Cosa manca all'appello

11 ottobre 2008 Nicola Di Cosmo

Alcune riflessioni sulla parte della legge 133, Agosto 2008, che si occupa di università, e sull'appello degli oramai 2000 docenti universitari italiani contrari ad essa.

Ritorna il
problema dello scontro tra un governo insensibile ai bisogni della cultura e
una classe accademica che, incapace di proporre un programma di rinnovamento,
si arrocca in posizioni di tipo corporativo, slegate da un discorso complessivo
di riqualificazione sia della formazione sia della ricerca. Il
paragone con l’università americana preferisco non commentarlo perché, come sa
qualunque studente di secondo anno al quale capiti di entrare in una qualsiasi
biblioteca universitaria americana, i due sistemi appartegono a galassie
separate e incommensurabili.


Più appropriato mi sembra invece il paragone con il sistema universitario
turco (vedasi qui).
Per quanto il sistema pubblico dell’università in Turchia soffra di una
situazione pecuniaria ancora più grave che in Italia, da qualche anno grazie ad
iniziative del settore privato si è innestato, con l’apertura delle università
di Koc e Sabanci, un meccanismo di rinnovamento che sembra proporre
un’alternativa realistica e qualitativamente apprezzabile. Il fenomeno sembra
prendere piede perché al seguito di Koc e Sabanci sono state fondate quindici
nuove università private.

Il programma dei vari curricula di insegnamento e di
ricerca si è avvalso della collaborazione di decine di consulenti
internazionali, per la maggior parte professori turchi con posti di ricerca
all’estero. I professori “privati” vengono pagati meglio dei loro colleghi nel
settore pubblico (fino a quattro volte); gli studenti pagano una retta alta ma
sono anche selezionati in base al merito; le strutture comprendono
biblioteche, laboratori e sale con computers che funzionano come nelle
università americane. Tra l’altro, guarda caso, è proprio la Turchia il paese
europeo con la classe professorale più giovane, con ordinari e associati che
salgono in cattedra in media a 38 anni, quando in Italia questa è l’età media
dei ricercatori (vedi qui).


Naturalmente la Turchia è la Turchia e l’Italia è l’Italia. Sarebbe sbagliato
prendere a modello qualsiasi esperienza straniera senza il solito grano di
sale, ma l’esempio turco dimostra senz’altro una dinamicità superiore a quanto
mai abbiano proposto gli appelli dei docenti italiani. Oggi una gran
parte delle università ha i conti in rosso, e pochissimi denari da dedicare
perfino alle spese di ordinaria amministrazione, per non parlare di biblioteche
e aggiornamento professionale. Quest’immensa spesa pubblica rende tuttavia
molto poco, visto che dei settantotto atenei solo due o tre si
classificano verso il fondo delle graduatorie delle migliori cinquecento
università del mondo (vedi qui).
Una buona parte degli studiosi italiani formatisi nelle strutture
pubbliche appena possibile prende la strada dell’estero: una perdita secca per
il contribuente italiano e un regalo alle economie e alle università straniere.


Allora ci si aspetterebbe che in Italia chi ha davvero a cuore la ricerca e
l’università, incominciasse ad esprimere delle proposte serie, che contemplino
in primo luogo il varo di programmi di ricerca e d’insegnamento adeguati ai
tempi, e in secondo luogo (l’ordine è essenziale) la selezione del personale
docente in base a criteri di merito riconosciuti a livello internazionale. Solo
allora sarà possibile attrarre verso la formazione e la ricerca gli
investimenti privati di cui l’università ha disperatamente bisogno.
Questa è la strada che molti paesi europei hanno già da anni intrapreso. Si
tratta di tracciati più vicini a ciò che il sistema italiano potrebbe proporre,
e con i quali, quindi, sarebbe più facile confrontarsi.

Il sistema
americano può e deve restare un punto di riferimento perché produce molto di
più di qualsiasi altro sistema, ma non può essere proposto a modello, né
negativo né positivo. Purtroppo l’università italiana è talmente calcificata che
è raramente possibile produrre un qualche cambiamento. Se guardiamo alla
Turchia, però, possiamo pensare ad un modello che proponga non la
trasformazione del pubblico in privato, come vorrebbe il governo Berlusconi, ma
la creazione di un sistema privato complementare che riesca a offrire a
studenti, ricercatori e docenti che oggi preferiscono studiare e lavorare
all’estero una qualità di formazione e ricerca di prim’ordine, competitiva a
livello internazionale. Forse il sistema pubblico non riuscirebbe comunque
a rinnovarsi, ma per lo meno le “fughe” si ridurrebbero, e questo sarebbe già
un bel risultato.

P.S. Per ulteriori materiali di discussione su questo problema, mi permetto di rinviare a ISSNAF.

18 commenti (espandi tutti)

Sabanci is not alone; 15 new private universities have opened in the
last five years. But Sabanci's establishment two years ago by one of
Turkey's wealthiest and most influential families and its sleek $200
million campus raised the bar in the effort to remake education.

il ragionamento è questo: l'università italiana è irriformabile. quindi ben venga la sua rovina. intanto spingiamo la famiglia Berlusconi (per fare un nome tra i tanti) oppure Confindustria a finanziare super università d'elite. ma cosa frena i privati a metter su le proprie università? La liuc esiste già da tempo, ad esempio. anche se non sono riuscito a capire esattamente il suo sistema di finanziamento

cosa frena i privati a metter su le proprie università?

Il valore legale del titolo di studio. E le altre universita', quelle coi deficit da centinaia di milioni, quelle con un numero di docenti spaventosamente alto rispetto al numero di studenti, quelle che sfornano laureati che non hanno la preparazione richiesta dalle industrie, ma che hanno il monopolio dell'assegnazione delle lauree, quelle universita' si oppongono selvaggiamente ad avere concorrenti da cui non potrebbero che essere costrette a chiudere.

 

 

cosa frena i privati a metter su le proprie università?

Sostanzialmente lo Stato con le sue leggi e il suo operato disincentiva la creazione di universita' private e tende ad infettare anche le universita' private esistenti. Vediamo perche':

Concorrenza sleale

Lo Stato finanzia coi soldi dei contribuenti universita' statali che quindi possono offrire corsi di laurea facendo pagare tasse universitarie modeste. Vi potrebbe essere concorrenza leale tra universita' private e statali se lo Stato attribuisse finanziamenti uguali ad ogni universita' (pubblica o privata) in base a parametri quanto piu' possibile oggettivi come numero di studenti laureati, qualita' delle lauree misurata con occupazione e salari dei laureati, citation index dei docenti, ranking internazionale, riconoscimenti internazionali. Se vi fosse competiizone leale, sia le universita' private che quelle statali avrebbero incentivi a produrre migliori risultati e avrebbero uguali opportunita' di partenza potendo disporre di finanziamenti statali comparabili. Invece, lo Stato italiano finanzia preferenzialmente universita' statali poco produttive, localistiche e nepotistiche, o meglio senza alcuna proporzionalita' a risultati e ranking internazionale, e non finanzia le universita' private anche se sono ai vertici mondiali (per quanto ne so, se mi sbaglio sono benvenute le correzione).

Valore legale del titolo di studio

L'esistenza del valore legale del titolo di studio e la fissazione per legge di punteggi relativi in concorsi statali distorce il valore dei titoli conseguiti, privilegiando le universita' con minore reputazione, minore ranking, e maggiori caratteristiche di esamificio. Nel contesto italiano, insomma lo Stato promuove CEPU e universita' similari, perche' con poco costo e pochi sforzi producono il pezzo di carta che facilita i concorsi e aumenta i salari nel settore statale, indipendentementa dalla qualita' del titolo.

Infezione da parte del sistema universitario statale

Per ottenere riconoscimento da parte dello Stato, le universita' private devono sottostare alle costrittive regole di reclutamento e di carriera per anzianita' fissato per il settore statale. Le regole di reclutamento sono ballerine e variabili ma sottostanno al principio costante di tendere ad un reclutamento cooptativo dei docenti da parte della comunita' nazionale dei docenti del relativo settore disciplinare (in teoria e in principio). O i docenti delle universita' private si uniformano agli standard nazionali per scambiare favori e ottenere di avere qualche influenza nel proprio reclutamento, oppure essendo in minoranza 1 contro 4 nelle commissioni verranno semplicemente colonizzati. Cosi' se il sistema statale e' infetto, infettera' anche il sistema privato, nel primo o nel secondo modo.

 

se ti seguo bene non c'è un problema di valore legale ma di "fissazione per legge di punteggi relativi in concorsi statali". bisognerebbe capire cos'è il valore legale. dando per buono quello che dice wikipedia:

 Il valore legale del titolo di studio determina una certezza legale
circa il possesso, da parte dei soggetti che ne siano muniti, di una
data preparazione culturale o professionale, risultante dalla
conformità del corso di studi seguito agli standard fissati
dall’ordinamento didattico nazionale. Tale certezza legale opera non
solo nell’ordinamento didattico, consentendo il proseguimento degli
studi, ma in tutto l’ordinamento giuridico nazionale, consentendo, ad
esempio, la partecipazione a pubblici concorsi o l’esercizio di
determinate professioni, previo il superamento di un esame di Stato
(art 33. Costituzione).

non ci vedo nulla di male. si sta dicendo che per fare l'infermiere devi aver seguito un corso di studio garantito diciamo così dallo stato (dalla legge) che certifica la conformità del corso stesso a standard nazionali. giusto per non far competere un chiromante con uno psicologo. oppure un muratore con un ing. civile. ci vuole un standarizzazione, questo è normale. non penso sia questo il problema principale dell'università ma ammetto che posso tranquillamente non afferrare il punto.

tutte le altre tue critiche possono ricondursi alla mancanza di chiari criteri meritocratici all'interno dell'università, che sia tutta pubblica o privata o mista non è questione centrale. o mi sbaglio? ma qui penso siano tutti concordi sulla necessità di introdurre criteri meritocratici che determino i vari passaggi di carriera, conferme ecc ecc. è questo il problema principale. altro problema attualissimo è l'assenza politica ed istituzionale del ministro dell'istruzione che da mesi parla solo di fuffa e non si degna di spiegare chiaramente cosa ha in mente il governo per le università italiane (questo problema lo ritengo centralissimo perchè, al di là delle nostre opinioni, su cosa di discute concretamente? su davvero poco visto che non sappiamo praticamente nulla e tiriamo ad ipotizzare)

Sul valore legale, avevo sostenuto una posizione simile alla tua agli albori di nfa, in questo articolo, suscitando parecchio dibattito. Il problema riguarda solo l'impiego pubblico, che pero' in italia riguarda una frazione consistente della forza lavoro. Non esiste una legge che dica "il titolo di studio ha valore legale", quindi eliminarlo e' un po' complicato. Il problema e' che occorrerebbe cambiare i criteri di reclutamento nel settore pubblico riducendo il peso dato al "pezzo di carta" ed aumentando quello dato ad altri segnali di qualita'. 

il valore legale del titolo di studio è, secondo me, un falso problema. laurearsi in ing. meccanica a torino è diverso che laurearsi a macerata. e l'azienda x che ti assume lo sa benissimo.

le università pubbliche si oppongono selvaggiamente? in che senso scusa? la liuc esiste già. che problemi ci sarebbero nell'ampliarla o nel metterci dentro più soldi? non capisco

no, johnny, il valore legale del titolo di studio e' un macigno: hai ragione quando dici che e' irrilevante per il settore privato, ma dimentichi il settore pubblico -- tutti i concorsi pubblici che richiedono la laurea non sarebbero accessibili a laureati da universita' private se queste non fossero riconosciute dal governo.

per questo, per commentare la proposta di nicola, il sistema misto e competitivo pubblico-privato e' un'ottima idea ma non puo' funzionare finche' le universita' private sono imbrigliate dal sistema pubblico. infatti in italia ci sono ben 16 universita' private (anche escludento le 11 universita' "telematiche", altra anomalia di cui sarebbe interessante parlare).

l'imbrigliamento avviene come segue: per essere riconosciuti e quindi poter rilasciare titoli accademici che abbiano valore legale le universita' private sono soggette alle stesse regole di quelle statali. questo vuol dire in particolare che non c'e' liberta' di reclutamento dei docenti ne' di differenziazione salariale (sia tra loro sia tra loro e quelli delle universita' statali -- correggetemi se sbaglio) perche' tutto avviene secondo le regole dei concorsi pubblici e si applicano i contratti nazionali.

in questo modo le universita' private sono fortemente limitate e non sorprendentemente non riescono ad attrarre i fondi che altrimenti potrebbero attrarre.

insomma, pure li turchi fanno meglio di noi! 

Sul reclutamento hai ragione: le private non possono assumere al di fuori del sistema di reclutamento nazionale. Sulle retribuzioni invece no. Le università private possono, volendo, pagare di più i loro docenti. La Cattolica non lo fa, mentre la Bocconi sì. Non saprei dirti nulla sulla Luiss e sulla Liuc.

Grazie per la precisazione, Fausto. Possono pagarli di piu' e anche differenziare tra loro senza limiti?

C'e' un punto interessate: puoi dirci, indicativamente, di quanto gli stipendi alla Bocconi superano gli equivalenti nelle statali? Perche' se la differenza fosse per un fattore relativamente piccolo, un'ipotesi che prenderei seriamente e' che l'imposizione del sistema di reclutamento pubblico ha un effetto sulle retribuzioni (e' molto strano ad esempio che una grande universita' come la Cattolica possa differenziare ma non lo fa).

Per quanto riguarda il valore legale del ttolo di studi ti hanno gia' indicato che il settore pubblico ne tiene conto, eccome. Come esempio, ti posso indicare che molti dipendenti statali prendono una laurea presso universita' che gli riconoscono un numero elevato di crediti in funnzione della loro carriera, al solo scopo di avere un aumento salariale grazie al sempice possesso di un pezzo di carta con scritto laurea, non importa in cosa. Sto parlando di dipendenti delle forze armate, delle forze di polizia, dei ministeri, della pubblica amministrazione. Il "business" messo su da universita' che facilitano la distribuzione di queste lauree e' notevole e redditizio: alto numero di iscritti che in piu' non frequentano, non occupano spazio nelle aule, non chiedono servizi, pagano le tasse e a cui serve solo il pezzo di carta. L'eliminazione del valore legale distruggerebbe questo gioco.

L'opposizione selvaggia (un vero e proprio boicottaggio) all'apertura di nuove sedi universitarie private, ma anche pubbliche, sedi che tolgono iscritti alle universita' gia in circolazione, viene effettuata in tanti modi, non ultimo esplicite minacce sulle conseguenze per la carriera di chi prende in considerazione di andare a tenervi dei corsi o di "afferirvi". La perdita di iscritti equivale alla perdita di posti da assegnare e di finanziamenti da gestire, con una diminuzione notevole del potere di chi e' al comando ora.

 

Il "business" messo su da universita' che facilitano la distribuzione
di queste lauree e' notevole e redditizio: alto numero di iscritti che
in piu' non frequentano, non occupano spazio nelle aule, non chiedono
servizi, pagano le tasse e a cui serve solo il pezzo di carta.

Rizzo e Stella scrivono qui del problema delle lauree svendute ai dipendenti statali.

Una curiosita': ma il Rettore di Siena che ha messo su la convenzione con l'Arma di cui si parla nell'articolo, e' lo stesso di cui si parla qui?

 

Io con le università (Università di Napoli, Facoltà di Ingegneria) ci collaboro, ma se il sistema universitario è alla caccia di "Paper", pubblicazioni e altro, per poi fare punteggi stiamo freschi.

Da come la vedo io noi sforniamo legioni di avvocati, medici, lauerati in Storia, Lettere, Filosofia, Architettura, insomma Facoltà "Umanistiche", ma pochi in materie "Scientifiche", allora decidiamoci: o il numero di laureati è congruo, e allora va bene così, o incongruo, e allora dobbiamo riformare i percorsi, non le Università ( o non solo).

La confusione, tutta italiana, di livello di preparazione degli studenti, e tipo di laurea è sconfortante. Poichè conosco entrambi i tipi, un laureato in Ingegneria Civile del Politecnico di Torino è molto simile a quello, per esempio, di Salerno, diverso se parliamo di Ingegneria Meccanica, o Ingegneria Elettronica. Ingegneria Gestionale a Cosenza ha dovuto dare una laurea Honoris Causa a BS per far sapere che esiste.

Non voglio fare un libro, dico solo che il numero di Università in Italia è allucinante, praticamente una in ogni provincia: perchè ? E poi perchè mantenerle nel centro (o quasi) delle città ? Ridurre il numero delle Università, "concentrare" i campus in luoghi decenti, stabilire  il numero massimo di alunni per docente, ma anche quello minimo, questa sarebbe la prima strada, poi pubblica o privata poco cambierebbe.

Certo che se per Università privata prendiamo ad esempio il CEPU, allora viva l'Università pubblica !

Io con le università (Università di Napoli, Facoltà di Ingegneria) ci
collaboro, ma se il sistema universitario è alla caccia di "Paper",
pubblicazioni e altro, per poi fare punteggi stiamo freschi.

Quando si fa ricerca e si compete per i fondi, oppure si compete per studenti alla ricerca di istruzione di qualita' ci vorra' pure qualche criterio di confronto, no? Se poi docenti universitari collaborano con le imprese, questo secondo me dovrebbe essere regolato dal mercato, i docenti dovrebbero avere un contratto che permetta loro collaborazioni e consulenze private con relativi compensi.

Da come la vedo io noi sforniamo legioni di avvocati, medici, lauerati
in Storia, Lettere, Filosofia, Architettura, insomma Facoltà
"Umanistiche", ma pochi in materie "Scientifiche", allora decidiamoci:
o il numero di laureati è congruo, e allora va bene così, o incongruo,
e allora dobbiamo riformare i percorsi, non le Università ( o non
solo).

La frazione di studenti in materie scientifiche in Italia se ricordo bene e' la meta' rispetto alla Francia e ad altri paesi avanzati. Non e' esclusivamente colpa dello Stato e dell'Universita', la societa' tutta a cominciare dagli studenti e le loro famiglie considera meno prestigiose le discipline scientifiche e piu' prestigiose quelle umanistiche, da un punto di vista sociale. Dal punto di vista dell'impresa, l'Italia offre impieghi qualificati e ben remunerati nel settore scientifico e tecnologico in misura inferiore agli altri Paesi, per una serie di motivi ben conosciuti (imprese piccole, tendenza a massimizzare i profitti sottopagando la manodopera piuttosto che aumentando qualita' e contenuto tecnologico del prodotto, probabilmente anche limiti culturali di tipo piu' generale da parte delle elites imprenditoriali).

Per quanto riguarda giurisprudenza, sono purtroppo le pessime leggi dello Stato a gonfiare il budget degli azzeccagarbugli. Le leggi italiane sono costruite dalle elites per consentire il massimo arbitrio, quindi potere, quindi profitti di chi ha il potere, come effetto collaterale le leggi italiane sono poco comprensibili, contraddittorie, piene di cavilli e distorcibili in ogni direzione. Per tutto questo offrono materia di guadagno, insieme alla durata dei processi, per una moltitudine di avvocati.

Non voglio fare un libro, dico solo che il numero di Università in
Italia è allucinante, praticamente una in ogni provincia: perchè ?

Negli USA ci sono 3000 istituti uiniversitari, dunque piu' che in Italia in rapporto alla popolazione.  Il problema non e' il numero. Il problema e' semmai la pretesa "statale" che tutte le universita' siano uguali, abbiano gli stessi fondi, paghino gli stessi stipendi, che le loro lauree valgano uguale, e cosi' via. Nei paesi piu' avanzati una frazione maggiore dei giovani va all'universita', gli USA hanno nella popolazione attiva una frazione di laureati pari a circa 6 volte quella italiana, per arrivare a questo non e' insensato avere molte universita', anche una per provincia.  Il problema al solito e' valutarle seriamente e finanziarle secondo meriti e risultati.

 

Credo che  Marco Esposito stia parlando di un problema reale. Quando in un paese minore si compete a livello internazionale è naturale che sia premiata la ricerca più riconosciuta a livello internazionale che non è necessariamente quella più utile per le applicazioni pratiche del paese in cui si vive. E' per questo che nelle università italiane è così forte l'informatica teorica che è ortogonale ai problemi  di "informatica" che deve affrontare, ad esempio, un produttore di macchine utensili. Questo problema eiste anche in GB ed è stato descritto in uno dei tanti interessantissimi "reports" prodotti sull'università e sulla ricerca in GB. Cercherò di ricostruire dove l'ho visto. Vorrei anche aggiungere che ormai la domanda apparente di istruzione universitaria in Italia è al livello di quella degli SU (56% di una classe di diciannovenni). Ma anche i laureati hanno raggiunto una percentuale alta della popolazione giovanile. Non il 39% come sostiene l'ultimo rapporto OCSE, sommando tutte le possibili lauree e non solo i "first degree", ma certamente sopra il 30%. Siamo arrivati a questo con un'unica istituzione universitaria e nessuna istituzione parauniversitaria. Ma non credo nella possibilità di trasformazione facile e poco costosa in un sistema maggiormente articolato. E' facile, ad esempio, supporre che la recentissima università di Lecce possa appartenere al sistema di università di serie B, rispetto alla antichissima università di Pisa. Ma invece il grande capo della nanotecnologia operava proprio a Lecce in un ben finanziato "centro di eccellenza", prima di divenire il capo dello IIT. Poi ci sono i paradossi delle valutazioni civr: tra le piccole sedi la numero uno in Fisica è Foggia e la numero uno in matematica è Benevento. Insomma non sarà facile arrivare ad un sistema distinto in università di serie A, B e C.

"Ma invece il grande capo della nanotecnologia operava proprio a Lecce in un ben finanziato "centro di eccellenza", prima di divenire il capo dello IIT".

Mi pare che operi ancora a Lecce, e con risultati apprezzabili.

Invito comunque a non dimenticare mai che il problema in Italia è anche quello di assicurare le massime facilitazioni ai "capaci e meritevoli". Se nelle splendide ideali università private che vorremmo vedere in Italia, competitive per qualità ed eccellenza, ci possono andare solo alcuni, magari capaci, ma certamente ricchi...

 

Poi ci sono i paradossi delle valutazioni civr: tra le piccole sedi la
numero uno in Fisica è Foggia e la numero uno in matematica è
Benevento. Insomma non sarà facile arrivare ad un sistema distinto in
università di serie A, B e C.

Tanto meglio se ogni universita' ha dei punti di forza che la posizionano ai vertici.  Secondo me ha poco senso fare confronti e classifiche tra Atenei, mentre e' molto piu' sensato fare confronti e competizioni tra dipartimenti e progetti di ricerca appartenenti a settori omogenei.

Se guardiamo alla
Turchia, però, possiamo pensare ad un modello che proponga non la
trasformazione del pubblico in privato, come vorrebbe il governo Berlusconi, ma
la creazione di un sistema privato complementare che riesca a offrire a
studenti, ricercatori e docenti che oggi preferiscono studiare e lavorare
all’estero una qualità di formazione e ricerca di prim’ordine, competitiva a
livello internazionale.

L'esempio che offre la turchia e' lo stesso che offrono altri paesi, come l'austria o il portogallo, che hanno deciso di provare a riformare il sistema partendo dai cosiddetti centri di eccellenza. Crei anche solo un istituto, anche piccolo, e non necessariamente privato. Pero' lo fai andare con regole completamente diverse da quelle standard a cui il paese e' abituato, cioe' con le regole internazionali del merito: offri salari competitivi e cerchi di attrarre i migliori, indipendentemente dalla loro nazionalita'. appoggiandoti ad un SAB seri. Limiti il numero di tenures o usi rolling tenures (cioe' verifiche costanti ogni 6-7 anni, a vita). E la storia dimostra che questi funzionano come aggregatori. In Italia ti direbbero che il centro di eccellenza c'e', ed e' stato creato con questi criteri: l'istituto italiano di tecnologia. Peccato che di eccellente non abbia molto se non i finanziamenti.

A proposito: la legge 133 dice che l'IRI chiude i battenti e tutti i soldini dell'IRI vanno all'IIT. Qualcuno ha idea di quanto stiamo parlando?

 

Un problema da non sottovalutare, ai fini della trasformazione delle Università in Fondazioni, è il fatto che in Italia di soggetti disposti a mettere 200mln di Euro in una impresa senza fine di lucro, che per giunta non preveda l'organizzazione di eventi in cui gruppi di persone in costumi variopinti inseguono senza sosta una palla in mezzo ad un prato, non se ne vedono molti all'orizzonte.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti