Fellini e la scuola
Commenti e citazioni pop riguardo al dibattito sulla riforma Gelmini.
Una versione ridotta di questo testo è stata pubblicata su la Stampa la settimana scorsa. L'articolo ha generato moltissime email, 10 a 1 positive. Faccio riferimenti sotto a quelle negative che, in un certo senso, sono più istruttive, ma ringrazio anche quelli che hanno mandato complimenti, che fanno sempre piacere.
La scuola italiana è una tragedia. Se le elementari appaiono lacunose soprattutto in matematica e scienze (indagine TIMMS, 2003), le medie superiori sono ancora peggio, specie al Sud (indagine PISA, 2006; si vedano anche le interessanti analisi qui e qui). L’università, infine, è fallimentare sia in termini di didattica che in termini di ricerca, come ampiamente documentato ad esempio da Roberto Perotti, L’Universita’ truccata, Einaudi, 2008. A fronte della tragedia della scuola, le discussioni di questi giorni sono invece una commedia, surreale e cacofonica. Parlano tutti assieme, confusamente, incoerentemente, a voce alta, come i concertisti di Prova d’orchestra di Fellini.
Gli studenti in piazza non hanno capito nulla. Lamentano correttamente che l’educazione che ricevono garantirà loro un futuro senza opportunità. Giusto. Si stanno preparando a una vita di rivendicazioni vane. Ma hanno una visione classista della società.
Brandiscono questa visione come un randello, senza capire che se lo danno in testa (sta diventando una moda randellare queste teste - ma non voglio scherzare troppo su questo che le squadracce con poliziotti al fianco non sono per nulla divertenti).
I genitori sono fieri dei propri figli che protestano e occupano. Tutti papà e mamma i nostri bei ragazzi. Per non parlare degli anziani professori che inneggiano al sessantotto che ritorna, nella speranza di aggrapparsi al traino della gioventù altrui: “prenditi pure quel po' di soldi quel po' di celebrità / ma dammi indietro la mia seicento, i miei vent'anni e una ragazza che tu sai”. Ma i più intelligenti tra noi lo hanno capito 37 anni fa (proprio così, 1971) che non c’è niente da fare: “stavo scherzando, luci a San Siro non ne accenderanno più”.
Nè studenti, né genitori, né professori chiedono direttamente un sistema educativo di qualità. Chiedono piuttosto solo maggiori finanziamenti per l’educazione. Ma non è affatto di fondi che il sistema necessita. L’Italia spende per la scuola, dalla materna alle superiori, una percentuale del PIL essenzialmente pari alla media OCSE (dati riferiti al 2005, da OCSE, Education at a Glance, Settembre 2008). Per l’università la spesa annuale per studente, depurata dal numero eccezionale di fuori-corso, è addirittura inferiore solo a quella di USA, Svizzera, e Svezia.
[Nota: Per capire bene cosa ci dicono i dati sulla spesa relativa dell'Italia per la scuola è necessario osservare che l’Italia
è diversa dagli altri paesi Ocse in tre importanti dimensioni: i) bassa
fertilità, ii) pochi laureati (meta’ della media Ocse tra 25 e 34 anni), iii) tanti fuori-corso. È opportuno quindi
disaggregare l’università dal resto della scuola. Per le scuole primarie e secondarie è meglio
usare spesa su Pil, che è la statistica classica (nonostante la bassa
fertilità). Per l‘università invece, la spesa su Pil è pessimo indicatore a
causa del basso numero di laureati. La spesa per studente è meglio ma va
depurata dai fuori corso (usando studenti “full time equivalent”, come fanno Stefano Giagliarducci, Andrea Ichino, Giovanni Peri, e Roberto Perotti). Questo è
necessario perché i) i fuori-corso non consumano servizi come gli studenti a
tempo pieno, ii) non depurare significherebbe usare un aspetto deleterio del
sistema universitario per far apparire il sistema a più bassa spesa per
studente. Questo motiva le statistiche usate nell’articolo e fornisce una
immagine accurata della spesa relativa dell’Italia nella scuola. Ringrazio Alessandro Feis e Giancarlo Pizzuttelli, le cui email di reazione sconcertata al mio articolo sulla Stampa mi hanno indotto a questa precisazione.]
Il ministro Gelmini, da parte sua, invoca una «scuola della serietà, del merito». Parole sante. Ma poi finisce per tagliare i fondi indiscriminatamente. Per le scuole che funzionano così come per quelle che non funzionano. Per il Nord, dove le superiori sono in media a livelli europei, così come per il Sud, dove sono peggio di molti paesi in via di sviluppo (PISA, 2006). Il ministro propone inoltre di trasformare le università in fondazioni. Ottimo. Ma poi prevede di garantire fondi pubblici di perequazione per le università peggiori, quelle che non riescano ad attrarre fondi privati attraverso le fondazioni stesse. Ne abbiamo parlato qui, in un certo dettaglio.
Nota: C'è di peggio. Ecco cosa dice sulla questione l'Associazione Nazionale Docenti Universitari (ANDU):
Il grande movimento di protesta, che chiede l'ABROGAZIONE (non la sospensione come chiede invece ora il PD) della Legge 133 e con particolare forza dell'articolo sulle Fondazioni, ha ben chiaro che, trasformandoli in Fondazioni private, si regalerebbero gli Atenei statali ai gruppi di potere accademico-politici, ai quali si elargirebbero ulteriori risorse pubbliche.
E non voglio nemmeno iniziare a parlare dei grembiulini e del 7 in condotta, per carita' di patria.
