I finanziamenti all'Università, 1980-2009

12 febbraio 2010 giovanni federico

Si discute molto sul finanziamento all'Università, ma con pochi dati. Questo post ricostruisce l'andamento della spesa in termini reali dal 1980 al 2009 e dimostra...

A parole, sono tutti d’accordo sul ruolo essenziale dell’istruzione e della ricerca per lo sviluppo e per il futuro del nostro paese. I professori universitari, sostenuti da una parte consistente dell’opinione pubblica, denunciano una cronica mancanza di fondi e accusano il governo di ignorare nella prassi delle assegnazioni di bilancio i principi da esso stesso enunciati. La Finanziaria 2008 prevede meccanismi di tagli semi-automatici, solo in parte colmati da stanziamenti una tantum nelle finanziarie 2009 e 2010. Senza ulteriori interventi, nel 2011 le università non avranno da pagare gli stipendi. Il governo nega che la catastrofe sia incombente e piuttosto si propone di cambiare le regole per utilizzare al meglio le risorse già disponibili (il ben noto decreto Gelmini dovrebbe andare in questa direzione).

Il dibattito si caratterizza per i toni violenti e la mancanza di solide basi quantitative. Al massimo si citano confronti internazionali sulla spesa per l’università in rapporto al PIL o al numero di studenti. In effetti, nel 2004 (ultimi dati disponibili), la spesa per studente iscritto risulta molto bassa rispetto alla media dei paesi OCSE. Perotti (2008) ha però sostenuto che il confronto dovrebbe essere fatto sul numero degli studenti equivalenti a tempo pieno, per tener conto dell’elevatissimo numero di studenti fuori corso che caratterizzano l’università italiana. Secondo i dati dell’ultimo rapporto del Comitato Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario (CNVSU 2009 tab 1.1), il numero di studenti “regolari” (in corso) è equivalente al 57% degli iscritti. Secondo i calcoli di Perotti, l’Italia spenderebbe (per studente a tempo pieno) circa il 70% degli Stati Uniti, poco meno della Svizzera e della Svezia e più degli altri paesi OCSE. L’opportunità della correzione proposta da Perotti è stata messa in dubbio da molti professori universitari ed il dibattito si è arenato di nuovo.

Questo post adotta un approccio diverso. Affronta il problema in prospettiva storica, sulla base di una serie a prezzi costanti (euro del 2008) della spesa statale per l’università. La serie della spesa totale è riportata nella Figura 1 (si rimanda alla Nota metodologica in fondo al post per i dettagli sulle fonti dei dati e le definizioni delle variabili).

 

Figura 1. Spesa totale a prezzi 2008 (milioni di euro)

 

spesa statale per l'università a prezzi costanti

 

Come si vede nella figura, dal 1980 al 2008 la spesa totale in termini reali è quasi triplicata (l'aumento è del 176%). Questo aumento è concentrato in due periodi relativamente brevi, dal 1984 al 1990 (+80%) e dal 1994 al 2001 (+47%), mentre negli altri anni la spesa è rimasta quasi costante. Nello stesso periodo è però aumentato anche il numero degli studenti iscritti, da un milione nel 1980/1981 a 1,8 milioni nel 2006/2007 (+70%). Il numero degli studenti “regolari” (in corso) è aumentato meno – solo del 35%. Quindi la spesa per studente è aumentata meno di quella totale – del 103% se si considerano gli studenti regolari e “solo” del 60% se si considerano tutti gli iscritti, come la Figura 2 illustra. In particolare la spesa per studente è rimasta pressoché stabile nell’ultimo decennio.

 

Figura 2. Spesa per studente a prezzi 2008 (euro)

spesa per studente

 

L’incremento della spesa corrisponde abbastanza strettamente a quello del numero di docenti, passato da 16000 nel 1980 a 61500 nel 2008, un aumento del 226%. La legge 382/80 stabilizzò circa 15000-16000 precari (quorum ego), promossi a ricercatore, ed aumentò di circa 10000 unità il numero complessivo di ordinari ed incaricati (promossi ad associati). In quei cinque anni il numero di professori, ricercatori inclusi, è quindi aumentato di 1,5 volte. Dal 1985 l’aumento del corpo docente è stato più lento, “solo” del 45% - mentre il numero di ordinari è più che raddoppiato, passando dal 20% ad oltre il 30% del totale.

Il ministro Gelmini potrebbe interpretare l’espansione quantitativa come prova di un’insopprimibile tendenza dei professori a moltiplicarsi senza reale necessità, e quindi giustificare la politica della lesina di Tremonti. E’ però possibile un’interpretazione alternativa, più favorevole alla corporazione. Si potrebbe infatti sostenere che il grande incremento della spesa negli anni Ottanta sia stato necessario per adeguare il numero di professori al boom del numero di studenti, aumentato da circa duecentomila alla fine degli anni Cinquanta a sei-settecentomila dieci anni dopo (prima del ’68) ad oltre un milione nel 1980 (ISTAT 1985 tab. 4.6). In questo caso, il il livello del 1980 avrebbe dovuto essere molto basso in confronto agli anni precedenti e/o al livello di spesa di paesi a reddito simile. I dati per verificare tale ipotesi non sono di facile reperimento. Sono disponibili solo le cifre per il 1957-1959 (Cannati e Mussari 2003): allora la spesa totale era di 333 milioni (di euro 2008), pari ad un decimo di quella del 1980 e ad un ventesimo di quella attuale. La spesa per studente “regolare” risultava essere allora di 1750-1800 euro, esattamente la metà di quella del 1980 ed un quinto di quella del 2000 (e del 2008). Quindi la spesa del 1980 non sembra essere stata particolarmente bassa.

L’incremento del numero di studenti spiega quindi una parte consistente dell’aumento della spesa totale, ma non tutto. I dati disponibili permettono di individuare quattro fasi nell’evoluzione di lungo periodo della spesa per studente (“regolare”)

a) l’aumento dal 1959 al 1980 (un periodo che è giocoforza considerare unitario) riflette soprattutto l’aumento del costo unitario del personale – in sostanza degli stipendi. Il costo pro-capite dei professori (e del personale non docente) è aumentato di 2.5 volte, il numero di professori (ordinari ed incaricati) per 100 studenti è diminuito di un terzo

b) il boom dei primi anni Ottanta è strettamente legato all’immissione in ruolo dei precari e dei professori incaricati. Esso ha contemporaneamente fatto calare del 40% la spesa unitaria per docente (i ricercatori erano pagati molto meno dei professori) ed ha fatto ritornare il numero di professori ufficiali (la terminologia del tempo per indicare associati ed ordinari) a 3.5, lievemente sopra  il livello della fine degli anni Cinquanta. In altre parole, il solo incremento del numero di ordinari e la stabilizzazione degli incaricati sarebbe stata sufficiente per riequilibrare l’offerta didattica (assumendo che essa fosse in equilibrio nel 1957-1959). Gli ex-precari, divenuti ricercatori, erano un sovrappiù – ed infatti la legge 382/80 negava loro il diritto di tenere corsi ufficiali. Tale diritto sarebbe stato riconosciuto solo nel 1990, e solo sotto forma volontaria.

c) La crescita della spesa degli anni Novanta è stata in gran parte determinata dall’incremento del costo unitario per professore, passato da circa 90000 euro nel 1985 al massimo storico di oltre 150000 nel 1998 per il combinato effetto di aumenti degli stipendi reali e della proporzione di professori ordinari sul totale (salito dal 20% al 25%). Invece l’offerta didattica non è aumentata, nonostante l’apporto dei ricercatori. Infatti, nello stesso periodo, il rapporto docenti/100 studenti è calato da 3.5 a 2.9 esclusi i ricercatori e da 5.5 a 4.7 inclusi i ricercatori.

d) l’ultimo decennio si caratterizza per una crescita del numero di docenti, molto più rapida di quella degli studenti. Questo è illustrato nella figura 3, che riporta la dinamica del rapporto docenti/studenti in Italia dal 1950 in poi. Il numero totale di professori è aumentato da circa 50000 a circa 60000 (+20%), mentre il numero di non-docenti rimaneva stabile o in lieve calo. In particolare l’incremento si è concentrato nella fascia degli ordinari, passati da circa 13000 a circa 20000 (+45%). Sono stati assunti circa 6000 nuovi ricercatori. E’ quindi diminuito lievemente il costo unitario per docente, mentre il numero di docenti (ricercatori inclusi) ha toccato il massimo storico di 5.9. Dal 1999 al 2008 le spese per personale a prezzi costanti sono aumentate del 20%.

 

 

Figura 3. Docenti in rapporto agli studenti

 

rapporto docenti/studenti

 

Riassumendo, questa semplice analisi suggerisce l’alternanza di periodi di espansione del corpo docente (soprattutto i primi anni Ottanta, ma anche l’ultimo decennio) e di crescita del suo costo pro-capite, a sua volta determinata dalle promozioni e dai meccanismi automatici. I professori italiani ricevono collettivamente un aumento percentuale fissato sulla base dell'incremento dei salari nella pubblica amministrazione ed individualmente scatti di anzianità biennali (indipendenti dalla performance scientifica o didattica. Nelle precedenti fasi di espansione, gli incrementi di spesa per il personale, di qualsiasi origine, sono stati bilanciati da un massiccio aumento di trasferimenti statali. Nell’ultimo decennio, invece, i trasferimenti (in termini reali) sono aumentati poco in totale e sono rimasti stabili per studente. La situazione dei bilanci dell’università è corrispondentemente peggiorata. Ciascuno può giudicare sulla saggezza di questa politica.

 

Nota metodologica

La serie considera solo i finanziamenti statali in senso stretto – dal Ministero dell’Università o dell’Istruzione, escludendo sia quelli delle autorità locali sia quelli statali attraverso il CNR. Esclude anche ovviamente tutte le risorse proprie degli atenei (tasse, entrate da patrimonio, entrate da convenzioni con terzi).

La serie delle spese è ottenuta da tre fonti differenti. Per il periodo 1980-1995 si utilizzano i dati di Catturi e Mussari 2003, a loro volta tratti da fonti ISTAT. Essi si riferiscono alla spesa totale, allora gestita in gran parte dal ministero, che, prima dell’autonomia, pagava direttamente gli stipendi dei docenti. Per il periodo 1994-2006 si utilizzano i dati del rapporto del Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario (CNVSU e 2002 2009).

La fonte riporta per tutto il periodo le cifre del cosidetto FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario), utilizzate autonomamente dalle università – in gran parte per pagare il costo del personale. Fornisce dati sulle spese finalizzate (soprattutto per ricerca ed edilizia) solo dal 2001. I dati per il 2007 e 2008 si riferiscono al solo FFO e sono tratti dal sito del CUN.

Tutti i dati espressi in prezzi correnti e, fino al 1995, in lire, sono stati trasformati in milioni di euro a prezzi 2008 con l’ indice dei prezzi al consumo ISTAT

Date le differenti definizioni di spesa, per costruire una serie omogenea nel tempo è stato necessario trasformare le due serie (Catturi-Mussari e CNVSU-CUN) in indici con base 1995=100. Tale indice è stato poi moltiplicato per il valore della spesa totale (FFO e finalizzate) nel 2006 per ottenere una serie della spesa. Si noti che tale procedura introdurrebbe distorsioni se il rapporto fra FFO e spesa totale fosse cambiato nel tempo. In realtà, è rimasto stabile negli anni 2001-2006 all’85% del totale dei finanziamenti ministeriali.

 

Bibliografia

 

  • Catturi G. e R. Mussari (2003) Il finanziamento del sistema pubblico universitario dal dopoguerra all’autonomia, “Annali” del Centro interuniversitario per la storia delle Università italiane, 7 (2003) (http://www.cisui.unibo.it/home.htm)
  • CNVSU (2002) Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario I dati finanziari Prime elaborazioni Roma luglio 2002
  • CNVSU (2009) Ministero dell’università e della ricerca Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario Nono Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario Roma - dicembre 2008 -
  • ISTAT (1985) Sommario di statistiche storiche 1926-1985 Roma
  • Perotti R. (2008) L’Università truccata Einaudi Torino

 

23 commenti (espandi tutti)

La crescita della spesa va in larga parte imputata alla variazione della composizione demografica del corpo docente, per effetto dell'avanzare dell'Onda Anomala di personale immesso in ruolo negli anni '80 - come documentato, fra l'altro, da un ben noto studio di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, "Lo Tsunami dell'Università Italiana", da essi ripreso anche in un libro recentemente uscito.

Del pari, la composizione demografica dei docenti si riflette anche nel fatto che, a parità di numeri totali, l'Italia deve fare posto ad una fascia di 65-75enni, del tutto marginale negli altri Paesi, giusta l'età di pensionamento, raramente derogata al di là di Chiasso, a 65. 

Poi, la spesa per un Ordinario anziano (ma anche di un associato o di un ricercatore) non è affatto esigua, giusta la progressione stipendiale (e visto quando costoro diventarono Ordinari) automatica: un Barone di lungo corso, insomma, ci viene a costare sovente più di 150.000 Euro, un occhio della testa rispetto, e.g., ai colleghi inglesi (vedasi la scala salariale, su cui si carica peraltro un fardello minore di contributi a carico dell'amministrazione). Oltre tutto, ad un nostro ricercatore (a vita) si continuano a dare scalini in salita, mentre ad un lecturer ad un certo momento la scala si ferma.

Se solo anche in Italia si decidesse di pensionare i Baroni a 65 anni (liberando quindi risorse per meno costosi, ma spesso non meno validi, giovani accademici), e di legare gli scatti a valutazioni più stringenti, si risparmierebbe parecchio sul lato della spesa.

Sul totale della spesa, poi, va ricordato come - contrariamente a quella scolastica - quella dell'istruzione superiore sia sempre all'ultimo posto fra i Paesi OCSE, lo 0.8% del PIL (vds. Education at a glance 2009, Tab B4.1, pag. 241). Questo per rimarcare l'impegno globale.

Insomma un totale di spesa esiguo (consistente con la natura di Paese poco avanzato) e una distribuzione e degli obblighi scriteriati.

RR

 

 

Se solo anche in Italia si decidesse di pensionare i Baroni a 65 anni (liberando quindi risorse per meno costosi, ma spesso non meno validi, giovani accademici), e di legare gli scatti a valutazioni più stringenti, si risparmierebbe parecchio sul lato della spesa.

Hai per caso i dati sulle eta' di pensionamento effettive in Italia e negli altri Paesi?  Secondo me il punto importante e' la crescita di anzianita' delle retribuzioni, se come avviene per es in UK e' meno impetuosa e si ferma dopo 10-12 anni allora e' non c'e' vantaggio ad anticipare l'eta' di pensionamento. Il problema italiano e' che negli ultimi anni di anzianita' si concentrano vantaggi abnormi. Va sottolineato che la pendenza e durata abnorme degli scatti di anzianita' ha come conseguenza anche salari miserabili per i giovani.

Ci sono quelle raccolte di dati fatte da Sylos e Zapperi, in particolare quel foglio .xls con fonte OCSE 2004. Ovvio che oggi la situazione relativa dell'Italia è ancora peggiore. Probabilmente hanno dati aggiornati sul libro che hanno pubblicato da poco. Va anche detto che la definizione, e la popolazione, degli "accademici" non è banalmente comparabile, ma grosso modo è chiara la storia. Soprattutto se si unisce con la considerazione della pendenza stipendiale. Un combinato micidiale, che spiega perchè, pur nella carenza globale delle risorse, sembra che ce ne siano ancor meno... e poi tutti comandati e vincolati e incardinati e automatizzati... un vero tsunami che sta sbarellando il sistema... vedi bene perchè poi non si riesce a tirare fuori dei miseri soldi e.g. per i progetti di ricerca.

In UK sanno fare bene i loro conti, ed hanno comunque sempre avuto il pensionamento a 65, con ben rare eccezioni personali. E poi hanno due valvole di sfogo: la contrattazione sindacale, che può aggiustare la scala se si vedesse che "si rompe", e la mancanza dell'Art. 18... per gestire i tagli del Governo (il Cancelliere ha annunciato vita dura, e pure i Conservatori hanno fatto sapere che non cambieranno questa decisione), senza distruggere i rapporti relativi fra le voci fondamentali per le attività dentro i bilanci... beati loro.

RR

 

Buon giorno, sono un nuovo iscritto e del tutto a digiuno di economia, però lavoro nell'università.

Sono da tempo completamente in disaccordo col porre limiti di età ai docenti/ricercatori. Perchè mandare via uno che è capace anche se ha 95 anni? La cosa importante è ciò che fa non che età ha.

La storia che bisogna fare largo ai giovani è solamente uno slogan perchè:

1) Di giovani ce ne sono sempre meno mentre di vecchi sempre di più

2) Viene chiesto da più parti di aumentare l'età pensionabile, fissare una età di 65 anni va controcorrente.

3) "Si può essere bischeri anche a 20 anni" (frase attribuita ad Amintore Fanfani) perchè fargli posto.

4) Perchè non mettere un eguale limite anche per le cariche politiche?

Penso che occorra invece costruire un sistema che tiene o manda via in funzione delle capacità delle persone.

Secondo aspetto legato alla retribuzione. Nel confronto con i colleghi stranieri si cita spesso il costo Lordo per ogni docente, per lo Stato, che si riprende una bella fetta indistro, in realtà è molto minore o mi sbaglio. Non sarebbe più corretto fare confronti non tenendo conto delle tasse a meno degli oneri previdenziali?    

Sono da tempo completamente in disaccordo col porre limiti di età ai docenti/ricercatori. Perchè mandare via uno che è capace anche se ha 95 anni? La cosa importante è ciò che fa non che età ha.

Si possono avere tutte le opinioni che si vogliono, chiaramente.

In origine, illis temporibus, pare che fosse proprio come dice Lei, il ruolo di Professore era a vita. Poi fu messo il limite di età dei 70 anni, e istituito il "fuori-ruolo" fino a 75 (con emolumenti a carico del sistema universitario, si badi bene). Il tutto veniva giustificato con la peculiare specializzazione e "rarità" della professionalità docente. Col tempo, queste giustificazioni sono sembrate sempre più dei paraventi per evitare di mettere il naso in una situazione di interessi e poteri "soluti" da ogni controllo.

Ma una gestione oculata deve tenere presenti i costi ed i benefici, ed anche "guardare lungo", perchè una Università è fatta per stare lì per lustri e lustri, e la produzione e la trasmissione del sapere sono compiti da garantire continuativamente anche con una certa stabilità della politica delle risorse umane.

Il punto più delicato, in Italia, è la difficoltà di mettere in piedi una valutazione delle persone che discrimini "bene" gli elementi rilevanti per un giudizio di valore. Tant'è che il "+2" e' concesso o negato in blocco, tipicamente, a tutti i 70enni che lo richiedono (prima era sempre concesso, adesso con i problemoni delle varie Università, è anche negato). Se fosse per qualche superstar, non ci sarebbero remore a concedere le eccezioni. Ma gli insiders hanno sempre troppi vantaggi sugli outsiders, ed in Europa non vi sono eccezioni a politiche pubbliche esplicite e nette su questo punto - cioè sulla posizione di un limite generale di età (o fissazione di eccezioni ben delineate). Basta vedere le statistiche.

Di giovani ce ne sono sempre meno mentre di vecchi sempre di più

Di giovani qualificati scientificamente ce ne sono in proporzione molti di più, e invece, in Italia, la fascia docente ultra-65enne non ha neanche il dottorato (perchè non c'era) e in molti casi non ha una forza scientifica adeguata al ruolo. Rimane la docenza e la gestione, ma anche su queste due funzioni le nubi sono parecchie (da vedere nei dettagli).

Viene chiesto da più parti di aumentare l'età pensionabile, fissare una età di 65 anni va controcorrente

Se aumentasse per tutti a, che so, 67, aumenteremmo anche per i docenti.

"Si può essere bischeri anche a 20 anni" (frase attribuita ad Amintore Fanfani) perchè fargli posto

Ai bischeri non si vuole fare nessun posto; per contro ci sono parecchi bischeri nell'Accademia.

Perchè non mettere un eguale limite anche per le cariche politiche?

La politica è sempre stato un terreno piuttosto "refrattario" a limitazioni formali, ma nella pratica le assicuro che fuori dall'Italia non è ben vista la gerontocrazia politica. In Europa vi è una regola non scritta per cui le cariche esecutive hanno un limite a 70 anni. Cioè, ad esempio, non si accettano Commissari che sforino i 70. Il primo Presidente della BCE Duisenberg accettò un mandato limitato a 4 anni, tagliandolo volontariamente rispetto agli 8, e lo giustificò pubblicamente con l'età (benchè sappiamo che vi erano pressioni della Francia per organizzare il baratto per Trichet, ma in questo caso i Francesi poterono far valere anche la "regola" dell'età).

RR

 

Intanto ringrazio "Renzino l'Europeo" per il commento. Purtroppo spesso i forum pululano di maleducati e si viene ben presto scoraggiati nel tentare di usarli per quello che dovrebbero essere ovvero luoghi di confronto.

Ho letto la sua replica e non eccepisco sul fatto che il "+2" venga troppo facilmente elargito, che i bischeri nell'Accademia sono tanti, anzi troppi, o che di giovani qualificati scientificamente ce ne sono in proporzione molti di più ecc.

Oggi però trovo che troppe persone cavalchino lo slogan del "Largo ai giovani a tutti i costi". Io invece rispondo "Largo ai capaci senza guardare alla carta d'identità".

Se il problema è quello del minor costo di un giovane rispetto a un vecchio io alzo bandiera bianca. E' un terreno su cui non voglio neppure avvicinarmi. Se mi si dice meglio un giovane che un vecchio a parità di capacità e dinamismo allora si può ragionare.

Sul piano della valutazione io uso l'accetta. Parto dal presupposto che non esista il metodo di valutazione perfetto allora dico che i parametri da misurare sono tre:

1) Valutazione che gli studenti danno al docente;

2) Valutazione della produzione scientifica sulla base di parametri internazionali;

3) Valutazione dei finanziamenti ottenuti. 

Possiamo criticarli quanto vogliamo, ma se non è possibile trovare nulla di meglio allora intanto usiamo questi i quali devono essere oggettivi per non cadere nelle solite pastette.

Ovviamente a tale valutazione deve far seguito un adeguata politica di premi e punizioni altrimenti non serve a nulla.   

 

Un saluto a tutti

Oggi però trovo che troppe persone cavalchino lo slogan del "Largo ai giovani a tutti i costi". Io invece rispondo "Largo ai capaci senza guardare alla carta d'identità".

Guardi, anche il suo principio è eccellente, ma deve scontrarsi con il fatto che in Europa la regola (molto) generale è che ci sia un'età di pensionamento, o comunque regole stringenti che considerano l'età come parametro essenziale. Ci sarà una spiegazione per questo (e c'è), non crede?

Io mi interesso di politiche per l'istruzione superiore e la ricerca, e ritengo poco interessante, poco fruttuoso, muoversi al di fuori del quadro che ho citato. Comunque devo dirLe per onestà che una volta Barroso dichiarò che, a seguito di un incontro con Premi Nobel e scienziati eccellenti, era rimasto convinto anche lui della bontà del principio "americano". Io sono un "sostenitore" di Barroso, e potrei convenire in astratto che è così, ma a livello di sviluppo di politiche, e segnatamente nei vari Stati, non ci fu nessuna spinta in quella direzione. E neanch'io spingo. Ci sono altri drivers.

Se il problema è quello del minor costo di un giovane rispetto a un vecchio io alzo bandiera bianca. E' un terreno su cui non voglio neppure avvicinarmi. Se mi si dice meglio un giovane che un vecchio a parità di capacità e dinamismo allora si può ragionare.

Noi stiamo ragionando sui grandi numeri, e cerchiamo di formulare politiche di sistema. Dobbiamo cercare un equilibrio di esigenze, e anche di costi. Veda Lei, questa è la politica, ma vorrei dire anche l'amministrazione.

1) Valutazione che gli studenti danno al docente; 2) Valutazione della produzione scientifica sulla base di parametri internazionali; 3) Valutazione dei finanziamenti ottenuti. 

Sono tutte cose da tenere in considerazione, sempre. Ma nessuna è determinante né automatica. Per lo sviluppo di carriera abbiamo un insieme di buone pratiche e di modelli da proporre, una cassetta degli attrezzi, per chi vuole fare sul serio.

RR

 

 

"Se solo anche in Italia si decidesse di pensionare i Baroni a 65 anni (liberando quindi risorse per meno costosi, ma spesso non meno validi, giovani accademici), e di legare gli scatti a valutazioni più stringenti, si risparmierebbe parecchio sul lato della spesa."

Vi ricordate il film di Elio Petri, La decima vittima, con Marcello Mastroianni ed Ursula Andress (forse no, tenuto conto della evidente giovane età di chi partecipa a questa discussione). Nel mondo  utopico di Petri (che è poi quello di un racconto di fantascienza di Robert Sheckley) coloro che avevano superato una certa età (non mi ricordo se 60 o 65 anni) venivano soppressi. Nel nostro mondo distopico invece i "baroni" che vanno in pensione dopo i 65 ricevono come pensione circa quello che ricevevano come stipendio e in più una consistente liquidazione. La differenza per il bilancio dello stato è che la spesa viene addebitata come pensione e non come stipendio e che il pagamento della liquidazione viene anticipato (mentre per motivi demografici connessi all' età e alla mortalità a questa connessa una parte di coloro che restano in servizio finiscono per non riceverla). Non si vede bene quindi in cosa consiste il risparmio, se non nella possibilità (non interamente da escludersi) che la loro attività lavorativa produca un valore negativo. Il risparmio c'è invece in altri sistemi, come notoriamente quello britannico, dove i diritti pensionistici sono molto più modesti che da noi.

Pur non essendo minimamente un esperto in tema di pensioni, ritengo a prima vista che se un docente andasse "normalmente" in pensione a 65 anni anzichè a 70, si avrebbero 2 effetti: un montante minore e un aspettativa di vita maggiore al momento della pensione (da cui un coefficiente di trasformazione diverso). Il combinato disposto dei due fattori porterebbe alla corresponsione di una pensione di ammontare inferiore (sia allo stipendio che il docente avrebbe percepito nel periodo 65-70 anni, sia della pensione in tal guisa percepita dopo i 70). Quindi un risparmio sicuro per lo Stato e un sacrificio non infimo per il docente, che però dal punto di vista dei proponenti (gli amici dell'APRI), va inquadrato nella grave situazione di squilibrio generazionale già creatosi e potenzialmente ancor più devastante nel prossimo futuro.

Dal punto di vista generale, per i docenti si tratterebbe di un mero adeguamento alla prassi canonica europea (da cui l'assoluta mancanza di senso di colpa che i proponenti ed io stesso proviamo nell'esprimere queste idee) mentre dal punto di vista del bilancio dello Stato e del Finanziamento Ordinario delle Università si tratterebbe di destinare quei risparmi all'assunzione di giovani accademici e quindi ad una ristrutturazione interna della massa stipendiale, oggi oppressa dalla frazione di docenti in età avanzata. A dire il vero ci sembrerebbe che l'intera operazione meriterebbe di essere fatta anche se comportasse un qualche aggravio "globale" per la contabilità delle Amministrazioni Pubbliche, quale "aggiustamento di sistema" una tantum, che però rimetterebbe in carreggiata il finanziamento ordinario per il prosieguo dei successivi decenni. Sul dettaglio dei conti mi affido a Lei e ad altri suoi colleghi, ma del principio generale sono convintissmo...

RR

Pur non essendo minimamente un esperto in tema di pensioni, ritengo a prima vista che se un docente andasse "normalmente" in pensione a 65 anni anzichè a 70, si avrebbero 2 effetti: un montante minore e un aspettativa di vita maggiore al momento della pensione (da cui un coefficiente di trasformazione diverso).

Questo nel fututo remoto quando ai futuri sessantacinquenni la pensione verrà calcolata con il metodo contributivo. Per loro fortuna e per sfortuna dell' erario agli attuali sessantacinquenni si applica il metodo retributivo, che è ben più favorevole. Visto che questo è un punto importante sarebbe il caso di chiedere a un esperto di pensioni di quantificare il risparmio o meno per l' erario del pensionamento di un attuale professore di ruolo sessantacinquenne che vanta, fra riscatti favorevoli ottenuti in passato (anni di studio, servizio militare assistentato volontario)  il servizio in ruolo e quello pre-ruolo, oltre una quarantina di anni di anzianità contributiva. Le considerazioni avanzate nel mio precedente intervento si riferiscono semplicemente a quanto mi hanno raccontato i colleghi miei coetanei che hanno scelto di andare in pensione.

Dal punto di vista generale, per i docenti si tratterebbe di un mero adeguamento alla prassi canonica europea

Si, ma non alla prassi canonica americana (ma il presente blog non si chiama NoiseFromAmerica?), dove, per quanto ne so io, il limite di età a rimanere in servizio per i docenti universitari non esiste.


Per loro fortuna e per sfortuna dell' erario agli attuali sessantacinquenni si applica il metodo retributivo, che è ben più favorevole.

Bene; come mi ero affrettato a sottolineare, il provvedimento in oggetto ha più una valenza di stabilizzazione futura che di risparmio attuale. Da quanto giustamente Ella fa notare, il risparmio va più modestamente quantificato in un ribasso della pensione secondo il metodo retributivo, quindi di entità non elevata. E vada - meno ragioni per opporsi, allora, adducendo traumatiche riduzioni di emolumenti.

Il punto fondamentale riguarda la diversa competenza di queste spese, laddove le pensioni sarebbero da mettere in carico all'ente previdenziale, e il finanziamento ordinario sarebbe sgravato della quota destinata agli stipendi dei 65-75enni. Lo Stato, allora, dovrebbe subito rabboccare il FFO non solo con l'ammontare integrato dei risparmi "complessivi" sulla fascia 65-75, ma anche con un finanziamento sufficiente ad assumere giovani accademici in misura sufficiente a rimpiazzare le cessazioni della massa di 65-75enni. Come detto, il conto economico relativo mostrerà i suoi benefici "a regime" nel medio lungo-periodo, ma verrebbe scongiurato un aggravamento dello squilibrio demografico e si farebbe pagare ai padri un pochetto del prezzo del risanamento di sistema che stanno già pagando i figli con l'accentuata precarizzazione. Si opererebbe un forzoso riallineamento, per quanto già spiegato, alle pratiche Europee.

Quanto all'America, c'è uno studio del 2001 che non ho mai letto per bene, ma che viene portato da Sylos Labini e Zapperi a supporto delle proprie tesi sull'"invecchiamento". Comunque faccio notare che (1) non è mettendo le sole regole "americane" che si ottiene un "effetto" o "comportamento" americano, nel complesso degli atti e dei fatti relativi alle decisioni di pensionamento; (2) nei fatti, la distribuzione per età del corpo docente italiano attuale è financo "peggiore" di quella americana. L'assunto politico di base, però, è che siamo in Europa e che il sistema nella sua globalità funziona diversamente; abbiamo sufficienti risorse, buone pratiche e indicazioni all'interno del nostro continente per poter promuovere un cambiamento realistico (e non astratto) della carriera accademica in Italia.

RR 

 

 In America non esistono gli scatti di anzianità automatici come in Italia. Essi fanno aumentare lo stipendio e la pensione finale (almeno per la parte retributiva) e quindi creano un forte incentivo a rimanere fino al massimo possibile. Quasi tutti i professori anziani sono in regime retributivo e molti hanno raggiunto, con la ricostruzione della carriera i quarant'anni di contributi (è in pratica possibile avere riconosciuti come anni di servizio tutti gli anni dell'università e quasi tutti gli anni di precariato). Con quarant'anni si raggiunge il rapporto massimo fra stipendio e pensione (attorno all'80%). I ricercatori sono costretti ad andare in pensione con quaran'anni di contributi, mentre i professori di I e II fascia sono esenti. L'età di pensionamento varia a seconda dei casi, ma per il grosso dei professori anziani è 70 anni (prolungabili dall'università a 72 con fondi propri). I professori con quarant'anni di  contributi ed oltre sono molto costosi ed infatti molte università tentano di liberarsene offrendo contratti di insegnamento vantaggiosi purchè vadano in pensione. In tal modo riducono i propri costi di personale (invece di 100000 euro annui un contratto di 30000) a spese dell'INPS. Non so quanti professori abbiano accettato. In ogni caso, l'abbassamento forzoso dell'età pensionabile a 65 o 67 annni migliorerebbe in misura sostanziale le condizioni dei bilanci delle università

Con quarant'anni si raggiunge il rapporto massimo fra stipendio e pensione (attorno all'80%).

Ma poi in pratica la pensione viene incrementata dal fatto che non si pagano più i contributi previdenziali.

I professori con quarant'anni di contributi ed oltre sono molto costosi ed infatti molte università tentano di liberarsene offrendo contratti di insegnamento vantaggiosi purchè vadano in pensione

A quanto mi è stato riferito (relata refero) indebitandosi con le banche con un artificio contabile che non incide sul bilancio ordinario che viene preso in considerazione dal ministero per concedere o meno la possibilità di assunzioni.

In tal modo riducono i propri costi di personale (invece di 100000 euro annui un contratto di 30000)

Aumentando quindi la spesa pubblica allargata e compromettendo i propri bilanci futuri. Ma in questa maniera il rettore attuale o il candidato all' elezione che propone tali trovate si rende popolare con i colleghi che premono per potere assumere o promuovere i propri allievi, la forza di fondo che muove in Italia la vita delle università. Se i concorsi fossero veri concorsi aperti senza discriminazioni  all' esterno la pressione sarebbe ben inferiore.

a spese dell'INPS.

Credo che l' ente previdenziale sia l' Inpdap

Non so quanti professori abbiano accettato. In ogni caso, l'abbassamento forzoso dell'età pensionabile a 65 o 67 annni migliorerebbe in misura sostanziale le condizioni dei bilanci delle università

Ma non quelle dello stato. Forse, portando avanti la logica del discorso, si potrebbero ancora maggiormente migliorare i bilanci delle università (a spese della previdenza) abbassando forzosamente l' età del pensionamento, poniamo, a sessant' anni, o magari anche meno. E' la solita logica sindacale e corporativa che in tempi non tanto remoti ha portato alla possibilità per i pubblici dipendenti di andare in pensione con sedici anni di anzianità (o meno in caso di donne maritate), così lasciavano il posto a qualcun altro,  e che ha fatto sì che l' Italia raggiungesse l' Oscar del più basso tasso di occupazione del mondo industrializzato. La solita logica  che ai tempi della 382 ha promosso il massiccio passaggio di ruolo con i famosi giudizi di idoneità e che, in tempi di vacche magre, cerca di raschiare risorse dove può. Per quanto riguarda comunque gli squilibri generazionali ben evidenziati da Federico, questi sono in corso accelerato di correzione: la generazione che è entrata di ruolo agli inizi degli anni 80 è in corso di veloce sfoltimento, i pensionamenti, anche senza interventi ulteriori, sono massicci. Nel giro di un paio di anni resteranno in pochi. Ma per lo stato questo non costituirà un risparmio suscettibile di procurare risorse per  nuove assunzioni. Il risparmio si produrrà solo in seguito, per ovvi motivi demografici. Volere risolvere i problemi dell' università agendo sul pensionamento è una misura contingente di bassa cucina che non ha senso, in una visione di lungo periodo in cui l' età pensionabile generale dovrà prima o poi finire per collocarsi sui settanta. I mali della nostra università sono prima di tutto intrinsecamente legati al nepotismo che è parte costitutiva del nostro costume e poi agli ordinamenti (fra cui quello della progressione automatica di carriera) i cui guasti sono stati più volte affrontati su questo blog.

Forse, portando avanti la logica del discorso, si potrebbero ancora maggiormente migliorare i bilanci delle università (a spese della previdenza) abbassando forzosamente l' età del pensionamento, poniamo, a sessant' anni, o magari anche meno.

No, si propone di fare una Universita' più Europea. Inutile fare discussioni mettendo in luce questo o quello squilibrio e poi non essere conseguenti nelle proposte. Se vogliamo e.g. fare una comparazione con il sistema che amministrativamente è più vicino al nostro, cioè la Francia, si vedrà che (dati 2007/8)

Le pare una scelta da logica sindacale e corporativa, o da 382? Noi siamo contro quelle logiche lì, che sono di responsabilità casomai di chi sta dentro questa Università Italiana.

Se fa un giro per l'Europa vedrà sistemi fatti così: lo vogliamo anche noi.

RR

 

Non ricordo l'eliminazione degli anziani nella Settima Vittima di Robert Sheckley, dove mi pare si parlasse di violenza umana incanalata in un gioco, mentre ricordo sull'argomento l'Esame di Richard Matheson, anch'esso pubblicato in Italia nelle Meraviglie del Possibile. Il film di Elio Petri mi sembra fosse più farsa e meno tragedia, quindi non mi stupirei di un'eventuale contaminazione, però non la ricordo esplicitamente. In ogni caso, a mio gusto, meritano sia l'antologia che il film.

In base alle prime indiscrezioni della manovra di Tremonti, ai salari dei docenti e ricercatori universitari:

- per il 2011, 2012, 2013 non si applica l'adeguamento all'inflazione
- per il 2011, 2012, 2013 non si applicano gli scatti biennali.

Inoltre per la parte dello stipendio eccedente i 75.000 Euro lordi, vi tagliamo il 10%.

- fino al 31/12/2010 si continuano ad applicare le attuali regole per il turn-over (al 50%, e di queste risorse il 60% vanno destinati all'assunzione di ricercatori)

- nel triennio 2011-2012-2013, invece, il turn-over scende al 20%, per tornare al 50% nel 2014 e del 100% nel 2015

- viene posta per tutte le amministrazioni, compresa l'università e gli enti di ricerca, una limitazione al 50%, rispetto a quanto speso per gli stessi contratti nell'anno precedente, anche del personale a tempo determinato, ivi compreso i co.co.co. Sono esclusi i contratti che non gravano sul Fondo di Finanziamento Ordinario (per esempio quelli che gravano su progetti di ricerca, ecc.)

- a conguaglio degli ingenti tagli già previsti dai decreti del 2008, a causa della nuova restrizione del turn-over, l'FFO viene ridotto di 24,3 milioni nel 2011, 72,5 nel 2012, 159,2 nel 2013, 260,8 nel 2014 e 299,5 nel 2015. Tuttavia ridanno 400 milioni per il 2011 e 350 milioni per il 2012 (per trasferire al futuro i soldi recuperati per quest'anno con l'ultima Finanziaria).

Si comincia a dare attuazione al dimagrimento da più parti richiesto, e in parte esposto anche in questo articolo.

RR

 

L’incremento della spesa corrisponde abbastanza strettamente a quello del numero di docenti, passato da 16000 nel 1980 a 61500 nel 2008, un aumento del 226%.

Oggi qualcuno cade dalle nuvole e deve ammettere che i ricercatori non sono docenti.

E P. Frassinetti (PdL) deve presentare l'emendamento per fare 9.000 nuovi Professori (con pieno assenso di Gelmini e Tremonti).

Allora ci avete raccontato qualche fola, in passato.

RR

 

Caro GF,

             ti segnalo che alcuni dati esposti nel pamphlet "l'universita' truccata" del prof. Perotti sono un po' artefatti e quindi vanno presi con le molle (avevo provato ad analizzare la questione con questo post, nel 2008).

Cio' avrebbe potuto essere considerato un utile espediente retorico per stimolare il dibattito se non fosse  che -in seguito- proprio questi dati sono stati rilanciati acriticamente dai media, alimentando un incredibile zoo di leggende metropolitane (di cui non e' certo il povero Perotti il solo responsabile).

A proposito di dati, mi sembra interessante il dato numerico, che conferma effettivamente quel che diceva Alberto Luisiani poco sopra (il costo e' fortemente condizionato dai ruoli: associati ed ordinari son cresciuti percentualmente di piu' rispetto ai ricercatori).

Un'ultima nota: il problema non sta tanto nei numeri, ma nella produttivita' di ogni singolo dipartimento. Se si vuole ridurre la spesa complessiva, bisogna andare a tagliare nei dipartimenti inefficienti (ammesso di sapere quali sono).

Finora questo non e' stato fatto (i tagli di tu-sai-chi son opera di macelleria messicana, con rispetto per i messicani).

Caro Carminat

E' possibile che Perotti sottovaluti il numero di studenti effettivo, mentre il rapporto OECD sicuramente lo sopravvaluta. In ogni caso ti deve essere sfuggito che io non uso i dati di Perotti ma una serie storica per l'Italia del rapporto studenti/docenti (http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1704). Anche tendendo di tutti gli  iscrittii, fuori corso compresi, il corpo docente ricercatori compresi è ai suoi massimi storici. Il numero di soli professori  di I e II fascia per studente è in linea con la media storica.

Sono d'accordo sulla necessità di fare tagli mirati. Ma per questo ci  vuole una valutazione seria, ed i professori non la vogliono. Nel frattempo, i tagli non possono che essere indiscriminati. E comunque, ci andrei piano prima di parlare macelleria messicana. La spesa in termini reali non è diminuita fino al 2008, ed anche nel 2009-2010 è diminuita pochissimo. Il problema è la presenza degli scatti di anzianità e di adeguamenti collettivi degli stipendi che aumenta la spesa per personale in maniera continua.

Scusa, mi sono espresso male. In effetti  mi riferivo  alla tua affermazione

Perotti (2008) ha però sostenuto che il confronto dovrebbe essere fatto sul numero degli studenti equivalenti a tempo pieno, per tener conto dell’elevatissimo numero di studenti fuori corso che caratterizzano l’università italiana.

e quindi ai "dati" sui quali quest'affermazione e' basata.

Che il Governo con la maggioranza piu' solida del dopoguerra non abbia ancora mandato a regime "una  valutazione seria" solo perche' "i professori non la vogliono" e' qualcosa che mi son stufato di sentirmi ripetere.

Nel 2008 era chiaro che c'era la crisi in arrivo;  l'unico modo per fronteggiarla sarebbe stato puntare tutto sulla valutazione: magari non avremmo comunque potuto aumentare la spesa in ricerca (come invece ha fatto la Germania), ma almeno avremmo potuto fare dei tagli colpendo i settori effettivamente inefficienti.

Invece i tagli hanno finito per incidere solo sulle spese facilmente comprimibili, come per esempio i rinnovi degli assegni di ricerca. Qui a Pisa l'amministrazione centrale ha perfino requisito i fondi di ricerca piu' vecchi di due anni (per ripianare il bilancio), ed ha pre-pensionato i ricercatori con  di 40 anni di contributi (indipendentemente dalla loro attivita').

 

 

 

Che il Governo con la maggioranza piu' solida del dopoguerra non abbia ancora mandato a regime "una  valutazione seria" solo perche' "i professori non la vogliono" e' qualcosa che mi son stufato di sentirmi ripetere.

So what? E' la verità. Anch'io  mi sono stufato di tante cose, a partire dai piagnistei dei miei colleghi.

 

Qui a Pisa l'amministrazione centrale ha perfino requisito i fondi di ricerca piu' vecchi di due anni (per ripianare il bilancio),

Lo so, visto che sono di  Pisa. Da noi all'EUI i fondi vengono requisiti alla fine di ciascun anno - e guarda che si fa ricerca lo stesso, basta sapersi organizzare

 

 

Che il Governo con la maggioranza piu' solida del dopoguerra non abbia ancora mandato a regime "una  valutazione seria" solo perche' "i professori non la vogliono" e' qualcosa che mi son stufato di sentirmi ripetere.

So what? E' la verità. Anch'io  mi sono stufato di tante cose, a partire dai piagnistei dei miei colleghi.

Fuori dai denti: che la meritocrazia sia rimasta al palo solo per colpa dei professori e' una gran palla. E mi spiace che ci siano colleghi che avvalorando  questo alibi fasullo inventato da una  casta di politici cialtroni e ciarlatani (per tacer dei coatti).

Qui a Pisa l'amministrazione centrale ha perfino requisito i fondi di ricerca piu' vecchi di due anni (per ripianare il bilancio),

Lo so, visto che sono di  Pisa. Da noi all'EUI i fondi vengono requisiti alla fine di ciascun anno - e guarda che si fa ricerca lo stesso, basta sapersi organizzare

Scommetto che all'EUI i fondi per il 2009 vi arrivano davvero nel 2009 (mica come i PRIN). Scommetto poi che poi non vi capita di partire per un convegno e, al ritorno, scoprire che i fondi sui quali pagare la missione son nel frattempo spariti.

 

 

 

 

Che il Governo con la maggioranza piu' solida del dopoguerra non abbia ancora mandato a regime "una  valutazione seria" solo perche' "i professori non la vogliono" e' qualcosa che mi son stufato di sentirmi ripetere.

Ma vi rendete conto della situazione giuridico-istituzionale delle Università italiane? Dovremmo applaudire i profeti del Verbo della Valutazione solo perchè avrebbero in mano la formuletta che collega Università a performance, performance a valutazione, valutazione a soldi, soldi a futura performance (performance ovviamente scritto rigorosamente in inglese)?

Noi questi profeti non li abbiamo mai visti a discutere di Università e valutazione, epperò abbiamo letto le loro ricette fatte di 4 ingredienti e cottura veloce ormai in 100 salse. Ma della realtà di come dovrebbe poter così funzionare il sistema delle Università italiane, e del come funzionino realmente le cose, i bilanci, le amministrazioni, oggi, non abbiamo saputo ottenere approfondimenti.

Vogliamo veramente che ci siano delle Università che assomigliano sempre più a fabbriche dei paesi sovietici, dove non ci sono i soldi per fare niente oltre a pagare gli stipendi, e ci si deve portare la carta igienica da casa?

RR

 

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