Banca Italica e Mr.Impresa

31 maggio 2010 Massimo Famularo

Qualche sera fa sera non riuscivo a prendere sonno. Il mio apparato digerente era alle prese con i postumi di una cerimonia di prima comunione, di quelle che per abbondanza ti fanno dubitare della legge d’incompenetrabilità dei corpi. Dopo aver sperimentato uno strano digestivo particolarmente alcolico, suggeritomi da losco figuro conosciuto su nfA, sono finalmente riuscito ad addormentarmi mentre leggevo l’ultimo pezzo di Franco Bocchini e ho fatto uno strano sogno, c’erano due personaggi…

Mr. Impresa: Buongiorno, avrei bisogno di un finanziamento…

Banca Italica: Mi perdoni, ma lei chi è?

Mr. Impresa: Mi chiamo Mr.Impresa e come le dicevo avrei bisogno…

Banca Italica: Mmm, cominciamo maluccio, lei non ha un conto qui?

Mr. Impresa: No, in effetti, no, tuttavia cercavo di dirle…

Banca Italica: Non crede che sarebbe il caso di aprirne uno? In fondo, chiedendoci di erogarle un finanziamento, lei pretende che le accordiamo la nostra fiducia. Non le sembra giusto darci un po' della stessa fiducia aprendo un conto corrente?

Qualche istante di perplessità.

Mr.Impresa: beh, non ha tutti i torti. Francamente non ci avevo pensato. E’ sicuramente una possibilità che potrei prendere in considerazione. Ma come cercavo di dirle…

Banca Italica: Beh, scusi ora che fa? Apriamo il conto corrente e poi mi dice…

Mr.Impresa: Abbia pazienza, io il conto sono anche disposto ad aprirlo, dopo. Ora volevo parlare del finanziamento.

Banca Italica: Mmm, permalosetto? Non è della zona? Non l’ho mai vista in giro.

Mr.Impresa: Beh, ho passato un po’ di tempo all’estero studiando per il dottorato…

Banca Italica: E adesso ha deciso che è ora di comprare casa eh? Bravo. Di che immobile parliamo?

Mr.Impresa: Mi scusi, ma c’è un equivoco. Io vorrei avviare una nuova impresa.

Nuovi istanti di perplessità.

Banca Italica: Naturalmente. Che cosa può offrirci come garanzia?

Mr.Impresa: Mi scusi, ma non vuole sapere di che tipo di impresa si tratta?

Banca Italica: No, no, quello viene dopo. Che cosa può offrire come garanzia del finanziamento?

Mr.Impresa: Veramente io credevo che la solidità del mio progetto fosse sufficiente, ha vinto un premio internazionale per nuove idee…

Banca Italica: Credeva male. Se non ha una garanzia non posso darle il finanziamento

Mr.Impresa: Ma il progetto non vuole neanche vederlo? Ho un business plan sintetico sulla chiavetta usb.

Banca Italica: Un bis che? No qui le chiavette non ce le fanno usare per paura dei virus. Mi spiace ma senza garanzia…

Mr.Impresa: Va beh, allora arrivederci.

Banca Italica: Aspetti, dove va? Il conto corrente non vuole aprirlo?

Mr.Impresa: L’ha dimenticata la storia della fiducia? Se permette il c\c, se proprio devo aprirlo, lo apro da chi mi accorda il finanziamento.

Banca Italica: Mmm, aspetti che vediamo se si può fare qualcosa. Ce l’ha una busta paga?

Mr.Impresa: Perché?

Banca Italica: Perché il progetto non posso finanziarglielo, ma se ha una busta paga potremmo farlo figurare come credito al consumo.

Mr.Impresa: Ho un assegno di ricerca all’università

Banca Italica: Tempo determinato o indeterminato?

Mr.Impresa: Determinato.

Banca Italica: Durata residua?

Mr.Impresa: Credo due anni e mezzo.

Banca Italica: Mmm, volendo un finanziamento a due anni si potrebbe anche montare. I suoi genitori hanno redditi da pensione? Ha una moglie che lavora?

Mr.Impresa: Mi scusi ma io per fare impresa l’università dovrei lasciarla, così non avrei più la “busta paga”.

Banca Italica (ammiccando): Sì, ma questo avverrebbe DOPO aver preso i soldi, no?

Mr.Impresa: Ok, ma non c’è un meccanismo di controllo? Dico, se io prestassi soldi a qualcuno periodicamente vorrei accertarmi di quanto è capace di restituirmeli.

Banca Italica: Ma lei i soldi li vuole o no? Controlli periodici noi non ne facciamo e guardi che è stato all’estero troppo tempo, in Italia per debiti non pagati non è mai morto nessuno.

Mr.Impresa: Beh, se lo dice lei. Che diceva della famiglia?

Banca Italica: Dicevo che lei è un cliente nuovo, probabilmente ci vorrà una fidejussioncina. Di quanto aveva bisogno?

Mr.Impresa: Inizialmente circa 30mila euro.

Banca Italica: Naa sono un po’ troppi per il credito al consumo. Una cifra così, senza ipoteca non gliela finanzia nessuno.

Mr.Impresa: Veramente non capisco. Io non voglio acquistare un bene e poi rimborsare un finanziamento. Io voglio fondare un’impresa. Sono disposto a lasciare il lavoro e a investire i miei risparmi che altro devo fare?

Banca Italica: Mmm ma quindi lei una parte dei soldi ce li ha?

Mr.Impresa: Beh, certo, che domande, non pretendo mica di fare impresa coi soldi degli altri! Poi se avesse letto il business plan avrebbe visto che…

Banca Italica: Impresa coi soldi altrui? E’ stato proprio parecchio all’estero eh? Mi è simpatico e voglio aiutarla, quanto ha da parte?

Mr.Impresa: Circa 20mila euro perché?

Banca Italica: Perché lei ora mi apre un bel conto e ci versa i 20mila. Le presento il direttore e gli racconta di quella cosa che mi diceva il bisex là...

Mr.Impresa: Business plan.

Banca Italica: Esattamente quello, vedrà che un modo per far partire la sua impresa lo troviamo.

 

''Una volta sveglio ho pensato a due finali alternativi per la storia.''
''1.Finale realistico''

Mr.Impresa portò a casa un mirabolante “superconto nuove aziende”, commissioni anticipate per 1,250€ e dopo poco tempo ricevette un rifiuto secco alla domanda di finanziamento perché la garanzia prestata dalla madre, che aveva appena compiuto 70 anni aveva fatto saltare i parametri dell’istruttoria di fido.

