La fertilità degli italiani

14 luglio 2007 andrea moro

Al ritorno dall'Italia, all'ufficio postale fra la posta sospesa ho trovato una pila di Economist la cui consegna mi sono scordato di sospendere (come mi succede da circa un anno e mezzo). Poco male, in uno di essi ho trovato una tabella che ho trovato interessante, e che sottopongo all'attenzione dei lettori. Si tratta della percentuale di donne per numero di figli calcolata nell'insieme di tutte le donne che hanno completato il loro periodo fertile. Ne riporto i valori per l'Italia e altri due paesi industrializzati ad alta fertilita', Svezia e USA.

N. Figli
Italia Francia Svezia
USA
0 15 14 14 15
1 25 20 16 19
2 42 32 40 32
3+ 18 34 30 34

La tabella rivela che la bassa fertilità delle famiglie italiane non sembra essere dovuta alla scelta di molte famiglie di non fare figli. Anzi, secondo la tabella, la percentuale di donne senza figli è molto simile a quella di alcuni paesi con la fertilità più altra nel mondo occidentale.

Invece, il record negativo mondiale di bassa fertilità è tenuto dall'Italia perchè vi si trovano molte famiglie che si limitano a procreare un solo bimbo, mentre nella Svezia e negli USA, per esempio, ce ne sono molte che ne fanno tre o più. Insomma, non è che agli italiani non piacciano i bambini. Il problema semmai (se di problema si tratta, questo non è ovvio, ma il dato è comunque interessante) è che a chi piacciono non vuole o non riesce farne abbastanza.

A cosa è dovuta questa anomalia? Difficile dirlo senza dati ulteriori; azzardo l'ipotesi che le coppie italianie comincino a procreare in tarda età, quando per motivi biologici è ormai troppo tardi per riuscire ad avere molti figli. Sui motivi causanti questo ritardo, lascio al lettore speculare.

51 commenti (espandi tutti)

Una risposta empirica basata sulla mia cerchia di conoscenti dice che il problema è strettamente economico. Tolti i fanatici religiosi gli altri rinunciano a sopportare l'abbattimento del tenore di vita che si accompagna al secondo figlio (Noi ne abbiamo due perché guadagnamo bene).

 Trovo che la medesima spiegazione si adatta perfettamente anche al famoso mammismo degli italiani che stanno in casa fino a tarda età. 

A sensazione direi che i motivi sono molti.

Chi studia in media si laurea molto tardi e in molti casi deve fare tirocini post laurea prima di diventare indipendente; chi non studia si sposa prima ma spesso ha un reddito molto basso in rapporto al costo della vita.

In più come dice Morelli siamo mammoni: un' australiana che ho conosciuto giorni fa sosteneva che il fenomeno riguarda anche i figli degli immigrati.

Inoltre a parte i soliti fanatici religiosi, quasi nessuno concepisce di avere un figlio senza potergli garantire ogni sorta di vestitino firmato/giocattolo/corso &c.

Infine c'è il problema degli asili: quelli privati costano quasi uno stipendio, i nidi pubblici sono insufficienti per la domanda, e quasi tutti fanno orari da ufficio o anche meno:in assenza di nonni o affini per le donne che lavorano è molto complicato anche gestire un solo figlio.

In più come dice Morelli siamo mammoni: un' australiana che ho
conosciuto giorni fa sosteneva che il fenomeno riguarda anche i figli
degli immigrati.

Molto perspicace, la tua amica australiana. Paola Giuliano trova esattamente la stessa cosa in questo paper, che uscira' presto (o forse e' gia' uscito) su JEEA.

L'ipotesi di Andrea, cioe'

che le coppie italianie comincino a procreare in
tarda età, quando per motivi biologici è ormai troppo tardi per
riuscire ad avere molti figli,

non e' del tutto convincente. Questa implica che, a partita' di
altre condizioni, la fertilita' decresce con l'eta' media delle madri
alla nascita dei figli.

Secondo l'articolo dell'Economist, la
fertilita' delle donne in Italia e' aumentata dal 1990 al 2003.
Confrontanto questi due anni nelle tavole di fertilita'
dell'Istat si nota lo spostamento della distribuzione delle nascite per
eta', normalizzate all'eta' della madre, verso destra. In termini
assoluti, l'aumento del numero di figli avuti
oltre i 30 anni e' maggiore della riduzione delle nascite al di
sotto.

Quindi
fertilita' ed eta' media delle madri alla nascita
sono aumentate insieme. Cioe' il vincolo biologico non sembra essere
cosi' importante. Una possibile spiegazione coerente con questi
dati, e con la presenza di un vincolo economico, e' una di quelle
suggerite da Marcello, cioe' la carenza di servizi diffusi per la prima
infanzia. Questi sono molto
importanti oltre il primo figlio. In Italia i servizi per l'infanzia
sono poco sviluppati anche perche' la mobilita' geografica e' bassa e
quindi i nonni possono offrire day-care gratuita. Ma se aumenta l'eta'
media delle donne al parto aumenta anche quella dei nonni e cresce il
bisogno di servizi di mercato. Se l'offerta non si adegua rapidamente e
capillarmente, ai livelli che caratterizzano appunto USA e Svezia, le persone sono scoraggiate ad avere figli oltre il primo.

Qual e' esattamente il problema?

In un mondo che si sta rapidamente sovrappopolando, l'Italia diventera' un posto bellissimo intorno al 2050-2100. Il fatto che sia costoso fare figli ha ottime implicazione eugenetiche, i figli dei ricchi sono mediamente piu' intelligenti. Le conseguenze sul sistema pensionistico della bassa fertilita' renderanno ancora piu' cogente questo vincolo.

Questa idea che qualunque cretino sussidiato debba poter fare almeno due figli e' orripilante. E' il residuo di tanti decenni di keynesismo e socialdemocrazia. Se uno a trent'anni guadagna un salario pari alla retta dell'asilo, io mi stupisco che possa votare, non che non possa fare figli!!!

Per la cronaca io ho due figli e sto pianificando un terzo.

Cosa intendi per un posto bellissimo? tipo Calcutta con gente che vive per strada e campa di immondizia? E credi veramente che arriveremmo a quel punto senza tensioni sociali da far passare gli anni '70 per un' era bucolica?

Comunque devo rettificare il discorso sugli asili: non avendo figli parlo per sentito dire e devo aver fatto confusione a causa di una collega con due gemelli. Da una rapida ricerca in rete un nido a Milano costa circa 650€/mese dalle 7.30 alle 18.30 e sui 500 dalle 9 alle 17; un salario tipo è sui 1000/1200€.Tra l'altro spesso a 30 anni da noi pure i futuri notai ed avvocati fanno il galoppino a qualcuno per cifre analoghe (o meno: ho sentito persino di laureati in legge che pagano per fare il tirocinio).

Tra l'altro, correggimi se sbaglio, mi pare che pure facendo il tuo lavoro in Italia si guadagnino poche centinaia di euro in più.

i figli dei ricchi sono mediamente piu' intelligenti.

Ho un' idea: diamo ad ogni donna incinta 10 milioni di euro vincolati e togliamoglieli dopo il parto :P.

Cosa intendi per un posto bellissimo? tipo Calcutta con gente che vive per strada e campa di immondizia? E credi veramente che arriveremmo a quel punto senza tensioni sociali da far passare gli anni '70 per un' era bucolica?

E' esattamente quanto accadra' e che e' gia accaduto nelle societa' liberiste da voi tanto elogiate, per cui non vedo perche' lamentarsene. Vieni a Londra e vedrai che Hampstead (dove vivo) altro non e' che un ghetto per ricchi a stretta distanza di un vero ghetto malfamato come Camden Town. Non credo che NY o LA siano molto diverse, ie. 80% Calcutta + 20% Portofino.

