Grosse banche rispetto al PIL: ci sono rischi oltre a Cipro? - di Zsolt Darvas

1 aprile 2013 enzo michelangeli

I recenti eventi a Cipro hanno fatto chiedere a diversi commentatori se simili rischi sono corsi da altri paesi con sistemi bancari i cui attivi di bilancio ammontano a varie volte il PIL: in particolare Malta e Lussemburgo, che sono spesso catalogati come "paradisi fiscali" e come tali godono di scarsa simpatia da parte di altri paesi europei ad alta tassazione, ma anche Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca. In quest'articolo, il cui testo originale in inglese è pubblicato sul sito del think tank europeo Bruegel, l'economista ungherese Zsolt Darvas esamina alcuni dati economici concludendo che non esiste un pericolo immediato, ma è bene non perder d'occhio la profittabilità delle banche di ogni paese e i livelli delle relative sofferenze.

Ci sono altri paesi UE con bilanci bancari di grosse dimensioni rispetto al PIL che stanno correndo rischi simili a Cipro? La risposta è no. La ragione principale dei guai delle banche a Cipro sono le massicce perdite sofferte dalle due principali banche. Questo però non è il caso in altri paesi della zona Euro con grossi settori bancari, come vedremo piú avanti.

Cominciamo con Cipro. La tabella qui sotto mostra i ritorni sugli attivi e sul capitale delle sette banche piú grosse nel 2011 (e nel 2010 per una di esse; dati piú recenti non sono disponibili).

Ritorni su attivi e su capitale delle banche a Cipro

Fonte: The Banker Database

Laiki Bank nel 2011 perse piú di 5 miliardi di dollari, che rappresentano il 12,2% dei suoi attivi e il 162% del suo capitale. Questa perdita è in effetti drammatica. Bank of Cyprus nello stesso anno perse 1,7 miliardi di dollari, ossia il 3,6% degli attivi e il 19% del suo capitale, anche queste grosse cifre. Peraltro, i profitti delle altre banche non erano cosí cattivi, almeno nel 2011.

Che si può dire degli altri paesi? La figura qui sotto indica che in confronto a Cipro il Lussemburgo ha un settore bancario molto piú grosso in rapporto al PIL, le dimensioni relative delle banche a Malta e in Irlanda sono similari, e non molto piú piccole in Gran Bretagna e Danimarca. L'Irlanda già usufruisce di un programma di assistenza finanziaria, che include un programma per la ristrutturazione del sistema bancario, quindi diamo un'occhiata agli altri quattro paesi con un settore bancario di grosse dimensioni in rapporto al PIL.

Rapporto tra bilanci bancari e PIL, anno 2012

Fonte: BCE per i bilanci bancari e Eurostat per i PIL

La figura qui sotto mostra i ritorni sugli attivi di bilancio delle banche. Cipro è chiaramente un caso particolare. Le banche a Malta e in Lussemburgo erano alquanto profittevoli negli ultimi quattro anni, mentre le banche danesi e britanniche avevano profitti prossimi a zero:

Ritorni sugli attivi di bilancio (%), 1° sem.2009 - 4° sem.2012

Fonte: IMF eLIBRARY Data, http://elibrary-data.imf.org/DataExplorer.aspx

Le banche cipriote nel 2009 e 2010 hanno registrato profitti, che hanno cominciato a deteriorarsi nel 2011. La ragione principale per cui le banche cipriote sono finite nei guai era la loro esposizione alla Grecia. Però a Cipro anche la percentuale di crediti in sofferenza ha cominciato ad andare alle stelle, il che suggerisce che c'erano spostanziosi problemi anche con i prestiti erogati localmente. Mentre questa percentuale è aumentata alquanto anche a Malta, non è confrontabile col problema cipriota, e come abbiamo notato usando il diagramma precedente le banche maltesi sono rimaste molto profittevoli (ma come faranno?). La percentuale di crediti in sofferenza è piuttosto bassa in Danimarca, e quasi nulla in Lussemburgo.

Percentuale di crediti in sofferenza,  1° sem.2009 - 4° sem.2012

Fonte: IMF eLIBRARY Data, http://elibrary-data.imf.org/DataExplorer.aspx

Nel complesso, le banche in altri paesi UE con  bilanci di grosse dimensioni relativamente al PIL continuano ad avere profitti positivi o prossimi a zero, e le attuali percentuali di crediti in sofferenza non suggeriscono che la loro profittabilità si possa deteriorare nel breve termine. Mentre non c'è ragione di essere compiacenti, visto che anche le banche cipriote erano profittevoli nel 2009 e 2010, il caso di Cipro è chiaramente diverso.

88 commenti (espandi tutti)

Anzi, a me pare scandaloso che si sia tollerata la loro presenza all'interno dell'Unione Europea e addirittura dell'Eurozona.

In ogni caso è chiaro che se il sistema finanziario europeo è il crisi, loro non possono prosperare: i parassiti non possono sopravvivere senza sangue da succhiare.

Di per se', far pagare meno tasse dei vicini non e' sintomo di parassitismo ma di maggiore efficienza nel fornire servizi pubblici: e ben venga la concorrenza tra giurisdizioni, che e' l'unico modo per tenere bassi i prezzi con i fornitori, sia privati che sovrani. La questione e' ben separata da quella di eventuali attivita' che facilitano reati di varia natura (fiscali, di riciclaggio, di corruzione, di terrorismo ecc.), e da anni ci sono gli strumenti istituzionali per occuparsene, come per esempio la FATF.
Al di la' delle considerazioni di ordine morale, comunque, bisogna ricordare che fallimenti sovrani hanno conseguenze di ordine tanto economico (possibilita' di contagio verso altri paesi, sia psicologico che in termini di debiti non pagati) quanto geopolitico (probabilmente non sarebbe nell'interesse dell'UE se Cipro diventasse una colonia russa).

Se l'economia di un paese è basata sull'elusione fiscale su attività economiche svolte in altri paesi, il riciclaggio, la creazione di fondi neri e di società anonime, direi che si tratta di parassitismo e che non dovrebbe essere tollerata all'interno dell'UE.

Al di la' delle considerazioni di ordine morale, comunque, bisogna ricordare che fallimenti sovrani hanno conseguenze di ordine tanto economico (possibilita' di contagio verso altri paesi, sia psicologico che in termini di debiti non pagati)

Non più dei fallimenti privati.

(probabilmente non sarebbe nell'interesse dell'UE se Cipro diventasse una colonia russa).

Probabilmente i russi non avrebbero alcun interesse in Cipro se non potessero usarlo per fare loschi magheggi in euro.

 

Probabilmente i russi non avrebbero alcun interesse in Cipro se non potessero usarlo per fare loschi magheggi in euro.

Dipende da quali russi. A meta' marzo la marina militare ha annunciato che stazionera' alcune navi in permanenza nel Mediterraneo, e al momento l'unico porto che ha a disposizione e' quello di Tartus in Siria, al quale potrebbe perdere l'accesso se cadesse il locale regime di Bashar al-Assad.

Di per se', far pagare meno tasse dei vicini non e' sintomo di parassitismo ma di maggiore efficienza nel fornire servizi pubblici

vero tra economie di dimensioni paragonabili. Malta o il Lussemburgo, con pochi abitanti e limitata estensione, anche con un basso livello di tasse possono fornire servizi. Non hanno grandi spese per infrastrutture, non hanno spesa militare, possono mandare i giovani a studiare all'estero piuttosto che finanziare un sistema universitario...

Più sei piccolo, meno benefici di economie di scala.

Continuo a pensare che se questi micro-stati possono permettersi livelli di tassazione così bassi non è perché siano più efficienti dei paesi grandi ad erogare servizi pubblici (probabilmente lo sono meno), ma perché attraggono capitali creati in economie molto più grandi di loro: in buona sostanza, sono come pulci che succhiano il sangue.

Infatti non è un caso che un tale modello economico possa essere applicato solo da stati estremamente piccoli in termini di popolazione e PIL: i parassiti non possono essere troppo grandi rispetto all'ospite.

Va be', ma i capitali mica li nascondono sotto il materasso: li ri-investono in paesi vicini (i quali tassano i relativi profitti a loro discrezione). I centri finanziari internazionali (perche' di questo si tratta) non sono piu' "parassiti" di quanto lo sia un qualunque intermediario finanziario.

Se l'unica funzione

NV 7/4/2013 - 18:19

Se l'unica funzione dell'intermediario e far pagare meno tasse allora è un parassita.

Si potrebbe argomentare che parassita e'chi beneficia di tasse pagate da altri, ma il dibattito sarebbe di natura ideologica e quindi poco utile. Vorrei notare invece che quello che non e' vietato dalla legge e' perfettamente legittimo, e che l'elusione e' legale per definizione (se non fosse legale, si chiamerebbe evasione). E tasse a parte, ci sono spesso ottime ragioni per usare centri finanziari internazionali: ad esempio Hong Kong e' utilissima alla Cina per canalizzare investimenti che sarebbe altrimenti impossibile raccogliere nella mainland per ragioni di convertibilita' della valuta, e anche senza questo fattore sarebbe difficile effettuare direttamente per ragioni di sistema legale poco familiare agli investitori.

Vorrei notare invece che quello che non e' vietato dalla legge e' perfettamente legittimo, e che l'elusione e' legale per definizione (se non fosse legale, si chiamerebbe evasione).

se ho ben capito, da noi è stato introdotto il cosiddetto "abuso di diritto", un principio del tutto generico che può essere fatto valere anche in presenza del pieno rispetto di tutte le leggi in vigore. per cui operazioni completamente trasparenti di ottimizzazione fiscale, sono state sanzionate rilevando semplicemente che non avevano finalità economica ma solo (oppure "prevalentemente" che è anche peggio) elusiva. il tutto ad nutum dell'amministrazione, l'onere della prova è ribaltato sul contribuente. non so, non sono un esperto però non mi pare una cosa molto civile.

La dottrina della "fiscal nullity", secondo la quale il fisco ha discrezione di considerare "null and void" transazioni che hanno come unico scopo la riduzione delle imposte, esiste anche nella common law, ma in quel caso questo di per se' non implica che sia stato commesso un reato.

è una doctrine interpretativa adottata dai giudici, prevalentemente nel campo tributario (ma che qualcuno tenta di estendere al diritto civile e commerciale, non senza agganci normativi). In linea di principio, gli stessi risultati potrebbero essere raggiunti mediante altre tecniche interpretative: ma ormai è un concetto alla moda.

In ogni caso, l'abuso del diritto non dovrebbe avere cittadinanza nel diritto penale, contrastando con il principio della tassatività della fattispecie criminosa.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/29/evasione-fiscale-pm-milano-ch...

mi sono anche riletto l'articolo di daniele mauritano, proprio qui su nfa. gran bel pezzo, sapeva che piega avrebbero preso gli eventi.

... ma non posso fare a meno di ricordare che di tutto il circo del made-in-Italy D&G sono gli unici che hanno mantenuto tanto la sede sociale che la manifattura in Italia, precisamente a Legnano.
Siccome la fonte principale del loro reddito è il loro personale talento, qualità facilmente trasportabile, non ci sarebbe da stupirsi se i due traferissero sede, manifattura e residenza personale sotto cieli più clementi, per esempio a Lugano, a soli 68 km da Legnano (ingrata patria non avrai le mie ossa).
Perchè mai qualcuno che abbia capacità di produrre reddito dovrebbe farlo in queste condizioni?

Si potrebbe argomentare che parassita e'chi beneficia di tasse pagate da altri

Appunto. Se fai la maggior parte delle tue attività in Italia benefici delle infrastrutture e dei servizi dello stato italiano (strade, law enforcement, ecc.), pagate dal contribuente italiano. Se poi vai a pagare le tasse in un paradiso fiscale sei un parassita.

Vorrei notare invece che quello che non e' vietato dalla legge e' perfettamente legittimo,

non vuol dire che sia buono e giusto. Anche la schiavitù era legale un tempo. Le leggi si possono modificare.

 

ad esempio Hong Kong e' utilissima alla Cina per canalizzare investimenti che sarebbe altrimenti impossibile raccogliere nella mainland per ragioni di convertibilita' della valuta, e anche senza questo fattore sarebbe difficile effettuare direttamente per ragioni di sistema legale poco familiare agli investitori.

Hong Kong non è mica Cipro.

 

...vedo un articolo con un'affermazione molto simile alla mia: coincidenza?

http://www.linkiesta.it/offshore-usa-banche

[...] Nonostante la crescita costante dell’economia del Dragone, infatti, la presenza della moneta cinese sugli scambi valutari mondiali è limitata dalla non convertibilità della valuta, il cui tasso di riferimento è fissato dalla banca centrale cinese. Nel 2010 Pechino ha autorizzato la creazione di un mercato di scambio offshore per lo yuan a Hong Kong e ora farà la stessa cosa con Londra. Chi pensa che nei cosiddetti paradisi fiscali ci siano solo i soldi della malavita e crede che la campagna Ocse sia un mezzo per far pulizia di denaro nero una volta per tutte, dovrà probabilmente ricredersi. Nella vita, come nella finanza, le cose infatti sono sempre più complesse di come appaiono.