''2.Lieto fine''

Mr.Impresa riuscì ad ottenere l’importo di cui aveva bisogno come somma di 12 forme tecniche di finanziamento diverse, (tra cui una carta di credito revolving) ottenuti da 8 diversi intermediari finanziari (di cui 6 banche). L’operazione complessiva di finanziamento gli costò €2000 in consulenza presso un commercialista (che era anche mediatore creditizio e promotore finanziario, nonché nipote del primo direttore di filiale), €5000 in 'commissioni di intermediazione' (pagate rigorosamente in contanti) tre polizze di assicurazione index linked, nonché la sottoscrizione di un paio di derivati creditizi.

Il progetto imprenditoriale non diede i suoi frutti, perché il business plan aveva sottostimato gli oneri finanziari, ma questa è un’altra storia.

40 commenti (espandi tutti)

Smettetela di bere e mangiare copiosamente, bere strani intrugli, o uscire senza cappello, perchè se comincio io a raccontare quel che vedo dopo mangiato, o bevuto, o aver fatto strani incontri, non mi fermo più...

E quello che si riesce a vedere a Napoli in determinate condizioni sono inimmaginabili: ho visto cose che gli umani non hanno mai visto...

Ho 22 anni, studio economia aziendale e ho una piccola impresa commerciale, avviata 4 anni fa all'età di 18 anni. Sempre andato in utile e non ho mai avuto una grande esposizione bancaria.

Io il sogno non l'ho fatto, ma lo vivo nella realtà, e assomiglia molto di più ad un incubo.

Senza una garanzia o la fideiussione dei miei genitori quest'anno nessuno m'ha prestato neanche 1000 euro. Le varie finanziarie e banche a cui mi sono rivolto non hanno neanche inoltrato la pratica.

" La Direzione rifiuta in blocco tutte le pratiche. Se non si tratta di mutui ipotecari neanche le guardano. Se inoltriamo la pratica e poi la rifiutano, lei resta segnalato alla centrale dei rischi. Meglio che se ne vada..."

Questa è la realtà.

 

" La Direzione rifiuta in blocco tutte le pratiche. Se non si tratta di mutui ipotecari neanche le guardano. Se inoltriamo la pratica e poi la rifiutano, lei resta segnalato alla centrale dei rischi. Meglio che se ne vada..."

Chissà se Callisto è segnalato.

Il tono del post era scherzoso, ma l'intento era comunque di fornire degli spunti di riflessione. Considera comunque che seppure in maggioranza simili gli interlocutori non sono tutti uguali. Ti riporto una piccola esperienza personale.

Nel 2003 ho avuto il mio primo contratto a tempo indeterminato come lavoratore dipendente. Assunto da un mese, le maggior parte delle banche mi chiedeva fideiussione dei genitori e non mi dava un mutuo con rata >30%  Poi ho trovato Abbey National che "si è fidata" della mia anzianità di un mese, mi ha dato un trentennale con rata ˜55% del mio netto in busta paga SENZA FIDEJUSSIONI di nessuno. Ricordo che quello che mi sorprese era l'approccio focalizzato sulle mie potenzialità di rimborso futuro più che sull'immobile. 

Per dirla tutta non si è "fidata" mi ha chiesto un check up medico (con tanto di elettrocardiogramma sotto sforzo e test HIV), una polizza vita + una contro la perdita del lavoro e lo spread sul variabile era altino per l'epoca. Però ho avuto la soddisfazione di comprare casa da solo e qualche anno dopo sono stato accettato come cliente da ING Direct (che di recente è uno dei più schizzinosi) riducendo sensibilmente lo spread.

Poi Abbey ha ceduto tutto a Unicredit banca per la casa e sinceramente non so se oggi ci sono player così lungimiranti. Però vale la pena cercare, guardando alle società con mentalità più "aperta" (basate su on line e promotori).

Figurati, il post è divertente, volevo solo drammatizzare (come se non ce ne fosse bisogno.)

La risposta che ho riportato tra virgolette è quella del peggio interlocutore con cui ho avuto a che fare.
Le altre erano sulle stesso tono, ma appunto, un pò diverse.

Già purtroppo la storia della segnalazione è una rogna non da poco, ti resta addosso una specie di lettera scarlatta e dopo accedere al credito (per i canali ordinari) diventa veramente problematico.

Altrettanto buffa è la situazione in cui si trova, spesso, chi le garanzie da rilasciare ce le avrebbe pure.

Da quel che vedo nel quotidiano, le banche italiche sono burocratizzate peggio del peggior incubo ministeriale. Per approvare un finanziamento per il completamento di un sito immobiliare in costruzione (una cosa semplice in teoria, 5-minute business plan basato sui prezzi medi di vendita nell'area), ti chiedono un pacco di documenti così enorme e particolareggiato, che poco manca a dover presentare pure le analisi delle urine di tutti gli operai del cantiere.

Poi se una virgola va fuori posto, magari perché ha piovuto tanto e i terrapieni si è dovuto rifarli, rischia di partire un'istruttoria che blocca i pagamenti in SAL, e intanto lì che impresa e fornitori aspettano...

Infatti Abbey National e ING Direct non sono proprio le "tipiche banche de noantri". A proposito (se qualcuno lo sa) ma, in questa Europa unita, non è possibile chiedere mutui e finanziamenti a banche di altri paesi?

Sì,ma che io sappia devi sempre fare riferimento a una filiale italiana (se esiste), perchè è quella che ha le competenze per stabilire se è il caso di erogare e a che condizioni. Non sarebbe molto efficace finanziare a Monaco o a Londra uno che deve comprare casa a Milano o aprire un negozio a Roma.

Gran bel post, mi ha ricordato moltissimo una conversazione avuta nel 2007 con Banca Sella riguardo il loro prestito per frequentare master all'estero. Magari un'altra volta la racconto, oggi non voglio rovinarmi la giornata ripensandoci! :-)

Come funziona in quei posti in cui non hai bisogno di garanzie per ottenere un prestito da una banca per aprire una società? Basta davvero il Business Plan? E che succede se l'azienda poi fallisce?

E che succede se l'azienda poi fallisce?

I soldini volano via e vanno a perdita. Fuori dai confini patri e specie nei paesi angloàsassoni esite il Private equity, il venture capitla che finanziano per davvero le idee, partecipano al capitale ti mettono a disposizione competenze manageriali in attesa che l'impresa decolli. La conclusione del rapporto poi può avere diverse declinazioni.

Non v'è dubbio che uno start-up - a partire da una nuova idea imprenditoriale, talvolta uno spin-off universitario - sia di difficile valutazione. In particolare per istituti di credito che - come Massimo Famularo dipinge ed anch'io sostenevo nel post precedente, che gli ha procurato siffatti incubi ..... :-) - non dispongono degli strumenti culturali e delle competenze indispensabili ala bisogna. L'impressione è che la situazione in tal senso sia peggiorata, nel corso degli ultimi anni, ma non posseggo dati a supporto della mia opinione nasometrica.