 

Tra l'altro, correggimi se sbaglio, mi pare che pure facendo il tuo lavoro in Italia si guadagnino poche centinaia

Non so se sai esattamente quale sia il mio lavoro. E comunque non ne faccio una questione di tipi di lavoro ma di individui. Io a 30 anni avevo gia' un discreto patrimonio immobiliare e gia' piu' di un miliardo di vecchie lire in banca, se non ricordo male.

Ho un' idea: diamo ad ogni donna incinta 10 milioni di euro vincolati e togliamoglieli dopo il parto :P.

Piu' che incentivare nuove nascite si tratta di disincentivare i trentenni a 1200 euro mensili. E in media, ti garantisco, non e' un problema di domanda ma di offerta di lavoro. Fatti 100 gli individui a 1200 euro mensili, 95 lo sono per scelta, 5 per sfiga. Il ricercatore sfaccendato, colui che deve trovare se stesso, il significato della vita...etc. E a questi individui tu vuoi sussidiare la prole?!? Molto meglio che chiedano la carita' esplicitamente per strada e che il loro fancazzismo sia almeno riconosciuto socialmente per quello che e'! Soluzione piu' estrema: togliere almeno una parte dei diritti civili ed amministrativi a chi a trent'anni arriva senza risultati. O almeno permettere che, attraverso il finanziamento privato dei partiti/movimenti politici, come in US o UK, un minimo di mercato dei diritti di voto si possa costruire. 


E' esattamente quanto accadra' e che e' gia accaduto nelle societa'
liberiste da voi tanto elogiate, per cui non vedo perche' lamentarsene.
Vieni a Londra e vedrai che Hampstead (dove vivo) altro non e' che un
ghetto per ricchi a stretta distanza di un vero ghetto malfamato come
Camden Town. Non credo che NY o LA siano molto diverse, ie. 80%
Calcutta + 20% Portofino.

Non conosco le città che citi, ti assicuro che a colpo d'occhio (li ho solo attraversati in auto) i quartieri malfamati di San Francisco non hanno nulla a che vedere con le favelas di Belo Horizonte.


Non so se sai esattamente quale sia il mio lavoro.

Mi pare sia analista finanziario in banca. Una realtà che non conosco, da che ne sento per la maggior parte per lo più in Italia non sono pagati molto più degli impiegati.


Piu' che incentivare nuove nascite...

Era per migliorare la specie, se nascere ricchi rende più intelligenti... In ogni caso scherzavo.

Fatti 100 gli individui a 1200 euro mensili, 95 lo sono per scelta, 5 per sfiga.

Esagerato! Se mi parli di laureati in materie vendibili siamo d'accordo, per il resto il mercato del lavoro è quello, paraculati a parte.

O almeno permettere che, attraverso il finanziamento privato dei
partiti/movimenti politici, come in US o UK, un minimo di mercato dei
diritti di voto si possa costruire.

Se c'è una cosa che in Italia è evoluta è il mercato dei (diritti di) voto, purtroppo

Esagerato! Se mi parli di laureati in materie vendibili siamo d'accordo, per il resto il mercato del lavoro è quello, paraculati a parte.

Oltre che di diritto alla prole, dunque, sembri adombrare anche un supposto diritto al lavoro. Molto interessante (a me Fromme Adorno piacciono molto, by the way, molto piu' di tanti sedicenti contemporanei scienziati sociali). Per me chi sceglie di studiare legge, lettere, scienze politiche, medicina etc. e' un disoccupato volontario, o meglio un inoccupato.

Fantastico. Stai dicendo che ruoli come il MEDICO o l'INSEGNANTE (dalle elementari alle superiori) sono ruoli socialmente irrilevanti, e chi decide di intraprenderli meriterebbe l'estinzione.

Non credi che forse sarebbe un tantino più utile piuttosto modificare il mercato del lavoro di queste (importantissime) professioni, in modo da evitare la self-selection di fannulloni in queste occupazioni? E non ti sfiora il dubbio che, a fronte dei molti fannulloni, ci siano anche un sacco di persone che scelgono di fare questi tipi di lavoro per passione, e per questa passione accettano stipendi da fame e un mercato del lavoro che non premia l'impegno e la passione che ci mettono? Sono d'accordo che è difficile distinguere fra i due tipi di lavoratori, ma appartenendo mia moglie alla seconda categoria, sono molto sensibile a una riforma del mercato del lavoro in questi settori....

Quello che sto dicendo e' che se (specie in Italia) decidi di laurearti (poniamo il caso) in lettere, sai gia' che avrai un futuro molto probabile da disoccupato. Cio' non significhi che io non ami le lettere o i letterati (anzi!).

Sul fatto che in Italia ci siano cosi' tanti che decidano di fare questi lavori con passione' ho seri dubbi:

- in altri Paesi, ad es., lettere/filosofia ti danno molti sbocchi professionali niente affatto scontati. Leggevo proprio l'altro giorno che in UK molti accountants sono di formazione dei filosofi (proprio perche' la buona filosofia sviluppa buone capacita' analitiche), gli storici e gli storici-economici di background sono spesso ottimi traders nella City (perche' la storia e la buona storia economica sviluppano una buona comprensione dei fondamenteli dell'economia) etc. etc.

In Italia se intraprendi queste scelte, scegli di perpetuare l'insegnamento del nulla, e questo non e' meritevole di chissa quale riconoscimento sociale.

Mah, in realtà anche in italia ormai lo sbocco del laureato in lettere/filosofia/scienze della formazione che

i) non è fannullone

ii) non ha la vocazione per l'insegnamento

è negli human resource departments di imprese private o di società di selezione del personale.

Che oramai non siano molti quelli che insegnano per passione temo sia vero, ed è una delle più nefaste conseguenze del malfunzionamento del mercato del lavoro e della crisi della scuola pubblica

Non sto dicendo esattamente questo. Il trader o l'accountant sono professioni strapagate. HR e' roba da suicidio. Cosi', in UK se uno ama la filosofia o la storia e vuole laurearsi, lo fa perche' sa che potrebbe andargli molto, molto bene. D'altra parte, come puoi a 18 anni aver gia' capito a cosa dedicare la tua esistenza? Chi e' cosi' a me fa molta paura...  

D'accordissimo con la crisi della scuola pubblica. Ma la soluzione non e' in chissa quali modelli di contrattazione teorici, si chiama semplicemente scuola privata. Il che incrementa ancora di piu'  i costi della prole.  In  Paesi  come UK/US dove la concentrazione della ricchezza (a proposito perche' questo tema e' quasi sparito dagli studi di economia politica?) ha raggiunto livelli molto alti, le scuole private sono fantastiche, danno tantissime possibilita' di apprendimento e assomigliano tantissimo a quelli che nell'800, immagino, erano i precettori privati. 

Mah....in realtà ora come ora gli stipendi nella scuola privata sono addirittura inferiori a quelli della scuola pubblica....e se guardo alla situazione di mia moglie (insegna in una scuola materna privata), non mi sembra che la struttura degli incentivi sia molto diversa. Il fatto è che le scuole private sono in gran parte gestite da suore o religiosi, e sebbene abbiano molto probabilmente insegnanti preparati e piu motovati, il management è spesso molto approssimativo e dilettantistico

Qual e' esattamente il problema?

Nessuno: stavamo solo discutendo sulle possibili cause di
un'osservazione empirica. Ognuno e' poi libero di giudicarla come
benedizione o come castigo.

i figli dei ricchi sono mediamente piu' intelligenti

Non e' esattamente cosi', se per intelligenza si intende abilita'
cognitiva. Da quello che sappiamo, i figli degli intelligenti sono
mediamente piu' intelligenti e i figli dei ricchi sono mediamente piu'
ricchi.

In un accurato studio
di qualche anno fa sulla questione (pubblicato sul JEP), Sam Bowles e
Herb Gintis hanno mostrato che mentre la correlazione tra lo status
economico di genitori e figli e' maggiore di quanto gli economisti
hanno creduto negli ultimi venti anni (ma pur sempre modesta, 0.4) se
misuriamo l'intelligenza con IQ, il contributo--in termini
ereditari--dell'intelligenza al reddito, tenendo costante tutto il
resto, e' estremamente basso, e resta basso anche quando si considera
l'effetto indiretto dell'istruzione. Nell'altra direzione, la ricchezza
non puo' acquistare l'intelligenza (thanks God...). Quindi il figlio di
un ricco cretino e', probabilmente, un ricco ma, ahinoi, pur sempre
cretino.

l'argomento è estramemente interessante, leggendo l'articolo mi è sembrato di capire che hanno sbagliato in passato a fare i calcoli e che ora si ritiene che la correlazione sia molto più elevata, uno studio successivo, Mazumder REVIEW OF ECONOMICS AND STATISTICS 87 2005, parla addirittura di 0.6; non mi fiderei  però troppo delle scomposizioni di questa correlazione, mi sembra davvero difficile poter spiegare se sia dovuta alla genetica o altre ragioni. Altro dato: mankiw fa notare che " The top 5 percent of theincome distribution has historically earned between 15 and 20 percent of all income. But the top 5 percent of the wealth distribution holds 60 percent of the economy's wealth and 72 percent of financial wealth (that is, wealth excluding home equity)." Lo so che sto dicendo un'ovvietà, però mettendo insieme i due dati mi sembra che il mito della land of opportunity di cui parlano Bowles e Gintis vada un po' a frantumarsi

Nessuno: stavamo solo discutendo sulle possibili cause di un'osservazione empirica. Ognuno e' poi libero di giudicarla come benedizione o come castigo.

Scusa, non avevo esplicitato le ipotesi, mi sembravano chiare: il tempo ha un' utilita' positiva e gli individui massimizzano la loro utilita'. Sicche', non amiamo perdere tempo a discutere di cose che riteniamo un" non problema". Forse, per te il tempo ha poco valore o sei masochista e quindi ami parlare di tutto a prescindere. Puo' essere...

Sul secondo punto, mi sembra che ci sia una letteratura ben consolidata, prendi ad es. http://en.wikipedia.org/wiki/The_Bell_Curve, che mette in relazione redditi e livelli di IQ. Siccome, come tu dici, l'IQ si trasmette geneticamente, cio' che sostengo mi sembra derivi da se'.

Ma non e' fondamentale a quanto sto dicendo, quanto osservo e' che un trentenne che guadagna 1200 euro al mese non merita di essere sussidiato in alcun modo. Non esiste un diritto alla prole per se, whatsoever, e per diversi motivi:

a/ IQ basso, ritengo 30 anni un tempo sufficientemente lungo per produrre qualcosa che valga piu' di 1200 euro mensili. Qual e' l'interesse della societa' a perpetuare dei 30 anni a basso IQ?

b/ mancanza di motivazione. Uno puo' anche essere smart ma molto pigro. Io ci credo poco, ma assumiamo sia possibile. Costui dovra' trarre le conseguenze delle proprie scelte esistenziali. Non vedo il punto a sussidiargli la formazione di un nucleo familiare.

Insomma, in un caso o nell'altro, non vedo il beneficio per la societa' ad aiutare costui a procreare. Questo in linea di principio. Vi saranno poi delle eccezioni (ci credo ancora meno, ma sono flessibile per cui le ammetto). Se uno a trent'anni guadagna 1200 euro, ma e' un genio della economia teorica e ha conseguito un phd, etc. etc. diamogli pure un obolo,... ma non di piu'!

 

Forse [...] sei masochista e quindi ami parlare di tutto a prescindere

Non considero la pura curiosita' intellettuale masochismo. Capire la
causa di un fenomeno e' utile indipendentemente dal fatto che si veda
nel fenomeno un problema da risolvere o un problema risolto da
mantenere tale, no?

mi sembra che ci sia una letteratura ben consolidata
[...] che mette in relazione redditi e livelli di IQ. Siccome, come tu
dici, l'IQ si trasmette geneticamente, cio' che sostengo mi sembra
derivi da se'.

La letteratura che citi sostiene un nesso causale che va da IQ a reddito. Quello che invece tu sostieni e' che

i figli dei ricchi sono mediamente piu' intelligenti,

che se include i ricchi non intelligenti e' l'inverso. Non sto sostenendo che tu abbia necessariamente
torto: solo che la tua affermazione non deriva da cio' che finora
conosciamo.

un trentenne che guadagna 1200 euro al mese non merita di essere
sussidiato in alcun modo. Non esiste un diritto alla prole per se,
whatsoever

Be', in generale, i sussidi non sono (o almeno non dovrebbero essere) una questione di merito ma di
efficienza. Ma non sappiamo (io almeno) qual e' il livellio efficiente
di fertilita'. Sono d'accordo che non ha senso parlare di diritto alla
prole in Italia
(potrebbe aver senso se per esempio il governo imponesse il divieto di
procreazione). Ma nessuno ha invocato (ne' implicato, mi pare) diritti
e sussidi alla fertilita'.

Ammetto di non avere nessun dato scientifico su cui basare le mie opinioni, che quindi vanno prese per il valore minimo che meritano, tuttavia - a pelle - non mi convince del tutto l'equazione pochi servizi pubblici per l'infanzia - pochi figli

Tradizionalmente, il tasso di feritlità delle donne italiane è stato sempre più alto nelle regioni del sud (con mediocre assistenza pubblica) rispetto alle regioni del nord (con migliore assistenza).

Vero è che il familismo del Sud può aver influito, tuttavia un fattore (la famiglia) avrebbe dovuto compensare l'altro (gli asili) portando in pareggio il saldo nord-sud, il che tradizionalmente non è stato.

Mi convince di più invece il discorso sull'età delle primipare.

Biologicamente la donna può partorire (circa) dopo i 13/14 anni e per ragioni fisiche intuitive il "momento buono" si colloca intorno ai 18/20 anni: non a caso le nostre nonne e (alcune delle) nostre madri si sposavano verso i venti anni e dopo un anno di matrimonio avevano già il primo figlio, pronte per la loro carriera (!?) di mamme e casalinghe.

Oggi la donna - come l'uomo - entra nel mondo del lavoro  intorno ai 25 anni e  - come il suo marito/compagno - se la vuole godere un po' prima di assumere le responsabilità date dalla crescita di un figlio, ergo il primo parto tende a spostarsi verso i 30 anni.

Questo spostamento temporale comporta che, pur volendo, diventa difficile programmare più di tre figli, dato che un conto è crescere  e seguire un bambino con le energie di un genitore di 20 anni ed un altro con quelle di un genitore di 40 anni e questo indipendentemente dall'avere un asilo ben funzionante all'angolo di casa, che certamente aiuta, ma non risolve il problema.

In sostanza, credo la ragione del calo di fertilità risieda in ragioni culturali, più che economiche.

propongo il vincolo del mercato immobiliare (e ci si potrebbe fare un articolo accademico).

L'ipotesi e': 

In italia non ci sono abitazioni abbastanza grandi per fare famiglie numerose (Paola Giuliano considera il prezzo ma non la qualita' delle abitazioni).

Con l'aumento del tenore di vita (e dei confronti sociali), diventa piu' difficile far dividere la camera da letto a piu' bambini (due e' il limite massimo). Me ne intendo poco, ma guardando le planimetrie degli appartamenti in vendita in citta' in Italia, mi sembra che al di sopra dei 5 vani ci sia pochissimo: 5 vani vuol dire tre stanze da letto, e si determina il limite massimo di figli che possono avere ciascuno la sua cameretta.

Confrontando i prezzi che ho pagato io (nella provincia inglese, per londra e' quasi il doppio, senza evidenti effetti sulla fertilita') per childcare con quel che mi han detto parenti e amici, in Italia il costo e' ben piu' basso, quindi escluderei che il costo della childcare sia limitante, anche in vista dell'enorme offerta di nonne che fanno free childcare.

Il mammismo italiano (per cui costringere a convivere in camera assieme ragazzi di 14 anni e' una cosa diversa quando questi ne hanno 27), e la tendenza a una forte preferenza per vivere "in centro", per cui i villaggi di periferia sono (i) pochi ambiti, (ii) brutti, sono probabilmente fattori che rendono piu' difficile rilassare il vincolo immobiliare, e rinforzano la tendenza, perche' ci sono network externality.

Se ho ragione, e' un problema di difficile soluzione perche lo stock immobiliare e' dato, e le nuove case sono fatte per la domanda presente di famiglie con 1 o 2 figli.  

non capisco, gianni, perche' mai lo stock immobiliare dovrebbe essere dato? non e' cosa difficile da due appartamenti farne uno! e poi mezza Italia (vedi il veneto e molto sud) vive in villettine unifamiliari nei sobborghi.

per unire due appartamenti in uno bisogna comprarli, e in presenza di costi di transazione, e potenziale hold-up, non conviene comprare un appartamento e aspettare che si liberi quello vicino. mi sembra anyway che, rispetto a una situazione come in inghilterra dove quasi tutti hanno la camera degli ospiti, e quasi tutti i bambini hanno la loro camera, in italia i metri quadri per persona siano minori (direi, ma magari il dato esiste e mi contraddice subito), e il vincolo di spazio limiti di piu'.

il punto del mio post era che in presenza di forti economie di scala nel rearing (tirar su e' brutto) dei figli, il costo dei figli aggiuntivi, sia in mancato salario sia in childcare non sia una spiegazione sufficiente, e quindi bisogna pensare ad altre differenze tra i paesi a differente fertilita'.

 

Non credo che il fattore immobiliare rappresenti un vincolo alla fertilità.

In primo luogo in Italia abbiamo una realtà nella quale circa il 70/75% della popolazione è proprietaria della casa in cui abita e se è vero che le case di nuova costruzione, col tempo, hanno asunto dimensioni sempre minori (oggi la superficie media di una prima casa per una coppia appena sposata è di circa 60/70 mq.) è anche vero che vi è un ampio stock immobiliare a disposizione (affitto, comodato da genitori e perenti, donazione ecc.) di case di più ampia superficie.

Il punto è: si comprano case di superficie più piccola e quindi non si possono fare più figli oppure si comprano case piccole perchè non si vuole fare più figli ? La risposta è forse ne mezzo, dati i costi crescenti del mercato immobiliare che impedisce investimenti in case più ampie.

Tuttavia il tasso di fertilità non sembra crescere in chi riceve dai genitori in donazione la casa di famiglia di magari 150 mq. o in chi abita in piccoli centri privi di appeal immobiliare e dove è quindi possibile acquistare una casa a costi più sostenibili.

esiste una letteratura economica sull'argomento? a parte gli effetti su un eventuale sistema pensionistico payasyougo, perché mai una diminuzione dovrebbe essere un problema? Magari l'equilibrio della nostra società è più basso, daltronde la densità della popolazione in italia è al di sopra della media europea e molto maggiore di quelle statunitensi e svedesi (http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_population_density); mi sembra che non si sia ancora iniziato a valutare per bene se davvero di problema si tratta

esiste una letteratura economica sull'argomento? a parte gli effetti su
un eventuale sistema pensionistico payasyougo, perché mai una
diminuzione dovrebbe essere un problema?

Anche senza sistemi pensionistici stile catena di Sant'Antonio, ci sono due problemi di fondo con l'invecchiamento della societa':

- La creativita' tende a declinare con gli anni, e con essa la produttivita' in settori che richiedono menti brillanti;

- La scarsita' di forza lavoro ha effetti inflazionistici: per esempio, se non non ci saranno abbastanza infermieri per assistere gli anziani, i secondi dovranno pagare molto di piu' di quanto si aspettino ora per assicurarsi i servizi dei secondi.

Per fortuna, alle carenze di fertilita' puo' supplire l'immigrazione di forza lavoro, o anche l'emigrazione dei pensionati in paesi con maggiori disponibilita' di manodopera.

 

Francamente mi sembrano cose difficili da verificare:

1/ meno produttivita' forse; probabilmente lavori diversi gli uni non necessariamente meno produttivi degli altri; rimane da spiegare quali settori in Italia siano rimasti ad alto tasso di produttivita'/menti brillanti.

2/ effetti inflazionistici, mi sembra ancora piu' forte. Certamente nell'healthcare, ma per il resto gli anziani consumano meno, per cui l'effetto netto dovrebbe essere addirittura deflattivo.

 

2/ effetti inflazionistici, mi sembra ancora piu' forte. Certamente
nell'healthcare, ma per il resto gli anziani consumano meno, per cui
l'effetto netto dovrebbe essere addirittura deflattivo.

Be', consumeranno meno ma producono zero, quindi l'equilibrio tra domanda e offerta di beni e servizi si spostera' sicuramente a favore della domanda.

C'e' poi l'ulteriore problema di come pagare questi beni e servizi. A parte il fatto che i tassi di risparmio sono in declino, i soldi risparmiati sono spesso investiti in "paper assets" le cui valutazioni sono vulnerabili a cambiamenti nell'economia sottostante. Non mi riferisco solo a titoli azionari, ma anche ad obbligazioni di stato: anche in paesi con finanze pubbliche meno dissestate dell'Italia, una tendenza dei neo-ritirati al disinvestimento al fine di pagare i conti a fine mese produrrebbe quanto meno una marcata crescita dei rendimenti (ossia una perdita di valore di mercato del titolo). Puoi vedere l'importanza del "fattore pensione" gia' adesso su certi titoli massicciamente acquistati da fondi pensionistici come il Gilts inglesi, specialmente quelli inflation-indexed, che hanno percio' rendimenti molto bassi (e si abbassarono ulteriormente e improvvisamente nel gennaio 2006, dopo che il Pension Regulator aveva deciso che i fondi pensionistici inglesi avrebbero dovuto eliminare il loro deficit entro dieci anni). Questa situazione si rovescerebbe se gli acquisti netti di Gilts da parte dei fondi cambiassero segno, una volta che questi cominciassero a pagare i loro clienti.

Il tuo mi sembra allarmismo non motivato:

1/ per quanto riguarda l'offerta/domanda di beni, devi considerare sicuramente una economia aperta, che sara' sempre piu' tale. Ora, mi pare che il trend mondiale sia quello di un marcato aumento della popolazione, di una riallocazione della produzione nei paesi emergenti e di un aumento generalizzato della produttivita'. Per cui non vedo il pb.