Si parlava di paesi con fiscalità "agevolata", segreto bancario e segreto societario.

E infatti io notavo che i vantaggi dei centri finanziari internazionali in molti casi non si limitano a quelli fiscali, anche se ovviamente questi sono importanti in finanza: il capitale e' mobile, ed evita per quanto possibile paesi a fiscalita' oppressiva.

E infatti io notavo che i vantaggi dei centri finanziari internazionali in molti casi non si limitano a quelli fiscali, anche se ovviamente questi sono importanti in finanza

Ripeto: si parlava di paradisi fiscali.

il capitale e' mobile, ed evita per quanto possibile paesi a fiscalita' oppressiva.

I pezzi di carta e i bit sono mobili, ed anche questi puoi regolamentare, gli assets produttivi reali lo sono difficili da muovere.

 

un tempo c'era il cumenda che produceva in Italia e si metteva da parte un gruzzoletto in Svizzera. Da oltre vent'anni ormai si delocalizza la produzione, e quindi l'intero processo di creazione di ricchezza sfugge ad una fiscalità confiscatoria e più in generale ad un clima politico, culturale e sociale che considera gli imprenditori come potenziali criminali. In sostenza vediamo che dall'Italia fuggono imprenditori, capitali e manodopera qualificata, vale a dire l'intera gamma degli aspetti produttivi reali. Non sono in grado di esibire caasi concreti ma immagino non siano rari i casi di aziende fondate all'estero da imprenditori italiani, con capitali italiani e con maestranze italiane, che producono per la ricchezza di un altro paese.

un tempo c'era il cumenda che produceva in Italia e si metteva da parte un gruzzoletto in Svizzera.

Appunto, spostava carta.

Da oltre vent'anni ormai si delocalizza la produzione, e quindi l'intero processo di creazione di ricchezza sfugge ad una fiscalità confiscatoria

Apparte che spostare la produzione ha costi non indifferenti, ma poi, ci sono industrie nei paradisi fiscali?

Se i paradisi fiscali venissero ostracizzati dai brutti e cattivi paesi confiscatori e comunisti (tipo la Germania e la Danimarca), dove andrebbero i cummenda? A produrre alle Cayman e vendere ai caymaniani? Tanti auguri!

generale ad un clima politico, culturale e sociale che considera gli imprenditori come potenziali criminali.

Tutti i cittadini sono potenziali criminali. In Italia, molti non sono solo potenziali.

In Italia ci sono milioni di evasori fiscali (un terzo della popolazione, secondo alcune stime). Quindi risparmiaci ste berluscate sul "clima politico"...

 Apparte che spostare la produzione ha costi non indifferenti, ma poi, ci sono industrie nei paradisi fiscali?

Basta intendersi cosa si intende con "paradisi fiscali". Per chi vive in un paese con una pressione fiscale del 42.6% (in verità mi sembrava un po' di più) come l'Italia, "paradisi fiscali" possono essere anche i BRIC: Brasile al 34.4%, Russia al 36.9%, India al 17.7%, Cina al 17%, senza arrivare a Taiwan al 12.4%, Hong Kong al 13%, Vietnam al 13.8%, Singapore al 14.2%, Filippine 14.4% o Tailandia 17%, e tutti questi paesi hanno una struttura industriale significativa.

 In Italia ci sono milioni di evasori fiscali (un terzo della popolazione, secondo alcune stime).

Di questo non c'è da preoccuparsi: entro breve se ne andranno tutti e rimarranno solo pensionati, bambini, studenti e impiegati statali che corrispondono quasi ai due terzi rimanenti. Ecco qui niente più evasione, anche perchè non ci sarà più reddito. Il problema non è l'evasore, è l'esattore: quanto ci vuole per capirlo?

 

Per paradiso fiscale si intende uno stato con tassazione estremamente bassa (ad una cifra) e/o garanzie particolari di segreto bancario o segreto societario.

Di questo non c'è da preoccuparsi: entro breve se ne andranno tutti

Non credo proprio: nei paesi civili gli evasori li mettono in galera.

Il problema non è l'evasore, è l'esattore: quanto ci vuole per capirlo?

Balle. I paesi scandinavi, il Belgio, la Francia, la Finlandia e l'Austria hanno una pressione fiscale maggiore dell'Italia, eppure non mi sembra che se la passino peggio.

Sono tollerati i paradisi fiscali come contrappasso dantesco degli inferni fiscali.
Diciamo che se non ci fossero inferni, nemmeno i paradisi esisterebbero.
È la doverosa e necessaria "competizione fiscale".
Io mi preoccuperei piu' degli inferni e del rischio del loro fallimento.

Per i paradisi, non sono tollerati quelli "non cooperativi" ma mi pare che ne siano rimasti molto pochi. Essere un paradiso in sè non è grave. Lo è molto di più essere un inferno.

Bavo Francesco, era ora che qualcuno lo dicesse.

Io obbligherei una tassazione minima per restare nell'EU e non subire dazi sulle merci per gli altri Paesi. L'umanita' ha enormi problemi, le tasse sono bellissime perche' possono permettere di fare cose durevoli al di la' della prospettiva elettorale o di un manager che vuole raccogliere utili sul biennio o triennio.

La competizione fiscale e' una delle cose piu' disgustose del disgustoso capitalismo.

Vai in corea del nord. Li dovresti trovarti molto bene, lontano dal disgustoso capitalismo. Ma attento a quello che dite. Potreste finire spappolati (e questo si che è veramente disgustoso) da un colpo di mortaio usato per l'esecuzione.

Che non si trovano se non si lavora tutti insieme. Io non credo più nella mano invisibile.

Dopo la WWII ci sono state tante innovazioni favorite dagli stati e questo ha portato alle tecnologie che usiamo tutti oggi. E le tasse erano più alte.

E poi la Cina che produce di tutto è fortemente pianificata da uno stato che fa dumping e inquina selvaggiamente, si veda l'industria del fotovoltaico. Noi pensiamo ad abbassare le tasse per attrarre qualche "fat cat", che poi magari si stufa e va da un'altra parte. Altro che competizione, questo è un mondo di parassiti, che si audistruggerà.

L'aliquota merginale sarà anche stata più alta, ma la pressione fiscale complessiva è stata più bassa nonostante la guerra di Corea, duella del Vietnam, la guerra fredda etc.

http://www.usgovernmentrevenue.com/revenue_history

Quindi o si tratta di loopholes a gogo oppure c'è qualche problema.

In realta' chi si sta autodistruggendo e' l'Europa, e proprio a forza di tasse (ultima follia quella sulle transazioni finanziarie, i cui introiti coprono a stento il costi della diminuita liquidita', come ammesso dalla direttrice dell'agenzia del debito francese Maya Atig, ma che sta facendo fuggire gli investitori verso altri mercati). Christine Lagarde  ieri ha notato come l'economia mondiale sia oggi un sistema "a tre velocita'": in testa le economie emergenti, al secondo posto l'America, e buona ultima l'Eurozona: che e' esattamente l'ordine inverso a quello del peso della tassazione sull'economia. E magari se i fat cats si stufano e' proprio perche' pagano troppe tasse, no? Mettere dazi e adottare altre misure protezionistiche servira' solo ad accelerare il declino: il resto del mondo non ha bisogno di un continente invecchiato, poco produttivo, chiuso a riccio e rancoroso nella difesa delle sue glorie passate.

e pubblicare a giornali unificati

il resto del mondo non ha bisogno di un continente invecchiato, poco produttivo, chiuso a riccio e rancoroso nella difesa delle sue glorie passate.

Mi piace il resto del commento, ma questa chiusura non mi convince. Siamo sicuri che non ne abbiano bisogno ? Intendo dire: quanto di quello che produce e offre il "resto del mondo" ha bisogno della domanda europea ? Se questa domanda crollasse, sarebbero già in grado di sostituirla con quella dei loro  mercati (o di altri mercati emergenti) ?

EDIT

mi accorgo ora, rileggendo, che non stai dicendo che il mondo non ha bisogno dell'Europa ma che non ha bisogno di "questa" Europa. La mia domanda rimane comunque valida: quanto pesiamo ancora nell'economia mondiale come acquirenti?

 

Quanto pesiamo?

massimo 11/4/2013 - 12:17

Pesiamo e continueremo a pesare come acquirenti, finchè avremo i soldi per pagare gli acquisti. Quando non ne avremo più, presto o tardi che sia, peseremo molto poco....

Massimo, ma di cognome fai de La Palice ? :-)

Immagina di essere la Apple e fatturare 5 miliardi in Europa. Soldi che pesano sul tuo fatturato e sulla vita della tua azienda. Puoi permetterti di farne a meno ? Esistono mercati che per te Apple possano "sostituire" quello europeo ? Siamo tutti d'accordo che non esista il modello superfisso, ma anche sostituire il fatturato europeo vendendo iPhone in Darfur non è proprio immediato. Siamo sempre stati un continente dove la popolazione ha, mediamente, un grosso potenziale di acquisto. La mia domanda è: la scomparsa di questo potenziale, in altre parole la crisi europa, in che misura può frenare le economie emergenti e l'economia mondiale in generale ?

Si', appunto. E per comprare non bastano i soldi accumulati in passato: bisogna anche produrre merci o servizi che gli altri si vogliono comprare, e saperli vendere (possibile che ci dobbiamo far battere dai francesi a vendere vino ai cinesi?). Il problema numero 1 dell'Italia al momento e' la produttivita' stagnante, che in parte dipende dall'invecchiamento della societa' (il fatto che i pensionati crescono piu' velocemente dei lavoratori certamente non aiuta in questo senso) e in parte dai disincentivi a fare impresa in cui lo stato italiano sembra mettere un particolare impegno. (Visto che colore cupo? Si', nella classifica sulla facilita' di fare business siamo settantatreesimi su 185, sotto la Romania ma sopra le Seychelles...)

Scusate, ma state rispondendo a me o ad un interlocutore immaginario?

Chi ha parlato di Italia? Chi ha parlato di capacità produttiva dell’Italia? Io no.

Il vecchio stivale non l’ho nemmeno nominato.

Io sto parlando di Europa, nello specifico: dell’importanza del mercato europeo come acquirente di merci e servizi per le economie extraeuropee.

La mia domanda non è affatto oziosa. Discorsi moralisti sulla decadenza del continente non mi interessano. Alcune economie crescono, altre decadono, è la vita.

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita delle economie sudamericane, cinese ed indiana. Siamo passati dal G8 al G20.

Ma quanto, della crescita di queste economie, dipende e non può prescindere dalla domanda che arriva dall’ Europa ? Quanto di questa quota (ed in quanto tempo) può essere assorbito da altri mercati senza pregiudicare la crescita di queste economie?

Qualcuno lo sa?

Astenersi perditempo. Solo veramente interessati :-)

Alla fine quando acquisti aualcosa lo fai in cambio di qualcosa che hai prodotto (bene o servizio), patrimonio (tipo azioni BMW) o titoli di credito (bund).

Alla lunga se non produci con le azioni BMW puoi usarle come carta igienica, ed i bund pure visto che non li ripagherai mai.

L'Europa è interessante come mercato finchè ha qualcosa da vendere, possibilmente esportabile: le case sono poco appetibili per il cinese di passaggio a meno che siano in piazza duomo a Milano.

Certo, se restiamo a galla i nostri fornitori son più contenti, ma se affondiamo se ne faranno una ragione, sostituiranno il possibile ed eventualmente ridurranno la produzione. Apple non è interessata a venderci iPhone in zimdollars

 

Allora sono io che mi spiegando male. Mi è chiaro che un mercato è appetibile se ha qualcosa da offrire, così come è chiaro che i “fornitori” se ne faranno una ragione è cercheranno altri mercati.

 

La mia domanda è diversa: io sto chiedendo se ADESSO questi mercati esistono, se sono “ipotizzabili” o se nell’immediato ci sarebbe un forte contraccolpo

 

L’esempio Apple non l’ho fatto a caso. Tolti i beni si sussistenza che si vendono in tutto il mondo (farina, frutta, bibite) e quelli di lusso esiste una ampia fascia di prodotti di fascia media, medio-alta di cui l’Europa è un grandissimo consumatore che non penso si possano vendere nelle stesse quantità in altri continenti in tempi brevi (tempi brevi intendo 4-5 anni).

Quindi, nell’immediato, le mancate vendite sul mercato europeo potrebbero rimanere non sostituite con perdita secca per le altre economie.

E' come immagino ,o l'Europa è già un mercato diciamo "non così" indispensabile.

In altre parole sto chiedendo se un eventuale crollo della domanda europea creerebbe un situazione simile a quella della "bolla sub-prime”

PS commento "EDITATO" mi scuso

 

 

 

 

Un crollo repentino si', ma un lento declino probabilmente sarebbe facilmente assorbibile. D'altra parte tale crollo avrebbe effetti anche piu' drammatici in Europa: la crisi del '29 muto' in una Grande Depressione anche a causa del blocco del commercio internazionale causato da misure protezionistiche come lo Smoot–Hawley Tariff Act del 1930 e le relative ritorsioni messe in atto dai partner commerciali. Insomma, non sarebbe una buona idea per nessuno.

suggerito sopra è improbabile, da quando sono stati "dematerializzati". Non c'è limite alle fregature!

Sono tollerati i paradisi fiscali come contrappasso dantesco degli inferni fiscali.

Tipo la Danimarca?

È la doverosa e necessaria "competizione fiscale".

Bene, che vadano a competere fuori dall'Unione Europea, con dazi punitivi, così vediamo quanto sono "efficienti".

Certo, uno è bravo ed efficente e quindi fa pagare poco di tasse, poi gli altri per "dimostrare la sua inefficenza" lo caricano di dazi (ostacoli al commercio). Mi ricorda la mentalità in F1 quando un team vince spesso ... che innesca una serie di regole del kaiser per penalizzarlo. Ma li' è per lo spettacolo.  Se vincono i soliti il pubblico poi si stanca e cambia canale.  Mi pare che l'economia (la competizione tra imprese e stati) sia una cosa diversa.

Se gli stati sono in competizione allora non vedo perché dovrebbero fare favori alla concorrenza. Come ognuno è libero di fissare le tasse da far pagare ai propri cittadini e alle proprie imprese, ognuno è anche libero di fissare le tasse sul commercio con gli altri stati.

O il liberismo vale solo a convenienza dei grandi maneggioni?

OMC

Francesco Forti 6/4/2013 - 21:54

Se metti barriere doganali le mettono anche gli altri e quindi è un gioco assolutamente stupido, che non conviene fare.  Poi c'è una cosetta, chiamata omc ....

Se metti barriere doganali le mettono anche gli altri

LoL! Le possenti barriere doganali dei paradisi fiscali, sto tremando dalla paura...

Poi c'è una cosetta, chiamata omc ....

E quindi?

Se un paese deve una parte del suo PIL all'intermediazione finanziaria ovviamente non sarà un grande paese manifatturiero, quindi la reciprocità dei dazi doganali farò mano danni al paradiso fiscale,. che esporta poco e importa molto e pareggia i conti con l'attività finanziaria, quindi come arma mi sembra equivalente a darsi una martellata sui testicoli.
Per quanto riguarda OMC sene fai parte hai obblighi e vantaggi e dato che sia l' Italia che la Cina ne fanno parte bisogna comunque tenerne conto, mica ci si può alzare il mattino e fare un colpo do testa.

Se un paese deve una parte del suo PIL all'intermediazione finanziaria ovviamente non sarà un grande paese manifatturiero, quindi la reciprocità dei dazi doganali farò mano danni al paradiso fiscale,. che esporta poco e importa molto e pareggia i conti con l'attività finanziaria, quindi come arma mi sembra equivalente a darsi una martellata sui testicoli.

I dazi ovviamente li metti sulle attività finanziarie.

Per quanto riguarda OMC sene fai parte hai obblighi e vantaggi e dato che sia l' Italia che la Cina ne fanno parte bisogna comunque tenerne conto, mica ci si può alzare il mattino e fare un colpo do testa.

L'OMC non è un ente sovrano, è un'organizzazione tra governi che serve a facilitare la coordinazione. L'Unione Europea complessivamente è la più grande economia del mondo, mi sembra che con un minimo di volontà avrebbe ampio margine per dettare condizioni, soprattutto a microstati che non valgono nulla ne in termini di popolazione ne in termini di PIL.

Un dazio è una sovrattassa su un bene importato, chi porta i soldi in un paradiso fiscale non importa nessun bene, porta solo via i soldi e poi una volta fuori dalla giurisdizione italiana se ne fa quello che vuole.

Dettagli semantici

NV 9/4/2013 - 16:08

Chiamala imposta sul trasferimento di denaro, se preferisci.

Comunque nei paradisi fiscali non si porta solo denaro contante, ma anche le sedi legali delle aziende: il tipico trucchetto è che hai una sede legale nel paese dove operi realmente, e una nel paradiso fiscale. L'azienda principale fa acquisti di servizi sostanzialmente fittizi (consulenze, licenze, ecc.) dall'azienda offshore in modo che formalmente l'azienda principale non fa profitti (o ne fa molto piccoli) mentre la maggior parte dei profitti viene attribuita all'azienda offshore, e sono dunque sottoposti a tassazione minima, e possono essere occultati per creare fondi neri.

Ci sono altri mille trucchetti limitati solo dalla fantasia perversa di personaggi tipo l'avv. Mills.

Con opportune imposte queste attività sostanzialmente parassitarie potrebbero essere fortemente disincentivate.

Quello che chiami tu si chiama transfer pricing e ci sono gia' una serie di regolamenti fiscali che lo limitano. Gli stati quando si tratta di raccattare soldi (e sperperarli) sono molto efficienti.

è una sola. In ogni caso, le imposte si pagano dove si svolge effettivamente l'attività d'impresa.

Suvvia

NV 10/4/2013 - 15:33

è ovvio che puoi partizionare un'azienda in N società legalemente separate con sedi legali in paesi diversi. Trasferendo gli utili dalle società produttive alle società offshore, eludi imposte come l'IRAP.

Nei paradisi fiscali dove è ammessa la proprietà anonima di società, diventa anche impossibile ricondurre a te le società offshore, a meno che l'autorità giudiziaria del paradiso fiscale non collabori, cosa che generalmente ha interesse a non fare. Quindi dimostrare che stai effettivamente facendo un'elusione è molto complicato.

Con dazi punitivi contro i paradisi fiscali si risolverebbe il problema in modo sistematico.

Per ragioni che con la fiscalita' hanno poco a che fare, buona parte degli asset manager globali domiciliano i propri fondi comuni in Lussemburgo. Il che spiega come mai (a) la percentuale degli asset rispetto al PIL e' cosi' ridicolmente alta (b) come mai i NPL sono praticamente irrilevanti.

Da dove vengono quei dati sul rapporto attivi di bilancio GDP? Mi pareva che solo la Deutsche Bank detenesse attivi per oltre l'80% del GDP tedesco e una leva finanziaria tra le più alte al mondo.
E' proprio li' sta il problema: un settore bancario europeo ipertrofico e a rischio. Per quello i tedeschi vogliono rientrare dei ,loro soldi investiti male in vari paesi...

Da dove vengono quei dati sul rapporto attivi di bilancio GDP?

L'autore punta come fonte al FMI (c'e' il link sotto a ogni tabella, ma l'accesso a dati recenti pare essere riservato a utenti a pagamento).

[EDIT: l'autore mi comunica che le fonti sono la BCE per i bilanci bancari, e Eurostat per i PIL. Ho aggiunto questa informazione sotto il grafico.]

Ma credo che quei dati riguardino le banche centrali... Gli attivi bancari delle banche europee in rapporto al PIL mostrano percentuali sempre oltre il 100%. In Germania una sola banca ha appunto oltre l'80%

In Germania una sola banca ha appunto oltre l'80%.

la fonte tua, prego.

Dati

M.G. in Progress 2/4/2013 - 16:59

Basta cercare su internet, tutti ne hanno già parlato e in EU siamo messi peggio degli Stati Uniti...
Comunque per quanto riguarda attivi della DB su GDP basta guardare qui
http://www.marketwatch.com/investing/stock/db/financials/balance-sheet
http://countryeconomy.com/gdp/germany
e fare la percentuale

Forse ho capito male la figura, ma a me pare di capire che dica, per esempio, che in Germania gli attivi bancari siano qualcosa tra 3 e 4 volte il PIL. Non mi pare incompatibile con quello che dici tu (la banca più grande ha attivi per 80% pil). Tu che numeri avevi in mente?

lo dice Hoenig della FDIC (qui articolo, qui tabella fed). Con le regole europee la banche USA non godrebbero di buona salute, anzi probabilmente starebbero pure peggio delle nostre (ok questa è una mia supposizione).

Quanto a DB qui una storiella di fine 2012. Da profano il sitema bancario occidentale mi appare traballante. Se questo lo ricolleghiamo al discorso eurexit con relativo contagio, direi che c'è poco da esser tranquilli. Qui un' infografica sulle esposizioni incrociate dei vari sistemi bancari in europa.

Da profano il sitema bancario occidentale mi appare traballante.

La Cina ha la sua versione dello "shadow banking systems", ormai di dimensioni stimate attorno al 40% del PIL, e il Giappone si sta trascinando nella stagnazione da piu' di 20 anni solo grazie a un'enorme espansione del debito pubblico.

 Io, da liberale classico, non sono affatto contrario ai fallimenti.

Tantomeno a quelli bancari.

Anzi, penso che la "malagestione" vada perseguita, sia civilmente che penalmente.

Ritengo invece che la banca centrale (peraltro, sempre rea di mancata sorveglianza) debba rimpiazzare, in gestione diretta, i conti correnti dei correntisti (solo loro, non gli azionisti, che lucrano sul rischio), nel caso di fallimento bancario.

Infatti, è mia opinione che in questo modo la base monetaria non aumenti. Era moneta che un'attimo prima del fallimento esisteva. Al contrario, non rimpiazzarla si tradurrebbe in deflazione.

E' oltretutto opinione del mondo bancario che i depositi costituiscano una modalità di risparmio quasi "congelata", oscillante non oltre il 2% (valore della riserva frazionaria minima).

In ogni caso, questo approccio permetterebbe di:

- evitare il "panico", ovvero la corsa allo svuotamento dei conti correnti;

- riportare l'attività bancaria nel libero mercato (in cui gli operatori possono fallire);

- disincentivare con le opportune sanzioni di tipo personale (al posto delle "buonuscite")  le gestioni "disinvolte" di attività che peraltro rimangono purtroppo a carattere privilegiato.

Vi sarò grato se mi indicaste dove sbaglio (lo so che sbaglio, sarebbe troppo facile, o il mondo troppo stupido . . . ).


In realtà, almeno nel nostro infelice paese, le banche possono fallire e falliscono: la liquidazione coatta, prevista dalla legge bancaria (T.U.B. del 1993) è sostanzialmente una procedura di tipo fallimentare.

Il quesito non sta nella legalità o meno dei fallimenti bancari.

Torno ab ovo. Il tema riguarda la richiesta, da parte di una banca centrale (BCE) ad un governo (quello cipriota) di permettere a due specifiche banche di appropriarsi di porzioni dei conti correnti, per salvare se stesse dal fallimento dovuto ad investimenti sbagliati (delle banche stesse, non dei correntisti).

Non voglio neanche pensare alla legalità di tutto ciò, che è ovviamente insostenibile.

Voglio solo evidenziare come la logica del tema sia ribaltata, sia rispetto ad una logica di giustizia, sia rispetto ad una logica monetaria, sia rispetto ad una di stabilità economica.

E generalizzando, come tutta la politica monetaria ed ancorché fiscale tesa a salvare dal fallimento le banche (qualcuno ha mai sentito parlare di prestiti governativi a MPS? O di Esm, EFSF, SMP, OMT) sia del tutto illogica, inappropriata, illiberale e soprattutto ingiusta.

In più, ho proposto una alternativa.

Che magari è opinabile, ma mi piacerebbe almeno sapere perché.

...ma del governo cipriota. In particolare, la BCE aveva apertamente dichiarato "scetticismo" sull'idea, poi rientrata, di colpire i depositi sotto la soglia di 100.000 euro e pertanto assicurati a norme UE. Quello che la BCE ha imposto e' stata la data del 25 marzo oltre la quale non avrebbe piu' fornito assistenza di liquidita' d'emergenza (ELA): altrimenti, i governanti di Cipro avrebbero continuato a traccheggiare per anni mungendo la BCE. Nei fatti, quello che poi  il governo cipriota ha deciso e' stato di liquidare Laiki e di ristrutturare pesantemente Bank of Cyprus - e in questo processo, i creditori non assicurati (inclusi coloro con depositi in eccedenza alla soglia assicurata) perderanno buona parte dei loro crediti.

Grazie delle doverose ed interessanti precisazioni.

Però, ci terrei molto ad avere il suo parere sul concetto che proponevo, ovvero che i depositi dei correntisti, di qualunque entità, dovrebbero essere garantiti "in gestione diretta" dalla banca centrale.

Ovvero con nuova valuta (poca, vista l'oscillazione del bilancio dei CC, e non soggetta al moltiplicatore monetario né ad interessi attivi per la banca centrale bensì passivi ed anche molto) che compenserebbe la distruzione della stessa ad opera della banca insolvente (ed in liquidazione) nei confronti di TUTTE le sue voci passive.

Questo sotto il profilo:

- della giustizia (protezione della proprietà privata - diritto inalienabile)

- della stabilità monetaria (dettagli sotto);

- della concorrenza (e quindi del "mercato" dei servizi bancari);

- della stabilità economica (panico dei correntisti);

- del diritto (la disattivazione dei bancomat e degli assegni, i limiti di prelievo dal CC);

- della fiducia nel risparmio (quadruplicazione del prezzo dell'oro negli ultimi 7 anni).

La ragione per cui ritengo che la garanzia diretta sui conti correnti da parte della banca centrale non sia inflattiva è che compenserebbe (purtroppo solo parzialmente) gli effetti deflattivi conseguenti all'insolvenza della banca.

Ritengo inoltre che le insolvenze bancarie possono essere già loro il sintomo di una insufficiente liquidità nel sistema (ma questo è opinabile e soggetto a vari "dipende").

Inoltre, tale soluzione renderebbe inutile il fondo interbancario di garanzia, che complica la gestione monetaria e della liquidità nel sistema bancario, già abbastanza instabile per il ridotto limite della riserva frazionaria.

Se per "banca centrale" si intende la BCE (che e' l'unica nell'Eurozona a poter creare base monetaria ad hoc) la risposta e' che questo andrebbe deciso nel quadro della famosa "unione bancaria" a livello europeo di cui si parla da tempo. Ma comunque sinora l'esperienza accumulata in Europa, Nordamerica e parti dell'Asia dice che in condizioni normali e' sufficiente un fondo di tutela alimentato da contributi delle banche stesse. E' il caso p.es. del FDIC statunitense (che copre i primi 250.000 dollari per depositante e per banca) o del FITD italiano (fino a 100.000 euro, a norme UE). Ovviamente il denaro a disposizione sarebbe solo sufficiente per coprire una parte relativamente piccola dei depositi: leggevo tempo fa che FDIC aveva fondi per circa il 5% del totale assicurato. In altre parole, sarebbe del tutto insufficiente in caso di crisi sistemica, come per esempio quella di Cipro, e li' chiaramente qualcun altro dovrebbe metter mano al portafoglio: Tesoro del locale governo, FMI, BCE, fondi di salvataggio tipo ESM, titolari di grossi depositi, o una combinazione dei medesimi negoziata all'uopo.

Siamo di fronte all'eterna contrapposizione tra sein e sollen, complicata dal fatto che chi dovrebbe far valere le regole è spesso interessato ad anteporre a questo compito esigenze diverse, cosiddette di sistema.

Però alcune banche falliscono o, più propriamente, sono liquidate: anche nel caso cipriota, come opportunamente ha ricordato Enzo Michelangeli.

Se una banca fallisce i correntisti che hanno depositi non assicurati dalla banca centrale perdono i loro soldi.

e questa è la ragione che sconsiglia, tra le altre, di tenere soldi liquidi non investiti.

Se in banca ho azioni, obbligazioni, quote di fondi, quei soldi non li perdo perché non sono della banca ma sono in un vero e proprio "deposito". Roba mia che la banca custodisce. Non fanno parte della massa fallimentare.  Quei soldi li perderei se fallisse la società che ha emesso le obbligazioni, le azioni.  Certo, c'è il rischio che il fallimento della banca (o delle banche piu' grosse) trascini con se tramite fallimenti a catena anche le industrie e le maggiori attività commerciali, che si blocchi ad esempio il traffico dei pagamenti e che gli stessi depositi di cui parlavo sopra siano momentamente bloccati in attesa che il curatore fallimentare stabilisca esattamente cosa è patrimonio della banca e cosa deposito della clientela. E quindi i clienti non possano disporre dei loro risparmi per un certo periodo di tempo.

Diciamo che è per questo che si cerca di evitare che grandi banche falliscano.

Anche se cerchi di investire i tuoi risparmi, vi sono sempre dei momenti in cui l'investimento è svincolato e depositato in conto corrente.

Pensa poi al caso della vedova o della famiglia del pensionato il cui unico sostentamento (lascia perdere il valore delle pensioni) sono i "risparmi dui una vita" in conto corrente (magari temporaneamente svincolati dalla scadenza di un certificato di deposito).

Non mi sembra giusto che non vengano garantiti completamente.

Tra l'altro, proprio nel momento in cui l'insolvenza bancaria sta creando deflazione.

Per questo propongo la garanzia diretta da parte della banca centrale (vedi il testo del mio post e la risposta a Michelangeli).

Ritengo che tale soluzione (cioè: con conti correnti assunti dalla stessa BC, che non ne investe il valore e non ricorre a riserve frazionarie) avrebbe una bassissima incidenza inflattiva (e forse, in questo raro caso, si potrebbe aggiungere "purtroppo").

Se in banca ho azioni, obbligazioni, quote di fondi, quei soldi non li perdo perché non sono della banca ma sono in un vero e proprio "deposito". Roba mia che la banca custodisce. Non fanno parte della massa fallimentare.

Questo pero' e' vero solo se la banca, o broker, non presta i titoli depositati (tipicamente a ribassisti che li vendono sperando che scendano di prezzo prima di ricomprarseli al momento di restituirli). Questa pratica e' seguita da diverse istituzioni, specialmente online, che usano parte dei proventi derivanti dal prestito per pagare l'imposta di bollo sul deposito titoli, sgravandone il cliente (ad esempio, Binck) oppure semplicemente pagano un compenso al cliente (per esempio, MPS). I titoli prestati non sono piu' di proprieta' del cliente e in semplice custodia, e quindi al momento di un eventuale fallimento diverrebbero parte della massa fallimentare. E non sarebbero neppure coperti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.

Grazie! Non lo sapevo e mi stavo proprio domandando come funzionasse il conto titoli in caso di fallimento.

Ok, ma devo presumere che in uno stato di diritto al Cliente viene chiesto e fatto firmare quello va fatto firmare e che sia consapevole del rischio. Non credo che si possa prestare la tua casa terzi a tua insaputa.

Si' e no. Binck, ad esempio, ammette che il rimborso dell'imposta di bollo esiste solo se il cliente non rifiuta di concedere i propri titoli il prestito, ma non fa molti sforzi per attirare l'attenzione su questo fatto, e quest'opzione e' automaticamente considerata accettata dal cliente (con la possibilita' di un opt out esplicito contattando il servizio clienti).

In linea di principio, la banca dovrebbe includere nel contratto di deposito la possibilità di prestare a terzi i titoli. Poi bisogna vedere con quanta chiarezza tale possibilità sia prevista e soprattutto se sia illustrata a dovere prima della conclusione del contratto.

Non mi è chiaro se la domanda è rivolta a me o ad altri, in ogni caso la voce di Wikipedia copre diverse situazioni.

Nel mio intervento precedente sottolineavo l'esigenza che i contratti d'investimento, quando attribuiscano alla banca un potere di gestione o anche solo di amministrazione, prevedano espressamente la possibilità che i titoli siano prestati a terzi e che tale clausola sia disclosed in maniera adeguata all'investitore prima della stipulazione.

Aggiungo, a miglior chiarimento,  che - in linea di principio - ogni intermediario è obbligato a tenere separati gli strumenti finanziari dei clienti da quelli di sua proprietà, in modo che costituiscano patrimoni distinti da quello dell'intermediario, pertanto inattaccabili dai suoi creditori : l'utilizzazione degli strumenti finanziari e le disponibilità liquide di pertinenza dei clienti non possono essere utilizzati nell'interesse dell'intermediario o di terzi senza il consenso scritto del cliente  (art. 22 t.u.i.f.).

Il rischio è che tale consenso sia espresso in una clausola contrattuale predisposta ed approvata in maniera meccanica, senza che l'attenzione del cliente sia attirata su di essa: eventualità tutt'altro che sorprendente, per chi conosce il modus operandi di certi intermediari.

Il rischio è che tale consenso sia espresso in una clausola contrattuale predisposta ed approvata in maniera meccanica, senza che l'attenzione del cliente sia attirata su di essa: eventualità tutt'altro che sorprendente, per chi conosce il modus operandi di certi intermediari.

Eh, purtroppo e' cosi'. Se i regolatori (Bankitalia? Consob?) facessero il loro dovere bacchetterebbero sulle mani gli operatori che non richiedono un opt in esplicito, e che non chiariscono cosa questo implica in termini di rischio al cliente in caso di fallimento. Binck certamente non brilla sotto questo profilo; di altri (Webank.it, Youbanking.it etc.) non ho esperienze dirette.

dovrebbe - forse - essere attivata da opportune segnalazioni da parte degli investitori o delle loro organizzazioni.

Ron Paul riporta che "Le banche cipriote hanno pesantemente investito in titoli del debito sovrano greco e la ristrutturazione di quest’ultimo, durante l’estate scorsa, ha prodotto ingenti perdite – equivalenti a più del 25 percento del PIL nazionale.", ma il "bail-out" originariamente richiesto alla "troika" era di circa € 17.5 miliardi, vale a dire oltre il 100% del PIL cipriota. La somma poi effettivamente deliberata è stata di circa un terzo inferiore, a causa della "manovrina" sui depositi di Laiki e Bank of Cyprus. Come si arriva dal 25% al 60-70%? E poi, quali sono le responsabilità della banca centrale ovvero del suo governatore? In linea di principio io sarei molto critico, in quanto evedentemente è venuta meno ai suoi doveri di vigilanza, ma questo commentatore sembrerebbe suggerire una realtà diversa. Qualcuno ha capito come stanno (o stavano) veramente le cose?

Nella tabella qui sopra manca la Svizzera. Ricordo che nel 2008 UBS era arrivata ad essere esposta per quasi otto volte il PIL svizzero e Credit Suisse due o tre volte; tant'è vero che gli svizzeri ritiravano i soldi da UBS per metterli nelle banche cantonali o alla posta. Non ho dati posteriori.

Manca perché CH non è nella UE.
Credo pero' che una rifessione vada fatta per questa (ennesima) confusione tra stock e flusso.
Il nostro risparmio, ovunque sia, è STOCK. Un accumulo annuale che anno dopo anno porta a cifre notevoli. Il PIL invece è una misurazione del flusso annnuale.  Confrontare quello che guadagno in un anno con il mio risparmio di una vita (ben diverso se ho 20 anno o 60) è fuorviante. Dovrei preoccuparmi se dopo 40 anni il mio risparmio accumulato è 8 volte quello che guadagno in un anno? Dovrei bruciarlo solo per non impensierire qualcuno?

Ho qualche dubbio. Se il risparmio di una vita è quello del cittadino italiano, allora forse è inferiore al suo flusso annuo. Se poi parliamo di lavoratori in settori privati, e non bancari, ho paura che l'ordine di grandezza del "risparmio di una vita" sia quello del flusso mensile.

Francesco, perché il tuo nome non è evidenziato in grigio, come gli altri collaboratori di NFA?

Corretto, ma si stava parlando appunto della mole  del risparmio in paesi a tassazione moderata, che proprio per questo sono considerati "paradisi" rispetto ai paesi a tassazione "infernale".  E naturalmente i paesi a tassazione moderata, se dotati di un'economia ed una valuta stabile e di un discreto grado di sicurezza, diventano luogo preferibile anche per depositare e gestire risparmi (onesti ed anche no) fatti nei gironi infernali.

Ora per quanto riguarda la Svizzera, argomento di questo particolare ramo della discussione, la tassazione è pari al 34.2% del PIL, cosa tutto sommato non eccessivamente alta e nemmeno bassa. Diciamo una giusta via di mezzo ma decisamente meglio di Francia, Germania e Italia.  Ci vuole veramente cosi' poco per essere un paradiso?

Per quanto riguarda la domanda originale, mi pare che il volume "Stock of broad money" ora sia pari al doppio del PIL.  In parte perché le somme sono investite un po' in tutto il mondo ed anche perché buona parte dei fondi di investimento svizzeri sono sulla base del diritto lussemburghese. Enzo avrà sicuramente dati piu' precisi.

Sull'ultima domanda, mi pare che in rosso siano evidenziati gli autori del singolo articolo (cosi' ho visto quando rispondevo nei miei articoli) ed in grigio siano evidenziati solo i membri (fondatori) citati nel chi siamo.

Nota pero' che quando si parla di bilanci delle banche in rapporto al PIL non ci si riferisce solo ai depositi dei residenti, ma anche di attivi (sia depositi che obbligazioni) ottenuti raccogliendo fondi dall'estero.

La preoccupazione per un alto rapporto bilanci/PIL deriva dal fatto che un salvataggio governativo di un sistema bancario a rischio di fallimento sistemico puo' essere difficile o impossibile se esso implica un indebitamento pubblico aggiuntivo troppo elevato. Per esempio, dopo che la Gran Bretagna ha salvato RBS e HBOS/LLoyds il suo debito pubblico e' schizzato a circa il 140% del PIL, e il fatto che spesso sia dichiarato come inferiore ( attorno al 70% del PIL) e' piu' che altro un trucco contabile: la parte del debito incorsa per i salvataggi, una cifra dell'ordine del trilione di sterline, non e' normalmente inclusa nel conteggio. Vedi p.es. http://www.economicshelp.org/blog/334/uk-economy/uk-national-debt/

Il fatto che a oggi il tasso di risparmio italiano sia abbastanza basso non significa che lo sia sempre stato, era più del 20% del reddito negli anni 80 e nel 2000 era ancora del 14%. Questo significa che multipli tra le 5 volte e le 8 volte il reddito per lo stock di risparmio non sono così poco plausibili, per chi ha iniziato a lavorare negli anni 70, anche se a oggi non riesce a mettere da parte quasi più niente.

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