Il grafico della settimana, 15-03-2017

15 marzo 2017 davide mancino

Questa settimana: le impercettibili differenze di reddito e occupazione fra laureati in diverse discipline.

Il consorzio Alma Laurea pubblica a cadenza annuale informazioni sui neo-laureati italiani. Lo scopo è capire come vanno le cose, una volta che provano a entrare nel mercato del lavoro. Qui, rappresentati, gli esiti a uno, tre e cinque anni dalla laurea. Attenzione alla prima impressione: non si tratta delle stesse persone lungo il proprio ciclo lavorativo, ma di gruppi diversi. Nonostante questo, credo proprio che un'idea ce la possiamo fare comunque.

(qui una versione più grande)

11 commenti (espandi tutti)

Metterò un link a questa pagina sul sito di commenti hookii, cosi sarà discusso anche li, voglio precisare che il vostro grafico non sarà pubblicato ma solo linkato, quindi chi vorrà vederlo dovrà venire a leggerlo qui.

Usiamo una licenza Creative Commons per il nostro copyright (vedi sotto) quindi anche "copy and paste" va benissimo, a condizione vi siano gli opportuni riferimenti. Grazie. 

come mai

roccog 16/3/2017 - 14:10

manca completamente il settore scientifico (matematica, fisica, chimica, biologia, scienze geologiche, scienze naturali)?

Sarebbe utile

Ne ho evidenziate alcune che mi sembravano interessanti, ma più di così non potevo farcene entrare altrimenti si sarebbe capito poco. Però ne avevo scritto qui qualche tempo fa, dove trovi diverse informazioni in più.

Alma Laurea raccoglie (anche se non pubblica nelle statistiche pubblicamente disponibili) dati sul background familiare dei laureati? Professione e reddito dei genitori ad esempio.

Origine sociale

David 17/3/2017 - 10:54

Almalaurea rileva il titolo di studio dei genitori e la classe sociale di appartenenza, basta consultare il profilo dei laureati: http://www2.almalaurea.it/cgi-php/universita/statistiche/tendine.php?LAN....

Ottimo lavoro informativo. Occorre comunque evidenziare alcune notevoli differenze che spiegano ad esempio come mai le situazioni post-laurea di facoltà come medicina e giurisprudenza siano così diverse tra loro.

Come funziona la laurea in medicina? È semplice, già dal primo anno, previo accesso a numero chiuso, scegli se farai una laurea che abilita a un solo mestiere: quello di medico (in una delle sue specializzazioni, ovviamente). Se vuoi fare qualsiasi altra professione sanitaria come infermieristica, fisioterapia, ostetricia, ortottica o radiologia medica ti fai dal primo anno un corso di laurea diverso e non puoi passare dal secondo anno di medicina al terzo di infermieristica oppure dalla laurea triennale di infermieristica al quarto anno di medicina con la scusa che ci sono tanti corsi in comune. Se vuoi laurearti in medicina ti fai tutti i sei anni. Nel corso di medicina si hanno migliaia di ore di frequenza obbligatoria ad attività pratiche e dunque già al primo anno, ad anatomia o ad istologia si mettono gli studenti davanti a un bancone con parti anatomiche e provette. Già al terzo o al quarto anno sei dentro realmente in un reparto in base all'esame da fare, ad esempio si fa esplorare il canale inguinale a un paziente vero con l'ernia anche a chi non vuole fare il chirurgo, a urologia si impara a mettere il catetere con le proprie mani, in radiologia si fa una vera TAC e, tanto per finire, dall'anno scorso la laurea e l'abilitazione si ottiene *lo stesso giorno*, che ci crediate o no.

Come funziona la laurea in giurisprudenza, invece? Fin dal primo anno uno studente può entrare nella facoltà di giurisprudenza facendo gli stessi esami e senza scegliere se diventare avvocato, giudice, direttore di banca, direttore di posta, notaio, dirigente in settori della pubblica amministrazione e così via. Fino a uno o due anni fa circa non esisteva neanche il numero chiuso. Ma la cosa scandalosa avviene dopo l'ammissione all'università. Praticamente tutti gli esami consistono esclusivamente della ripetizione a memoria di ciò che viene insegnato ai corsi. A nessuno studente viene chiesto agli esami di dimostrare di saper adoperare questa conoscenza più in concreto. Non vengono compiute in nessun corso esercitazioni dove vengono affrontati casi giuridici reali e viene insegnato agli studenti a spiegarli e a risolverli. Agli studenti non è permesso in alcun modo svolgere un certo numero di settimane di tirocinio in studi legali, al tribunale o nella pubblica amministrazione. Un laureato in giurisprudenza può uscire dalla facoltà senza saper scrivere un atto (neppure cose banalissime come scrivere un ricorso per una contravvenzione al codice della strada), senza aver mai partecipato a un'udienza e senza aver mai messo piede in un tribunale. E ovviamente dopo la laurea per abilitarsi a qualunque cosa a che fare con professioni giuridiche occorrono preselezioni, scuole obbligatorie, prove intermedie, esami finali, certificati di pratica prima del fatidico esame di abilitazione.