2/ quello che tu descrivi riguardo ai rendimenti a lunga e' sicuramente un trend consolidato su cui i mkt. finanziari scommettono da almeno 3 anni. Le curve dei rendimenti sono piatte o per qualche tempo sono state anche invertite proprio per questo. Ma i mkt. non la ritengono affatto una cattiva notizia. E' anzi una buona valvola di sfogo, uno dei pochi meccanismi in atto di riallocazione delle risorse intergenerazionali a favore dei giovani: tassi di interesse bassi a lunga in un'economia mondo che cresce, significa possibilita' di indebitarsi a lunga a tassi ragionevoli.

Gli anziani, e' vero, fronteggiano una perdita di valore delle cedole ed hanno un effetto ricchezza negativo, pero', posto che cmq. come dici tu stesso potrebbero essere molto piu' mobili di quanto effettivamente non sono attualmente (per gli Inglesi e' cosa comune emigrare abroad raggiunta una certa eta', io penso che gli Italiani potrebbero facilmente emigrare ad es. in Argentina o Brasile e stare molto meglio di quanto non stiano in Italia) i mercati finanziari stanno diventando sempre piu' efficienti consentendo ad esempio negli US di reimpacchettare in veicolo di credito, poi venduti sui mercati dalle major banks molto spesso ai giovani risparmiatori, polizze vita quasi in scadenza. Strumenti analoghi hanno gia' cominciato a fiorire in campo immobiliare...

Concordo, tenendo conto poi della conformazione del territorio italiano, la cosa e' ancora piu' evidente. Altro che iattura! Per una volta e' il resto del mondo che dovrebbe imitarci!

La fertilita' credo che oltre un fenomeno complesso e' anche un fenomeno delicato.

La bassa fertilita' e' dovuta oltre che da  fattori economici, la tarda eta', gli asilo nido ecc, credo sia dovuta anche perche'  le donne stanno cambiando un po' il loro ruolo di essere nate per procreare.  Le donne in Italia stanno godendo dei diritti che gli sono stati riconosciuti con gli anni e quasi ultimamente. Nei paesi nordici le donne hanno preso coscienza di questi diritti molto tempo prima, e quindi adesso stanno riscoprendo la fertilita'.

In italia stiamo riscoprendo la liberta' di non avere figli, cosa che ci dona moltissimo tempo per noi, per il nostro lavoro, per la nostra immagine ecc. Inoltre non escludo un fattore climatico. I paesi mediterranei hanno tanto sole da godersi e tanta luce e questo potrebbe aumentare il tempo di leisure, ma qui e' difficile trovare una evidenza empirica.

Inoltre credo  che non necessariamente dobbiamo procrare tutti questi figli, il mondo e' a risorse limitate. A volte dimentichiamo che viviamo in una sfera e che non avrremmo molte possibilita' di salire fuori a cercare beni.

qui saltano poi tutti i meccanismi economici: societa' anziane, infermita', progresso quasi nullo ecc. , ma sinceramente le preferisco rispetto a un mondo senza alberi, senza acqua o animali.  

A me il fatto che il costo marginale della prole sia elevato sembra piu' che ragionevole. E' un sintomo che la nostra societa' sta "internalizzando" tutte le esternalita' ch tu dici, e questo e' efficiente.

D'altra parte, il fatto che una bella famiglia tradizionale numerosa stia diventando un lusso e' una delle motivazioni che mi spinge, arrivato ormai alla mia eta', a lavorare duramente per avere ancora piu' successo e garantirle un futuro brillante.

Il fatto che in futuro ve ne saranno molte meno, questo si' mi inquieta, non so tutti questi single, coppie instabili senza figli cosa possano produrre di buono se non un'attitudine ancora piu' selfish. Questo e' il problema! Ma e' piu' che altro un timore personale.

Credo tu abbia ragione, ed aggiungerei un fenomeno speculare sul lato maschile, con molti single che a farsi una famiglia non ci pensan nemmeno.

Sempre più spesso chi vuole una famiglia si rivolge all' estero, soprattutto i maschi ma non solo. 

A me il fatto che il costo marginale della prole sia elevato sembra piu' che ragionevole. E' un sintomo che la nostra societa' sta "internalizzando" tutte le esternalita' ch tu dici, e questo e' efficiente.

D'altra parte, il fatto che una bella famiglia tradizionale numerosa stia diventando un lusso e' una delle motivazioni che mi spinge, arrivato ormai alla mia eta', a lavorare duramente per avere ancora piu' successo e garantirle un futuro brillante.

Il fatto che in futuro ve ne saranno molte meno, questo si' mi inquieta, non so tutti questi single, coppie senza figli cosa possano produrre di buono se non un'attitudine ancora piu' selfish. Questo e' il problema! Ma e' piu' che altro un timore personale.

In base alla mia esperienza, di padre 37enne di due bambini (6 e 4 anni), e di amico di una serie di single e accoppiati/sposati che di figli sembra non vogliano neanche sentirne parlare, metterei un po' più l'accento sulle preferenze. I vincoli (finanziari, immobiliari, lavorativi etc) contano non poco, ma, per me una parte rilevante della spiegazione risiede nei gusti. La vita comoda, la possibilità di spendacchiare i primi guadagni, la "carriera", il timore di non poter offrire ai figli almeno quanto si è ricevuto da figli, sono tutti aspetti che inducono a "wait and see". Nel frattempo, tra una vacanza e l'altra, però, gli anni passano e allora sì che si va ad impattare con il vero vincolo, quello biologico. Concludo dicendo semplicemente, sempre in campo di scelte del consumatore, di non essere troppo avversi al rischio, vi assicuro che la soddisfazione (i.e. felicità) di avere un figlio è molto più alta di qualsiasi stima attualmente disponibile. Questo è almeno quanto ho verificato io.

   

Resta da spiegare allora perche' a svedesi ed americani allora non piaccia la vita comoda e gli altri vantaggi della vita senza figli che hai elencato.

Beh, le spiegazioni possibili sono due: o hanno preferenze diverse, oppure non underestimate l'utility gain (come avviene agli italiani secondo malgudi).

Io voto per la prima opzione.

L'apparente "vita comoda" versus "stress" da figli, come scelta, come preferenza, è per me un aspetto che era stato tralasciato scorrendo i commenti precedenti. Ma ovviamente non l'unica spiegazione. Provo a spiegarmi meglio.

La paura del futuro, non solo per vincoli di bilancio, di fronte a una vita che sembra "comoda", induce all'attesa nella scelta di avere figli.

Americani e svedesi, con i loro sistemi socio-economici, hanno giustamente meno paura del futuro, e una volta genitori hanno a disposizione di una serie di beni e servizi che facilitano non poco rispetto al nostro paese la vita delle giovani famiglie con prole.

saluti

 

Spulciando sul sito della W.H.O. http://www.who.int/whosis/database/core/core_select.cfm si possono confrontare alcuni interessanti dati statistici.

Sempre per rimanere all'esempio di Italia - USA e Svezia, si conferma che effettivamente l'Italia ha un tasso di fertilità dell'1,3%, contro il 2% degli USA e l'1,7% della Svezia

Si fa una intrigante scoperta per quanto riguarda il tasso di fertilità tra le adolescenti:

- USA 4,3% - Italia 0,7% - Svezia 0,7% 

Andando a vedere poi il tasso di mortalità neonatale, abbiamo

- USA 4 x 1000 - Italia 3 x 1000 - Svezia 2 x 1000

mentre il tasso di mortalità infantile è:

- USA 7/100.000 - Italia 3/100.000 - Svezia 4/100.000

il tasso di mortalità materno al parto è invece:

- USA 14/100.000 - Italia 5/100.000 - Svezia 8/100.000

Volendo trarre qualche considerazione da questi dati, mi sembra:

1) che negli USA, visto l'abnorme dato della fertilità adolescenziale, molte gravidanze non sono volute, ma sono accidentali, al contrario di quanto accade in Svezia e Italia 

2) che è molto più sano per una madre partorire in Italia piuttosto che in Svezia o USA

3) che il rischio di mortalità infantile è più basso in Italia che in altri paesi

Il che sembra rafforzare la tesi che che il calo di fertilità italiano non è dovuto a carenze assistenziali, ma a scelte culturali.

Si, ho trovato una evidenza che molti uomini che vogliono farsi una famiglia vanno verso l'estero e in particolare verso l'est. La spiegazione per la maggior parte ( di quelli che conosco), e' che le donne  li' sono  piu' tranquille e con meno richieste.

 

Non esculdo che una grande famiglia e' una cosa molto bella, ma le donne  ora possono decidere di non fare figli e a volte questo non viene compreso da un uomo, cosa che  a volte percepisco anche  nei commenti.

Ci sono molte evidenze che avere un figlio puo' solo aumentare la felicita' in  un uomo, questo non e' un fattore scontato per le donne.

Conosco molte coppie con un solo figlio e non vogliono sapere di farne altri, le risposte sono sempre le stesse: costano molto, mi rubano tempo, ho paura per il loro futuro ecc.

Inoltre una percentuale di donne odia  la gravidanza perche' il corpo si traforma e bombardate dalla televisione di super belezze, decidono di non farne.

Si potrebbe aumentare la fertilita' in Italia dando la possibilita' ad adozioni piu' facili. Credo che molte coppie sarebbero piu' dispsote ad adottare che a procreare.

 

 

 

Ci sono molte evidenze che avere un figlio puo' solo aumentare la felicita' in  un uomo, questo non e' un fattore scontato per le donne.

Da dove deriverebbe questa asimmetria? E' solo legata al fattore estetico della gravidanza? A naso direi che, soprattutto nei primi anni di vita del bambino, casomai è il contrario.....comunque credo che vada molto da caso a caso.

Si potrebbe aumentare la fertilita' in Italia dando la possibilita' ad adozioni piu' facili. Credo che molte coppie sarebbero piu' dispsote ad adottare che a procreare.

C'è evidenza empirica a favore di questa tesi? A me sembra esattamente il contrario, cioè che ultimamente, se proprio si vuole un figlio, deve essere PROPRIO a tutti i costi.

Sono d'accordo che le donne hanno il diritto di decidere di non avere figli, ma non condivido che poi, mi sembra di percepire, biasimino i maschi che si orientano verso est. Anche loro hanno il diritto di farli con chi preferiscono.

La storia della felicità di avere un figlio maggiore per gli uomini non la capisco proprio. Ma l'evidenza empirca di cui parli si riferisce per caso a situazioni in cui durante la gravidanza la donna si è ingrassata troppo e ha poi faticato a perdere i chili? Beh, allora il danno si ripercuote non poco anche sul benessere di un compagno (fedele).

ciao

  

Provo a dire la mia, seppur a scoppio ritardato ... 

- Il dato presentato da Andrea e’ interessante, ma evitiamo di pensare che la differenza fra noi e la Svezia sia gigantesca. A seconda della misura scelta (TFR, completed fertility, CBR) la differenza oscilla fra 0.23 e 0.37 figli per donna. Non mi sembrano differenze tali da permettere esercizi statistici sofisticati e dalle quali si possano trarre grandi conclusioni sulla cultura, i servizi pubblici e gli incentivi alla fertilita’.

- Discorso leggermente diverso per gli USA, con i quali la differenza e' di circa .7-.8 figli per donna, ma in questo caso una parte sostanziale della stessa viene spiegata dalla fertilita’ leggermente piu’ alta dei negri e da quella sostanzialmente piu’ alta di ispanici ed altri gruppi d’emigrati. La fertilita’ dei bianchi USA e’ in linea con quella EU (il TFR attuale EU si aggira su 1.5-1.6, quello dei bianchi se non erro, viaggia attorno al 1.7). Una spiegazione esauriente ed intelligente di perche’ vi siano tali differenze fra i vari gruppi etnici USA non sembra disponibile. Le varie teorie “culturaliste” si sono o ben rivelate vuote (fanno piu’ figli per ragioni culturali) o ben schiantate contro evidenza contraria (i cattolici fanno piu’ figli dei protestanti, i laureati fanno piu’/meno figli dei non laureati, ...).

- Come ha giustamente osservato Sabino Patruno, il fatto che la fertilita’ sia da sempre piu’ alta al Sud (dove i servizi pubblici non ci sono) che al Nord (dove non ci sono meno) e che raggiunga i minimi in regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana dove i servizi per l’infanzia sono al massimo distrugge anche quest’altra troppo facile relazione causale. Rimandando, ovviamente, alla “cultura” nel senso dell’aria fritta.

- Le medesime osservazioni su Italia e USA (ma potete aggiungervi quanti altri paesi volete) suggeriscono anche che l’argomento “mercato immobiliare” difficilmente spiega le variazioni di fertilita'. Saranno costose le case, ma e’ piu’ facile comprarsi una casa ora che 50 anni fa, e la fertilita’ ha fatto il rovescio. Di nuovo, per definizione i cosidetti “ricchi” hanno meno problemi dei “poveri” a comprarsi la casa ampia ma non v’e’ evidenza alcuna che facciano piu’ figli ...

- Lo stesso vale per il reddito. Conosco i dati USA al riguardo, ed in USA la fertilita’ e’ leggermente piu’ alta fra le donne con mariti nel primo decile di reddito (il piu’ basso) mentre e’ piatta per gli altri nove. I ricchi americani fanno, in media, tanti figli quanto i poveri americani (occhio a fare inferenze erronee assumendo che immigrante implichi povero e cittadino USA implichi ricco). Non ho idea alcuna dell’Italia, ma mi stupirei se scoprissi che i ricchi italiani fanno piu’ figli dei poveri italiani. E’ invece vero (vedi ISTAT) che si fanno leggermente piu’ figli al Sud che al Nord ma, d’altra parte, e’ al Centro dove se ne fanno di meno in assoluto. Quindi l’inferenza basata sul reddito medio (statisticamente rilevato) non mi sembra funzionare.

- L’ipotesi secondo la quale il sistema di sicurezza sociale (sia privato che pubblico, pensioni in particolare) ha una forte influenza sui tassi di fertilita’ faccio fatica a criticarla se non altro perche’ ci ho lavorato e scritto sopra abbondantemente (con Ana Montes e con Cristina De Nardi e Larry Jones) e sia la teoria che i dati a mia conoscenza non lo rigettano. Anch'essa comunque fa parecchia fatica a spiegare variazioni piccole, come quella fra Nord e Sud Italia, o fra Italia e Svezia (o Francia: se volete un paese a natalita' "alta" nella vecchia Europa, guardate alla Francia). In questo caso, anzi, la "cultura" fa giochi strani: uno degli aspetti in cui la "cultura" influenza l'incentivo alla riproduzione e' la disponibilita' di nonne-baby sitters. Notoriamente, la "cultura" mammista-familiare italiana dovrebbe fornire molte piu' nonne disposte ad immolarsi per i nipotini della figlia/figlio che non le individualiste Svezia, USA e, relativamente, Francia dove i figli se ne devono andare da casa a 20 anni e la nozione di famiglia patriarcale non esiste da tempo ...

- Poi ci sono le preferenze, e qui la notte si fa buia. Perche' mai le preferneze svedesi sono diverse dalle italiane? Per ragioni "culturali"? Allora vedi sopra ... Per ragioni "genetiche"? Suvvia, quale sarebbe il meccanismo di selezione genetica all'opera? Temo questa strada riporti solo a quella della "cultura": giusta per definizione, ma inutilizzabile a spiegare alcunche'. Quali elementi della "cultura" svedese spiegano le differenze nei tassi di fertilita' con l'Italia? Come si misurano tali elementi e come si testa tale teoria?

Ho aggiunto la colonna della Francia

Ammetto che fare riferimento sic et simpliciter alla "cultura" rischia di portarci una ventata di aria fritta non propriamente salubre e poichè io stesso ho utilizzato questo termine, faccio qui pubblica ammenda.

Tuttavia, provando a dare sostanza all'aria ed a vedere se oltre altre alla puzza si riesce a trovare anche un po' di fritto di paranza, ipotizzo alcuni degli elementi "culturali" che possono influire sul decremento del tasso di fertilità italiano:

1) dimunuita influenza della chiesa cattolica e quindi del valore procreativo del sesso. Sino agli anni 70, l'equazione era matrimonio = figli - donna = madre e questo "comune sentire" era rafforzato e ideologicamente giustificato da un "comune credere" cattolico, che oggi per fortuna o purtroppo, a seconda dei punti di vista, è venuto meno

2) accresciuta voglia di edonismo, in rapporto causa effetto con il punto 1). Lo ha già evidenziato anche Catia Nicodemo: le donne (ma anche gli uomini) hanno molta meno voglia di sacrificarsi e vogliono godere la propria (ri)trovata libertà economica e sociale, procrastinando la gravidanza che viene vista come un ostacolo al perseguimento del diritto a tempo libero - vacanze - pizza - birra e discoteca (ok semplifico, ma il concetto è quello)

3) sindrome da Peter Pan, in rapporto causa-effetto con i punti 1) e 2). L'ingresso nel "mondo reale" delle responsabilità viene sempre più rinviato (o almeno ci si prova) e se i nostri genitori erano "adulti" a 25 anni, oggi a 35 anni si è ancora "ragazzi". Il che non è l'altra faccia del mammismo, dato che riguarda anche la maggior parte dei single che vivono da soli

4) penuria di nonne-baby sitter, in rapporto causa-effetto col punto 2). La mamma di una ragazza di venticinque anni,  è oggi una donna pienamente attiva, fisicamente e mentalmente, che o lavora a sua volta e quindi non ha nè energie  nè voglia di dedicarsi eccessivamente ai nipoti, o è una (baby) pensionata che ha ora voglia di godersi il suo tempo liberato e quindi tempo libero, vacanze, pizza, birra e forse non la discoteca, ma la balera perchè no...

5) cronica mancanza di collaborazione maschile, in rappporto di causa effetto col punto 3). Il maschio italiano, tradizionalmente, non ha mai aiutato molto le donne di casa, che pertanto sono giustamente restie a unire agli "ordinari" oneri lavorativi (sia casalinghi che esterni) anche quelli connessi a plurime gravidanze e alla crescita dei figli. Non voglio dire che gli uomini non aiutano, ma è indubbio che - soprattutto nei primi anni - la cura dei figli è prevalentemente affidate alle mamme. Non escludo che alcuni padri, posti di fronte alla necessità di "dare una mano", preferiscano, magari inconsciamente, limitare il proprio impegno e quindi il numero di figli.

6) diverso rapporto delle donne col proprio corpo (vedi anche l'altra discussione in corso su questo blog). Per alcune la gravidanza è vista come un "contributo all'invecchiamento" e quindi va procrastinata il più possibile, per consentire di rimanere più giovani più a lungo 

Probabilmente ci sono anche altre motivazioni "culturali", ma è ora di pranzo e la fame incalza (btw oggi cucino io perchè mia moglie torna più tardi e i miei tre figli mi reclamano).

 

Tutte osservazioni condivisibili.

Pero', e qui sta il punto, tutte perfettamente applicabili anche alle culture di altri paesi. Alcune con maggior intensita', altre con meno, ma la sostanza e' quella. I cambi culturali che segnali sono avvenuti negli USA come in Italia, in Francia come in Svezia, in Spagna come in Portogallo. Questi cambiamenti aiutano a capire perche' nel secondo dopoguerra il tasso di fertilita' sia passato, nel mondo occidentale, da circa 3.0 figli per donna a 1.5-2.0, raggiungendo estremi di 1.2-1.4 in paesi come Italia e Spagna (a dire il vero, i paesi del defunto "blocco comunista" hanno avuto cadute temporanee ancora piu' drammatiche, ma sembra che ora la fertilita' sia in ripresa in tutta l'Europa dell'Est).

Tali cambiamenti culturali, ripeto, sono comuni a tutto il mondo occidentale (non siamo l'unico paese cattolico, e molte chiese protestanti favoriscono la procreazione tanto quanto il papa romano: i puritani USA si riproducevano come conigli nel 1700-1800!) e persino al Giappone (ed anche li' la fertilita' e' caduta). Poiche' sono comuni a questi paesi non possono spiegare i differenti risultati che osserviamo. Magari spiegano le differenze fra Europa e Nord Africa o Medio Oriente, ma non di certo fra Italia e Svezia. Un criterio elementare che un nesso "causa-effetto" deve soddisfare per essere sensato, testabile e non tautologico e' che a cause identiche corrispondano effetti identici e che la spiegazione di un effetto differenziale debba trovarsi in almeno UNA causa differenziale. Insomma, se qualche tratto culturale deve spiegare la bassa fertilita' italiana e spagnola (rispetto, chesso', alla svedese o francese) e' necessario che tale tratto culturale sia COMUNE a Italia e Spagna e DIFFERENZIATO in Svezia e Francia.

I tratti culturali che segnali non soddisfano tale criterio di "varianza" e, quindi, non aiutano a spiegare perche' la fertilita' italiana e spagnola siano cosi' particolarmente basse. Questo, mi sembra, era il quesito che Andrea poneva. 

Un quesito differente, ma ugualmente interessante, e' perche' tali cambiamenti culturali siano avvenuti quasi tutti durante la seconda meta' del XX secolo e nel mondo economicamente "avanzato" e "capitalista", mentre non sono avvenuti altrove o in altre epoche. 

 

Credo che il tratto comune - almeno per Italia e Spagna - possa essere la rapidità del cambiamento.

Questi due paesi sono stati, sino a epoca relativamente recente, a forte impronta cattolica, con gerarchie ecclesiasitche invasive (non solo mediaticamente come oggi, ma anche nella vita di tutti i giorni) e ad economia prevalentemente agricola o al massimo legata all'industria di base.

In tempi estremamente rapidi, l'Italia dalla fine degli anni 50/primi anni 60 e la Spagna post Franco, sono usciti da un letargo sociale ed economico che ha comportato la radicale trasformazione dei rapporti familiari, che altre nazioni hanno potuto digerire in tempi più lunghi.

La conseguenza è che oggi ci troviamo nel pieno di una dinamica che altre nazioni hanno potuto metabolizzare diversamente e quindi non escludo che, metabolizzato anche noi il cambiamento, si torni a procreare di più.

A questo aggiungerei, per tornare alla Svezia, una certa etica protestante del sacrificio.

Senza scomodare Weber (ma come pura sensazione "di pelle"), direi che il fenomeno del Peter Pan e dell'edonismo, sono meno invasivi nelle culture nordiche rispetto alla nostra e quindi meno influenti sul tasso di fertilità, ossia fanno si che il primo figlio arrivi in età meno matura di quella italiana.

Sarebbe forse il caso di verificare l'età media del primo parto e raffrontare un po' i diversi paesi.... mi chiedo se il sito dell'eurostat possa servire. 

Un quesito differente, ma ugualmente interessante, e' perche' tali
cambiamenti culturali siano avvenuti quasi tutti durante la seconda
meta' del XX secolo e nel mondo economicamente "avanzato" e
"capitalista", mentre non sono avvenuti altrove o in altre epoche.

Se devo dire la verita', io ho sempre avuto l'impressione che le generazioni precedenti facessero parecchi figli perche' non avevano nulla di meglio per riempire la propria esistenza... Parlo da persona che non ha mai sentito alcun bisogno o anche solo remoto desiderio di avere discendenti, quindi il mio puo' essere un punto di vista "biased", ma io trovo naturalissimo che, specialmente per le donne, la disponibilita' di una vita professionale piu' soddisfacente e remunerativa, e la conseguente liberta' che ne deriva sul fronte della spesa, faccia sembrare poco attraente la prospettiva di legarsi palle al piede per decenni. A cio' si aggiunge il fatto che crescere figli e' un'attivita' meglio gestita dai due genitori: e questo comporta l'ulteriore macigno al piede di impegnarsi a rendere stabile una convivenza che l'esperienza indica essere spesso precaria, e di stabilita' resa ancora piu' improbabile dall'esistenza di fattori compulsivi (niente toglie piacere in una cosa, quanto l'idea di esserci costretti).

Incidentalmente, ho sempre percepito come abbastanza irritante l'etichetta di "egoistico" che a volte viene appiccicata a punti di vista come il mio: egoista e' chi non si cura dei bisogni degli altri, non chi evita di creare ulteriori esseri umani corredati dei loro bisogni...

Segnalo comunque l'interessante visualizzatore statistico Gapminder (sviluppato da Hans
Rosling
e comprato da Google): mettendo sulle ordinate il tasso di fertilita', appaiono abbastanza evidenti sia correlazione inversa tra fertilita' e prodotto lordo che (come mostrato dai colori) i fattori culturali: i punti verdi (Medio Oriente) piu' i due punti rossi di Malaysia e Indonesia (in Asia, ma a maggioranza musulmana) hanno fertilita' nettamente piu' alta di altri paesi di pari GNP.

Anche piu' interessante e' la forte correlazione negativa tra aspettativa di vita e natalita'. Alcuni paesi africani sono andati fuori statistica a partire da meta' anni '90, perche' il crollo dell'aspettativa di vita dovuta all'AIDS e' stata troppo rapida per stimolare un corrispettivo aumento del tasso di natalita' (una simile anomalia, anche se in misura minore, si puo' osservare per la Cina negli anni del "Grande Balzo in Avanti" maoista, e conseguenti morti per carestie).

Insomma, se qualche tratto culturale deve spiegare la bassa fertilita'
italiana e spagnola (rispetto, chesso', alla svedese o francese) e'
necessario che tale tratto culturale sia COMUNE a Italia e Spagna e
DIFFERENZIATO in Svezia e Francia.

Lasciam stare la Spagna: i motivi potrebbero essere diversi dai nostri.Tra l'Italia ed il resto d'europa il dato differenziato è l' età in cui si lascia la famiglia di origine.

Allo stesso modo credo che la maggior fertilità nel sud sia legata alla sua arretratezza: il calo generalizzato di fertilità li è iniziato dopo e più lentamente. Se non sbaglio attualmente la natalitàè in leggera ripresa al nord (parte del calo era transitorio in quanto dovuto all' innalzamento dell' età delle madri).

Tra l'altro dubito sia decisivo, ma credo che il clima sia un discreto incentivo per la "sindrome di Peter Pan".

 Un quesito differente, ma ugualmente interessante, e' perche' tali
cambiamenti culturali siano avvenuti quasi tutti durante la seconda
meta' del XX secolo e nel mondo economicamente "avanzato" e
"capitalista", mentre non sono avvenuti altrove o in altre epoche.

Credo sia semplicemente perchè senza welfare pubblico o privato l' unica chance per passare una vecchiaia serena è avere un discreto numero di figli che ti mantengono, il che a sua volta consiglia di farne almeno il doppio.

Questo si riflette anche sulla cultura: gli immigrati extracomunitari hanno quasi sempre un sacco di figli e di regola trovano sconcertante che noi a 30 anni suonati non siamo neppure sposati.

Se qualcuno avesse dubbi su quanto il fenomeno sia misterioso, nel senso piu' scientifico del termine, la fertilita' aggregata dei cittadini israeliani (perfino considerando il "picco" --forse culturale-- degli haredim che si riproducono ad altissima velocita' e frequenza [provocando l'ira del popolo, da quel che ho ascoltato, essendo loro che non fanno il militare e non pagano tasse a sufficienza per finanziare i servizi alla loro prole]) e' un sesto della fertilita' dei cittadini di Gaza (non so di che cosa siano cittadini adesso, il problema e' davvero complicato...)

 

 

Sia l'Islam? Ho seri dubbi perche' vi e' la stessa pressione pro-natalita nella cultura religiosa degli ebrei, che non possono convertir nessuno, che tra gli islamici che hanno una politica iper-attiva di conversione dei pagani alle loro credenze. 

La tabella che trovate qui sotto indica l'età media delle donne al primo parto (fonte eurostat). D'accordo, la statistica non è aggiornata al 2007 (non sono capace  - nè ho tempo -  di trovarne un'altra più recente), ma comunque - decimale più decimale meno - mi pare un dato attendibile.


Per quanto riguarda l'Italia, sia pure ferma al 1997, l'età indicata è di 28 anni, che vista la tendenza mostrata dal grafico, oggi può forse essere diventata  29 anni.


I paesi a relativo alto indice  di fertilità (Francia e Svezia del nostro esempio, ma lo stesso vale per l'Inghilterra) non hanno un'età media al primo parto dissimile da quella italiana, il che sembra smentire l'ipotesi che in Italia si fanno meno bambini perchè le donne hanno la prima gravidanza troppo tardi (cosa che pure io pensavo).


Se a Roma (in media) Maria  partorisce per la prima volta a 28 anni, così come  Ingrid a Stoccolma e Brigitte a Parigi, occorre capire perchè mai Maria (mediamente) al massimo fa un solo altro figlio, mentre Ingrid e Brigitte (in media) altri due.


Se fosse solo questione di asili, Reggio Emilia, con la sua "mitica" scuola materna migliore del mondo (come affermava una vecchia classifica credo del NYT) dovrebbe avere il più alto tasso di fertilità d'Europa.


Ed allora ? Torna in pista l'edonismo ? Il reddito ? che altro ?







 


 


P.S. per rispondere alla domanda di Michele Boldrin, sul perchè questi cambiamenti siano avvenuti nel mondo occidentale nella seconda metà del XX secolo, credo che una buona mano d'aiuto l'abbiano data il rimescolamento sociale seguito alla seconda guerra mondiale e - soprattutto - i metodi anticoncezionali.


Grazie alla "pillola" la donna si è liberata dal suo ruolo esclusivamente riproduttivo in cui una certa cultura la relegava, il resto - non tutto, ma una buona parte - è venuto da sè (almeno credo, ma sono pronto a vedermi smentire).

Il problema forse è che gli italiani (all'estero e in patria) appena vedono una tabellina di fertilità ci fanno su milioni di ricerche e dicussioni, mentre il resto del mondo continua a trombare! 

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