I rettori universitari minacciano le dimissioni di gruppo per protesta. Lo fanno ogni volta che sentono parlare di tagli. Nel Novembre 2006 lamentavano una insufficiente crescita del fondo di finanziamento, che avrebbe portato a «il blocco degli atenei, dei servizi, la cancellazione del futuro per i nostri giovani». Oggi si legge nella mozione della Conferenza dei Rettori, approvata all’unanimita nel Luglio 2008: «L’università non reggerà l’impatto. Una situazione che […] porterà inevitabilmente l’intero sistema universitario pubblico al dissesto». Davvero le amministrazioni universitarie non hanno alcuna colpa della lievitazione dei costi del sistema? Qualcuno ha sentito i rettori minacciare le dimissioni per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che le nuove regole per i concorsi inducano a promozioni in massa (dal 1999 al 2006 il numero di professori ordinari è cresciuto del 54%)? E sul fatto che nuovi atenei sorgono come funghi nelle sedi più improbabili? E sulla proliferazione di inutili corsi di laurea? Qualcuno ha sentito i rettori minacciare le dimissioni per richiedere finanziamenti basati sulla qualità dei loro atenei? Nel 2007 la quota percentuale dei finanziamenti assegnata sulla base dei "risultati” era del 2.2%; il 97.8% distribuito invece sulla base della spesa storica, cioé favorendo chi ha speso di più, e non meglio, in passato. Insomma, questi rettori, come già suggeriva Sandro tempo fa,
Nota: Su questo punto, non sorprendentemente, ho ricevuto varie email che definire critiche è dir poco. Ne cito una (da un professore universitario, firmata). Lo scambio di email successivo ha chiarito le rispettive posizioni. Ma la lettera resta interessante e rappresentativa per il tono, per la richiesta di una "rettifica" (di che?) e per il timore di essere considerato un "barone" (excusatio non petita.... diceva la mia professoressa di Latino e Greco; allora sì che la scuola funzionava - e i treni arrivavano in orario):
Egregio prof. Bisin,
ho trovato il suo fondo, come purtroppo molti commenti sull'Università, basato su parole d'ordine e non su fatti.
[...]In particolare, le faccio notare che lo stop all'agenzia di valutazione viene da _questo_ ministero.
Sull'argomento "fondazioni":
"Il ministro propone inoltre di trasformare le università in fondazioni. Ottimo."
Perché "ottimo"?
Perché la contabilità è più agile? Ma già adesso è estremamente
agile! (questo è uno dei problemi: chi parla di Università spesso ha
ricordi relativi a venti, trenta o più anni fa).
Perché "privato è meglio"?
Non voglio discutere qui se sia meglio o peggio. So (dati MIUR) che i
privati in Italia non investono. Neanche negli Atenei non statali.[...]
Non spero in una rettifica, ad ogni modo la saluto cordialmenteP.S.: per favore, non mi appicichi l'etichetta di "barone". Sarebbe veramente ridicolo.
Gli insegnanti di elementari, medie, e superiori si preoccupano di difendere le proprie prerogative sindacali senza considerazione alcuna per la qualità del servizio educativo che sono pagati per offrire.
[Nota: Andrea dice che esagero, ma se l'iperbole è passata alla Stampa, passerà a nFA, che con le iperboli fa meraviglie.]
Gli insegnanti rifiutano ogni meccanismo di valutazione del proprio operato, e quindi ogni meccanismo di premio per la qualità dell’insegnamento. Nel 2007,ad esempio, hanno osteggiato con successo i test dell’Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione (INVALSI), voluti dall’allora ministro Moratti. Qui si trovano informazioni sui test e si vede un esempio della pochezza argomentativa degli oppositori.
Infine l’opposizione ha da tempo affrontato i problemi della scuola in modo ideologico, proteggendo le rivendicazioni egualitarie degli insegnanti, in effetti favorendo la mediocrità del sistema educativo. Il precedente ministro Mussi, ad esempio, ha lasciato inutilizzato il sistema di valutazione dell’università CIVR, nonostante questo avesse funzionato con successo (o forse proprio per questo). La riforma del sistema di reclutamento dei ricercatori di Mussi era oscena, nel suo tentativo di accettare formalmente meccanismi meritocratici svuotandoli di ogni rilevanza.
La scuola e l’università pubblica in Italia non hanno bisogno di più fondi. Hanno bisogno di fondi distribuiti in funzione della qualità. Per questo è necessario un sistema di valutazione di scuole e insegnanti, e meccanismi efficienti di incentivo basati su queste valutazioni. Purtroppo nessuno degli attori principali della commedia che si sta svolgendo oggi in Italia sembra comprenderlo.
A pensarci bene non è nemmeno poi così divertente la commedia: gli studenti si calano i pantaloni ed alzano le gonne davanti al senato; i genitori fanno la coda del pavone davanti ai figli rivoluzionari; gli anziani professori cercano le emozioni della prima volta; i rettori potrebbero ben dimettersi una buona volta, ma non si sognano di farlo; il ministro non ha nemmeno il coraggio di emanare una bella circolare che vieti le mutande fuori dal grembiulino...
... e l’opposizione vuole ma non può chiedere la nazionalizzazione della Bocconi, la Cattolica, e la LUISS.
Tutta roba già vista nel teatrino della politica, come si dice. Non ci è rimasta nemmeno la speranza che tutti gli attori ora sul palco a dire stupidaggini siano seppelliti da una risata
.