Altrettanto vero è che il mondo anglosassone - la cui mentalità storicamente più si addice a tali approcci - ha messo a punto strutture di tipo associativo, caratterizzate da capacità di valutazione specifiche, che riescono ad essere di supporto a simili iniziative e ne fanno motivo di business, riuscendo a suddividere e mediare il rischio singolarmente molto elevato ed a trarre giovamento dalle tipicamente alte potenzialità. Anche imprese in difficoltà temporanea ma dotate di buone idee, oppure che semplicemente non siano in grado di crescere da sole, potrebbero essere interessanti per questi investitori, in grado di fornire anche supporto strategico e gestionale. Ma i problemi di governance - tutt'altro che irrilevanti, non per responsabilità di una sola parte - spesso non facilitano la cosa, mentre un potenziale imprenditore all'inizio del suo percorso potrebbe essere più aperto a soluzioni differenti, allo scopo di lavorare sul suo progetto.

PE e VC sono società che partecipano tramite equity, non tramite debito. Riformulo la domanda. Escludendo interventi sull'equity, oppure prestiti chiesti da società con alle spalle VC o PE a fare da garanti, esistono paesi dove istituti di credito erogano prestiti sulla base di un Business Plan e senza avere altri tipi di garanzie?

PE e VC sono società che partecipano tramite equity, non tramite debito. Riformulo la domanda. Escludendo interventi sull'equity, oppure prestiti chiesti da società con alle spalle VC o PE a fare da garanti, esistono paesi dove istituti di credito erogano prestiti sulla base di un Business Plan e senza avere altri tipi di garanzie?

Ma perche' escludere interventi sull'equity? A me pare l'uso di debito nel mondo sia diventato spropositatamente elevato, anche a causa di incentivi fiscali (il pagamento di interessi e' deducibile, quello di dividendi no), e questo non e' affatto salutare ai fini della stabilita' del sistema finanziario. Non a caso una delle proposte per uscire dalla corrente crisi e' quella di effetuare conversioni piu' o meno esplicite di debito in equity, da ristrutturazioni con 'haircut' a strumenti come i "Contingent Convertible Bonds" che sin dall'inizio ammettono la non-restituzione in pieno a maturita' attraverso la conversione in equity.

Un consiglio a chi vuol essere imprenditore: smettete di cercare chi vi dia soldi senza controllare come li spendete... Soprattutto una banca non dovrebbe MAI assumere su di se' rischio d'impresa, e il fatto che questo accada (in Europa molto piu' che altrove) e' un difetto da eliminare sia con interventi regolatori che con lo sviluppo di un mercato dei capitali indipendente dal sistema bancario (e in cui sia ben chiaro che non ci saranno salvataggi da parte dello stato se qualcosa poi va storto).

Probabilmente è stato colpevolmente fuorviante l'esempio fatto dal mio post: per sottolineare l'inadeguatezza e incompetenza delle banche, ho fatto il caso limite della start up.

Faccio ammenda in apposito commento in basso.

Escludevo gli interventi sull'equity solo perché si parlava di un imprenditore che andava in banca a chiedere un prestito, quinid ero curioso di sapere se si potevano avere soldi in prestito senza garanzie.

Detto questo, non ho nulla contro gli interventi sull'equity. Quindi ben vengano PE e VC. Un'altra cosa che mi sembra importante è favorire l'accesso al mercato dei capitali, cioé fare in modo che più aziende abbiano incentivi a quotarsi in borsa. Anche questo aiuterebbe.

Secondo me una delle 'controindicazioni' per la quotazione in borsa, in Italia, è la necessità di diventare più trasparente sul piano gestionale e contabile. A questo va aggiunto, ovviamente, che chi ha la dimensione per pensare di quotarsi, probabilmente ha anche gli agganci giusti per ottenere dalle banche i fondi di cui ha bisogno.

Ovviamente non posso vantare conoscenze di tutti i sistemi bancari del mondo e non posso escludere che da qualche parte le buone idee si possano finanziare a credito. Tuttavia, facendo un ragionamento di buon senso, dare credito a qualcuno che non ha ancora avviato un'attività di impresa significa assumersi un rischio molto più elevato rispetto a quello con cui normalmente si confronta un istituto bancario. Questo porterebbe il costo del finanziamento a livelli proibitivi.

Come indicato da Enzo Michelangeli in basso, lo strumento più idoneo è probabilmente intervenire sull'equity. Ovviamente fa molta differenza se l'aspirante imprenditore è un neoleaureato con un'idea geniale oppure un ex manager che sa tutto di un settore dove ha operato con successo per 30 anni, così come il fatto che  i fondi richiesti servano o meno  per acquistare beni fisici (che nella peggiore delle ipotesi si possono  rivendere).

 

PE e VC sono società che partecipano tramite equity, non tramite debito. Riformulo la domanda. Escludendo interventi sull'equity, oppure prestiti chiesti da società con alle spalle VC o PE a fare da garanti, esistono paesi dove istituti di credito erogano prestiti sulla base di un Business Plan e senza avere altri tipi di garanzie?

Per quel che ne so io (ma non posso assicurare di avere informazioni esaurienti su tutti i paesi del mondo) non credo che esistano sul pianeta banche commerciali che erogano crediti sulla base solo di un business plan, a meno forse che non si tratti di un'attivita' molto semplice (tipo ristorante, dentista, parrucchiere), e presentato da uno che ha esperienza pluriennale nel settore (da dimostrare ovviamente) o che sia parente stretto di qualcuno molto importante. Comunque per quel che ne so e' difficile che non venga chiesta anche una qualche garanzia reale. A volte esistono programmi per promuovere l'imprenditoria giovanile o in alcune zone depresse o per particolari gruppi, ma sono fondi pubblici non delle banche.

In generale le banche non hanno staff con le competenze professionali per valutare un business plan perche' dovrebbero impiegare centinaia di esperti in tutti i possibili settori. Se si specializzassero in un particolare settore violerebbero probabilmente i parametri prudenziali.

In generale e' proprio il modello bancario tradizionale che e' inadeguato a fornire capitale per le start up, soprattutto nei settori ad alta tecnologia o semplicemente molto innovativi dove i rischi sono alti. Ma questa e' una storia su cui dovrei scrivere un post. Pero' chi voglia leggersi un articolo in inglese che ho scritto tempo fa su questo argomento puo' andare a questo URL

http://www.commerce-magazine.com/2010/01/dr-fabio-scacciavillani/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Basta davvero il Business Plan? E che succede se l'azienda poi fallisce?

Il BP non solo uno strumento per avere soldini ma soprattutto uno strumento per seguire, mese per mese, l'andamento rale dell'azienda comparato a quello atteso. In ogni caso dalle mie parte se i debiti arrivano al 50% del capitale sociale, si portano i libri in tribunale e quindi almeno la metà del capitale viene "salvato".

Francesco

Quali sono le tue parti?

Questo che dici vale è un accordo tra la banca che da i soldi a una società in base a un BP e non in base a garanzie e la società stessa? Oppure è una legge o un regolamento?

Non sono un esperto, ma fissare come soglia il 50% del capitale sociale mi sembra restrittivo. Ci possono essere società la cui struttura ottimale (dove ottimale significa che massimizza la valutazionedell'azienda) di debito/capitale (dove capitale = equity + debito) è superiore al 50%.

Svizzera. La norma è nel codice civile. In quella parte definta "codice delle obbligazioni".
Nel pomeriggio cerco il testo e lo posto, .. se lo trovo.

Francesco

 

 

Ecco:

Art. 725
1 Se risulta dall’ultimo bilancio annuale che la metà del capitale azionario
e delle riserve legali non è più coperta, il consiglio d’amministrazione
convoca immediatamente l’assemblea generale e le propone
misure di risanamento.
2 Se esiste fondato timore che la società abbia un’eccedenza di debiti,
deve essere allestito un bilancio intermedio soggetto alla verifica di un

revisore abilitato. Ove risulti da tale bilancio che i debiti sociali non
sono coperti né stimando i beni secondo il valore d’esercizio, né sti-
mandoli secondo il valore di alienazione, il consiglio d’amministrazione
ne avvisa il giudice, salvo che creditori della società accettino,
per questa insufficienza d’attivo, di essere relegati a un grado inferiore
a quello di tutti gli altri creditori della società.
3 Se una società non dispone di un ufficio di revisione, gli avvisi
obbligatori relativi alla verifica limitata incombono al revisore abilitato.

Art. 725a
1 Ricevuto l’avviso, il giudice dichiara il fallimento. Egli può tuttavia
differirlo, ad istanza del consiglio d’amministrazione o di un creditore,
quando il risanamento appaia probabile; in tal caso prende le misure
appropriate per la conservazione del patrimonio sociale.
2 Il giudice può designare un commissario, e privare il consiglio d’amministrazione
del suo potere di disposizione o subordinare le sue decisioni
all’approvazione del commissario. Egli delimita in modo dettagliato
le attribuzioni del commissario.
3 Il differimento del fallimento è pubblicato solo se la tutela dei terzi lo
esige.

 

Negli articoli precendenti, che non menziono per brevità, è data la possibilità di un aumento del capitale sociale. In pratica se i debiti superano il 50% di capitale e riserve legali, la situazione viene tolta da un management (in difficiltà) e la decisione viene affidata al giudice del fallimento. 

Mi rendo conto che con questa regola molte grandi aziende italiane non esisterebbero ma anche che disastrosi fallimenti del passato sarebbero avvenuti prima, convolgendo meno creditori.

Francesco

... prima della crisi, le banche concedevano credito troppo facilmente (tant'è vero che la crisi è scoppiata da questo elemento).... durante e dopo la crisi, rubinetti chiusi. La colpa, insomma, alle solite banche.

A mio modo di vedere, bisogna chiedersi il perchè, la causa di questo comportamento. Le banche ovviamente si comportano come tutti gli operatori: dato un set di informazioni e regole, si muovono di conseguenza.

La causa dell'eccessiva facilità di concessione del credito prima, e della chiusura dei rubinetti dopo, è dovuta ai famigerati COEFFICIENTI PATRIMONIALI e al loro effetto fortemente PROCICLICO; durante l'espansione economica ed ancor di più se caratterizzata da tanta tanta liquidità, accentuano l'espansione e rischiano di formare bolle in alcuni settori (come è accaduto in quello immobiliare); durante la crisi economica e di liquidità, accentuano la caduta.

E' noto che con l'accordo di Basilea 1 prima, e con la successiva revisione poi, la supervisione bancaria si è orientata a garantire un level playing field. Ciò è avvenuto anzitutto attraverso un sistema uniforme di coefficienti patrimoniali; imponendo cioè un rapporto minimo fra il patrimonio di ciascuna banca e il suo attivo ponderato per il rischio. 

Non si discutono qui i meriti di questo approccio. Ha certamente determinato un rafforzamento patrimoniale delle banche, rendendo più solido quello che costituisce il primo presidio contro il rischio che il verificarsi di perdite determini crac finanziari.

Ma forse sono stati trascurati alcuni effetti indotti dal meccanismo dei coefficienti patrimoniali: è stato a lungo descritto l'effetto pro-ciclico dei coefficienti patrimoniali. In periodo di recessione, è più probabile che le banche vadano incontro a perdite sui propri crediti. Questo riduce la dimensione del loro patrimonio, e quindi le costringe a ridurre il proprio credito in una misura pari a un multiplo dei crediti andati a male, quello stesso multiplo implicito nel coefficiente patrimoniale (oggi mediamente 12,5 volte).

è semplicemente questo il motivo per cui oggi è tanto difficile ottenere credito da una banca... se poi, come ho letto prima, c'è qualcuno che non è riuscito ad ottenere un prestito neanche nel periodo 2003-2007... beh, allora credo che a quel tempo rappresentavate il subprime del subprime.

 

 

Mi sembra che ci sia un pò di confusione tra temi distinti.

Tra gli innumerevoli vizi delle banche italiane non c'è mai stato quello di erogare mutui subprime, prodotti "troppo sofisticati" per gli apparati medioevali che hanno in dotazione. Non a caso non è stato necessario salvare nessuna banca italiana dal tracollo. Anche nel periodo di credito facile, un raccoglitore di fragole un mutuo da una banca italiana non lo avrebbe preso (forse con un aiutino da parte di un mediatore, ma quella è un'altra storia).

Quanto all'effetto pro-ciclico o meno non mi pare l'elemento rilevante, accantonare fondi a fronte di impieghi rischiosi risponde a principi basilari di gestione sana ed è sano che i regolatori lo richiedano(aspetto chiarito anche nel post di Franco). Non mi pare una grande idea lasciare che le banche diventino più fragili durante una recessione e in generale cercare di "pilotare" l'erogazione del credito come strumento di politica economica mi pare una distorsione del mercato che può piacere agli apprendisti stregoni della politica (vedi Tremonti Bond) ma che può produrre effetti non desiderati.

si, hai ragione, forse c'è un po' di confusione:

1. anche in Italia sono stati concessi mutui di qualità non primaria.

2. un mutuo non è evidentemente un prodotto sofisticato, eventualmente lo sono le cartolarizzazioni ( ABS, RMBS, CDO) che hanno come collateral (sottostante) mutui o prestiti in generale, tra cui quelli subprime.

3. sono stati salvati A) gli intermediari creditizi che avevano acquistato i titoli cartolarizzati (tendenzialmente banche d'affari e banche commerciali che si erano sbilanciate troppo nell'investment banking) e B) chi emetteva e vendeva assicurazioni sui titoli in questione (esempio AIG).

4. quindi non sono stati salvati gli operatori che hanno concesso i mutui subprime: queste banche concedevano prestiti, li impacchettavano in cartolarizzazioni e poi li vendevano ad altre banche e intermadiari finanziari in generale. Semplicemente le banche italiane ne avevano acquistati di meno rispetto ai concorrenti esteri (ma ne hanno venduti tanti anche loro).

5. citando il mio precedente intervento: "Non si discutono qui i meriti di questo approccio (dei coefficienti patrimoniali). Ha certamente determinato un rafforzamento patrimoniale delle banche, rendendo più solido quello che costituisce il primo presidio contro il rischio che il verificarsi di perdite determini crac finanziari. Ma forse sono stati trascurati alcuni effetti indotti dal meccanismo dei coefficienti patrimoniali: è stato a lungo descritto l'effetto pro-ciclico dei coefficienti patrimoniali". Aggiungo che c'è ampia letteratura in questione, sebbene se ne parli pochissimo.

6. Lavorando nell'area Risk Management di una grossa banca, che dà indicazioni vincolanti a tutti i dipartimenti circa l'assunzione del rischio (tra cui chiaramente istruzioni di restrizione nella concessione del credito), ti assicuro che i coefficienti patrimoniali sono l'elemento rilevante, il fattore guida, ovviamente. Il meccanismo è semplice: in periodo di recessione, le prevedibili maggiori perdite su crediti sopportate dalla banche tendono a ridurre il patrimonio di vigilanza. Da ciò consegue che, a parità di altre condizioni, le banche si vedrebbero costrette a ridurre proporzionalmente il proprio impegno nel concedere crediti; assecondando, così, la fase recessiva.... EFFETTO PROCICLICO. Ripeto: Il principio della vigilanza preventiva attuata attraverso i coefficienti patrimoniali va, in ogni caso, confermato; ciò che merita di essere approfondito è, forse, una sua applicazione meno asettica e più flessibili.

7. Tornando all'argomento principale, è normale, è un meccanismo automatico indotto dai coefficienti patrimoniali il fatto che le banche oggi, in periodo di recessione, concedano meno e più difficilmente mutui e prestiti.

Sul fatto che i coefficienti patrimoniali possano avere un effetto pro-ciclico nulla quaestio, a mio modesto avviso però si tratta di  qualcosa che non dovrebbe interessare i regolatori. Se ci pensi anche gli accantonamenti che le banche fanno discrezionalmente con finalità prudenziali hanno un effetto pro-ciclico: compito delle banche è sopravvivere in fase di recessione con le sofferenze che aumentano e compito dei regolatori è prescrivere delle norme "sane" di gestione. Alleviare i dolori delle recessioni per le famiglie e le imprese non dovrebbe essere fatti  loro (come non lo è quando le banche decidono quanto accantonare discrezionalmente).

Due osservazioni sulla concorrenza dei mercati (che chissà perché mi pare far meglio di tanti apprendisti stregoni policy makers):

1.Se non erro Basilea II rapporta il patrimonio di vigilanza ai Risk Weighted Assets. Una banca che sa stimare correttamente il rischio non può reagire al ciclo negativo mutando la composizione di questi asset? Per intenderci aumentando quelli meno rischiosi e diminuendo quelli più rischiosi in modo da lasciare immutato l'importo da accantonare?

2.Se una banca è capace di prezzare correttamente il rischio, nei momenti difficili in cui i suoi competitor restringono indistintamente i cordoni della borsa, non dovrebbe guadagnare quote di mercato e fare profitti riuscendo a discriminare correttamente tra clienti più o meno rischiosi e facendo pagare a ciascuno un prezzo adeguato al proprio profilo di rischio?

Un ultima cosa, dici

Tornando all'argomento principale, è normale, è un meccanismo automatico indotto dai coefficienti patrimoniali il fatto che le banche oggi, in periodo di recessione, concedano meno e più difficilmente mutui e prestiti.

L'argomento del post e dei vari commenti nei confronti delle banche non si riferisce alla concessione del credito tout court (ci arriviamo pure noi che in recessione l'offerta di credito si riduce e non solo per effetto dei coefficienti patrimoniali). L'accusa (mia) è di non avere competenze adeguate ad offrire un servizio valido ai propri clienti  e si tratta di un problema strutturale, non congiunturale

Ammetto di aver calcato troppo la mano nel fare il caso estremo della start up (chiarirò il punto in apposito commento più tardi) però, quando tiri in ballo la congiuntura e gli obblighi regolamentari, mi fai venire in mente i nostri politici che danno la colpa alla crisi del dissesto della finanza pubblica o della bassa crescita italiana. Le nostre banche (io credo) fanno male il loro mestiere anche a prescindere dalla congiuntura.

Lo scopo del post era di sottolineare scherzosamente la mancanza di competenze delle nostre banche. Tuttavia nel fare l'esempio della start up ho calcato troppo la mano. Provo a chiarire

Le banche italiane non sono incapaci perché non prestano soldi a chi vuole fare impresa da zero. Lo sono perché non sanno prestare i soldi alle imprese sane (specialmente piccole) e consigliano male i risparmiatori (ricordate i bond argentini venduti alle vecchiette?)

Con questo non voglio dire che i nostri imprenditori sono dei santerellini: se ci fosse maggiore trasparenza, sarebbe pure più facile dargli credito, ma di questo sarebbe opportuno parlare più approfonditamene in un post che parli delle ragioni delle banche.

Sì perché anche prestar soldi in un paese dove per vendere una casa all'asta ci metti facilmente 10 o 20 anni e dove una buona parte dell'attività economica non si svolge alla luce del sole non è cosa facile, figuriamoci per chi è già deboluccio di suo. 

Nel complesso, il mio parere è che questa accusa non sia fondata, o meglio che lo sia solo in parte: nel senso che il problema non è tanto la scarsa capacità delle banche, ma meccansimi strutturali nel sistema.

Intendiamoci, alcune "colpe" esistono nel sistema bancario: da vera e propria "malpractice" come i Tango bond rifilati alle vecchiette, ad una qualità non sempre alta delle organizzazioni bancarie ereditata da una certa arretratezza culturale ereditata ancora dall'epoca delle banche pachidermiche e parastatali dell'era IRI.

Però, a mio giudizio (abbastanza informato, essendo un banker) i problemi sono un po' diversi:

1) La qualità delle nostre piccole aziende è spesso molto bassa:  poca trasparenza, nessuna organizzazione stabile e proceduralizzata, quote di "nero", enormi rischi catastrofali per mancata compliance fiscale o ambientale, bassa affidabilità. In parte cioè è connaturato al mediocre livello di sviluppo socio-culturale nostrano,  in parte dal fatto che il peso delle piccole aziende è sproporzinato in Italia e ciò grava sui comporamenti "medi" delle banche. [A proposito: le start-up non si finanziano a credito in nessun paese, tranne quello dei balocchi, nemmeno se sono di qualità eccellente: il creditore sopporta il rischio di execution (circolante o investimenti per sviluppo di un business avviato) e MAI quello strategico (perdite iniziali per entrare su nuovo mercato), che è per definizone un rischio equity!]

2) La qualità delle banche è salita, e soprattutto è diminuito il numero grazie a fusioni, etc: si sono create alcune banche di taglia potenzialmente continentale e buona qualità, però a fronte di queste le imprese sono rimaste nane. Ora, anni fa le aziende prendevano i quattrini a pioggia, 1 mld dalla Cassa X un altro dalla Popolare Y etc - con criterio in pratica assicurativo (la colletta). Ora ciò non è più possibile, per il ridotto numero delle banche e per i vari Basilea II etc. Tuttavia (e qui il punto maggiore per me): come è pensabile operare un lending sofisticato, basato su analisi di qualità fatte da professionisti di valore elevato, su una scala così piccole come quella che sarebbe necessaria nei confronti delle nostre aziende "nane"?: quanto debbo far pagare un finanziamento a 5 anni da 1/2/3 mn di € se solo la due diligence tecnica e di mercato me ne costa magari 200.000, cioè il 10% ovvero 2% all'anno (sul valore mediano)? e quando il mio interlocutore in azienda è un ragionerino a cui il padrone fa tenere solo i conti ufficiali perchè quelli veri li sa solo lui?

3) Venendo alle colpe delle banche, secondo me la principale (la cui causa secondo me è l'eccesso di finanziariazzazione del sistema e i falsi rimedi via via adottati)  è che la vana ricerca della formula del tutto   (es. rating ex Basilea II) ha avvilito la periferia, trasformato i banchieri in compilatori di formulari, e quindi ridotto la capacità vera di prezzare il rischio, che è un'arte e non una scienza (=valutare persone, circostanze, contesti, etc).  Ragione per la quale quando occorre ridurre gli impieghi, la mannaia tende a colpire in maniera un po' indiscriminata, o comunque meno selettiva del dovuto.

La discussione a me pare interessante.

 

 

 

La qualità delle banche è salita

No, non è salita affatto, quando io dico che non sono in grado di "prezzare" il rischio è perchè le banche hanno deciso di introdurre forme automatizzate di "check risk", di cui nessuno parla, me se siamo fra gente che un poco ne capisce specifichiamo.

1. Le aziende (indipendentemente dalle dimensioni) possono portare in banca i loro bilanci certificati e con rating, ma è inutile. ogni banca ha il suo sistema di rating, per cui i dati di bilancio (tutti i bilanci sono redatti nel medesimo standard, direttiva IV UE) devono essere inseriti nella PEF. In automatico la PEF effettua anche dei controlli sulla società e i nominativi dei soci su una serie di banche dati (CRIFF, Banca Italia, SIA e, da poco, Equitalia). Se dai controlli sulle banche dati esce un cavolo (basta un semino) la PEF si blocca e il rating è automaticamente negativo. Non c'è cristo che tenga: la banca boccia la pratica, anche se un socio con lo 0, ha una multa del 1973 non pagata (o presunta tale) (esagero, ma esistono casi molto vicini a questo).

2. La PEF è rinnovata ogni 18 mesi (tecnicamente il fido in c.c. è un'operazione a max 18 mesi), nel caso di rinnovo alcuni elementi "andamentali del conto" hanno, però maggiore rilevanza, eventuali periodi di sconfino, assegni impagati (anche fra quelli versati) sia elettronicamente che materialmente arrivati in banca, etc., etc. Il rischio è che per un cliente che non ti paga, o ti paga cabriolet, becchi punteggi negativi, che ti potrebbero portare a una revisione del fido, sia come ammontare, che come competenze (sulle ruberie delle banche stendo un velo pietoso).

3. Uno sconfino sui limiti del fido di 60 gg solari consecutivi (anche di 10 centesimi) porta automaticamente il conto a rientro a saldo 0 (revoca del fido), è capitato a un Direttore di banca di trovarsi un cliente incavolato per una lettera di revoca di fido di cui lui (il Direttore) non sapeva niente, ma era comunque da lui firmata, perchè i sistemi automatici hanno anche la firma in automatico.

Potrei anche continuare con l'esempio "limite" (mica tanto) di aziende che non falsificano i bilanci (questa è una fissa anche dei bancari, falsa tra l'altro, perchè se c'è uno che sa tutto di me è la Banca: quante carte di credito ho, quanti conti personali ho, quanti soldi ho sui conti personali, per cui se faccio nero lo sanno addirittura meglio di me, che potrei non avere una contabilità parallela), ma che hanno una stagionalità elevatissima: ad esempio i produttori di tessuti che hanno magazzini elevatissimi in determinati periodi dell'anno (tipicamente fine anno, quando però chiudono i bilanci), per cui nelle PEF escono sempre perdenti (alto valore degli immobilizzi di magazzino sul prodotto), pur essendo delle ottime aziende, per cui molti produttori di tessuti semplicemente chiudono in Italia e comprano dalla Cina, facendo fare il magazzino ai cinesi perchè in Italia non glielo finanzia più nessuno: gli automatismi non sono in grado di capire se hai invenduto o stai facendo scorte.

Mi fermo (ma se volete discutere sono pronto) concludendo: Massimo Famularo avrà pure sbagliato nell'esempio delle start-up (mica tanto: ho visto cose che voi umani..), ma le banche non hanno migliorato la qualità, ma solo incrementato la stupidità, passando da quella umana (che è perfettibile) a quella di un Computer, e mentre con un uomo puoi provare a farlo ragionare, è impossibile far ragionare un Computer, quindi le banche sono stupide.

Gli effetti della stupidità li conosciamo.

Massimo Famularo avrà pure sbagliato nell'esempio delle start-up

ho già chiesto venia qui e qui

In verità ti concedevo il beneficio del dubbio...

Grazie. Ma quando ce vò ce vò.

;)

Mi rendo conto di quanto sia frustrante scontrarsi su una burocrazia cieca e di quanto sia doloroso dover passare sotto le forche caudine per un tema cruciale qual è il finanziamento. Però non è pensabile che una organizzazione di grandi dimensioni e complessità possa basarsi sulla discrezionalità dell'individuo.

Pensa se la banca fosse tua: ti fideresti a lasciare discrezionalità a 10.000 persone che prestano in giro i tuoi soldi? Non sarebbe sano fidarsi in un paese civile figurati in Italia! Inoltre pensa alle sole che le banche riescono a prendere nonostante tutte ste misure di sicurezza, guardando questo scenario, ti fideresti a lasciare discrezionalità? Io no.

Certo le procedure si possono migliorare per fare in modo che non penalizzino sempre gli onesti e siano più efficaci nello scoraggiare i disonesti. Ma uno screening strutturato ci vuole, altrimenti è il delirio.

Poi dici

e c'è uno che sa tutto di me è la Banca: quante carte di credito ho, quanti conti personali ho, quanti soldi ho sui conti personali, per cui se faccio nero lo sanno addirittura meglio di me, che potrei non avere una contabilità parallela

non sono d'accordo, stai pensando alla banca come a un individuo e non come a un'organizzazione disorganizzata. Lo stato (altra organizzazione disorganizzata) dovrebbe saperlo che possiedi una villa a Porto Fino e dichiari 10k€ all'anno e invece? Io non fatico a credere che se hai 10MM€ in gestioni patrimoniali e un'impresa che chiede 10k€ (sto estremizzando, ma mica tanto) la banca può decidere sul finanziamento ignorando le tue disponibilità. Talvolta, la divisione che finanzia le imprese è un impresa diversa da quella che gestisce i patrimoni dei privati con sistemi informativi separati.

Sul caso limite, non essendo né imprenditore né bancario (quindi presumibilmente imparziale) mi permetto di dire è sicuramente vero che ci sono state imprese danneggiate dalla miopia delle banche (anche privati se è per quello), anche realtà sane portate al fallimento; ma è altrettanto vero che l'esistenza del nero e di vaste aree di scarsa trasparenza nelle imprese italiane è tutt'altro che un mito e numericamente non credo ci sia paragone tra il numero di imprese oneste e sane rovinate dalle banche, e il numero delle imprese disoneste e marce che hanno fatto danni a tutto il sistema (visto che in un modo o nell'altro poi le banche i danni li scaricano su noi tutti).

Pensa se la banca fosse tua: ti fideresti a lasciare discrezionalità a 10.000 persone che prestano in giro i tuoi soldi? Non sarebbe sano fidarsi in un paese civile figurati in Italia! Inoltre pensa alle sole che le banche riescono a prendere nonostante tutte ste misure di sicurezza, guardando questo scenario, ti fideresti a lasciare discrezionalità? Io no.

Conosco fior di aziende medio-grandi che lasciano una grande discrezionalità a Marketing, Acquisti, R&D, quanto più le persone sono capaci in quei ruoli tanto più l'azienda va meglio, mettici un computer al loro posto e l'azienda fallisce. Tra l'altro fino al 2001 non c'erano tutti questi automatismi e non ho inteso di falllimenti bancari a catena.

stai pensando alla banca come a un individuo e non come a un'organizzazione disorganizzata

Quindi secondo te io avrei il conto personale, i fondi, la gestione patrimoniale, il leasing auto, etc., etc. in una agenzia (nemmeno banca, ma proprio agenzia) diversa da quella dove ho i conti societari ? Ma dai, ma se proprio tu nell'esempio del post sottolineavi come la banca cerca di darti tutti i suoi prodotti, e se ne vuoi uno solo trovi le porte sbarrate...

è altrettanto vero che l'esistenza del nero e di vaste aree di scarsa trasparenza nelle imprese italiane è tutt'altro che un mito e numericamente non credo ci sia paragone tra il numero di imprese oneste e sane rovinate dalle banche, e il numero delle imprese disoneste e marce che hanno fatto danni a tutto il sistema (visto che in un modo o nell'altro poi le banche i danni li scaricano su noi tutti).

Dati, please... quello sulle sofferenze/incagli dice il contrario (85% di PMI affidate generano il 30% delle sofferenze).

Sulle banche vale la legge di Murphy "errare è umano, ma per incasinare tutto occorre un computer".

Conosco fior di aziende medio-grandi che lasciano una grande discrezionalità a Marketing, Acquisti, R&D

non lo metto in dubbio. Ma quanto dici non confuta  il fatto che nessuna grande organizzazione (non solo impresa)  sarebbe possibile senza delle procedure strutturate. Pensa a 10.000 punti vendita in cui ognuno fa come gli pare, come fai a controllare che succede? Come misuri chi lavora bene e chi male? Che immagine dai ai clienti se notano enormi differenze tra un punto vendita e un altro? Ancora una volta se 10.000 persone (non 10 di cui ti fidi ), di cui 2000 assunte da un mese, prestassero in giro i tuoi soldi, non gli daresti neanche una linea guida? Per chi fa l'intermediario finanziario un certo numero di procedure sono peraltro obbligatorie, perché i regolatori le ritengono indispensabili per una gestione sana.

Quindi secondo te io avrei il conto personale, i fondi, la gestione patrimoniale, il leasing auto, etc., etc. in una agenzia (nemmeno banca, ma proprio agenzia) diversa da quella dove ho i conti societari ?

No, non dico questo,  sto dicendo la banca può non essere capace di usare tutte le info che in teoria avrebbe su di te (dando prova di plateale inefficienza). Una volta ho visto un sistema banca talmente geniale che censiva  la contestazione senza tenere traccia dei codici fiscali dei cointestatari: Marco + Moglie titolari di conto sono un cliente diverso da Marco Impresa e il sistema non se ne accorge. Alcuni imprenditori furbi riuscivano ad essere contemporaneamente in sofferenza in una filiale e in bonis in un'altra con lo stesso gruppo bancario(su questo punto ho dati non divulgabili e non c'entrano neanche i sistemi informativi...). Quando Fineco è finita dentro Unicredit ho dovuto farmi censire di nuovo come cliente perché non erano migrate le anagrafiche...

llo sulle sofferenze/incagli dice il contrario (85% di PMI affidate generano il 30% delle sofferenze)

non confondiamo: una cosa è PMI vs Grande Impresa (vale quello che riporti), altra cosa è impresa onesta (grande o piccola) vs impresa furba (ragionamento dell'impresa sfortunata rovinata dalle banche). La vedo dura stimare quante imprese sane sono finite male per colpa della miopia delle banche (questo volevo dire forse l'ho espresso male) tuttavia mi sembra ragionevole assumere che:

  1. Le imprese finite in dissesto unicamente per colpa delle banche siano relativamente poche
  2. Le imprese (grandi e piccole) che non si comportano in modo trasparente con le banche danneggiando la collettività siano parecchie

Il punto 1 si basa sul 'teorema anatocismo' se le banche danneggiano sistematicamente una categoria, prima o poi cominciano a chiedergli i danni e la pacchia finisce. Considerando che le imprese non sono stupide e le banche hanno di che risarcire direi che maltrattare sistematicamente le imprese non è sostenibile

Sul punto due ci sono i magici numeri sul nero che circolano su nfA, quelli di luisani sull'evasione ma anche l'aneddotica di Bocchini su quelli che invece di avere un'impresa leggermente più grande aprono la seconda con meno di 15 dipendenti. Non sto neanche parlando di disonestà ma di scarsa trasparenza: dire che le imprese non trasparenti in Italia sono parecchie non mi pare un azzardo.

Grazie per la replica. In effetti mentre mettevo giù il post pensavo "dare addosso così alle banche è un pò ingiusto, senza specificare un paio di cosette sulle imprese..." però i "puntini da mettere" sulle imprese (alcuni da te puntualmente esposti) non confutano, a mio avviso, la tesi di fondo. Spiego perché. 

Sui punti 1 e 2 sono d'accordo (in particolare sulla start-up avevo scritto in termini meno propri e tecnici dei tuoi questo). Tuttavia non credo che dire:

2) La qualità delle banche è salita

equivalga a è migliorata la qualità del personale delle banche. Personalmente non credo che il processo di consolidamento del settore bancario abbia influito significativamente sulle modalità di selezione del personale, sui sistemi incentivanti nè che abbia introdotto una logica meritocratica all'interno degli istituti. Neanche credo che quando un' ottima banca di medie dimensioni si fonde con altre mediocri,  il risultato abbia in media qualità pari a quella della banca migliore. Figuriamoci poi quando logiche non di mercato impongono a talune banche di "accollarsi" rottami che non si vuol far fallire.

Credo che la qualità del personale bancario sia bassa principalmente per l'assenza di competizione. Sia tra le banche, che tra coloro che in banca vogliono lavorare. C'è una reale competizione tra gli istituti? Quanto meritocratiche sono le selezioni e gli avanzamenti di carriera? Considera se a un estremo ci sono  punte di eccellenza con poche persone capaci, all'altro ci sono realtà fuori dalla grazia di dio con gente che neanche parla l'italiano ed è stata presa per meriti politici. Sono pessimista su dove cada la media tra i due estremi.

Non metto in dubbio che sia una bella gatta da pelare prestar soldi nel nostro paese per i motivi da te esposti, tuttavia non credo che sia più difficile che fare affari con lo stato (che paga tardi) o con certi clienti italiani (che a volte neanche pagano). A brigante, brigante e mezzo diceva Pertini e tu stesso hai menzionato escamotage tipo i finanziamenti in pool (in quel caso meccanismi farraginosi).[Per inciso, se la due diligence la fai con risorse tue non ti costa 200k e la parte sul settore industriale e sul tessuto geografico  non dovresti 'caricarla' sul singolo finanziamento ma su tutti quelli di quel settore e di quella zona]

Anche io trovo il tema affascinante e ci sarebbe parecchio altro da dire.  

Grazie.

Riprendo alcuni punti:

1) concorrenza tra le banche: mi pare che sia abbastanza marcata, tutto sommato. Le varie strutture hanno appetito di impieghi, e competono abbastanza per avere sia questi che il lavoro commerciale con le imprese etc. Sui servizi retail mi pare  che anche ci sia una buona competizione.

2) efficienza/meritocrazia interna: al contrario, qui ai bassi livelli c'è ancora personale con mentalità "impiegatizia" e caratura modesta, agli alti come giustamente rilevi spesso domina la "politica" - sia esterna (nomine) che interna (cordate e cosche). Velo pietoso sulla composizione dei consigli di gestione / amministrazione...

3) è difficile fare affari anche per l'impresa: vero al 100%, ma è proprio questo il mio punto, cioè che il problema non è che le banche sono arretrate, è il sistema economico italico nel suo complesso ad esserlo (clienti che non pagano, burocrazia, sistema giudiziario di qualità ridicola, eccesso di pressione fiscale sul lavoro, etc).

 4) qualità delle istruttorie creditizie e relativo costo: i costi sono costi, anche se interni. Se devo avere degli analisti ingegneri o economisti aziendali invece che dei ragiunat, devo pagarli bene, ed avene in numero congruo. Però bada bene non dico che è impossibile - per esempio l'antica IMI (pre-fusione Sanpaolo, per sottolineare ancora il Tup punto re fusioni!) mi risulta avesse una struttura di ingegneri ed esperti di alto livello sul territorio per il medio-termine. Però, dico, l'azienda deve essere poi disposta a pagare degli spread congrui (5-6-7%?) sul denaro a M/T!

 

 

 

Sul punto 1 Se prendi in considerazione il mercato mutuionline (cui non accede non solo chi non naviga in internet, ma anche chi non si fida) concordo che Ing Direct e  banca per la casa competono e la BCC di un-posto-a-caso  è assente. Se prendi la piazza di un-posto-a-caso,  dove c'è solo la BCC e una filiale di una grande banca con personale non meglio qualificato della BCC, secondo me il cliente tutta questa scelta non ce l'ha (e avevo in mente questo scenario quando ho scritto il passaggio della penna usb). 

Idem per le imprese, ho amici che lavorano in Fortis e DB (che siano straniere è un caso, non dubito ce ne siano di valide anche  italiche)  e lavorano bene in Italia con medie imprese italiane. In certi settori e in certe aree geografiche va bene. Il guaio è di chi fa impresa tradizionale a un-posto-a-caso e deve destreggiarsi con quello che gli passa il convento (niente contro le BCC, vale lo stesso filiale sperduta di grande gruppo dove finisce chi non è raccomandato). 

Sul punto 2 uno che entra in filiale col maxiconcorso (o anche con selezione meno tribale, ad es ho visto di BNL e Credem che ne fanno) può aspettarsi di diventare qualcosa di più di direttore di filiale in una vita di lavoro? Se in media non può aspirare ad altro è plausibile che chi si sente capace appena può cerca altro e rimane in filiale chi lo è meno o è entrato per altre vie.

Il punto 3 è condivisibile però io direi "le banche italiane sono arretrate e lo è tutto il sistema" se le banche lo siano più o meno del resto non saprei dire.

Sul punto 4 di ingegneri a basso costo l'italia è piena (ne conosco parecchi che accettano di fare perizie immobiliari con contratto a progetto) mi interrogherei sul quanta volontà ci sia ai vertici di rendere efficaci le istruttorie. Secondo me i burocrati in testa (e i loro consulenti stra-pagati) cincischiano sui massimi sistemi e sono scollati da una realtà operativa che non conoscono e non hanno mai conosciuto.

In merito alla concorrenza, aggiungerei un elemento. Data la lunghezza dell'Italia, c'è una forte componente locale nelle politiche bancarie intendendo dire che sovente le banche/agenzie di una certa area geografica si attengono a determinati parametri di condizioni in modo da ridurre la concorrenza e la mobilità dei clienti.

Ci sarebbe molto altro come giustamente sostenevi, Massimo, ma troppo lungo sarebbe.

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