Giustizia I: La separazione delle carriere dei magistrati

26 marzo 2008 alberto bisin

La giustizia è tema invitante, 'ché a noi economisti piace "disegnare meccanismi e istituzioni". Ma è tema ostico, perché coperto da mille dettagli tecnici. Per questo, la collaborazione con Axel Bisignano, PM a Bolzano che si presenta ad nFA in quest'altro articolo, è essenziale: mi ha procurato il materiale e mi ha spiegato tutto per bene e con pazienza.

Comincio dalla separazione delle carriere perché è il tema su cui si incentra da qualche tempo la battaglia politica sulla giustizia. La crisi della giustizia, argomenterò, è pressoché ortogonale alla questione della separazione delle carriere. Ancora una volta, invece che affrontare i temi delle riforme istituzionali importanti, il dibattito è ridotto a un esercizio di guerra tra bande, o meglio tra caste.

Da anni il dibattito sulla separazione
delle carriere
nella magistratura è, a dir poco, appassionato: le
parti in causa adombrano
prospettive da stato totalitario in caso la parte avversa abbia la meglio. Ad
esempio, Nello Rossi, Segretario Generale della Associazione Nazionale
Magistrati (ANM), finisce così un recente articolo (27 Febbraio 2008) su Il Riformista:

[...] la separazione delle carriere sembra la tappa intermdia
di una lunga marcia destinata a concludersi con la trasformazione del pubblico ministero
in un "avvocato della polizia". Un "avvocato" destinato a
mettere le sue competenze tecniche al servizio di una accusa preconfezionata in
uffici di polizia operanti alle dipendenze dell'esecutivo.

Gaetano Pecorella, ex-deputato di Forza Italia ed
ex-Presidente dell Unione delle Camere Penali Italiane, invece, introduce così
la proposta di legge per la separazione delle carriere presentata nel corso del secondo governo
Berlusconi:

[...] con questa proposta di legge si intende eliminare una
tra le più importanti anomalie e peculiarità dell'ordinamento giudiziario
italiano rispetto a quelli di tutte le altre liberal-democrazie occidentali , e
cioè la possibilità per il singolo magistrato di passare dalla funzione
giudicante a quella requirente [cioé la mancanza di separazione delle
carriere, ndr] [...] è assolutamente impensabile che, da un giorno all'altro,
chi ha combattuto il crimine da una parte della barricata si trasformi
improvvisamente nel garante imparziale di chi criminale potrebbe non essere,
pur essendo indagato o imputato da un ex collega di funzioni.

Il dibattito è ripreso in campagna
elettorale anche se, almeno nei programmi, con toni smorzati. Il programma
elettorale del PdL
, rimanda vagamente alla separazione
delle carriere laddove richiede il "rafforzamento della distinzione delle funzioni nella
magistratura, come avviene in tutti i paesi europei; un confronto con gli
operatori della giustizia per una riforma di ancor maggiore garanzia per i
cittadini, che riconsideri l'organizzazione della magistratura, in attuazione
dei principi costituzionali". Il programma
del PD
propone invece varie misure di ri-organizzazione della gestione
degli uffici giudiziari senza assolutamente menzionare la separazione delle
carriere.

Ho cercato di capire cosa scaldi gli animi. Cominciamo
dall'inizio: Quali carriere? Separazione, in che senso? Quali
sono gli argomenti a favore e quali contro la separazione?
Se, come me, il lettore
non ha conoscenze approfondite di giurisprudenza per capire tutto
questo troverà necessaria una premessa su come funziona il processo penale.

Premessa sul processo penale.

Due sono i modelli ideali di processo penale, il processo accusatorio
e il processo inquisitorio (in inglese si chiamano, rispettivamente partisan
- o anche adversarial - e inquisitorial; questo lo dico perché
poi consiglierò una lettura serale in inglese). La differenza è spiegata
molto bene alla voce
di Wikipedia
da cui riprendo qui di seguito.

Nel processo accusatorio l'imputato è
assistito dal difensore, accusato dal Pubblico Ministero (PM), e
infine giudicato dal giudice. Il PM ha il compito di avviare il processo
e introdurre nello stesso le relative prove a carico dell'imputato. Il
difensore ha il compito di difendere l'imputato. L'esame delle prove avviene ad
opera di entrambe le parti, compreso l'interrogatorio dei testimoni (la
cosiddetta cross-examination), di fronte al giudice. Obiettivo del
giudice, e solo del
giudice, è l'imparzialità. Compito del giudice è assicurare il rispetto delle
norme di procedura e pronunciare la sentenza sulla base di quanto emerso nel
corso del
processo.

Nel processo inquisitorio la figura del difensore non
cambia. Il giudice e il PM però, anche se soggetti diversi, hanno obiettivi e
funzioni simili; e mentre il PM (magistrato inquirente) avvia d'ufficio
il processo, partecipa assieme al giudice all'introduzione delle prove nel
processo, oltre che all'esame di queste ultime.

Il processo accusatorio è tradizionale nei paesi con
struttura giuridica di common law, essenzialmente i paesi anglosassoni; mentre
il processo inquisitorio ha radici nel diritto civile romano e poi napoleonico.

In Italia vige, dalla riforma del 1989, il sistema accusatorio. Ma
naturalmente i sistemi processuali reali non ricalcano mai con
precisione i modelli ideali. Ad esempio, obiettivo del
PM è pur sempre la ricerca della verità. Per espressa disposizione
dell'articolo 358 del
codice di procedure penale, il PM ha il dovere di svolgere "altresì
accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle
indagini". Costituisce dovere giuridico oltre che deontologico ed etico, fornire
al Giudice tutte le prove e chiedere, se si ritiene, l'assoluzione
dell'imputato
(verbatim da una e-mail di Axel Bisignano). A differenza di quello che avveniva col vecchio
ordinamento di tipo inquisitorio, nel processo accusatorio post-1989 le prove non si precostituscono più in istruttoria, in assenza di
contraddittorio, redatte a verbale dal PM o dalla polizia e conosciute dal
giudice del dibattimento prima del processo. La
differenza fondamentale è che al processo il giudice non sa nulla di ciò che
verrà a riferire il testimone, che viene prima esaminato da una parte e poi
controesaminato dall'altra
(quasi verbatim da un'altra e-mail di Axel).
Oltre che nella terra di Perry Mason (l'Amerika), e nel Regno Unito, il
sistema accusatorio è usato ad esempio in Svezia (dal 1948), in Portogallo
(dal 1974). Un sistema misto, più simile al sistema inquisitorio
vigente in Italia sino al 1989, è ancora adottato in Francia. (Le date del passaggio al sistema
accusatorio in Svezia e in Portogallo sono importanti, c'è una regolarità:
chi indovina? Aiutino: il Cile è passato al sistema accusatorio
nel 2000. Risposta: il passaggio al sistema accusatorio sembra seguire il passaggio
alla democrazia).

Non è questa la sede per discutere dei vantaggi e degli
svantaggi del
processo accusatorio. Suggerisco un bell'articolo di Mathias Dewatripont e Jean Tirole.
La sezione VI.A. discute in dettaglio i sistemi processuali.
L'articolo propende, a mio parere in modo convincente per
il
sistema accusatorio. [Nota: questo è articolo accademico, con tanto di matematica e gergo
specialistico;
ringrazio Nicola Persico per il riferimento bibliografico] In due
parole, la
contrapposizione di obiettivi tra difensore e PM fa sì che la verità
emerga
più facilmente. Questo perché, essenzialmente, è difficile
incentivare un giudice unico a cercare con grande sforzo la
verità se uno dei possibili risultati della ricerca è "non ho
trovato nulla". Il giudice garantisce imparzialità, cioé che la
verità
emersa finisca nella sentenza. Il problema della pura
contrapposizione di obiettivi tra difensore e PM è, naturalmente, che
prove o informazioni a discolpa scoperte dall'accusa, e viceversa, siano
manipolate o nascoste. Ogni sistema processuale cerca una qualche
soluzione di questo problema, ed è qui che i sistemi operanti sono
infatti misti.

La separazione delle carriere dei magistrati: i termini della
questione.

In un sistema processuale inquisitorio, il giudice che
istruisce il processo (in Italia, prima della riforma del 1989, questi era chiamato giudice
istruttore)
, il PM, e il giudice che pronuncia la sentenza lavorano in
stretto contatto e soprattutto con lo stesso obiettivo, scoprire la verità. In
un sistema processuale inquisitorio, quindi, non ha senso alcuno definire
separate strutture organizzative per la magistratura requirente (i PM) e la
magistratura giudicante (i giudici).

In un sistema processuale accusatorio, invece, il problema
della separazione organizzativa tra la struttura della magistratura requirente,
a cui fanno capo il PM, e la struttura della magistratura giudicante, cui fa
capo il giudice, si pone con forza. Ovviamente, dato che il PM e il giudice
hanno funzioni chiaramente separate nel processo, non è efficiente che essi debbano essere parte di una medesima struttura organizzativa che ne ordini le carriere. In sostanza, la questione della separazione delle
carriere è, in soldoni, la seguente:

Funzioni
separate
della magistratura requirente (i PM) e della magistratura
giudicante (i giudici)
richiedono carriere separate? Carriere separate possono rendere più efficiente l'esecuzione delle separate funzioni?

Non è difficile prevedere che la risposta alla prima domanda sia NO e che la risposta alla seconda domanda sia SI. Ma procediamo con calma.
Studiamoci per bene le argomentazioni dei magistrati pro e contro (che non
è cosa immediata perché scritte in legalese
stretto stretto – più stretto ove le argomentazioni siano più deboli – ma
questo è un altro discorso).

Le argomentazioni pro e contro.

È venuto il momento di esaminare le argomentazioni pro e
contro la separazione delle carriere. Si noti che
per separazione delle carriere non si intende, come spero sia chiaro dalla
discussione precedente, la semplice questione di permettere ai magistrati o
meno di poter esercitare entrambe le funzioni (inquirente e giudicante) nel corso
della carriera ma, più in generale, la questione della separazione della
struttura organizzativa dei giudici da quella dei PM. Insomma, separazione implica due diverse strutture a determinare incentivi e carriere di magistrati inquirenti e giudicanti.

Argomenti pro la separazione.

1) La separazione dei giudici dai PM, associata ad una ridefinizione e chiarificazione degli obiettivi del PM e del giudice nel
corso del processo, porta al perfezionamento dei
vantaggi del
processo accusatorio.

2) La separazione dei giudici dai PM conferisce al giudice quell'imparzialità su cui l'intero sistema giudiziario si basa, in ultima istanza.

3) La separazione dei giudici dai PM elimina, o almeno limita, quella comunanza di formazione culturale e
quella contiguità di rapporti personali tra giudici e PM che possono portare,
anche non volontariamente, alla effettiva parzialità del
giudice a favore del
PM rispetto all'avvocato difensore.

[Nota bibliografica: Tra tutto quello che ho letto, ho
trovato questo articolo di Carlo Guarnieri,
ordinario di Scienze Politiche a Bologna, molto chiaro e lucido
(l'articolo non è datato). Anche l'articolo di Oreste Dominioni,
ordinario di Diritto Processuale e Penale alla Statale di Milano, Le ragioni della "separazione delle carriere", 2006 (pubblicato in Studi in onore di Giorgio Marinucci,
Milano, Giuffré) è molto utile, anche se di più difficile lettura per un non
giurista. Ringrazio Axel per i riferimenti bibliografici e per le spiegazioni.]

Argomenti contro la separazione.

1) La separazione dei giudici dai PM tende a limitare la "cultura della giurisdizione" dei PM,
inducendo comportamenti più direttamenti volti all'accusa rispetto che non
alla scoperta della verità, fine ultimo del
processo.

2) La separazione dei giudici dai PM tende a comportare una limitazione della indipendenza del PM da poteri altri rispetto alla
magistratura, in particolar modo dal potere
esecutivo.

3) La separazione dei giudici dai PM elimina, o almeno limita, quelle importanti occasioni di crescita
professionale che si devono all'avere esercitato diverse funzioni, in
particolare la funzione requirente e quella giudicante, all'interno
dell'amministrazione della giustizia.

[Nota bibliografica: Un articolo di
Salvatore Vitiello
, PM della Procura di Roma, scritto come esplicita risposta a quello di Guarnieri
citato sopra, espone con lucidità la posizione contraria alla separazione
delle carriere e risulta quindi chiaro nella pochezza degli argomenti. La posizione ufficiale dell'Associazione Nazionale Magistrati è anche chiara; infine, l'articolo di Nello Rossi, citato sopra contiene alcune argomentazioni in questo senso. Ancora una volta
grazie ad Axel per i riferimenti bibliografici e per le spiegazioni.]

I meccansimi e gli incentivi.

È venuto il momento di inserire ed azionare l'economista. Provo a valutare gli argomenti con una certa ossessione per la loro coerenza logica e per
l'importanza dei meccanismi nel determinare incentivi.

L'argomento
1) contro la separazione, che limiterebbe la
"cultura della giurisdizione", è basato su una premessa logicamente
errata: e cioé che l'obiettivo della scoperta della verità nel corso
del processo sia raggiunto più facilmente se una delle
tre parti del
processo ha come obiettivo la scoperta della verità stessa invece che
non
l'accusa dell'imputato. Detto con il gergo dell'economista, è
assolutamente ovvio che l'argomento è logicamente errato: il processo
è un meccanismo di interazione strategica con
almeno tre agenti (il PM, il difensore, il giudice) e non un meccanismo
decisionale semplice in cui una persona raccoglie informazioni e poi
decide. Se
fosse un meccanismo decisionale semplice, allora l'obiettivo della
scoperta
della verità sarebbe più facilmente raggiunto se colui che decide lo
facesse sulla
base di questo stesso obiettivo. Questo è ovvio. Ma la componente
strategica del "meccanismo del processo" fa sì che una chiara ed
esplicita contrapposizione degli obiettivi tra PM, difensore, e giudice
come da
processo accusatorio ideale possa in via di principio rappresentare un
meccanismo più efficiente al raggiungimento della verità. La ragione
è che
la fase di raccolta e di esame delle informazioni (le prove nel
processo) è più efficiente qualora gli obiettivi del
difensore e del PM siano contrapposti, come si è discusso sopra nella
breve analisi dell'articolo di Dewatripont e Tirole, mentre
l'imparzialità del giudizio è garantita
dalla funzione del
giudice. Non è necessario che sia così, ma è certo possibile. Si
può discutere su questo,
ma è fuori di dubbio che l'argomento 1) contro la separazione sia
fallace perché confonde meccanismi decisionali semplici con meccanismi
di
interazione strategica. A me pare quindi che il contrapposto argomento
1) pro la
separazione sia corretto e che in certo qual modo adombri tutto questo.

L'argomento
2) contro la separazione è assolutamente
fondamentale. L'indipendenza del
PM dal potere politico, specie dal potere esecutivo, deve essere
garantita. Il
PM deve poter scegliere liberamente quali casi istruire e come
istruirli, deve
essere libero di perseguire le attività di indagine che ritiene più
promettenti ed efficaci. Il tutto, naturalmente nei limiti della legge
e delle
norme di procedura (e con i giusti incentivi, ma di questo parliamo dopo). Perché la proposta di separazione
della struttura
organizzativa dei giudici e dei PM è interpretata come un passo verso
la
dipendenza della magistratura requirente dalla politica? Il fatto che
questa
proposta venga dagli avvocati di Berlusconi e che, apparentemente,
simili
progetti fossero parte delle mire PiDuiste, certo non aiuta. Dati i
precedenti, io credo sia molto probabile che gli avvocati di
Berlusconi
vedano la separazione delle carriere come un primo passo verso un più
effettivo controllo dei PM da parte dell'esecutivo, controllo a cui aspirano. Ciononostante, a me non
interessa
questo processo alle intenzioni, a me interessa studiare i meccanismi
per il
funzionamento della giustizia. In questo senso l'argomento 2) contro la
separazione è importante, ma non c'è nessuna
ragione logica per cui un nuovo ordinamento, che preveda la
separazione
della struttura organizzativa dei giudici e dei PM,, non possa (e debba,
infatti)
garantire l'indipendenza del PM definendo chiaramente per legge i
vincoli
formali ai quali sia sottoposta la sua attività di istruzione del
processo e i
suoi obiettivi durante il processo.

Indipendenza e obiettivi chiari, quindi. Ma come garantire la
fondamentale indipendenza del
PM? Il sistema più semplice è attraverso la costituzione di un organo di
autogoverno cui sia affidata la carriera dei PM. Questo ha poco a che fare con
la separazione delle carriere. Se sia i PM che i giudici debbono essere
indipendenti, che abbiano entrambi un organismo indipendente che ne controlla
le carriere. Il Consiglio Superiore delle Magistratura gestisce la carriera
della magistratura giudicante; un organo simile lo può fare per la
magistratura requirente. Meglio non sia lo stesso organo per evitare lotte di
potere interne tra le due diverse funzioni della magistratura.

In questo contesto, una volta
garantita l'indipendenza della magistratura requirente dalla politica, mi pare
che l'argomento 2) pro separazione, che il giudice apparirebbe più super
partes, sia assolutamente condivisibile ed innocuo.

Infine, che la separazione della struttura organizzativa dei
giudici e dei PM sia perfettamente compatibile con una magistratura requirente
indipendente dal potere politico, è provato dal funzionamento del sistema giudiziario in quei paesi in cui il sistema
processuale accusatorio è associato a tale separazione organizzativa ed è
disegnato come indipendente, dalla Svezia al Portogallo, alla Germania.
L'esempio europeo più chiaro di un sistema in cui la magistratura requirente
dipende dal potere esecutivo è, invece, quello vigente in Francia, paese in cui
non vi è separazione tra magistratura requirente e giudicante. Anche il fatto
che Portogallo, Svezia, e Cile durante i loro periodi non-democratici avessero un sistema giudiziario di tipo inquirente senza
separazione tra le carriere, suggerisce che la mancanza di separazione
non sia affatto un deterrente al controllo politico della magistratura.

L'argomento 3) contro la separazione mi pare di minore importanza rispetto agli
altri, ma certamente condivisibile. Axel mi fa notare che avere esperienze sia
nella magistratura requirente che in quella giudicante è addirittura richiesto
in alcuni lander in Germania. Il fatto che
questo generi contiguità tra PM e giudice è senz'altro possibile, ma mi pare
un argomento per sé debole. Contiguità personali nell'esercizio di ruoli
contrapposti sono frequenti e naturali in essenzialmente ogni professione: tra
giudice e avvocato, tra membri delle commissioni di un concorso accademico e i
concorrenti, tra arbitri ed atleti, tra poliziotti e famigliari. Alcuni di
questi possono apparire pessimi esempi in Italia, che i concorsi accademici
sono spesso truccati, e gli arbitri,... lasciamo stare. Ma queste relazioni
funzionano altrove; la differenza sta nella chiara definizione degli obiettivi
e degli incentivi di carriera. A questo accenno ora, in chiusura di articolo

Come garantire
che il giudice abbia incentivo ad essere imparziale? Come garantire che il PM
abbia incentivi sufficienti ad attenersi agli obiettivi imposti per legge? Nel
caso del PM
c'è anche una questione ulteriore e molto importante: il PM esercita in
principio un enorme potere attraverso la scelta di quale reato perseguire e di
come istruire un processo. Come delineare i vincoli a cui sottoporre le scelte del PM a questo
proposito? Oggi in Italia, si toglie in principio al PM ogni potere su quale
reato perseguire, attraverso la obbligatorietà dell'azione penale.
Inoltre, si elimina ogni relazione tra la qualità della sua azione e la sua
carriera, attraverso una esplicita politica di avanzamento di grado e di
incremento salariale esclusivamente per anzianità. Lo stesso per il giudice,
la cui carriera è definita esclusivamente dall'anzianità. Questo sistema di
incentivi a modo suo funziona, nel senso che garantisce una certa indipendenza
dei magistrati. Ma questo sistema di incentivi non funziona in varie altre
dimensioni,

i) i PM devono comunque scegliere implicitamente quali reati
perseguire, senza avere indicazioni di legge su come operare questa scelta (non
si può ad esempio definire per legge un sistema di priorità tra i reati da
perseguire perché per legge tutti i reati di cui la magistratura ha notizia
devono essere da essa perseguiti, l'azione penale è obbligatoria), e quindi

ii) i PM possono finire per sviluppare obiettivi personali di
carriera al di fuori della magistratura, obiettivi che possono guidarli nella scelta di
quale reato perseguire (o di chi perseguire) e di come istruire un processo (vi
sono certo vari esempi, da Di Pietro a Casson; quanto questo sia un fenomeno
importante o piuttosto marginale è discutibile). Infine, e soprattutto:

iii) la carriera dei PM è in gran parte indipendente dalla
qualità e dalla quantità del
loro lavoro; quindi, a meno di motivazioni ideali/ideologiche, hanno chiari
incentivi a lavorare poco e male.