Ovviamente all'estero, in Germania ad esempio, le cose sono ben diverse che da noi, chissà perché:

http://blog.zingarate.com/berlino/da-roma-ad-heidelberg-studiare-diritto...

Un discorso simile a giurisprudenza si può fare con le facoltà letterarie: di fatto i principali sbocchi occupazionali per lauree di questo tipo sono due: ricerca e insegnamento. Spesso quelle facoltà per farsi pubblicità dicono che gli sbocchi possono essere anche altri come risorse umane, realizzazione di idee e testi per siti, saggi divulgativi, articoli di giornale e pubblicità, gestione della comunicazione nelle aziende e simili ma in realtà tutte queste applicazioni pratiche delle materie umanistiche non vengono affatto insegnate in quelle facoltà. La cosa migliore sarebbe abolire il tre più due (che pretende di essere sia propedeutico a studi successivi sia professionalizzante ma finisce per non essere nessuno dei due) e fare una laurea a ciclo unico quinquennale con numero chiuso iniziale per chi vuole fare insegnamento e abilitante già dal primo anno (e dunque nessun altro corso post-laurea come ssis, pas, tfa ma già nei cinque anni discipline come didattica, pedagogia, docimilogia, psicologia degli adolescenti, attività organizzative e relazionali con gli altri docenti e le famiglie e mettiamo nei cinque anni e non dopo anche un tirocinio) e analogamente si fa una laurea analoga quinquennali per chi vuole fare il ricercatore in lettere che per nessun motivo potrà abilitare neanche parzialmente all'insegnamento, per lo stesso motivo per cui un laureato in infermieristica se vuole diventare il medico deve farsi tutti i sei anni. Insomma, bisognerebbe rifare un bel po' di cose nell'università italiana...

con buona pce dei tanti che non riescono ad entrare, senza numero chiuso non sarebbe possibile garantire una qualità di insegnamento come ora, e questo a prescindere dagli effetti nefasti della pletora medica.

Che non sia possibile interscambio fra medicina e lauree in professioni sanitarie, è ovvio. Il livello degli insegnamenti della stessa materia è molto diverso.

Sono d'accordo, secondo me occorrerebbe che i corsi di laurea di giurisprudenza e lettere, per essere più professionalizzanti, prendessero come modello il corso laurea di medicina e quindi fossero direttamente abilitanti a una ed una sola professione specifica: fin dal primo anno di università si fa una laurea che in cinque anni, o in certi casi tre, fa abilitare direttamente ad avvocato, giudice, notaio, insegnante di lettere al liceo, ricercatore universitario di letteratura italiana, personale di risorse umane, scrittore di testi per saggi giornalistici, siti o pubblicità, gestore delle comunicazioni in azienda e così via.

In tal modo si mantiene alta la qualità dell'insegnamento nell'università proibendo ad esempio che un ricercatore universitario che ha fatto il dottorato in letteratura italiana sulle opere dubbie, spurie o perdute di Ariosto si abiliti a diventare insegnante di letteratura italiana nei licei facendo solo tre o quattro corsi in più, invece per diventare insegnante dovrà fare tutti i cinque anni del corso di insegnante perché solo in tal modo può apprendere materie indispensabili per il docente come didattica, pedagogia, docimologia, psicologia degli adolescenti, attività organizzative e relazionali con gli altri docenti e le famiglie.

La mia impressione è che nel mondo accademico una riforma di questo genere sarebbe fortemente osteggiata in quanto contraria agli interessi personali di molti docenti universitari, ai quali non importa affatto che i corsi universitari siano garanzia di un certo lavoro e di adeguata preparazione ad esso ma ai quali importa solo che ci siano tanti studenti iscritti ai loro corsi illudendoli con prospettive di lavoro inesistenti ma con sicurezza di alto numero di cattedre per mantenere i docenti universitari al loro posto. Bisognerebbe indagare come mai questa situazione è avvenuta a lettere e a giurisprudenza e non a medicina, in modo da comprendere come si potrebbe agire per risolvere questo problema nel mondo universitario.

Segnalo che anche matematica e fisica sono al top.

Ci sono forti differenze tra indirizzi anche negli USA, dove si privilegia un concetto di "liberal arts education" che tende a limitare la specializzazione. Per un'analisi e l'accesso ai dati si puo' vedere qui.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti