responsabile della povertà in molti paesi è invece l'assenza di mercato (gli "alti dazi"). Un esplicito riferimento alle folli politiche agricole di UE e USA sarebbe stato utile.

In sintesi, la posizione non sembra completamente coerente. Il papa sembra sposare tout court l'idea che il comportamento egoista del soggetto economico sia dannoso, il che non è per nulla ovvio.

Nessun riferimento poi al fatto che disuguaglianze e situazioni di estrema ingiustizia sono spesso perpetuate dalla presenza di imprese che operano nei paesi in via di sviluppo in una struttura di mercato monopsonistica, e cioé come unici compratori capaci di dettare il prezzo. Se il problema principale, come io credo, è la prevalenza di strutture di mercato monopolistiche nei paesi in via di sviluppo (e cioé l'assenza di mercato), non rischia di essere disinformativo prendersela con il mercato? Si rischia di contribuire alla confusione predicata da certo pensiero no-global. I no-global vogliono togliere il mercato. Il papa vuole aggiungerci la carità. Contro i monopoli invece (senza chiamarli così), solo un brevissimo accenno all'eccessiva protezione della proprietà intellettuale che farà forse felici Michele e David e che non cito, ma se vi interessa sta al paragrafo 22.

3. La carità - Cambiare i soggetti economici

La soluzione invece deve passare per la carità, e cioé occorre convincere i soggetti econoimci ad operare "eticamente". Cos'è la carità?

La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all'altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all'altro ciò che è “suo” [6]

A me questo passaggio, nel contesto di un discorso in cui la carità sembra necessaria a realizzare la giustizia, sembra un po' incoerente, ma passi. Nell'ideale cristiano, l'uomo si realizza nel dono di sé; questo vale anche nell'ambito economico, quindi comportamenti economici "cristiani" vanno pensati con questo ideale in mente. Ma vediamo, concretamente, cosa questo significhi.

La solidarietà universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere. Molte persone, oggi, tendono a coltivare la pretesa di non dover niente a nessuno, tranne che a se stesse. Ritengono di essere titolari solo di diritti e incontrano spesso forti ostacoli a maturare una responsabilità per il proprio e l'altrui sviluppo integrale. Per questo è importante sollecitare una nuova riflessione su come i diritti presuppongano doveri senza i quali si trasformano in arbitrio. Si assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario, con la pretesa di vederli riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per l'altro verso, vi sono diritti elementari e fondamentali disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte dell'umanità. Si è spesso notata una relazione tra la rivendicazione del diritto al superfluo o addirittura alla trasgressione e al vizio, nelle società opulente, e la mancanza di cibo, di acqua potabile, di istruzione di base o di cure sanitarie elementari in certe regioni del mondo del sottosviluppo e anche nelle periferie di grandi metropoli [43]

Mi sembra la parte più "in tema" dello scritto, l'invito a chi si riconosca nel messaggio del papa a comparare il proprio "superfluo" con l'altrui miseria (sorvoliamo sulla coerenza nei comportamenti di chi scrive con quanto si invita gli altri a fare). Certo, tutto è superfluo di fronte alla mancanza di acqua potabile. Ma quanto è il superfluo? San Francesco si è spogliato di tutto. Di quanto e cosa si deve spogliare chi si riconosce nel messaggio del papa? Non so se questo sia argomento per nFA ma dovrebbe essere certamente argomento per una enciclica. Putroppo il papa-filosofo sorvola su questi temi certamente interessanti per un cristiano.

L'amore nella verità — caritas in veritate — è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. [...] La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l'autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr Rm 12,21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà. [9]

Certamente non criticabile (perché ambito di preferenze personali) è l'auspicio e l'invito ad ispirarsi a questi principi. Tralascio di soffermarmi e riflettere sulle conseguenze di tali comportamenti e rinvio al secondo articolo con Marco, di prossima pubblicazione.

4. Cambiare le istituzioni economiche

Ma se ragionevole (per quanto velleitario) è il tentativo di convincere i ricchi a donare ai poveri, gli imprenditori a trattare meglio gli operai, e così via, non è ragionevole (e ancora più velleitario) pensare che tutti possano essere convinti. Meno ancora ragionevole è imporre legislativamente la carità, ma questo lo dice anche l'enciclica quando critica il comunismo senza nominarlo, in un passaggio che non ho sottomano (esiste, fidatevi sulla parola). Tuttavia, nell'enciclica si auspica che anche le istituzioni vadano cambiate nell'ottica della carità.

A. Banche Etiche e ai negozi/imprese non-profit.

Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all'impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali [38]

La vittoria sul sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione. Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità. Il mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco.[39]

Il Papa è consapevole che queste forme di imprenditorialità non vanno imposte per legge, e questo è un bene, quindi la sua sembra essere più che altro un'esortazione ad un aumento/supporto legislativo (magari fiscale?) di queste attività.

Personalmente, non ho niente in contrario con il commercio equo e solidale o con le banche "etiche" che prestano agli agricoltori in Nicaragua i risparmi delle signore della borghesia imprenditorale padovana. Mi limito ad osservare che (1) o sono imprese che, per loro dimensione, o per asimmetria informativa, operano in nicchie ignorate dalle grandi imprese o banche internazionali, e dunque, operano perfettamente nella logica di mercato - ergo: il mercato fa bene (ma allora perché non ammetterlo?); (2) o queste imprese, con l'aiuto dalle signore di Padova, cercano di rompere i monopoli delle multinazionali operanti nei mercati in via di sviluppo - ergo: il mercato fa bene, i monopoli delle multinazionali fanno male (ma allora perché la chiesa con il suo potere mediatico non cerca di proporre qualcosa di più incisivo per rompere questi monopoli?) (3) oppure queste istituzioni non fanno altro che tenere in vita attività inefficienti con metodi di produzione inefficienti; la cosa funziona finché esistono signore a Padova in grado di supportarle con la loro beneficienza mascherata da conto in banca a tasso "eticamente" ridotto e da caffé acquistato a prezzo equo, ma tentare di farne un modello di sviluppo per i paesi poveri è tanto velleitario quanto pretendere di voler coltivare banane in Groenlandia.

Il papa anche cerca di sostenere l'imprenditorialità no-profit e si lancia anche su una disquisizione riguardante il fatto che non sempre non-profit significa yes-ethics [46]. A me la cosa sembra ovvia: esistono molti modi di distribuire le rendite di'impresa: le spa scelgono di farlo tramite profitti e guadagni in conto capitale, le cooperative lo fanno tramite salari ai loro soci, il commercio equo lo fa alzando i prezzi a favore dei contadini, etc... Le rendite esistono ogni volta che si compie un atto economico, e a qualcuno vanno date. Ma perché allora pretendere di dare patenti di eticità ad una forma d'impresa piuttosto che ad un'altra? La forma societaria viene spesso scelta per motivi fiscali e organizzativi, non per un preteso anelito morale. La "banca etica" di etico ha tanto quanto di cattolico aveva la vecchia "Banca Cattolica del Veneto" la cui sede sta a circa 1 km in linea d'aria da dove sto scrivendo. Mah....

B. La gestione dell'impresa e dei capitali.

Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell'impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, è un fatto che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell'impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell'impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento. [40]

Non c'è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all'estero piuttosto che in patria. Devono però essere fatti salvi i vincoli di giustizia, tenendo anche conto di come quel capitale si è formato e dei danni alle persone che comporterà il suo mancato impiego nei luoghi in cui esso è stato generato [41]

Riporto questo paragrafo senza tanti commenti, perché sono perplesso. Fino a che punto è compito dell'imprenditore farsi carico di "tutte le altre categorie?". In un ambiente concorrenziale, cosa succede se invece qualche imprenditore decide di perseguire solo il proprio profitto? Davvero è nostro compito (o di un imprenditore, fa lo stesso) calcolare tutti i costi e benefici per le popolazioni coinvolte quando vendiamo azioni Fiat e compriamo azioni Volkswagen?

D'altro lato, come congegnare meccanismi di diritto internazionale in grado di punire imprenditori che adottano comportamenti "sbagliati" (penso a cose condivisibili dalla stragrande maggioranza: forme più o meno velate di schiavitù, etc...)? È bene o male investire in imprese che impiegando lavoro minorile sollevano tanti bambini dalla fame o dalla prostituzione? Io dal Papa mi aspetterei una riflessione un po' più approfondita su questi temi, invece l'enciclica glissa con dichiarazioni tanto generiche quanto inutili.

C. La globalizzazione.

Anche in questo caso, ottimo materiale per un tema da esame di terza media:

Nonostante alcune sue dimensioni strutturali che non vanno negate ma nemmeno assolutizzate, « la globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno » [104]. Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti, procedendo con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità. Opporvisi ciecamente sarebbe un atteggiamento sbagliato, preconcetto, che finirebbe per ignorare un processo contrassegnato anche da aspetti positivi, con il rischio di perdere una grande occasione di inserirsi nelle molteplici opportunità di sviluppo da esso offerte. I processi di globalizzazione, adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi l'intero mondo [42]

D. La cooperazione internazionale, gli aiuti, l'ambiente.

Il papa poi scrive varie cose condivisibili ma abbastanza ovvie sulla necessità di evitare molti sprechi da parte delle organizzazione preposte agli aiuti ai paesi poveri. Sull'ambiente altre cose altrettanto ovvie sorvolando ancora una volta sulle questioni veramente difficili, per esempio:

Anche [sul fronte dell'ambiente] vi è l'urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà, specialmente nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi altamente industrializzati. Le società tecnologicamente avanzate possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico sia perché le attività manifatturiere evolvono, sia perché tra i loro cittadini si diffonde una sensibilità ecologica maggiore. [50]

La questione è difficile perché sono i paesi in via di sviluppo a dover diminuire i livelli di emissione, non quelli industrializzati. Ma fare questo significa negar loro il loro diritto a svilupparsi. I desideri ecologisti dei benestanti occidentali si scontrano con il diritto allo sviluppo dei poveri cinesi. Perché non dirlo? È questo il problema etico rilevante: la sensibilità ecologista qui nell'occidente ce l'abbiamo già: possiamo permettercela!

E. La tecnologia.

L'enciclica tratta la tecnologia come il mercato: portatrice di benessere e di ricchezza ma solo se ben orientata. Niente di profondo, non vale nemmeno la pena riportare i passaggi che trovate per esempio, nei paragrafi 14 e 71.

Cito invece un messaggio per noi blogger, che mi rifiuto però di commentare

I mezzi di comunicazione sociale non favoriscono la libertà né globalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti, semplicemente perché moltiplicano le possibilità di interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignità delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale. [73]

5. Conclusione

Per concludere, sono piuttosto deluso da questa lettura, anche se mi si può obiettare che mi sbagliavo ad aspettarmi granché. Il Papa ha tutto il diritto di proporre e auspicare comportamenti "etici" da parte dei propri fedeli ed è consapevole che l'imposizione legislativa di tali comportamenti non è desiderabile. Ma che questo basti per il progresso e lo sviluppo dei popoli mi pare ingenuo. Che il mercato da solo non basti è assodato, ma mi sarei aspettato, dal punto di vista di chi dichiara di avere a cuore gli "ultimi", un accenno diretto alla necessità di proteggere la concorrenza ed i mercati, anche internazionali, dai monopoli e dalle concentrazioni, piuttosto che affidarsi ad un vago quanto improbabile afflato etico degli attori economici. Questo produrrebbe, a mio parere, più equità e giustizia di tanti inviti alla Carità.

40 commenti (espandi tutti)

A Nfa vi leggete le encicliche papali ? Cattocomunisti ! Ed io che pensavo che credevate nel liberismo...

A Nfa vi leggete le encicliche papali ? Cattocomunisti ! Ed io che pensavo che credevate nel liberismo...

Il fatto è che sono le uniche critiche che possiamo leggere. Non dico "uniche critiche serie", distinguendole da altre "non serie", ... dico proprio uniche dato che anche quelle piu' di sinistra si ispirano allo stesso filone cattolico. Poi è chiaro che mentre a sinistra, salvo qualche eccezione, sono troppo impegnati per sopravvivere e non hanno piu' tempo per scrivere encicliche e non hanno piu' capacità per scrivere "il capitale II, la vendetta" (al massimo si partecipa la Grande Fatello) in Vaticano invece hanno tempo da perdere e qualità a iosa per scrivere in latino.

Condivido le osservazioni del post di apertura e per ora non ho nulla da aggiungere.
Vedrò poi se nel dibattito avro' ulteriori stimoli ma una prima ossevazione mi assale: è molto piu' interessante replicare alle osservazioni papali piuttosto che a quelle di un "sinistro" (o "gruppettaro" come li chiammavamo negli anni 70) anche se si tratta sempre della stessa solfa.

Francesco

Non credevo che qualcuno si prendesse la briga di commentare un'osservazione tutto sommato innocua.

Da agnostico quale sono non concedo molto orecchio alle encicliche papali o alla parola di un muftì mussulmano, o un bramino indù, o un monaco buddhista, o le altre forme di adorazione di un essere soprannaturale.

Per cui, e ti dò ragione, non mi sono nemmeno reso conto che Nfa sia l'unico posto in cui si discute delle encicliche papali. Io, però, concordo con Feuerbach:" la religione è l'oppio dei popoli " (frase attribuita a un altro filosofo tedesco, tal Karl Marx, che però l'aveva solo riproposta).

E in Italia, fra "oppio dei popoli" e cocaina a fiumi ai piani alti del potere penso che a droghe siamo messi molto bene.

Il fatto è che sono le uniche critiche che possiamo leggere. Non dico "uniche critiche serie", distinguendole da altre "non serie", ... dico proprio uniche dato che anche quelle piu' di sinistra si ispirano allo stesso filone cattolico.

E' certamente così. Lo Spirito del Tempo, contro cui la Chiesa non vuole dare scandalo, abdicando alla sua funzione profetica, afferma che il mercato è male: lo dicono tutti, e la Chiesa che è molto più mondana di quanto non voglia ammettere alla sua coscienza, si aggiunge al coro.

Questo unanimismo corale non sarà certo spezzato da quelli che su altri versanti osteggiano ogni virgola affermata dal Papa. Per l'Enciclica Fides et Ratio ricordo che Micromega e altri periodici di cultura diffusa, anche accademici, affrontarono, anche in maniera tecnica, la critica alla concezione di ragione difesa da Giovanni Paolo II, invocando una libertas philosophandi che quell'enciclica metteva a repentaglio, riducendo come riduceva "filosofia e metafisica a capi-baracca del lager della teologia vaticana" (per usare le parole di C.A. Viano); adesso temo che da parte filosofica o genericamente culturale non verranno parole altrettanto dure di condanna delle posizioni della Chiesa. Lo ho già detto, ma sembra davvero che in Italia viga un libertarismo dimidiato: chi è libertario nelle questioni etiche non lo è in economia; e chi lo è in economia, non lo è in etica. Il papa e la sua dottrina fa da intersezione fra questi due insiemi: quando critica il mercato e i suoi eccessi (senza spiegare bene quali siano) è applaudita dalla sinistra moderata e dalla frattaglie più radicali; quando critica la licenziosità dei comportamenti sessuali non conformi alla sua dottrina o predica la famiglia come baluardo di tutto, e applaudita dalla destra "liberista".

In questa situazione però la cappa che ci si piazza sopra è più asfissiante che mai: la sinistra culturale non farà opposizione all'insegna del "lo dicevamo noi che il mercato..."; la destra invece con il suo nuovo vate GT si accoderà alla sapienza del papa sottolineando l'opportunità delle sue parole "dinnanzi  alle sfide del presente..." Insomma, tempi duri...

Non per essere monomaniacale, ma qualcuno vuol dirmi perchè, fra tutte queste auliche e appassionate esortazioni per il valore dell'etica in economia, il papa non ha trovato il modo di far sì che lo IOR aderisca alle norme antiriciclaggio e a tutte le altre normative in materia di trasparenza bancaria? Ma c'è un limite all'ipocrisia piu stolida, sfacciata e bugiarda che cerca di nascondersi dietro tutto questo latinorum dell'enciclica?

IOR aderisca alle norme antiriciclaggio e a tutte le altre normative in materia di trasparenza bancaria? Ma c'è un limite all'ipocrisia piu stolida, sfacciata e bugiarda che cerca di nascondersi dietro tutto questo latinorum dell'enciclica?

solo lo IOR? sei molto generoso, marco. prova a guardare tutto quello che fa il vaticano attraverso le lenti di una caratteristica essenziale della carita': "non cerca il suo interesse"  (2cor 13,5)

hai voglia a scrivere encicliche...

Questa critica ricorda quelle delle varie sinistre perche' e' altrettanto vaga. Per buona parte e' tautologica (l'ingiustizia non e' giusta), e in vari punti, come gia' e' stato fatto notare, non definisce i concetti e le soglie di tolleranza, per esempio riguardo alla disuguaglianza e alla poverta'. D'altra parte il papa non puo' mica abbassarsi a citare dati e tabelle, no?

Alcune note a margine:

1) Giustizia: al paragrafo 6 risulta abbastanza chiaro che il Papa non intende definire il contenuto di quello che chiama "giustizia".  Dice esplicitamente che "Ubi societas ibi ius: ogni società elabora un proprio sistema di giustizia".  Di conseguenza i contenuti di questa giustizia vengono storicizzati.  Cio' che è giusto  oggi in Italia non è detto che sia stato giusto 50 anni fa in Belgio; Benedetto XVI sceglie la strada di dare a Cesare ciò che è di Cesare e di lasciare i contenuti della giustizia alla società.  Mi viene solo da notare l'idea un po' forte (e dal sapore vagamente Hegeliano) che passa anche se non propriamente esplicitata: la giustizia è la giustizia giuridica, ius.  Sottolineo però che l'espressione "ideale di giustizia" non è presente nell'enciclica.

2) Mercato: Benedetto XVI dice che "il mercato non esiste allo stato puro", cosa che ritengo assolutamente falsa, ma altrimenti ha una posizione assolutamente di buon senso quando dice che finanza e mercati sono strumenti (ed e' quindi possibile usarli male).  Non sono daccordo con la prima espressione in quanto le famose "leggi di mercato" non è che vengono implementate dall'uomo: ci sono.  Io poi posso legiferare e agire per favorire certi meccanismi o impedirne altri: un po' come davanti a un fiume io posso costruire una diga per trattenere l'acqua, incanalarla e farci energia elettrica (senza dimenticare il Vajont).  Gli esempi sarebbero molteplici, però il punto è questo: le leggi di mercato ci sono e possono essere usate anche per fare del bene.  Non e' il mercato stesso a fare del bene, è l'uomo che si comporta in maniera efficace rispetto a quelle regole a farlo.

3) Carità: mi sfugge il passo dove si capirebbe che la carità sia necessaria a realizzare la giustizia.  Cosi' come ha definito la giustizia, questa è un fatto umano.  Al massimo io leggo in questi passi il fatto che la giustizia umana non deve essere giustificazione per frenare la carità (che deve andare oltre) e soprattutto la carità non deve essere contro la giustizia (affermazione questa sì da approfondire).   Riguardo al superfluo: mi sembra chiara la contrapposizione fra quanto necessario alla sussistenza e quanto no.  Il confine è effettivamente sfocato e meriterebbe un'analisi approfondita, questo sì.

4a) L'ammissione che "il mercato fa bene" mi sembra un po' forte.  Direi piuttosto "le leggi di mercato sono severe e ineluttabili e bisogna usarle bene, opporcisi è inutile, stupido e controproducente".  Mi sembra che questi passi seguano questo spirito.

4b) SOTTOSCRIVO IN PIENO il rammarico per l'assenza di una riflessione piu' approfondita sul tema della resposabilità personale ed etica nell'ambito degli investimenti finanziari e nella gestione d'impresa.  Tema da sviscerare a fondo, a mio avviso una delle voci della Chiesa a cui viene tolta maggiormente la parola.  Ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente dove di queste cose si parlava quotidianamente e il mio rammarico nel non vedere riconosciuto a questi temi uno spazio adeguato è grande.

Mi fermo qui per motivi di tempo: in ogni caso credo che il giudizio su quanto scritto da Benedetto XVI sia un po' troppo severo.  Il ruolo papale è anche un ruolo politico, e la prudenza nei giudizi su questi temi me la aspettavo.  Sottoscrivo, come ho detto, il rimpianto per la mancanza di approfondimento su alcuni temi, specie alla luce del fatto che da un papa come si preannunciava questo le premesse per avere questi approfondimenti c'erano tutte.

1) Hai ragione, visto che l'espressione da fastidio ad almeno un lettore, ho cambiato il riferimento a "ideale di giustizia" e ho tenuto solo "giustizia" o "idea di giustizia". Non mi pare che il papa voglia lasciare le società completamente libere di definire la giustizia. Dice chiaramente che l'allocazione di risorse attuale delle risorse è "gravata da distorsioni e drammatici problemi". ho argomentato assumendo alcuni criteri minimali di giustizia dedotti dal testo, anche perché senza di essi non si sa nemmeno di cosa si stia parlando. Capisco la necessità di essere vaghi, ma il papa vuole certamente meno povertà e disuguaglianza nel mondo. 

2) Sono sostanzialmente d'accordo. Che il mercato faccia del bene o male mi pare questione di lana caprina perché occorre capire cosa si intenda per mercato. Io cosa si intenda lo leggo dal fatto che l'enciclica calca la mano associando a mercato connotati negativi e ribadendo continuamente la necessità che gli attori del mercato assumano comportamenti etici. Rileggiti per esempio questo passaggio: "L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà". Questa frase è un'assurdità, dal punto di vista teorico. È semmai vero il contrario. Certo, esistono controesempi teorici, ma si tratta di quello che sono: controesempi che valgono in casi speciali. Secondo me si è persa un'occasione: occorreva ribadire che il mercato concorrenziale va protetto da tendenze monopolistiche che distruggono ricchezza e frenano lo sviluppo. Che questo sia il da farsi, dal punto di vista teorico, è assodato. Esortare all'altruismo, invece, non è per niente detto che funzioni. 

3) Tutta l'enciclica è piena di inviti alla necessità di connotare "eticamente", anziché egoisticamente le azioni economiche. Il titolo dell'enciclica contiene la parola carità. Se con carità intendeva altro, non lo so, a me non pare proprio. 

C'è una cosa che non mi risulta chiara. Quali sono gli elementi specifici di novità contenuti in questa enciclica? Da quel che capisco leggendo la recensione di Andrea non vedo la differenza rispetto alla tradizionale dottrina sociale della chiesa, in cui (taglio molto con l'accetta, e ammetto una buona fetta di ignoranza) si esortano gli attori sia individuali sia sociali a cooperare e agire in modo etico, si difende la proprietà privata e il mercato sempre a condizione che non vengano usati in modo non etico e si evita di prendere chiaramente posizione a favore dell'una o dell'altra teoria economica. Tutte le critiche di Andrea riguardo, per esempio, all'ambiguità del criterio di giustizia adottato o alla scarsa chiarezza nel distinguere tra mercato concorrenziale e monopolio si applicano, mi pare, anche a tutti gli interventi precedenti della chiesa cattolica in campo economico-sociale.

Forse non è necessario che ci siano novità concettuali per giustificare la pubblicazione di un'enciclica (dopotutto non stiamo mica parlando di pubblicazioni su riviste scientifiche) ma allora, domando, qual è lo scopo di questo nuovo intervento?

Hai ragione Sandro, ed in effetti è proprio l'autore dell'enciclica in oggetto a richiamare esplicitamente quanto già scritto dai suoi predecessori sugli argomenti trattati, nello specifico da Paolo VI (al punto 8 infatti recita: "A oltre quarant'anni dalla pubblicazione dell'Enciclica (nota: si riferisce alla Populorum Progressio del 1967), intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell'ora presente") e da Giovanni Paolo II (che ha scritto molto sui temi economici e del lavoro, ad es. l'enciclica Sollicitudo rei socialis QUI).

Quindi delle due: o il Papa intende ribadire precetti (etici prima che economici) considerati eterni e non mutati nel quarantennio in un momento storico che richiede una testimonianza della Chiesa, ed un indirizzo evangelico alle politiche in fieri degli stati industrializzati caratterizzanti il periodo del dopo crisi subprime; oppure (e spero sia questa un'ipotesi sbagliata e dettata da mia malignità) ci si prepara per tempo alle elezioni per la XVII legislatura italiana, spianando il terreno per un ritorno in grande stile della "balena bianca" che punti all'elettorato moderatamente progressista, oggi non adeguatamente rappresentato dal PD e dagli altri partiti di quell'area.

eppure (e spero sia questa un'ipotesi sbagliata e dettata da mia malignità) ci si prepara per tempo alle elezioni per la XVII legislatura italiana, spianando il terreno per un ritorno in grande stile della "balena bianca" che punti all'elettorato moderatamente progressista, oggi non adeguatamente rappresentato dal PD e dagli altri partiti di quell'area.

 

Io questo tenderei a escluderlo totalmente. Dubito che la stesura di un documento come un'enciclica sia soggetta  a valutazioni collegate alla politica italiana...è un documento che si rivolge alla cattolicità tutta, non all'Italia. E poi sono documenti concepiti in lassi temporali ampi...no, questo papa politicista che paventi non mi sembra verosimile.

L'enciclica e', letteralmente, una "circolare" diretta ai Vescovi.

Volendo semplificare molto, serve a ribadire un concetto (come questa) oppure a indicare una linea di comportamento in merito a un tema nuovo rispetto ai principi della Chiesa (ad es. la Rerum Novarum).

Sono molto rare le encicliche con "elementi specifici di novità".  La Chiesa ha i suoi tempi (d'altra parte, fa riferimento all'eternita'...), quindi se mettiamo che da una parte gli elementi nuovi del mondo con i quali si deve confrontare (e ai quali rispondere con un'enciclica con elementi di novita') e questi tempi fisiologici... otteniamo che non è opportuno guardare alle encicliche cercando novità.

Bisogna vederle come circolari: ribadiscono quello che si dovrebbe sapere, e si mette un punto di chiarezza dove magari veniva percepita un'ambiguità.

 

Ribadisco pero' quello che ho già detto: forse il punto poteva essere più chiaro, e le responsabilità legate al mondo della finanza sono un tema da affrontare in modo più esplicito (se uno vuole trovarle, le indicazioni, le trova, ma la gente è sempre dura d'orecchi).

Grazie Marco. Assumo quindi, almeno provvisoriamente e finché non mi si mostra il contrario, che la Caritas in Veritate non porta alcuna innovazione rilevante nella dottrina sociale della chiesa cattolica.

Esatto!  Il tema delle "innovazioni rilevanti" è un po' incompatibile con la Chiesa Cattolica.  La fame di queste innovazioni che abbiamo in questo momento non trova molto nutrimento da quel fronte.

D'altra parte è logico: da un punto di vista molto razionalista siamo di fronte a un'istituzione di duemila anni, che se si fosse concessa troppo a "innovazioni rilevanti" avrebbe perso la propria identità.  Se vogliamo riferirci alla dottrina (anche qui senza entrare nel merito): la fonte della dottrina è qualcosa di fisso (nei primi secoli c'e' stato un dibattito per capire quali fossero le fonti piu' attendibili ma questo sposterebbe il "punto fisso" della dottrina solo di pochi secoli).  Le innovazioni nella posizione della Chiesa sono da ritenersi piu' affini alle sentenze della corte costituzionale che alle nuove leggi del parlamento.

Quanto possono essere innovative le sentenze della corte costituzionale?  Beh, un po' potranno pure, pero' alla fine uno puo' sempre dire che in effetti, a pensarci bene, erano conclusioni alle quali si poteva arrivare.

Lo spazio di innovatività si ha quando la dottrina si trova di fronte a problematiche nuove.  Qui storicamente la Chiesa ha infatti espresso posizioni "innovative": al volo cito la Rerum Novarum, che affronta le problematiche poste dalla rivoluzione industriale (arriva però nel 1891, dopo una lunga meditazione e digestione del problema all'interno della Chiesa stessa), oppure il Concilio Vaticano II, che si fa carico di una lunga serie di istanze, in primis la perdita di potere temporale del Papa e l'emergere di una vasta classe "colta" di fedeli (e siamo nel 1962, anche qui chi cerca la tempestività avrà qualche delusione).

Quindi l'innovatività non è il pane quotidiano della Chiesa.  L'evoluzione delle posizioni del Vaticano è qualcosa di lento, quasi Darwiniano: piccole modifiche che vengono testate senza fretta alla prova dei fatti.

Il Papa precedente aveva una capacità comunicativa straordinaria e aveva capito che il mondo (il "secolo") chiedeva innovazione, di conseguenza lui dava molta apparenza di innovazione pur essendo perfettamente in linea con la tradizione e anzi prediligendo posizioni non particolarmente aperte.  Al contrario questo papa, non avendo la stessa capacità comunicativa e non potendo essere forti (come visto) di contenuti innovativi fa la figura del reazionario pur essendo su posizioni tutto sommato piu' aperte del predecessore.

 

Tutto questo per dire che trovare innovazioni rilevanti era una speranza abbastanza infondata, anche perché le cose fondamentali ci sono già, nella dottrina sociale della Chiesa.

In ogni caso, sarebbero in effetti utili dei richiami specifici a delle interpretazioni che sono troppo spesso dimenticate in favore di altri temi che vengono giudicati più urgenti e che, a mio avviso, sono assolutamente secondari.  Per restare nel tema, cito la responsabilità personale in materia di gestione della ricchezza (e gestione del potere in generale).  Sono sempre più convinto che servano dei j'accuse precisi (e che a volte timidamente passano, per fortuna) non dico contro le persone, ma contro dei comportamenti fin troppo diffusi.

Recentemente mons. Crociata (nomen omen) ha rivolto delle critiche precise verso un certo malcostume.  Mi sembra un primo passo.  Mi riferisco non tanto alle critiche verso il libertinaggio quanto al fatto che pare aver detto:

Assistiamo ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria salvo poi, alla prima occasione, servirsi del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata a parole e con i fatti, per altri scopi, di tipo politico, economico o di altro genere.

E già mi sembra un primo, seppur insufficiente, passo, sia nell'espressione della Chiesa sia nella risonanza data dai media.

Mi piacerebbe sentire sui mezzi di comunicazione cose del tipo: dare soldi a qualcuno senza sapere cosa ci farà è da incoscienti, dare soldi a qualcuno sapendo che verranno usati per fare del male è peccato.

Mi piacerebbe soprattutto sentire: cari signori, il rispetto del sesto comandamento è importante, ma quello del settimo lo è ancora di più; rispettate il settimo e il resto seguirà di conseguenza.  Dal momento che gli appelli contro gli atti impuri sono tanti e tanto amplificati mentre quelli contro il rubare sono pochi e soffocati, ma questo è un lungo discorso...

Mi piacerebbero tante cose, che sarebbero una bella innov... anzi, non lo sarebbero affatto, sono cose che in teoria si dovrebbero già sapere, ma che andrebbero ribadite con forza a quei sordi che non vogliono saperne di sentire.

 

Mi piacerebbe sentire sui mezzi di comunicazione cose del tipo: dare soldi a qualcuno senza sapere cosa ci farà è da incoscienti, dare soldi a qualcuno sapendo che verranno usati per fare del male è peccato.

Io credo di capire cosa tu abbia in mente, ma ti rendi conto di quanto assurda sia questa affermazione? Secondo te quando compro un chilo di banane, dovrei chiedere conto al fruttivendolo di come spenderà il ricavato? Non bastano le banche etiche, dobbiamo anche cercare i fruttivendoli etici, i calzolai etici, e così via? Dai, nelle società moderne ci sono istituzioni preposte al controllo dell'ordine pubblico e dell'illegalità, per ottimi motivi. Per tutto il resto esiste il concetto di libertà personale, che anche la chiesa almeno dice di apprezzare.

Si', in effetti detta così é assurda e mi scuso.

Avevo in mente un'altra cosa, ovvero il settore investimenti.

Pagare per un servizio é doveroso; credo che il consumo critico sia un qualcosa di giusto, ma ha i suoi limiti.  Quando compro un chilo di banane un conto é chiedere che siano state prodotte in modo "sostenibile", un altro é chiedere conto al fruttivendolo dell'uso che farà dei miei soldi (trovo questa pretesa inaccettabile).

Sì al fruttivendolo "etico", ben sapendo che con questa etichetta ci si riferisce alla filiera produttiva e non all'omino che avrà il diritto di spendere i soldi nel modo che più gli piace all'interno dei limiti della legge.

Pensavo alla borsa.  Investire in azioni di una società nota per le attività anche legali ma non etiche è lecito?  A mio avviso no, ma fin dove si deve spingere la nostra attenzione?  Se si stabilisce che investire in società che producono mine antiuomo è peccato, lo è anche mettere i soldi in una banca che investe in quella società?  Il falso in bilancio è una violazione del settimo comandamento?

Premesso che il falso in bilancio E' una violazione del settimo comandamento, per il resto come ci si comporta?  Dov'e' la differenza tra il comprare banane e dare i soldi a un fruttivendolo che poi li investirà in mine antiuomo e il mettere i propri risparmi in una banca che farà lo stesso?  Gli strumenti finanziari sono delicati perché non mi permettono di distinguere bene fra il prodotto e il corrispettivo che io pago per esso.  Se da un lato ritengo sacrosanto il mio diritto ad avere un prodotto rispondente alle specifiche che io richiedo (comprese tutte le certificazioni di filiera), dall'altro non posso mettermi a sindacare sull'uso che verrà fatto del mio compenso.

Finché si tratta di banane é facile, ma con i soldi é più complesso.  Se investo in azioni io sto pagando qualcuno (l'emettitore delle azioni) per avere un servizio (partecipare ai dividendi dell'iniziativa).  I dividendi dell'iniziativa derivano dal business in questione e se io ritengo questo business inaccettabile vuol dire che non darò i miei soldi per parteciparvi.  E da qui la situazione si fa più scivolosa.

Se metto i soldi in banca pago (le commissioni) per avere un servizio (la gestione dei miei risparmi).  La gestione di questi risparmi è tutto sommato neutra: registrano il mio conto su un hard disk e si fanno delle operazioni da terminale.  La cosa più empia di questa filiera é un capoufficio che si comporta male con l'impiegato.  Ma la banca fa qualcosa con i miei soldi.  Sono tenuto a esserne responsabile?  Posso dire "ah, ma io non lo sapevo"?

Insomma, la questione è delicata.

Quello che rimpiango si può dividere dunque in due categorie:

il mancato dibattito su situazioni delicate

la mancata assertività su questioni che invece dovrebbero essere più chiare

1) Giustizia: al paragrafo 6 risulta abbastanza chiaro che il Papa non intende definire il contenuto di quello che chiama "giustizia".  Dice esplicitamente che "Ubi societas ibi ius: ogni società elabora un proprio sistema di giustizia".  Di conseguenza i contenuti di questa giustizia vengono storicizzati.

 

Mah, il papa forse potrà accettare di vedere storicizzati i modi pratici di realizzazione della giustizia, ma stai pur certo che la sua concezione della Giustizia e strettamente legata all'idea di Verità che lui, e lui solo possiede, e che il suo magistero definisce bene...

Riguardo al superfluo: mi sembra chiara la contrapposizione fra quanto necessario alla sussistenza e quanto no.  Il confine è effettivamente sfocato e meriterebbe un'analisi approfondita, questo sì.

E dopo che ha fatto questa analisi? Riscrive i dieci comandamenti? Tipo il telefonino è futile, mentre la papamobile mercedes è essenziale? A mio avviso lui non approfondisce le questioni che solleva perchè, nel caso lo facesse, cercando di rimanere logicamente coerente ai principi che dice di professare, ne verrebbero fuori assurdità a metà fra l'irenismo pauperista di un S.Francesco e la follia costruttivista alla Pol Pot. Lui sa bene che gli conviene rimanere nel vago, enunciare principi dire e non dire, del resto si dice che anche Deus est absconditus...e poi, scusa, se il suo dire fosse si si,no no, cosa ci farebbero i preti e i docenti di teologia che ci sono nelle madrase Facoltà di Teologia? A quale mirabile lavoro ermeneutico non libero (perchè vincolato all'obbedienza a chi quelle cose dice) potrebbero votarsi? Dogmatica, Cristologia, Mariologia, e discipline affini, come potrebbero essere oggetto di studio nelle suddette scuole se le cose fossero troppo chiare?

"le leggi di mercato sono severe e ineluttabili e bisogna usarle bene, opporcisi è inutile, stupido e controproducente".

Ma questo chi lo dice?

SOTTOSCRIVO IN PIENO il rammarico per l'assenza di una riflessione piu' approfondita sul tema della resposabilità personale ed etica nell'ambito degli investimenti finanziari e nella gestione d'impresa.  Tema da sviscerare a fondo, a mio avviso una delle voci della Chiesa a cui viene tolta maggiormente la parola.

Sono d'accordissimo. Cominciamo col noto Marcinkus come case study? Sai, giusto per quella storia delle travi e delle pagliuzze...

Il ruolo papale è anche un ruolo politico, e la prudenza nei giudizi su questi temi me la aspettavo.

Ah si...io invece vedendo come entra nelle questioni di bioetica o della sessualità mi aspettavo toni molto più forti.

 

se il suo dire fosse si si,no no, cosa ci farebbero i preti e i docenti di teologia che ci sono nelle madrase Facoltà di Teologia? A quale mirabile lavoro ermeneutico non libero (perchè vincolato all'obbedienza a chi quelle cose dice) potrebbero votarsi? Dogmatica, Cristologia, Mariologia, e discipline affini, come potrebbero essere oggetto di studio nelle suddette scuole se le cose fossero troppo chiare?

E' un pò la storia di sempre: il Cattolicesimo ha in sè diverse cose contraddittorie, tanto che alcune volte bisogna ricorrere al "mistero della fede". Questo non ha impedito che nei secoli un numero enorme di persone fossero cattoliche e sono convinto che tra queste una parte rilevante lo fosse/sia non per qualche forma di convenienza, ma proprio per fede.

Per questo, anche se il Papa fosse più preciso, non penso che il ruolo del prete sarebbe minato alla base. In fondo i preti non svolgono solo una funzione "razionale" di spiegazione della dottrina, ma anche una "irrazionale" di supporto umano ai fedeli, che certe volte non sanno dove sbattere la testa. A questa seconda funzione contribuisce anche il loro esempio di come si possa vivere la fede nel concreto.

Insomma penso che ci sarebbe comunque abbastanza lavoro per loro.

 

Occorrono soggetti economici che agiscano "eticamente". I motivi per i quali il mercato e il profitto non sono sufficienti non ci vengono chiariti.

Non ho letto l'Enciclica e non intendo fare l'interprete dell'autore, tuttavia osservo che spesso gli economisti descrivono - o paiono descrivere - i "meccanismi" di mercato e i "comportamenti" dei soggetti economici prendendo a prestito le categorie e i metodi che (noi del)la scienza naturale us(i)a(mo) con successo da qualche secolo. Però lo fa in maniera spesso troppo disinvolta, in pratica promuovendo all'interno delle proprie teorie certe scelte (di valori) che andrebbero come minimo presentate ed esplicitate, anzichè considerate "oggettive" (così "schiacciando" impropriamente certi valori etici sulla realtà naturale). Il libro che sto leggiucchiando, The Skeptical Economist, è correttamente centrato attorno ad un percorso maieutico per cercare di decifrare ed evidenziare il tessuto di valori, di criteri, e quindi di etica, che la "scienza" economica mette spesso sotto il tappeto in maniera disinvolta. Questo per dire che ad un meta-livello di ragionamento c'è sempre spazio per diverse concezioni ed opzioni.

RR

Renzino, a me questi commenti che criticano l'economia ritornando sempre alla filosofia della scienza, mi ricordano molto quelle risse da bettola dove un avventore, non volendo soccombere al più forte, chiede di andare a risolvere la cosa fuori dal locale, magari facendosi aiutare da qualche suo amico o cugino forte abbastanza da ribaltare la situazione :-) . E in questo sito, invariabilmente, la "filosofia della scienza sembra sempre essere il sollievo di chi vuole dimostrare che fisica, economia o chissà cos'altro sono molto meno di quello che ci immaginiamo.

Insomma, fuor di metafora. Siamo ospiti in un sito di economisti, senza piena coscienza e avvertenza dell'economia stessa, lo scrivente incluso? Diciamolo subito dov'è che i modelli economici sono poco credibili, o inverosimili o valutativi e fintamente neutrali e poco scientifici! Non invitiamo gli avventori più forti a confrontarsi fuori dal sito, facendoci scudo di cugini più aitanti (ovvero i libri dove si dimostra che l'economia sarebbe ecc. ecc.).

 

Mah, non so che storia di ragionamento mi tocchi "obbligatoriamente" costruire; ho fatto un commento - breve, ma riassumendo dei concetti precisi - ed ho indicato un testo interessante di approfondimento. E' un contributo, non e' una dissertazione, ma ha una sua consistenza e un contenuto che mi sentivo di proporre (senza fumisterie mentali).

RR

Avevo iniziato a preparare una recensione ma non sarei mai stato efficace come Andrea. Inoltre, i miei tempi sono davvero troppo biblici :-)

Una delle cose che mi hanno rallentato (in aggiunta all'inutile verbosita' del documento) e' stata la difficolta' a digerire la premessa dell'enciclica, senza la quale tutto il resto (o gran parte del resto) non sta in piedi, ossia (mio grassetto):

[la carita'] è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici. [2]

E' utile riportare la definizione di carita', data per la prima volta da Paolo di Tarso (piu' noto come San Paolo) al capitolo 13 della seconda lettera ai Corinzi (2Cor 13,1-13):

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Ora, questa e', come si dice molto chiaramente nel capitolo 12 della stessa lettera ai Corinzi, una via spirituale cui la comunita' cristiana deve aspirare. In quanto tale costituisce l'ideale della comunita' cristiana (ideale mai raggiunto neppure nel primo secolo del cristianesimo, come documentato negli Atti degli Apostoli in un passaggio che tralascio per brevita'), e quindi sono d'accordo che costituisca il principio, cioe' l'ideale generatore, della stessa.

Dire che la carita' sia (o debba essere) anche il principio dei rapporti sociali, economici e politici, cioe' al di fuori della comunita' cristiana e oltre l'agire personale del cristiano costituisce un'estrapolazione che secondo me non ha fondamento biblico e che e' molto dubbia dal punto di vista teologico.

E la ragione e' questa: se la carita' e' una via spirituale, che uno puo' decidere di percorrere oppure no, come puo' essere fondamento dei rapporti sociali, politici ed economici? Non c'e' dubbio che se cosi' fosse saremmo nel migliore dei mondi possibili: non ci sarebbe poverta', nessuno ammazzerebbe nessun altro, tutti vorrebbero bene a tutti come si vuol bene ai propri amici. Ma poiche' cosi' non puo' essere non ha senso proiettare la carita' fuori dalla comunita' nella speranza che il mondo diventi buono. Nella sfera dei rapporti economici, ad esempio, al di fuori di quelle che l'enciclica chiama "micro-relazioni" vale l'osservazione di Adam Smith:

non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo la cena, ma dalla loro considerazione per il proprio interesse.

Possono certamente esserci macellai, birrai e fornai che percorrono la via della carita' e che agiscono invece per benevolenza. Ma possiamo per questo dire che la carita' e' (o deve essere) il principio dei rapporti economici?

Certo, il papa e i suoi collaboratori conoscono bene, meglio di me, sia la bibbia sia la teologia. Eppure tutto quello che sembrano dire in questa enciclica e' che se tutti fossimo buoni allora il mondo sarebbe un paradiso. Vero. Premesse forti generano conclusioni sorprendenti.

Ora, questa e', come si dice molto chiaramente nel capitolo 12 della stessa lettera ai Corinzi, una via spirituale cui la comunita' cristiana deve aspirare.

Perdona l'OT ma se interessa la via spirituale la chiesa cattolica is not the way to go. Sono 1500 anni che la chiesa cattolica la stupra, la via spirituale - e non mi sembra intenzionata a cambiare direzione.

giorgio, la gerarchia cattolica non e' la chiesa cattolica, per fortuna, e in realta' la rappresenta piuttosto male.

io non sono proprio ferratissimo in materia pero' questa obiezione (che sento spesso) non l'ho mai capita. per come la so io, la chiesa cattolica e' per definizione "chiesa cristiana che fa capo al papa". Se mi dici che la gerarchia cattolica non rappresenta il messaggio cristiano sono d'accordissimo. ma distinguere chiesa cattolica e la sua gerarchia mi sembra una contraddizione in termini. O no?

 

No, non e' una contraddizione e ti spiego perche'. Il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium (che e' una sorta di costituzione) definisce la chiesa come "il popolo di Dio". Questa espressione potra' far accapponare la pelle a qualcuno, ma l'analogia e' utile: l'appartenenza a un popolo non e' determinata dalle istituzioni che lo governano ne' dalle persone che fanno funzionare quelle istituzioni. In particolare, il papa non e' il capo della coscienza dei cattolici (non della mia, almeno), e' solo il vescovo di Roma. Figuriamoci il resto della gerarchia.

Giulio, provo a porre la stessa domanda in termini diversi, perché anch'io come Giorgio questa cosa non l'ho mai capita bene.

La domanda è: una volta che una persona abbia deciso di abbracciare la fede cristiana, cosa distingue l'essere cattolico dall'essere protestante, ortodosso o anglicano? Il termine ''popolo di Dio'', converrai, è un po' ambiguo. Non si riferisce necessariamente solo ai cattolici. Può rifersi a tutti i cristiani, o addirittura a tutti i credenti in un essere supremo. Per rendere il concetto operativo è quindi necessario specificare qualche criterio addizionale che identifichi l'appartenenza del credente alla chiesa cattolica.

A me verrebbe da pensare che la specificità dell'essere cattolico deriva dall'accettare una istituzione terrena, la chiesa cattolica, con ben definiti rapporti di autorità e gerarchia. Se uno ritiene di non essere rappresentato dalla gerarchia, perché non dichiararsi semplicemente cristiano ma non cattolico? Cosa ha di specifico l'essere cattolico rispetto ad altre fedi cristiane una volta che non si accetta la particolare linea d'autorità che la chiesa cattolica, come istituzione, ritiene giusto imporre?

La domanda è: una volta che una persona abbia deciso di abbracciare la fede cristiana, cosa distingue l'essere cattolico dall'essere protestante, ortodosso o anglicano? 

La riposta e': niente di sostanziale. E non lo dico io, lo dice il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium al #15 ("I cristiani non cattolici e la Chiesa")

La Chiesa sa di essere per più ragioni congiunta con coloro che, essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano, ma non professano integralmente la fede o non conservano l'unità di comunione sotto il successore di Pietro [...]. Una certa vera unione nello Spirito Santo [il quale] suscita in tutti i discepoli di Cristo desiderio e attività, affinché tutti, nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo Pastore.

Io traduco cosi': i cristiani ricevono esattamente lo stesso battesimo, leggono esattamente la stessa bibbia riconoscendo che contiene la stessa parola di Dio e ricevono esattamente lo stesso spirito santo, quindi il "core" della loro fede e' lo stesso. Le differenze riguardano la dottrina e la diversa interpretazione del ruolo del Papa. Queste pero' sono differenze di second'ordine perche' l'unita' che conta e' quella nello spirito santo, come di un greggre che segue lo stesso Pastore che e' Dio stesso (nota che si dice "in un solo gregge sotto un solo Pastore", non "sotto il successore di Pietro", e che il termine "pastore" nel vangelo si riferisce sempre e solo a Gesu').

Insomma, un'altra di quelle novita' che non sono affatto novita' come dici in un commento precedente.

Quindi si, il termine "popolo di Dio" non si riferisce affatto solo ai cattolici e infatti si riferisce a tutti i credenti non cristiani. Questo lo dice di nuovo Lumen Gentium, #16 ("I non cristiani e la Chiesa"):

quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch'essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio

Si usa il termine "ordinati" per dire che dal punto di vista della chiesa cristiana, ci sono ordini di appartenza diversi. Ma se Dio e' quello che la chiesa dice essere non credo sia assoggettabile alla tassonomia umana.

Se queste cose suonano eretiche allora e' il Concilio Vaticano II ad essere un po' eretico -- cosa che infatti molti pensano, Lefebvriani e Opus Dei in primis.

perché non dichiararsi semplicemente cristiano ma non cattolico? Cosa ha di specifico l'essere cattolico rispetto ad altre fedi cristiane una volta che non si accetta la particolare linea d'autorità che la chiesa cattolica, come istituzione, ritiene giusto imporre?

Mi pongo queste domande spesso e la mia conclusione e' che, condizionatamente all'essere cristiani, la denominazione di appartenenza sia fondamentalmente un "incidente" di nascita (altra questione quella delle coversioni da una religione all'altra, che va oltre la tua domanda). Un esempio. Se nasco in Italia e voglio essere cristiano saro' cattolico con probabilita' (incondizionata) 0.9 o giu' di li'. Se invece nasco in Germania saro' invece protestante con la stessa probabilita' (i numeri sono fondamentalmente inventati ma rendono l'idea). A quel punto c'e' indifferenza dal punto di vista della sostanza della fede e un costo di mobilita' da una denominazione all'altra. Ma ne' nel battesimo ne' in nessun altro sacramento ho promesso obbedienza al papa e alla gerarchia cattolica.

Riconosco che la mia e' una posizione estrema (ma nota che l'"incidente" di nascita di cui parlo ha un significato piu' profondo di quello che sembra, perche' la fede viene trasmessa e viene vissuta all'interno di una comunita'), ma non mi pare in contrasto con alcunche' nella sostanza della fede cristiana.

Un po' fuori tema in questo thread, ma a me pare che (riallacciandomi a quanto si diceva in altro thread), ogni tanto innovazioni ne vengono fuori, e quella del Vaticano II era una potenziale "rivoluzione" che, per i motivi che hai descritto, rischiava di distruggere tutta la macchina, e infatti hanno in pochi lustri spazzato tutto il potenziale innovativo. 

La riposta e': niente di sostanziale.

Un motivo in piu' per separarsi dal cattolicesimo quando no si condividono le posizioni delle alte gerarchie (e' mercato anche questo, no?). Se il papa perdesse l'appoggio di tutti coloro che, ad esempio, sono favorevoli all'uso dei condoms rimarrebbe davvero coi proverbiali quattro gatti e le sue scelte politiche (perche' politica e') sarebbero magari diverse.

Nella misura in cui cattolico vuol dire "universale" (come vuol dire) e non "fedele alle gerarchie romane" (come non vuol dire) non c'e' nulla da cui separarsi. Lo so che questo punto l'abbiamo gia' discusso ma e' il punto.

Il papa l'appoggio di molti cattolici su tante questioni l'ha perso da tempo. Loro lo sanno benissimo ma vanno avanti come se nulla fosse. Fine with me (anzi, devo dire che mi fanno sinceramente un po' pena questi uomini attempati che si stizziscono perche' il loro potere sta scomparendo) dissento senza problemi tanto non possono piu' bruciare nessuno. Raccomando questo libro sulla questione.

Il papa l'appoggio di molti cattolici su tante questioni l'ha perso da tempo. Loro lo sanno benissimo ma vanno avanti come se nulla fosse. Fine with me (anzi, devo dire che mi fanno sinceramente un po' pena questi uomini attempati che si stizziscono perche' il loro potere sta scomparendo) dissento senza problemi tanto non possono piu' bruciare nessuno. Raccomando questo libro sulla questione.

Hai ragione Giulio. Il Papa non c'è l'ha proprio il polso della situazione della chiesa...

E mentre qui si discute, di mercato, etica ecc., ecco cosa sembra proporre il buon GT: http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/scudo-fiscale/scudo-fi...

Convergenze parallele: Maurizio Lupi e Vannino Chiti plaudono all'enciclica.

Anche Mario Draghi sembra gradire.

Mah lungi da me la tentazione di fare l'esegesi dell'articolo di Draghi ma due commenti non riesco proprio ad astenermi di farli:

1. L'economia neoclassica e' perfettamente in grado di analizzare soggetti che agiscono "eticamente", per usare terminologia altrui, comunque in grado di valutare empaticamente il benessere altrui. Lo si fa da decenni, e lo si fara' per sempre, ho appena partecipato alla conferenza dell'SED a Istanbul dove si e' ritrovato il gotha del neoclassicismo hard-core Chicago/Minnesota-style: cerano almeno 4-5 sessioni di family economics, nelle quali i modelli includevano funzioni di utilita' di questo tipo. Ogni tanto esce qualcuno che sui giornali che si lamenta dell'individualismo metodologico in economia senza capire che nell'utilita' degli individui ci si puo' far rientrare tutto, bisogna farci l'abitudine.

2. Anche per Draghi il mercato non puo' autoregolamentarsi. E chi lo ha mai messo in dubbio? Neanche Friedman & Becker. Cio' che occorrerebbe dubitare e' che bastino i richiami all'"etica" per regolamentarlo. 

L'economia neoclassica e' perfettamente in grado di analizzare soggetti che agiscono "eticamente", per usare terminologia altrui, comunque in grado di valutare empaticamente il benessere altrui. Lo si fa da decenni

 

Ma all'MIT queste cose non le studiano?

Mi permetto di commentare il paragrafo 73.

Mi fa venire in mente quel capitolo dei fratelli Karamazov noto col nome de "Il grande inquisitore": in due parole, quando Gesu' fu tentato dal demonio nel deserto, egli rifiuto' la terza tentazione, in base alla quale grazie all'adorazione del demonio Gesu' avrebbe avuto potere su tutto il mondo e su tutti gli essere viventi. Secondo questa logica, l'"imporre" la volonta' di dio e' quindi "satanico".

A me pare che questo sia esattamente cio' che succede se si vuole dettare il contenuto dei mezzi di comunicazione, cio' che la comunicazione "deve" o "non deve" contenere... 

Cio' che prescrive il paragrafo 73 mi fa letteralmente gelare il sangue, perche' mi sembra talmente lontano dalla cristianita'. Il cristianesimo, pare sia un particolare che spesso sfugge,  "dovrebbe" essere basato su un concetto noto come "libero arbitrio"...

Ma forse in realta' sono io che non capisco, del resto il Papa credo facesse il teologo prima di fare il papa mentre io ho solo letto qualche libro qua e la' e sto ancora lottando per finire il mio dottorato, avra' ragione lui.

Buona giornata e grazie per l'impegno di questo blog.

Alessandro Tampieri

E' che dovevi leggere l'enciclica in latino. Fa tutto un altro effetto!!!

 

Più seriamente, non volendo perdere comunque troppo tempo dietro al papa, chè ho di meglio da fare: in generale, ritengo le encicliche di una noia e banalità mortali per un semplice fatto. Ormai la filosofia vaticana o comunque dei vertici cattolici è una filosofia del minestrone (in questo devono aver imparato dal tanto vituperato postmodernismo): un po' di tomismo, un po' di pauperismo, due mezze idee pseudo-marxiste (nel senso che prendono qualcosina -ina -ina del marxismo lo disinfettano con l'acqua santa e poi te lo ripropongono: totalmente insapore), senso comune quanto basta e tanti, tanti, tanti, troppi tentativi di mediare per raggiungere un equilibrio moderato che in realtà non vuol dire nulla (o vuol dire troppo, perchè diventa troppo generale e vago).

Comunque io non faccio testo, dato che la filosofia vaticano-cattolica, salvo rarissime eccezioni, è quella di cui ho la peggior considerazione.

Ci sarebbero diverse cose da osservare rispetto all'enciclica Caritas in veritate.

MI soffermerò qui soltanto su alcuni punti.

Innanzi tutto bisogna partire dai commenti che sono stati fatti, o per il momento da una parte di essi.

Per primo è insensata l'affermazione del sig. Zamagni che si deve  dire "economia civile" e non "economia politica".

L'aggettivo "civile", associato a economia, deriva dal latino "civis", cittadino; dall'aggettivo deriva poi la parola "civitas", città.

L'aggettivo "politica" deriva dal greco "polis", città.

Quindi dire "economia civile" o "economia politica" si dice la stessa cosa; quindi il nuovo termine introdotto "economia civile" è una semplice tautologia.

Un altro commento che bisognerebbe citare è quello della sig.ra Zamagni. Secondo lei l'economia è iniziata nel medioevo con San Benedetto, che praticava il motto: "Ora et labora".

Senza nulla togliere ai meriti di San Benedetto, bisogna ricordare i precetti della Torah dettati a Mosè, quanto meno più di tremila anni fa. Fra questi bisogna ricordare il terzo che così recita: "Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno..." (Deut, 5, 13-14). Quindi il principio dell' "ora et labora" era già presente agli Ebrei. I Cristiani semplicemente lo hanno ereditato da essi.

Non è vero poi che l'economia inizia nel medioevo, ma già ai tempi dell'impero romano. Tanto per fare un esempio: la velocità di rifornimento di qualsiasi merce era già stata attuata da Romani con circa 100.000 km di strade. In considerazione dei mezzi a loro disposizione era una scoperta avveniristica. Ciò che i Romani non avevano scoperto è un mezzo che si può muovere da solo, e quindi ogni mezzo di locomozione doveva venire trainato. Ma la moltiplicazione delle strade è stato ciò che ha consentito all'impero di durare più di 500 anni.

A scuola ci hanno insegnato che c'erano soltanto guerre o combattimenti vari. Ma non ci hanno mai detto che uno dei principi cha ha retto l'economia del'impero è stata la fissazione della parità monetaria:

1 g Au = 13,5 g Ag

Ciò consentiva a tutte le monete dell'impero una piena convertibilità.

Ci sono però ancora moltissime cose che maturarono già ai tempi dell'impero romano e che merita studiarle (urbanistica, acquedotti, commercio interno e internazionale, ecc.).

Ho ritenuto opportuno ricordare sommariamente questi principi, perché sono la base di ogni ulteriore ragionamento economico .

Inoltre, se opportunamente approfonditi, aiutano a capire che se l'Occidente è arrivato a determinati traguardi economici e di civiltà, non ci è arrivato per caso, ma soltanto dopo che duemila anni fa la civiltà ebraica si è innestata nella civiltà romana, tramite il cristianesimo, ed insieme sono diventate il motore del progresso del'umanità.

Saluti

Dario Bazec

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