In buona sostanza, gli incentivi di carriera della
magistratura requirente e di quella giudicante ne garantiscono l'indipendenza, ma
lo fanno a costo di contribuire al fallimento dell'amministrazione della giustizia (documenteremo in
un prossimo articolo tale fallimento; il lettore curioso e impaziente può
cominciare a leggere un bel libro al riguardo, pieno di dati: Fine Pena Mai. L'ergastolo dei tuoi diritti nella
giustizia italiana,
di Luigi Ferrarella, IL Saggiatore 2007; grazie a
Sandro che me lo ha portato dall'Italia). Non è affatto necessario che sia
così. L’indipendenza può essere garantita pur mantenendo efficaci ed
efficienti incentivi di carriera. La chiave di tutto sta qui. È così che io
leggo anche l'articolo di Axel per nFA. Il disegno di queste forme di incentivi
sono cose che gli economisti hanno studiato, sia in teoria che nella pratica.

La separazione
della struttura organizzativa dei giudici e dei PM, e delle loro carriere, appare
una riforma ragionevole se ben fatta e se l'indipendenza della magistratura
requirente è garantita, ma la sua rilevanza è minima rispetto alla riforma
della struttura degli incentivi di carriera dei magistrati.
Di questo ci
occuperemo ancora, ovviamente, in un prossimo articolo (magari non così
prossimo, diciamo futuro).

58 commenti (espandi tutti)

Domanda: pensi sia presto per parlare di costi? Meglio: credi che le dicotomie sistema accusatorio / sistema inquisitorio e carriera unica / carriere separate portino con sé anche differenze importanti per quanto riguarda i costi totali della "macchina della giustizia"?

Da quel che capisco, il problema non e' ne' nella struttura processuale ne' nella separazione delle carriere o meno in se'. Riguardo alla struttura processulale credo che il  problema dei costi sia importante ma abbia a che fare con la struttura degli appelli, molto piu' che non con la dicotomia accusatorio/inquisitorio. Per la questione della separazione, beh, mi pare che avere magistrati con incentivi a non far nulla (attraverso carriere per anzianita' e via discorrendo) sia una tale fonte di costo che annulla tutto il resto o quasi. Naturalmente dico questo ancora "a rigor di logica" senza avere i numeri in tasca. Ma arrivero'anche li'. Non e' cosa facile,ma almeno ci provero'.

Sicuramente gli incentivi sono fondamentali. Ma oltre a questi si potrebbe:

1)abolire l'appello

2)restringere la cassazione (non deve essere un secondo grado di giudizio free per tutti sempre e comunque)

3)eliminare quei miliardi di sconti di pena (se patteggi,se confessi,se fai processo abbreviato,se ....) che fanno si che gli imputati piu che difendersi cerchino di infilarsi nel giusto tunnel per ottenere prescrizione,condizionale,arresti domiciliari,etc...

1)abolire l'appello

Abolire l'appello ???
In che senso ?

Nel senso che avere un grado di giudizio pressoche identico al primo è inutile,dannoso e costoso. Se proprio si vuole lasciare una seconda possibilità (che non derivi dal fatto che ci sono stati errori procedurali,per quello vai in cassazione) allora la si faccia pagare cara : Vuoi essere giudicato in appello ? Bene ma se la condanna è confermata paghi dieci volte tante la multa (o raddoppi la pena).

L' abolizione dell' appello sembrerebbe una buona idea ma tremano le gambe non appena si viene a conoscenza delle percentuali relative alla "revisione" delle sentenze. E' il motivo per cui una simile misura viene accantonata anche dal Ferrarella citato nell' articolo.

Nei processi accusatori l' indipendenza del PM è assicurata dalla sua elettività diretta. L' elettività garantisce anche la "base democratica" dell' organo deputato ad impostare la politica giudiziaria. Una simile riforma non riesco ad immaginarla da noi, sia per motivi culturali che per motivi pratici.

Oggi, con l' obbligatorietà dell' azione penale abbinata all' impossibilità di dar seguito a tutti gli input, il PM gode di una discrezionalità tale per cui finisce per fare "politica giudiziaria" senza un minimo di legittimazione popolare. Politica senza rappresentatività, quindi.

Quanto ai costi, pare che le inefficienze maggiori si annidino nelle Cancellerie. I giudici smettono di lavorare alle 14.00 altrimenti accumulerebbero un numero di pratiche che le Cancellerie non potrebbero mai smaltire. Hai voglia ad inasprire le pene sui recidivi quando i recidivi non risultano tali in sede processuale visto che la loro posizione non è aggiornata dalle Cancellerie! Allora ecco una misura semplice che non esce da nessun modello econometrico: informatizzare le cancellerie. Sembra incredibile ma in molti posti si lavora ancora con la penna sopra l' orecchio.

 

 

 

 

I giudici smettono di lavorare alle 14.00 altrimenti accumulerebbero un
numero di pratiche che le Cancellerie non potrebbero mai smaltire.

Già. Ed immagino che i cancellieri se la prendano comoda per evitare che i giudidici si trovino a far tardi.

Completamente d'accordo eccetto che sulla questione della rappresentativita' popolare (l'elezione del PM) come in Amerika. Ci sono altri modi per "governare" la discrezionalita' del giudice, che non facendolo eleggere, ad esempio studiando per bene il suo profilo di carriera. In questo modo gli obiettivi del giudice sarebbero "controllati" una volta per tutte senza dipendere troppo dalla diretta volonta' popolare che potrebbe soffrire un po' troppo di volatilita' (ma perche' non discutere di elezione diretta?  senza pregiudizi?).

Da quel che capisco non funziona bene, ma l'idea di dare incentivi al processo abbreviato mi pare molto importante almeno in principio per ridurre i tempi della giustizia.

il  problema dei costi sia importante ma abbia a che fare con la struttura degli appelli,

what´s that? Who told yuou this? Who was your teacher? That´s bullshit (tanto magris sa solo il francese)? Didn´t you read Ferrarellas book?

oggi ho fatto lezione di inglese con il solito insegnante scottish e devo esercitarmi un po´

 

Non so se è una replica al mio commento ma io non ho detto nulla sui costi, ho detto che si dovrebbero rivedere i gradi di giudizio, non è possibile avere 3 gradi per tutti.

Perche' non costa avere tre gradi di giudizio? comunque rispondo dopo alla tua argomentazione che ci vogliono piu' gradi di giudizio perche' i magistrati possono essere lavatitus etc.

I dico 4 gradi, facendoci entrare anche l'udienza preliminare. Giudizio sommario ma pur sempre giudizio. A cosa serve ? In altri termini quanti sono i processi che si concludono davanti al GUP (patteggiamenti a parte) ?

Grazie dell'articolo. Al punto 1 dove dici:
Quando dici:
Ma la componente
strategica del "meccanismo del processo" fa sì che una chiara ed
esplicita contrapposizione degli obiettivi tra PM, difensore, e giudice
come da
processo accusatorio ideale possa in via di principio rappresentare un
meccanismo più efficiente al raggiungimento della verità.

Ho capito bene o il succo del discorso e': secondo te si trova meglio la verita' se sono uno su tre (giudice) e' alla ricerca della verita', invece di 2 persone (PM e Giudice) su 3?

Consiglio di vedere il filmato dove Travaglio spiega bene e meglio di me perche' e' invece importante che Giudice e PM abbiano le stesse carriere perche' entrambi sono alla ricerca della verita'.

Se il PM non ricerca la verita', allora si premurera' di trovare un colpelvole, chissene importa se il colpevole non e' quello giusto. Un bravo PM deve far condannare il colpevole giusto (ricerca della verita') non uno qualsiasi o il primo che passa. La ricerca della verita' e' fondamentale, ecco perche' le carriere devono essere le stesse.

http://www.youtube.com/watch?v=x74xUmT7lUI

Nicola

Il processo accusatorio in termini teorici rappresenta l'ottimo: un serrato confronto tra pari (accusa e difesa) posti di fronte  ad un giudice imparziale, con la prova che si forma nel dibattimento ed in contraddittorio tra le parti.

E' però vero che questo ottimo principio poggia su un pre-requisito ipocrita: per funzionare deve rappresentare l'eccezione e non la regola.

Se tutti i processi venissero decisi all'esito del dibattimento, e quindi con la piena garanzia del rito accusatorio, il sistema collasserebbe.

Perchè il sistema accusatorio funzioni è necessario che la maggior parte dei processi si chiudano con riti alternativi, evitando il dibattimento che è invece il momento supremo del rito accusatorio.

Occorre cioè che i processi siano il più possibile definiti dal patteggiamento e dal giudizio abbreviato, che sono riti privi della solennità e delle garanzie del dibattimento e definiti o in camera di consiglio sulla base delle prove del solo PM o sull'accordo delle parti, il tutto a fronte di sconti di pena (altrimenti perchè mai un imputato rinuncerebbe a delle garanzie ?).

All'epoca dell'entrata in vigore del nuovo codice, si ipotizzava che per farlo funzionare bene solo il 10-15% dei casi doveva giungere al dibattimento, nei fatti, però i riti alternativi non sono riusciti ad occupare pienamente lo spazio che gli doveva essere riservato, anche perchè chi può (rectius chi può permettersi di pagare gli avvocati) ha giustamente - dal suo punto di vista - preferito portare i propri processi in aula e cercare di sfruttare i tempoi processuali e raggiungere la prescrizione.

La separazione delle carriere è poi la naturale evoluzione del sistema accusatorio.

Io mi ritrovai a fare il mio uditorato a cavallo dell'entrata in vigore del codice Pisapia e la necessità di separare le carriere era sentita sin da allora anche all'interno della Magistratura. Il principale ostacolo era (ed è) il timore di un controllo dell'esecutivo sui magistrati dell'accusa.

E' quindi evidente che qualsiasi riforma in tal senso dovrà dare delle garanzie per quanto riguarda l'autonomia dei PM.

Una soluzione simile a quella suggerita da Alberto (un "CSM per i PM") era stata partorita dall'abortita (scusate il gioco di parole) commissione bicamerale che, presiduta da D'Alema, aveva cercato di riformare la Costituzione all'epoca del primo governo Prodi e con ogni probabilità è l'unica soluzione che consentirebbe di contemerare le esigenze di indipendenza ed efficienza.

L'autonimia del PM è poi rafforzata dalla obbligatorietà dell'azione penale e quindi in questo non sono d'accordo conl'articolo.

Anzichè rendere discrezionale l'azione penale, è molto più "sano" dal punto di vista della politica criminale, sfoltire le ipotesi di reato, depenalizzando le fattispecie non più attuali o la cui sanzione penale è eccessiva e consentire così alle procure di concentrarsi sui reati veramente importanti. Oltretutto mi pare più giusto che sia il potere legislativo ad assumersi la responsabilità circa quali reati perseguire e quali no, invece di lasciare questa (pericolosa) discrezionalità ai magistrati.

Vai Sabino, spiegaglielo tu a questi economisti, ma perché nFA ha chiesto a me di scrivere sulla giustizia se aveva giá Ronaldinho in formazione? Ti nomino difensore di fiducia della categoria magistrati nel processo che stiamo conducendo. Tanto hai giá fatto il PM, il giudice ed il notaio, ormai ti manca solo questo ruolo ed hai coperto tutte le professioni forensi. Ovviamente dovrai lavorare pro bono perché tu sei un ricco notaio ed io un povero magisratucolo :-)

Ti nomino difensore di fiducia della categoria magistrati nel processo che stiamo conducendo

Mai tirarsi indietro davanti ad una causa persa in partenza !!! :)

del resto sono interista anche io e quindi di cause perse me ne intendo

troppi praticanti del masochismo su questo sito:-)

Grazie, Sabino, molto utile e chiaro.

Siamo d'accordo (lo chiedo a te e alla locale blogosfera) che gli incentivi al rito abbreviato non sono sufficienti in larga parte a causa della elevata probabilita' di prescrizione del rito accusatorio? Sarebbe importante se fosse cosi' perche' significa che se risolvi il problema prescrizione prendi due piccioni con una fava.

Io credo che sia difficile eliminare la discrezionalita' dell'azione penale. Essa non si manifesta solo nella decisione di aprire l'azione penale (che l'obbligatorieta' elimina, in teoria ed forse anche in pratica nel caso dello sfoltimento di cui parli) ma in tante altre forme nascoste, quale azione privilegiare, a quale azione dare il PM piu' intelligente o piu' cattivo, o qualsiasi altra caratteristica, quanto sforzo mettere nelle indagini ein tutto quello che segue. Io credo che con una larga dose di discrezionalita' bisogni convivere, e quindi che la soluzione sia indurre i giusti obiettivi nei PM piuttosto che non limitarne troppo la discrezionalita' stessa per vie legali. (Gli economisti chiamano queste situazioni con contratti incompleti, in cui cioe' chi scrive il contratto - il legislatore - fa fatica a prevedere/fissare tutti i possibili stati del mondo e quindi invece di statibilire cosa deve succedere in ognuno di questi stati, si garantisce che chi sceglie dato lo stato faccia piu' o meno quello che il legislatore  vorrebbe che facesse)

Sullo sfoltimento etc., naturalmente siamo d'accordissimo per vari e disparati motivi.

Siamo d'accordo (lo chiedo a te e alla locale blogosfera) che gli incentivi al rito abbreviato non sono sufficienti in larga parte a causa della elevata probabilita' di prescrizione del rito accusatorio? Sarebbe importante se fosse cosi' perche' significa che se risolvi il problema prescrizione prendi due piccioni con una fava.

E' indubbio che la difficoltà di arrivare ad una sentenza definitiva e quindi di veder prescrivere i reati rappresenta uno dei principali problemi della giustizia penale.

Le cause sono molteplici e sarebbe impossibile (oltre che superficiale) analizzarle tutte in questa sede, tra l'altro sono connesse a questioni che toccano dei diritti costituzionali: difesa e presunzione di innocenza, il che fa sì che soluzioni pratiche che potrebbero snellire i processi rischiano di scontrarsi con la Costituzione.

E' però vero che c'è stata nel tempo una sedimentazione di leggi ipergarantiste (frutto indiretto anche della vicenda giudiziaria di Berlusconi) che oggi rendono spesso macchinosa anche la banale notifica di un provvedimento giudiziario, con ciò dilatando i tempi processuali.

Qualcosa in tale senso direi che sarebbe possibile fare, ma qui si entra in un campo veramente tecnico e quindi mi fermo.

 

giusto, cominci a capire un po´ troppe cose sulla giustizi per i miei gusti. Forse riesco ad insegnarti anche un po´ di economia, ma non mi faccio troppe illusioni...

Cosa significa risolvere il problema della prescrizione ? Allungare i termini in genere fornirebbe un incentivo opposto perlomeno per i giudici e PM che si prenderebbero ancora più tempo per istruire e gestire i processi. Anche gli avvocati non dovrebbero esserne tanto dispiaciuti visto che così incasserebbero maggiori parcelle. Bisognerebbe invece stabilire dei termini obbligatori e vincolanti per tutte le parti coinvolte (PM, giudici, avvocati) che regolino i tempi processuali anche in relazione ai tempi di prescrizione del reato da giudicare.

Dalla mia esperienza pratica di frequentazione con alcuni amici magistrati, uno degli aspetti piu' controversi consiste nei risvolti organizzativi del principio costituzionale di obbligatorieta' dell'azione penale.

Racconto un aneddoto in proposito che credo significativo. Un mio caro amico fresco di esame di magistratura e di fine di attivita' di uditorato (cmq. si dica), dovendo spiegarmi perche' lui (che rispetto a me aveva dovuto attendere 4 anni dopo la laurea prima di aver un lavoro retribuito) fosse contento del suo nuovo lavoro, esclusa la paga, escluso l'impegno intellettuale della professione, in ultima analisi affermava: "In fin dei conti, io un capo cui rispondere dei miei atti quotidiani non ce l'ho". E questo in virtu' del principio (chiaramente, italianamente e costituzionalmente) intoccabile della obbligatorieta' dell'azione penale.

Allora mi chiedo se qualcuno puo' rispondere ai seguenti quesiti:

1/ e' vero che in Italia tale principio costituzionale viene declinato come mancanza assoluta di reporting lines? Se si', sarebbe quantomeno significativo di come il verbo dovere (obbligatorieta') in una struttura di incentivi sbagliata diventi potere ("non devo rispondere dei miei atti"). 

2/ Se si', come e' possibile prevedere dei managers negli uffici della magistratura senza prima risolvere il problema a monte?

Il problema mi sembra molto simile a quello della giusta causa dello statuto dei lavoratori con in piu' l'aggravante che alla presunta sacralita' del principio si aggiunge l'ostacolo pressoche' insormontabile della modifica della Costituzione.

Insomma, se non si fa un colpo di Stato, questi sono e questi rimarranno, ahime',  i nostri cari fannulloni.

E questo in virtu' del principio (chiaramente, italianamente e costituzionalmente) intoccabile della obbligatorieta' dell'azione penale.

Se i miei ricordi giurisprudenziali non mi ingannano non credo che tra le due cose (obbligatorietà e "mancanza di un capo") vi sia una connessione diretta :)

Infatti sto chiedendo se vi sia (una connessione). E se davvero ci fosse, dubito che troveresti una legge (men che meno la Costituzione) che la eplicitasse.

Organizzativamente, ti chiedo: se sono il tuo capo, ma non ho il diritto di controllare quello che fai (ad esempio a quali indagini dai priorita'), in cosa si esplica il mio essere tuo responsabile? Nel controllare a che ora entri ed esci dall'ufficio? Beh, forse sarebbe un punto di partenza discreto, ma solo appena discreto. A parer mio ci deve esser anche un controllo sostanziale che il mio capo in quanto tale deve poter esercitare. Assumere che anche il meno esperto dei magistrati abbia gli stessi diritti dei piu maturi in merito a quali indagini perseguire mi sembra una delle tante utopie sovietizzanti (del tipo tutti gli uomini sono uguali) che generano effetti perversi atroci.

A parer mio ci deve esser anche un controllo sostanziale che il mio capo in quanto tale deve poter esercitare.

Infatti sono pienamente d'accordo.
La questione dell'autorità all'interno degli uffici giudiziari, a mio avviso, è una questione fondamentale e dato che c'è in giro Axel mi astengo da qualunque commento in merito ;))

La questione dell'autorità all'interno degli uffici giudiziari, a mio avviso, è una questione fondamentale

Senza voler togliere il mestiere ad Axel, vi ricordo che all'interno delle procure c'è effettivamente un certo ordinamento gerarchico, nel senso che il capo dell'ufficio (Procuratore delle Repubblica, ma anche il Procuratore generale presso la Corte di appello) ha poteri/doveri di controllo sull'operato dei singoli PM, può avocare a sè singole inchieste, affida i fascicoli d'inchiesta secondo i propri criteri di ripartizione.

Anzi il Procuratore tendenzialmente tende a favorire la specializzazione dei PM, sicchè all'interno della singola procura c'è chi si occupa maggiormente di reati contro la PA, chi di criminalità organizzata, chi di droga, chi di incidenti sul lavoro e così via.

Aggiungo anche che non sono infrequenti i casi di avocazione ed anche di trasferimento d'ufficio del PM per incompatibilità ambientale, vedi il caso più recente di De Magistris, in Calabria, la cui inchiesta su Mastella è stata assunta in carico direttamente dal Procuratore Generale (che tra l'altro ha chiesto l'archiviazione).

Pur tenendo conto di questi rilievi, almeno stando alle notizie riportate dalla stampa, mi sembrano molto piu' frequenti i casi che sottolineano una pressoche' totale arbitrarieta' nella scelta delle inchieste da seguire e una totale mancanza di coordinazione tra magistrati.

Da un lato, noto:

1/ indagini che con tempistica non casuale (strano no?, i reati dovrebbero distribuirsi in modo piu' o meno normale, forse con qualche stagionalita' dovuta al calore estivo per gli omicidi) riguardano questo o quel filone di crimini. Basti pensare a talune inchieste politiche che sono in modo sospetto legate a date elettorali o a presunte/reali discese in campo; a talune inchieste sempre e comunque legate a talune procure (si pensi al filone Reggio Calabria/veline). 

Dall'altro, noto:

2/ mancanza assoluta di specializzazione. Troppi reati recentemente hanno svelato incuria nelle fasi delle indagini da parte dei magistrati. E a causa di cio' l'indagine stessa, male impostata, non ha portato ad alcunche' di concreto (inutile che citi i fatti di cronaca piu' o meno nera cui mi riferisco).

Per me 1/+2/ sono sintomatici di arbitrarieta' e scarsa organizzazione gerarchico funzionale.

Magistrati piu' specializzati (piu' poliziotti e meno filosofi comunisto-borbonici) implicherebbero: distribuzione reati non per stile della procura ma distribuzione delle indagini/reati piu' o meno normale attraverso il territorio (ok, magari un po' piu' di reati mafiosi a Palermo, ma sicuramente non sempre e solo le veline a Reggio Calabria e i falsi in bilancio (ad personam) sempre e solo a Milano); fase di indagine piu' accurata e precisa.

Insomma, se quanto lei dice fosse vero: ogni procura avrebbe i suoi magistrati divisi per competenza e non tanti don chisciotte alla ricerca della prossima causa persa come sembra al momento che sia.

ma sicuramente non sempre e solo le veline a Reggio Calabria

Le veline a Reggio Calabria ???? Magari.... :))
Da quelle parti (le mie, tra l'altro) temo che la Procura abbia ben altri impicci ;)

all'interno delle procure c'è effettivamente un certo ordinamento gerarchico

Sì, ma quanto è reale ?
Voglio dire: a parte distribuire i fascicoli o avocare indagini di quali poteri sanzionatori il capo gerarchico dell'ufficio può disporre ? Quali sanzioni, in genere, eroga ? E con quali conseguenze ? Nella realtà, intendo.
La mia - modestissima - esperienza in materia mi induce a ritenere che la gerarchia negli uffici giudiziari sia un concetto "vago".
Ovviamente è solo la mia esperienza e non voglio generalizzare.

Ed e' inevitabile che sia cosi' quando il magistrato fannullone puo' nascondersi dietro addirittura un principio costituzionale e l'eventuale capo procura zelante non ha che regolamenti amministrativi, regole interne o quant'altro sulla base dei quali far valere il suo zelo.

Sulla gestione manageriale degli uffici della procura potremmo chiedere al procuratore di Bolzano che ha avuto grande e riconosciuto successo in questo campo (sembra che sia anche riuscito a far lavorare Axel distogliendolo dalle sue non proficue letture di economia - ma non ancora, spero mai,  da NFA :-)) di raccontarci come e cosa ha fatto.

E´esattamente il contrario, proprio perché aveva a disposizione un eccellentissimus come me ha potuto fare il suo progetto. Ti devo proprio spiegare tutto. Del resto che cosa si puó pretendere da uno che ha in panchina Ronaldinho e poi non lo fa giocare? Solo un interista poteva fare una mossa del genere...

Non sono un esperto di diritto. Il mio mestiere è quello del matematico. Mi ritengo però anche un esperto di sistemi universitari, ed è quest’ultima mia competenza che mi induce ad una grande cautela quando si parla di possibili radicali riforme del sistema della giustizia. Come esperto del sistema universitario, ho potuto osservare che la diagnosi, o almeno una analitica descrizione, dei mali presenti in una pubblica amministrazione è piuttosto facile. Molto più difficile è trovare dei rimedi. O meglio è facile, ma pericolosamente fuorviante, trovare rimedi che discendono da posizioni di principio, senza che sia possibile prevederne le conseguenze. Ho imparato anche che, quando si ha a che fare con un sistema capace di rispondere in modo autonomo, le riforme più radicali finiscono per avere conseguenze imprevedibili e incontrollabili.

Per questo sono molto preoccupato che la cosiddetta “separazione delle carriere” dei pubblici ministeri da quelle dei giudici possa essere un rimedio peggiore del male.

Nei casi giudiziari che ho cercato di seguire puntualmente, il Pubblico Ministero, che dovrebbe dirigere la polizia giudiziaria, ha finito per dipenderne invece quasi totalmente. La polizia che, a torto o a ragione, ritiene di essere più competente dei magistrati in tema di indagini, non si fa scrupolo di presentare al Pubblico Ministero le più avventate ed arbitrarie conclusioni come il risultato di certezze, derivanti da indagini seguite da precisi riscontri. Al tempo stesso la formale dipendenza della polizia giudiziaria dal Pubblico Ministero la esonera da ogni responsabilità e la rende partecipe dell’autonomia, insindacabilità e sostanziale immunità penale e disciplinare del magistrato.Per contro l’obbligo dell’azione penale, in presenza di pressioni da parte dell’opinione pubblica, costringe il magistrato ad agire sulla base delle conclusioni di qualsiasi “informativa di polizia”, anche completamente infondata. Siamo sicuri che la “separazione delle carriere” non possa aggravare questa situazione? Siamo sicuri che la debolissima figura del Giudice delle Indagini Preliminari sia in grado di esercitare il necessario controllo di legalità su un Pubblico Ministero completamente identificato con la polizia? E come potrà essere esercitato questo controllo in assenza di regole sull’ammissibilità delle prove?

C’è un altro punto che spesso è sollevato e sul quale non mi trovo d’accordo con le soluzioni in generale proposte. Io non credo che l’azione disciplinare, comunque riformata, possa essere un rimedio al comportamento illegittimo di un magistrato.Cominciamo a dire che l’azione disciplinare non funziona mai o quasi mai per gli impiegati pubblici. Ad esempio, a quel che mi è stato riferito da autorevoli membri della Commissione di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, la decorrenza dei termini per i procedimenti disciplinari riguardanti i docenti universitari è sostanzialmente la norma.Sembra infatti che giungano all’attenzione della Commissione di Disciplina entro i termini prescritti, quasi soltanto i casi dove è visibile un “fumus persecutionis”, attribuibile a contrasti di interessi accademici o professionali. Negli altri casi, che sono la maggioranza, ritardi e distrazioni portano quasi sempre alla non procedibilità. Credo proprio che per nessuna categoria di impiegati pubblici si possa parlare di azioni disciplinari efficaci.Perché dunque l’azione disciplinare dovrebbe funzionare per i magistrati? Io penso invece che le chiacchiere sulla possibilità di un’azione disciplinare efficace nei riguardi dei magistrati nascondano, consciamente o inconsciamente, il desiderio di non cambiare nulla. Si può difendere l’arbitrio del magistrato, nella forma del principio del “libero convincimento del giudice”, che si basa sul “libero convincimento del pubblico ministero”, a sua volta basato sul “libero convincimento del poliziotto”, sostenendo che “ogni abuso sarà punito”. Poi in realtà questo non è possibile e resta soltanto l’assoluto arbitrio.

Mi sembra che il rimedio giusto all’arbitrio non sia un’improbabile riforma efficace dei procedimenti disciplinari, ma piuttosto l’introduzione, anche in forma limitatissima, di norme che escludano l’efficacia di prove acquisite irregolarmente. Non ho la competenza tecnica necessaria per fare una proposta precisa. Penso però che si potrebbero rendere inutilizzabili, ai fini dell’accusa, tutte le deposizioni di un coimputato che non sia stato fin dall’inizio delle contestazioni penali, assistito da un avvocato.

Infine debbo dire che sono convinto della necessità di rafforzare l’indipendenza e l’autonomia dei singoli giudici, che, a mio parere, è ora sacrificata a favore della “autonomia della magistratura”, cioè a favore del potere della corporazione. Nei casi maggiormente seguiti dall’opinione pubblica molte sentenze appaiono frutto di un compromesso, o come è stato detto da Alex Bisignani con riferimento alla sentenza della Cassazione che ha assolto Corrado Carnevale, diano un colpo al cerchio ed un colpo alla botte, pur di non sconfessare completamente la procura o precedenti gradi di giudizio. Il compromesso in questo caso è un indice di mancanza di coraggio da parte del giudice. La mancanza di coraggio e la fuga dall’assunzione di responsabilità che ne deriva, è tipica di molti impiegati pubblici, i quali evitano di prendere decisioni difficili per timore delle conseguenze che queste decisioni potrebbero avere sulla loro carriera. Ma il giudice dovrebbe essere un impiegato pubblico molto speciale, protetto dalle possibili conseguenze negative, in termini di carriera, delle decisioni che prende in quanto giudice. La protezione dovrebbe essere offerta dal Consiglio Superiore della Magistratura. C’è da chiedersi però se il CSM, che si è rivelato un organo politico interessato principalmente a promuovere gli interessi ed il potere della corporazione dei magistrati, e che di fatto controlla la carriera dei magistrati, non costituisca invece un ostacolo all’esercizio indipendente della funzione giudicante. Potrebbe, ad esempio, un Magistrato che si trovi a presiedere un processo seguito con passione dall’opinione pubblica, alla vigilia della promozione più importante della sua carriera, esprimere un giudizio che metta indirettamente in dubbio il comportamento della Procura più potente d’Italia, e che contrasti con le aspettative della pubblica opinione? Mi viene in mente in questo contesto il caso del Presidente della Corte d’Appello che assolse Pacciani, “il mostro di Firenze”, mettendosi in aperto contrasto con un Procuratore della Repubblica, già allora potentissimo, che aveva per anni concentrato gli sforzi di tutta la Procura sulla caccia al mostro. Il giorno dopo la sentenza questo giudice lasciò la magistratura, una decisione che aveva certamente maturato da tempo, e che lo mise sicuramente in grado di esercitare il suo giudizio in piena autonomia. In altri casi di processi che suscitano l’allarme dell’opinione pubblica quanti sono stati i magistrati, Pubblici Ministeri o Giudici, che godevano di sufficiente indipendenza per sfidare l’opinione pubblica, non prendendo per oro colato le “informative della polizia” i primi, e contrastando le certezze delle procure i secondi? Non si può certo chiedere che i giudici si dimettano dopo aver pronunciato le sentenze dei casi più clamorosi. Vorrei però ricordare che altri sistemi, come quello della giustizia federale negli Stati Uniti, prevedono l’assoluta inamovibilità del giudice, il quale non può essere condizionato dalle sue prospettive di carriera, semplicemente perché non ha una “carriera” davanti a sé, non essendo previsti, per il giudice, nominato a vita, né promozioni né trasferimenti ad altro luogo o ufficio.

Rispondero' con piu' calma. Ma l'analogia pessimista con l'universita' non calza. Il sistema universitario inglese e' stato riformato con grande successo. Non sara' perfetto ma e' Marte rispetto all'Italia. Il sistema amerikano funziona, coi suoi problemi, ma funziona benissimo.

Che soluzioni adottate nel mondo universitario, essenzialmente iniezioni di competitivita', siano in principio pericolose per la giustizia e' possibile, pare ovvio e secondo me lo e' solo in parte: sarebbe interessante discuterne per bene a costo di far rizzare i capelli ad Axel.

Ancora una volta, ma ci ritornero' piu' analiticamente, vorrei  notare che l'indipendenza della magistratura non e' necessariamente in contrasto con incentivi di carriera per i giudici, specie i PM.  Molti sembrano crederci, ma questa e' un'enorme bufala logica. I giudici amerikani non hanno carriera (? non lo so, non ho ragioni per dubitare dell'affermazione di Sandroft), ma i PM amerikani sono addirittura eletti democraticamente. Non che io pensi che questa sia la strada da seguire, assolutamente no,  ma non vale usare l'esempio amerikano a meta'. Il sistema si regge o non si regge nella sua struttura generale.

La mia affermazione sulla mancanza di "carriera" dei giudici americani si riferisce solo ai giudici federali, ed in effetti non è assoluta. Nessuna legge ad esempio vieta che un giudice federale sia nominato alla corte suprema. Mi ricordo però che fece grande scandalo una proposta di Nixon di nominare un giudice federale alla corte suprema perché si introduceva così un precedente che poteva in qualche modo incidere sulla indipendenza del giudice. Se i giudici federali possono aspettarsi una "promozione" alla corte suprema potrebbero essere spinti a prendere decisioni che facilitino questa promozione. Naturalmente i posti alla corte suprema a disposizione di un singolo presidente sono così pochi che l'ipotesi di influenzare cosi' le decisioni dei giudici federali di distretto non ha molto fondamento.

sono pronto alla sfida my dear. Le sfide sono il mio pane quotidiano, ci vuo altro per farmi rizzare i capelli, altro che.

Se posso permettermi, inoltre, vorrei suggerrire a Bisin (ammesso che gia' non ne sia a conoscenza) di considerare:

a/ gli studi di Andrea Ichino sulle performance delle procure. Il cui succo credo proprio sia nella alta varianza nei tempi di conclusione delle indagini across data (procure sul territorio). Dato che suggerisce che l'efficienza e' molto piu' legata alle iniziative del singolo che non alla organizzazione degli uffici.

b/ sempre basandomi sulla anedottica riferita da amici magistrati, mi sembra che la popolazione dei magistrati sia divisa in quanto a provenienza territoriale in modo non esattamente random, con netta prevalenza di meridionali con eta' prossima ai 30 anni. Se cosi' fosse (ripeto l'evidenza anedottica me lo fa ritenere fortemente probabile), mi chiedo se non occorerebbe in qualche modo rafforzare i criteri di selezione all'entrata impedendo una eccessiva concentrazione di individui con tutta probabilita' poco qualificati in quanto gia' in eta' avanzata senza precedenti esperienze di lavoro e provenienti da una area (il Mezzogiorno) con uno dei livelli di istruzione paragonabili a quelli del terzo mondo (ovviamente non emergente). Penso ad esempio un limite di eta' molto piu' basso di quello attuale, la richiesta di precedenti esperienze professionali ed un qualche criterio che evitasse una eccessiva sperequazione della provenienza territoriale.

Essendo l'attuale esame fondamentalmente mnemonico (come ammesso da Bisignano e un po' da tutti i magistrati onesti), l'esame in se' non mi sembra una grande garanzia in fatto di selezione dei migliori e piu' meritevoli. Il fatto che individui che in tutte le classifiche OCSE sono tra gli ultimi in fatto di istruzione vincano in maggioranza il concorso, mi sembra deponga a favore della mia tesi.

Se cosi' fosse (ripeto l'evidenza anedottica me lo fa ritenere fortemente probabile), mi chiedo se non occorerebbe in qualche modo rafforzare i criteri di selezione all'entrata impedendo una eccessiva concentrazione di individui con tutta probabilita' poco qualificati in quanto gia' in eta' avanzata senza precedenti esperienze di lavoro e provenienti da una area (il Mezzogiorno) con uno dei livelli di istruzione paragonabili a quelli del terzo mondo (ovviamente non emergente). Penso ad esempio un limite di eta' molto piu' basso di quello attuale, la richiesta di precedenti esperienze professionali ed un qualche criterio che evitasse una eccessiva sperequazione della provenienza territoriale.

Vanni, perdonami... ma:
a) l'esercizio di una funzione così delicata necessita saggezza
b) mi risulta, senza offesa per nessuno, che le migliori Facoltà di Giurisprudenza non si trovino propriamente al Nord... o almeno così era ai miei tempi (peraltro non lontani....)

Claudio, perdonami tu, ma io credo piu' alle statistiche OCSE che ai napoletani...:-)) sono gli stessi che ti dicono che sono i migliori in matematica (?) che hanno la citta' piu' bella, sono gli amanti piu' focosi. Ma sono principalmente famosi per le balle che contano...

Quella della tradizione delle universita' meridionali a me sembra una grande bufala in linea con le altre. Ovviamente, se esitono dati non taroccati sono dispostissimo a cambiare idea.

Io ho in mente i dati OCSE (istruzione italia meridionale = sri lanka) e immediatamente penso a Di Pietro che in Italia e' arrivato ad essere magistrato ma che non azzecca un congiuntivo...a me pare un effetto perverso di un esame che e' prevalentemente mnemonico ma con IQ penso c'entri poco.

No, Vanni, non sto mettendo in dubbio i dati OCSE (ma esistono dati OCSE sulle Facoltà di Diritto?). Ci mancherebbe altro.
Ma sono un laureato in Giurisprudenza che ha studiato a Messina nella prima metà degli anni '90.
Il bello di essere meridionale è che i tuoi amici e compagni di Liceo, al momento di iscriversi agli studi universitari, emigrano in grandissima quantità al Nord e, nel corso degli anni, hai la possibilità di confrontarti - per via mediata - con altre realtà accademiche.
Ora, io non metto lingua sulle altre Facoltà, ma posso assicurarti che ai miei tempi le migliori sedi di Giurisprudenza erano considerate Napoli, Bari, Messina e Catania. Seguite, ma ad una certa distanza, da un paio di Facoltà settentrionali.
Al contrario altre sedi, che in molte classifiche italiane risultano ai primi posti erano famose per la loro facilità. Potrei portarti un centinaio di esempi reali. Tipo persone che dopo tre anni e 8 materie (di cui solo due/tre fondamentali) una volta trasferitesi in una famosissima sede emiliana si sono laureate in due anni, studenti che in altre sedi preparavano le due Procedure in 8 mesi (in totale) mentre dalle mie parti in 5 mesi si iniziava a prendere confidenza con una soltanto, ecc... ecc...

Non solo. Una volta entrato nel mondo del lavoro ho avuto la conferma dell'impressione che mi ero fatto ai tempi dell'Università e cioè che, eufemisticamente parlando, una qualche differenza, in fatto di preparazione, tra Sud e resto del mondo, in fatto di diritto, c'è. E non è a svantaggio del Sud :)
Impressioni che, tra l'altro, sono puntualmente condivise dai colleghi o amici "giurisprudenti" settentrionali con i quali ho modo di dialogare su questo argomento.

Specifico che la mia non è una difesa campanilistica. Non vorrei che ci fossero dubbi su questo.
Battute a parte (sono sempre pronto a sfottere i miei connazionali che hanno avuto la sfortuna di nascere a nord di Roma) posso assicurarti che mi ritengo italiano prima che calabrese per cui non avrei problemi a cambiare idea anche immediatamente.

mi chiedo se non occorerebbe in qualche modo rafforzare i criteri di selezione all'entrata impedendo una eccessiva concentrazione di individui con tutta probabilita' poco qualificati in quanto gia' in eta' avanzata senza precedenti esperienze di lavoro e provenienti da una area (il Mezzogiorno) con uno dei livelli di istruzione paragonabili a quelli del terzo mondo (ovviamente non emergente). 

Interessante proposta. In cosa consisterebbe il rafforzamento di selezione all'entrata ? Oggi il concorso è meritocratico: mette tutti sullo stesso piano al momento della selezione iniziale, quindi grazie a quali misteriosi poteri gli individui poco qualificati appena capaci di scrivere in italiano riuscirebbero a prevalere su individui più preparati provenienti da università  del primo mondo ?

Si dovrebbero prevedere delle quote territoriali ? e se il cadidato lodigiano è meno preparato di quello di Caltanisetta che si fa ? lo si fa diventare giudice lo stesso ?

Penso ad esempio un limite di eta' molto piu' basso di quello attuale, la richiesta di precedenti esperienze professionali ed un qualche criterio

Non c'è nessun limite di eta: il concorso lo puoi fare anche il giorno dopo esserti laureato. Nel mio caso sono nato nel 1963 ed il mio concorso lo vinsi nel 1988 

Cosa intendi per precedenti esperienze lavorative ? Ti ricordo che per fare il concorso occorre la laurea, cosa che si ottiene intorno ai 22/23 anni. A questo punto o uno si mette a lavorare in campo giuridico, ma allora si allontana il momento del concorso e quindi ricomincia a diventare "vecchio" oppure rinuncia a lavorare e si mette a studiare, delle due l'una (teoricamente può anche lavorare e studiare - cosa non impossibile)

Le classifiche OCSE PISA si riferiscono alle competenze dei quindicenni. Non mi sembra che esistano dati affidabili sulle competenze dei laureati in giurisprudenza. In ogni caso, poiché meno del 20% dei laureati in giurisprudenza entra le professioni legali, il campione dei concorrenti e dei vincitori dei concorsi in magistratura potrebbe non essere rappresentativo delle competenze dei laureati in giurisprudenza nelle diverse regioni. E' anche probabile che un bravo laureato in giurisprudenza del nord punti piuttosto a lavorare nella professione privata dove certamente si puo' guadagnare di piu', mentre il suo omologo meridionale cercherà piu' probabilmente un impiego pubblico. Resta il fatto che il concorso in magistratura non garantisce che chi lo vince sia in grado di svolgere un ragionamento giuridico.Dovrebbe invece garantire una certa famigliarità con l'ortografia, la grammatica e la sintassi italiana. A proposito c'è qualcuno che è in grado di confermare o smentire la voce su chi fosse il presidente della commissione del concorso in magistratura vinto da Di Pietro? 

Grazie. Conosco i lavori di andrea e avevo in mente di chiedergli un sunto per noi. Sul resto ha risposto Ronaldinho, mi pare, centrando la porta come sempre. 

Siccome le funzioni sono già separate, il problema della separazione delle carriere non sarà un problema finto, artificiale, creato proprio da chi vorrebbe la magistratura un po' meno indipendente? Se ci fate caso, in Italia, le critiche e gli anatemi si abbattono quasi sempre su magistrati, magari laboriosissimi, che però tirano dritto anche davanti al nome importante. Il giudice fannullone, che non disturba la casta, può dormire invece sonni tranquilli. Direi, anzi, che una giustizia troppo efficiente al legislatore italiano non pare interessare molto.

Sulla separazione delle carriere inserisco gli articoli 17 e 18 di una Raccomandazione agli Stati membri sul ruolo del pubblico ministero nell'ordinamento penale adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa il 6 ottobre 2000:

COUNCIL OF EUROPE
COMMITTEE OF MINISTERS
Recommendation Rec(2000)19
of the Committee of Ministers to member states on the role of public prosecution in the criminal justice system (Adopted by the Committee of Ministers on 6 October 2000 at the 724th meeting of the Ministers’ Deputies)

Relationship between public prosecutors and court judges

17. States should take appropriate measures to ensure that the legal status, the competencies and the procedural role of public prosecutors are established by law in a way that there can be no legitimate doubt about the independence and impartiality of the court judges. In particular states should guarantee that a person cannot at the same time perform duties as a public prosecutor and as a court judge.

18. However, if the legal system so permits, states should take measures in order to make it possible for the same person to perform successively the functions of public prosecutor and those of judge or vice versa. Such changes in functions are only possible at the explicit request of the person concerned and respecting the safeguards.

Sugli incentivi mi pare invece molto interessante quanto detto dal consigliere di Cassazione Pier Camillo Davigo durante una puntata della trasmissione della Rai Ballarò:

Davigo: Intanto questa riforma non è probabilmente, non lo penso solo io, lo pensano i costituzionalisti, non è in linea col modello di magistratura disegnato dalla Costituzione. La Costituzione per cominciare esclude una carriera in senso proprio dei magistrati, dice [che] i magistrati si distinguono fra loro solo per differenti funzioni. E credo che sia un problema non soltanto di Costituzione ma di cultura, di un tipo di cultura o di un altro tipo di cultura. Il ministro Castelli ha usato prima una espressione che mi ha colpito, ha detto “i magistrati più ambiziosi”. Io ho il terrore di un magistrato ambizioso. Sono stato educato…

ministro Castelli: Non ci sono magistrati ambiziosi… dottore, è notorio che non c’è neanche un magistrato ambizioso in questo momento...

Davigo: Non importa se ci sono, ma se c’è un difetto non va premiato, non va incoraggiato. Sì, con questa riforma invece la incoraggiate, l’ambizione. Io sono stato educato al principio secondo cui il magistrato deve essere senza timore e senza speranza. Deve svolgere le sue funzioni senza aspettarsi un premio per quello che fa e senza temere una punizione. Perché altrimenti non sarà più libero di decidere secondo scienza e coscienza, che è esattamente quello che gli si chiede nel momento in cui deve disporre dei beni, dei figli, della libertà dei cittadini. Se pensa alla sua carriera, a come sarà valutato e non a cercare la verità, probabilmente sarà un cattivo giudice. Se cerca il consenso del governo che c’è al momento, o anche soltanto del popolo, della piazza, dell’opinione pubblica, della maggioranza, rischia di diventare un magistrato come il procuratore romano di Giudea, Ponzio Pilato, che infatti fece il referendum, “chi volete libero, Cristo o Barabba?”. Il referendum lo vinse Barabba. Abbiamo l’indipendenza anche per questo. Allora un modello di magistrato che pensa essenzialmente alla carriera, perché poi prevedere la possibilità per alcuni di saltare gradi - assicuro sono assolutamente disinteressato, sono troppo vecchio perché qualcuno possa passarmi davanti con gli istituendi concorsi, ma creare un meccanismo in cui sarà avvantaggiato chi farà i concorsi significa che questi saranno in futuro tutti a capi degli uffici, e quindi significa scatenare una corsa tra chi eserciterà autorità su altri magistrati e chi non la eserciterà, significa creare, introdurre dei virus nel corpo della magistratura per cui anziché preoccuparsi di quello che è il proprio dovere ci si preoccuperà soprattutto di quella che è la propria carriera. Ed è un difetto, che non va incoraggiato, va semmai contenuto, va abolito, va ridotto al minimo possibile con l’educazione. Poi Pamparana proponeva un problema annoso, quello della politicizzazione. A parte il fatto che politicizzazione e parzialità [nell’originale: imparzialità] non sono affatto la stessa cosa, ma io mi chiedo, ci sono altri fattori che giocano nella cultura del giudice e quindi anche nella sua decisione, per esempio la sua religione, oppure la sua etnia. Ora, per anni ci siamo sentiti accusati di essere politicizzati; io per esempio personalmente sono stato accusato di essere una toga rossa, una toga nera, una toga azzurra, una toga di tutti i colori. Ma il giorno in cui un imputato non appartenente alla nostra etnia dirà “io non voglio essere giudicato da un giudice bianco”, o il giorno in cui un imputato islamico dirà “io non voglio essere giudicato da un giudice cristiano”, che cosa gli risponderemo? Perché questi virus terribili che sono stati introdotti nella percezione dell’opinione pubblica, per cui non si valuta più l’atto che il magistrato compie, ma l’etichetta che gli viene appiccicata, io lo trovo di inaudita pericolosità. Quand’ero ragazzino che andavo a catechismo mi avevano insegnato che la validità del sacramento non dipendeva dal fatto che il ministro fosse degno, ma dal fatto che fossero state rispettate le norme liturgiche, la comunione valeva anche se il prete aveva la fidanzata. E allora cerchiamo di discutere meno del colore della toga e di più dell’osservanza delle norme.

Come dicevo nell'articolo, ho l'impressione che tu abbia ragione che le richieste di separazione delle carriere possano essere motivate dal desiderio di limitare l'indipendenza dei PM. Cio' non toglie che le cose siano separate logicamente. Che davanti alle proposte di separazione, che hanno una loro logica e validita', mi pare sia meglio assicurarsi/richiedere che l'indipendenza sia garantita piuttosto che non continuare a gridale al lupo.

Le idee di Davigo  sulla carriera mi fanno orrore per l'ignoranza e la forma mentis che dimostrano. Sara' il catechismo, o avra' letto anche lui troppo Keynes da bambino, come il nostro Axel. 

Non toccarmi Davigo e non toccarmi JM!

Il discorso di Davigo si riferisce all´ordinamento giudiziario concepito dall´ingegnere e subito abortito con il consenso della destra. Ecco in che cosa consistevano gli incentivi: se tu studi, pubblichi qualche articolo (non su nFA :-)), scrivi qualche libro, partecipi ad un concorso ed anticipi l´avanzamento economico. Capito bene? Non quante inchieste hai fatto, quanti processi hai vinto, quanti soldi hai recuperato, ecc., no, no, chissenefrega se non lavori o lavori male, l´ importante é che hai studiato qualche teoria giuridica in piú, magari qualcuna l´hai elaborata, l´importante é che non fai indagini, magari sul presidentissimo...

Ok, ti credo. Ma resto contento che sia tu qui e non Davigo. Capisco che le innovazioni dell'ingegnere fossero orrende, ma il discorso di Davigo pare generale. Mi andro' a informare.

Accidenti, voi vi fate spiegare i problemi della giustizia da uno che non capisce nulla di economia (non apprezza JM) e nemmeno di calcio (é interista, il che corrisponde ad una pratica masochistica, ma che con il calcio non ha nulla a che vedere) e mi mettete troppa carne al fuoco. Molta di essa sará oggetto della successiva puntata della telenovela dedicata alle leggi ed alle procedure e, quindi, non entro nel merito dei discorsi accusatorio/inquisitorio e obbligatorietá dell´azione penale, in quanto richiede un´analisi piú approfondita. Posso dire che molte delle cose che dite, corrispondono a veritá, in particolare ció che dicono Broncobilly e Sabino sulla obbligatorietá dell´azione penale.

Mi limito ad evidenziare alcuni aspetti relativi alla discussione di cui sopra

1) L´appello. Dopo quello che vi ho detto sui miei colleghi, mi stupisce che voi vogliate abolire l´appello. Se siete stati giudicati da uno della specie "duro e puro" o da uno della specie "publicus lavativus" non é meglio avere a disposizione una seconda possibilitá per incontrare se non un eccellentissimus almeno un seriosus? Il problema dell´appello sono gli incentivi (aiuto! ormai ragiono come Alberto). sul punto rimando alla prossima puntata.

2) L´organizzazione delle procure. Le procure sono di varei dimensioni. Ne esistono di piccole (Rovereto, Pinerolo, Tivoli, Lagonegro, Marsala, Castrovillari, ecc.), medie (Bolzano, Trento, ecc.), medio grandi (Padova, Venezia, Bologna, ecc.), enormi (Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo). La specializzazione é favorita a partire dalle procure medie, la decisione sul grado di specializzazione viene presa da tutto l´ufficio. A Bolzano abbiamo pochi settori di specializzazone, in altri uffici sono molto piú parcellizzati. Il procuratore assegna il lavoro ai sostituti in base a criteri oggettivi. Puó codelegare (uno anziano con quello privo di esperienza o sé stesso con altro collega). Il ruolo del procuratore capo dipende molto dalla sua autoritá. Con il nuovo ordinamento si é rafforzato il suo ruolo, prevedendo la possibilitá che avochi a sé delle indagini. Le prioritá delle indagini´standardizzate possono essere stabilite cn cosiddetti protocolli investigativi, concordati all´interno dell´ufficio, per il resto il controllo puó essere computo solo con l´avocazione o la segnalazine disciplinare. Per quanto riguarda l´ufficio del PM é possibile introdurre dei criteri abbastanza oggettivi per verificare se fa bene il suo lavoro, ad esempio: quante assoluzioni su suoi rinvii a giudizio? Quanta gente é finita in custodia cautelare ingiustamente? Quanto spende in indagini senza frutto o che partoriscono  un topolino? ecc?

3) La separazione delle carriere e la PG. Quanto segnalato da Sandroft é profondamente vero, ma dipende dall´incapacitá e mancanza di autorevolezza del PM (ce n´é tanti, purtroppo, che si fanno guidare dalla PG). Fra l´altro segnalo che l´incentivo al lavoro della PG é la custodia cautelare, cioé piú gente metto dentro e piú il mio ufficiale/funzionario fa carriera. Sul punto posso raccontare diveri aneddoti, ma non ora.

4) L´indipendenza. Non credo che andare contro certe procure sia un danno per la carriera. L´indipendenza é garantita. Se poi uno ha paura delle reazioni dell´opinione pubblica ha sbagliato mestiere.

5) Il concorso ed i magistrati meridionali. Il dato mnemonico non é sufficiente per passare il concorso, é necessario esporre i concetti per iscritto in modo corretto, altrimenti non si passa. L´ultima polemica che c´é stata é stata, come al solito distorta. E´passato il messaggio che i magistrati dell´ultimo concorso non sapevano l´italiano, mentre, invece, il conetto era opposto, ovvero che, essendovi stati tanti ignoranti, non si sono coperti i posti messi a concorso. Infine i magistrati meridionali. Posso dire che hanno sicuramente una maggiore padronanza di noi nordisti della lingua di Dante, olre che una maggiore capacitá di analisi ed approfondimento del concetto giuridico. Napoli é una delle facoltá piú famose e da essa continuano ad uscire fior di giuristi. Ció non significa che sono dei magistrati migliori. Le specie da me descritte si annidano in egual misura sia al nord che al sud.

adesso vado a dormire poiché domani (oggi) alle 6,00 suonerá la sveglia.

 

 

Ho una connessione lenta e disperatissima e quindi non posso ben rispondere all'usuale interessantissima discussione. Lo faro' appena possibile. Ma questo non potevo proprio evitarlo (che il nostro Axel crede di aver capito come funzionano gli incentivi e si monta la testa):

Se siete stati giudicati da uno della specie "duro e puro" o da uno
della specie "publicus lavativus" non é meglio avere a disposizione una
seconda possibilitá per incontrare se non un eccellentissimus almeno un
seriosus?

Bell'esempio di ragionamento da uomo di casta protetto: molti di noi non fanno il loro lavoro, quindi almeno fatecelo fare due volte che magari la seconda viene bene; cosi' raddoppiamo il numero di magistrati.

Di ponti sullo stretto di Messina facciamone due che magari uno non cade; sai com'e'.

Detto questo, l'appello e' garanzia importante, proprio come un secondo ponte di Messina, ma il ragionamento del caro Axel, andava notato :)

Una cosa in piu' da studiare bene, l'appello.

 

A me sembra che la legge, poi bocciata dalla Corte Costituzionale, che non consentiva l'appello del PM contro una assoluzione in primo grado non fosse male. Certo mancava alla legge una motivazione basata su dati concreti. Quante assoluzioni in primo grado sono appellate? Quante di queste si tramutano in una condanna in appello? In un sistema di giustizia funzionante le sentenze di assoluzione in primo grado che sono appellate dal PM dovrebbero essere una infima minoranza. E' veramente cosi'? Mi sembra comunque che se la sentenza di assoluzione viene confermata in appello, questo significa che abbiamo inflitto ad un (presunto) innocente una punizione eccessiva (e' il processo la vera punizione per un innocente) anche in termini di costi monetari. Se invece viene capovolta, senza nessun fatto nuovo, questo significa che sono leciti dubbi sulla condanna e dovrebbe valere il principio "in dubio pro reo". Ma quali sono i numeri? Quale è l'entità di questo fenomeno? Prima di proporre o approvare leggi bisognerebbe avere una conoscenza precisa dei fatti.  

Giustissima osservazione. Gli appelli del PM, in realtà, sono pochissimi. Comunque ci sono, garantisco, assoluzioni che gridano vendetta, la maggior parte delle quali sfuggono al PM per ragioni che non sto a spiegare. Possono esservi anche errori procedurali o in diritto, non solo in fatto, per i quali la legge Pecorella prevedeva il ricorso in cassazione. Ed allora, a parte la prosecuzione del processo, il problema è che, se la Cassazione dava ragione al PM, il procedimento doveva ricominciare da capo. Faccio un esempio concreto. Uno dei casi citati quale esempio sulla necessità di abolire la facoltà di appello del PM era il processo contro Andreotti a Perugia. Ho letto la sentenza di appello che ribaltò l'assoluzione del giudice di primo grado e posso dire che era, a dir poco, effettivamente scandalosa (sembrava di leggera novella 2000). Tuttavia, il problema è dato dalla complessità del processo. Centinaia di testimoni, anni di istruttoria dibattimentale, tutto da rifare. E' chiaro che, a quel punto, la possibilità di ricorrere in Cassazione è solo fittizia e, di fatto, non c'è più rimedio contro una sentenza di assoluzione sbagliata.

Ma era quella di condanna che dici era scandalosa. O non ho capito niente?

la condanna, un vero scandalo, Novella 2000 è più seria. Leggendola, sembrava una c.d. sentenza suicida. Capita che, nelle corti d'assise, i giurati popolari, votino diversamente dai giudici togati, i quali, tuttavia, devono poi scrivere la motivazione, e così, redigono una motivazione illogica, che, inevitabilmente, cade in Cassazione. Nel caso specifico era una sentenza costruita sostanzialmente su pettegolezzi in piena violazione delle regole procedurali.

Per ridurre i gradi di giudizio si potrebbero obbligare difesa ed accusa a scegliere, dopo il primo grado, tra appello e ricorso in Cassazione. Ovviamente bisognerebbe poi stabilire che se l'appello non modifica la sentenza in modo sostanziale (non sono un tecnico e non saprei esattamente come esprimere in termini giuridici corretti tale concetto) il ricorso in Cassazione non è più ammesso. Rimarrebbe poi il problema di stabilire come risolvere il caso in cui difesa e accusa scelgano in modo opposto, ma anche qui si possono stabilire delle regole.

il fatto é che contro i voti di voi professori non c´é l´appello :-). Comunque capita anche all´eccellentissimus di sbagliare (tranne a Bisignano of course). L´appello non ce l´hanno solo i gringos nei processi con la giuria, perché il verdetto non viene motivato.

Salve, purtroppo quest'articolo risulta difficoltoso da leggere a causa di una cattiva formattazione (suppongo dovuta al passaggio alla nuova versione del sito); qualcuno può metterci mano, soprattutto per sistemare gli "a capo"? Faccio notare che l'articolo, sebbene vecchio di anni, sia tuttora attuale!

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti