Autocompiacimento etico lamentoso e familismo amorale

16 luglio 2010 alberto bisin

La domanda di una studentessa e la risposta del Ministro.

I fatti:

  1. una ragazza di 14 anni non è ammessa al Liceo Classico di Novi Ligure che raziona i posti per mezzo di una lotteria;
  2. la ragazza scrive una lettera al Ministro dell'Educazione lamentando i tagli di bilancio, e la lettera viene pubblicata su La Stampa;
  3. il ministro risponde, sempre su La Stampa, che i tagli nulla hanno a che fare col razionamento dei posti.

La lettera contiene il seguente periodo:

Mi stavano dicendo che io non potevo frequentare il liceo classico. Ci sono rimasta così male. Il classico era la mia scelta, la mia ambizione, il mio sogno. Sono triste e arrabbiata. La mia famiglia e i miei insegnanti mi hanno sempre parlato di impegno, di diritti e doveri, di scelte consapevoli. Non mi hanno mai parlato di «sorteggi» e un po’ sono arrabbiata anche con loro.

Ma basta! Questo è (migliori definizioni sono incoraggiate) autocompiacimento etico lamentoso -  "la mia famiglia e i miei insegnanti mi hanno sempre parlato di impegno...." Ma vai al Liceo Classico del paese a fianco, a quello del paese all'altro fianco, fai lo scientifico (che è ottimo) e studia il greco di per conto tuo, ... ci sono un mucchio di cose che uno può fare prima di lamentarsi col Ministro, a mezzo stampa per giunta.

Se è il tuo "sogno"! Fai qualcosa di vero per realizzarlo. Ma i tuoi insegnanti e i tuoi genitori ti hanno insegnato che i sogni sono un diritto? Che alla sfiga si reagisce scrivendo ai potenti? I genitori quelli sono, ma cambia insegnanti. In Cina i ragazzi della tua età per poter seguire i propri sogni accademici prima fanno un concorso durissimo, poi i migliori (pochissimi) lasciano i genitori e vanno a studiare a Pechino o a Shanghai o dove tocchi .... E il primo degli esclusi al concorso? Che dire della sua sfiga? Chissenefrega dei Cinesi, dirai tu, e hai assolutamente ragione - ma un piccolo sforzo per il tuo sogno forse vale la pena. Credi a me, vai alla scuola del paese in fianco. Te lo dice uno che all'età tua andava a scuola in autostop.

E poi, cara la mia ragazza, un consiglio spassionato (me lo posso permettere, probabilmente sono più vecchio dei tuoi genitori): non farti mai scrivere le lettere dai genitori (o da altri amici e parenti adulti). Sai perche'? Perche' si vede! I gggiovani della tua età non scrivono cose così  banali, vecchie, retoriche, motivate da diatribe politiche di piccolo conto. E quella frase sul futuro?

E ho anche un po’ di paura per il futuro. Quando sarò grande e cercherò un lavoro, sorteggeranno ancora per vedere se c’è un posto per me? Quando sarò vecchia e malata e non ci saranno abbastanza posti negli ospedali, sorteggeranno per vedere se potrò essere curata? Cosa farò se, come ora, non sarò abbastanza fortunata?

Ma dai, chi può credere che l'abbia scritta una ragazza di 14 anni?  È orribile, credimi.

E veniamo ora alla risposta del Ministro, che finisce così:

Tuttavia spero che, nella composizione dell’organico di fatto, sia possibile iscriverti all’istituto che hai scelto. Mi attiverò personalmente per verificare se questo tuo desiderio possa essere realizzato.

Si "attiverà personalmente", Ministro? E ri-basta! Questo è familismo amorale. Ministro, cosa insegna alla ragazza, ai lettori de La Stampa? Che alla sfiga si risponde facendosi scrivere una lamentosa lettera da indirizzare ai potenti? C'e un limite ai posti al Liceo Classico di Novi Ligure o no? Basta fare umma umma col Ministro per risolvere i problemi? Se proprio vuole fare un favore personale alla ragazza lo faccia discretamente, non facendo sapere alla stampa che lei è una "mamma buona". Il coraggio e la responsabilità delle proprie azioni? Ministro!

E poi, caro Ministro, un consiglio spassionato (me lo posso permettere, sono più vecchio di Lei): ci guardi dentro a questa cosa, che la lettera potrebbe averla scritta il preside o un insegnante del Liceo cui hanno tagliato i fondi.

E infine a chi ha scritto la lettera, vorrei dire che le lotterie per un posto a scuola si fanno (oltre che in dozzine di altri paesi del mondo) anche negli Stati Uniti - nei ghetti duri, dove non entrare nella scuola che fa la lotteria è davvero una rovina esistenziale. E se capisco bene il pensiero di chi ha scritto la lettera immagino una reazione del tipo, infatti, "lì ci vuole portare la Gelmini, coi suoi tagli, ad un sistema scolastico classista come quello amerikano,.....". Non ho intenzione alcuna di difendere il sistema scolastico amerikano, però faccio notare che i problemi delle lotterie nei ghetti, i limiti all'entrata nell scuole (pubbliche!) di qualità, sono li' voluti dai sindacati degli insegnanti. Si guardi il documentario (che consiglio a tutti) The lottery e dia un'occhiata al website. Vale la pena, le assicuro.

148 commenti (espandi tutti)

Beh! Il compassionevole paternalismo o maternalismo trattandosi di ministra, non riguarerà certo le logiche considerazioni dell'articolo ma, magari, qualche voto da acchiappare per sé o per i propri cari. E l'intervento personale divino del ministro reso pubblico, sarà magari celebrato come positivo. C'è da aspettarsi di tutto. Che genitori, insegnanti e ministro non abbiano detto alla ragazza di rompersi le gambe andando a piedi al paese vicino se il sogno lo aveva davvero ed era tanto forte, è una costante che spiega l'ignavia ed il familismo italioti

Vedere anche questa ...

In Italia .... si scrive al Ministro!

In Italia .... si scrive al Ministro!

 

da quando non c'è più il Costanzo show

come lo Zar

Carlo Nervi 16/7/2010 - 19:08

In Russia uno dei modi di far vedere l'operosita' ed esaltare il buonismo dello Zar era lo stereotipo "la gente a cui ho demandato gli incarichi sono degli imbecilli. Arrivo io e sistemo tutto.". Era un modo di scaricare le colpe. Mi pare che si stia prendendo questo andazzo....

Ma dai, chi può credere che l'abbia scritta una ragazza di 14 anni?

A pensar male si commette peccato, ma molte volte ci si azzecca. GA.

Tre considerazioni

1) Premesso che anche io non sopporto lettere scritte dai genitori a nome dei figli, avrei voluto sentire da voi almeno un accenno al fatto che la lotteria non ha nulla, ma NULLA, a che fare con la promozione del merito

2) Non sottovalutiamo i teenager del Nord Italia. Certi sarebbero capaci di scrivere una lettera che sa di vecchio. Giusto pochi giorni fa ho conversato con un 18enne di Gallarate, convinto elettore della Lega, il quale, con dovizia di argomentazioni, sosteneva che lo stato non può che continuare a elargire stipendi ai dipendenti pubblici fannulloni, tanto in Lombardia quanto in Calabria, perché altrimenti si perde il consenso (ovviamente è liberista anche lui, ma si rende conto che la Lega non può sostenere posizioni liberiste nel mercato del lavoro, quindi lui a malincuore si adegua). Con un tono seriosissimo e per niente bambinesco, sembrava di sentire Mastella. La cosa sconvolgente era la totale mancanza di idealismo adolescenziale. Ok, 18 non è 14, però comunque…

3) Sulle scuole americane. Sbaglio, o il disastro della scuola media pubblica americana, quale che ne sia la causa, rischia di portare allo spopolamento delle loro famose università d'eccellenza, appena diventerà chiaro che studiare in Cina o in India è meglio ed anche più conveniente? È una mia previsione a lungo termine, direi una trentina d'anni. So da qualche fonte—che ora non ritrovo più—che ad Harvard circa il 50% degli iscritti sono stranieri (ovviamente molti asiatici). Cosa succederà quando semplicemente i cinesi rimarranno a studiare in Cina e gli indiani in India, anziché iscriversi nella costosa Harvard?

Sul primo punto hai ultraragione, Artemio. Provo a metterci una pezza io. Sì, la lotteria è un meccanismo delirante per assegnare posti razionati nella scuola pubblica. La quantità di criteri più sensati che si potevano immaginare è enorme (ammettere prima quelli che hanno preso ottimo all'esame di terza media; ammettere prima quelli che hanno un reddito più basso; ammettere in base a un test d'ingresso; usare criteri multipli con un peso ciascuno; etc. etc.) , ma bisogna fare un qualche sforzo per pensare e magari chiedersi sul serio quali sono gli obiettivi della scuola. 

Tra l'altro, se la ragazza viene alla fine ammessa per quale cavolo di ragione gli altri esclusi non dovrebbero far ricorso al TAR e farsi ammettere pure loro? Che pena.

per quale cavolo di ragione gli altri esclusi non dovrebbero far ricorso al TAR e farsi ammettere pure loro?

 

Certo il tar (o cga da qualche parte) che interviene “provvidenzialmente” può trasformarsi nel termometro che rileva il sintomo di una malattia socio-politico-culturale.

Ricorrere approfittando della falla di un sistema (certi sistemi, troppi in verità, sono del tipo “ad emmental”) mette al riparo da valutazioni extra-legali? Una battaglia culturale o politica, se è giusta e se è nell’interesse dei più, si può combattere anche nel campo che le è proprio.

Turare le falle e non crearne di nuove, dovere di un’amministrazione efficiente, arginerebbe la ricorsomania; ma i cittadini non hanno alcuna responsabilità? L’unico confine dell’operato del singolo è segnato da un paletto conficcato dalla legge codificata (risparmio il pistolotto su etica, valori  condivisi e fondanti, ecc.)? Sollecitare e attendere un intervento dall’alto o promuoverne uno dal basso?

 

Esempio di legalità dissociata: mille promozioni a dirigente imposte dalla giustizia (?) amministrativa, in una regione in cui, come ognun sa, c'è cronica carenza di dipendenti, e specialmente di dirigenti...

Mille promozioni in arrivo alla Regione siciliana. Una sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo che ha intimato a Palazzo d’Orleans di emanare, entro 30 giorni, l’atto di indirizzo all’Aran Sicilia (l’agenzia per la contrattazione) per la definizione, mediante contrattazione collettiva, dell’area della vicedirigenza. Spesa prevista, circa 3 milioni all'anno

La decisione del Cga arriva in seguito a una serie di ricorsi di dipendenti interessati. “Al giudizio di ottemperanza dovremo sicuramente dare seguito, perché le sentenze si applicano. Dobbiamo, però, insieme ai sindacati, trovare un percorso che sia compatibile, da un lato, con il buon andamento della pubblica amministrazione e, dall’altro, con l’aspettativa, dei potenziali beneficiari, di ricoprire il ruolo di vice dirigente”, dice l’assessore regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica, Caterina Chinnici. “Nei prossimi giorni - conclude l’assessore - convocheremo i sindacati per iniziare a discutere sul da farsi”.

 

L’assessore regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica, che ha assicurato  che darà esecuzione alle sentenze, dispensa altrettanta solerzia e dà prova di efficienza in tutti gli ambiti di sua competenza?

 

In una regione come questa:

Incredibile, ma vero, i siciliani sopportano un costo pari a quasi venti volte quello dei lombardi: 349 euro pro capite! Palazzo dei Normanni, del resto è generoso: per i 20 mila dipendenti della Regione, l’Assemblea stanzia la bellezza di 1,7 miliardi di euro l’anno. Una somma che non è poi tanto più bassa della spesa per il personale di tutte le Regioni italiane messe insieme, che è di quasi 2,4 miliardi di euro l’anno.

Con una media di 42.500 euro di stipendio lordo, i dipendenti della Sicilia, aumentati di cinquemila unità tra il 2003 ed il 2008, guadagnano quasi il 40% in più dei ministeriali. Ma vanno in pensione molto prima e con assegni ben più consistenti, che la Corte dei Conti ha calcolato in 2.472 euro a testa.

Il fatto che sia una Regione a statuto speciale c’entra poco: l’autonomia fa sì che la Sicilia abbia la titolarità delle funzioni, ma nei fatti non la esercita. A norma di Statuto sarebbe anche proprietaria dei beni demaniali, come lo stesso Palazzo dei Normanni, ma preferisce lasciarli alla gestione dello Stato, forse perché la manutenzione costa.”

 

Sono davvero i siciliani a sobbarcarsi i costi?? Forse, se così fosse, si darebbe impulso ad un viaggio nel ginepraio intricato dei diritti allo scopo di discernere quelli sani e funzionali al benessere della collettività da quelli pretesi e patologici, che sussistono finché si trova il modo di evitare la ricaduta  del loro costo in loco scaricandolo lontano.

 

L’uso pretestuoso e distorto del principio della legalità (è un terreno minato, lo so), per tacere dei magniloquenti, e comodi, richiami alla costituzione che suonano stonati sulla bocca di chi quotidianamente accondiscende ad una illegalità diffusa o campa su vistose e colpevoli sperequazioni (mi pare non sancite dalla costituzione), può configurarsi come lo strumento principe per fottere il prossimo (la peggiore declinazione possibile dell’individualismo).

 

Soltanto una comunità allo sbando, disgregata e farraginosa (manca il collante), incapace di auto-regolamentarsi, demanda tutto, ai vertici o ai tribunali, attendendo di essere irreggimentata in una gabbia normativa.

La responsabilizzazione e la conseguente ampia partecipazione (si esplica anche nella negoziazione per mediare tra i vari interessi) nutre il senso di appartenenza ad una comunità, disciplinata anche da leggi non scritte, che possono magari esercitare un influsso benefico sul processo di formazione di quelle scritte.

 

Sono d'accordo che una volta stabilito il criterio di ammissione è ingiusto fare eccezioni, specialmente sulla base di lettere aperte. Detto questo, però, il criterio di ammissione in sé è scandaloso, specialmente perchè stiamo parlando di un caso in cui l'istruzione oltre a essere un diritto è anche un dovere (visto che parliamo di scuola dell'obbligo).

Artemio, Piero, Sandro, il mio riferimento agli Stati Uniti e al documentario aveva proprio il significato di argomentare che fare le lotteria e' cosa deficiente. 

Artemio, ti assicuro che ad Harvard non ci sono 50% di stranieri (a meno che non consideri stranieri gli asiatici immigrati in US - prima o seconda generazione) al college. Al dottorato si'. 

Ah, ok.

Ma allora perchè non poter scrivere al ministro per sottolinerare quanto è deficiente la sua politica?

Certo. ma ti pare questo quello che la ragazza ha fatto? 

Secondo me sì. Non nel migliore dei modi, certo, ma il punto della lettera mi pare sia quello--declinato dal punto di vista di una 14enne esclusa a estrazione dalla scuola che voleva fare.

Magari la tipa al liceo di Alessandria ci si è già iscritta, ma la lamentela per far notare l'ingiustizia del sistema ci sta tutta.

 

Notiamo anche che la lettera è stata scritta e pubblicata non prima ma dopo l'esclusione della ragazza. Cioè, l'assurda procedura andava bene, finché non è risultò negativa per la ragazza. Chi sa se avrebbe mai scritto la lettere nel caso fosse stata ammessa.

Vero, ma il fatto che ci sia un interesse specifico in ballo non inficia il discorso sul principio, che rimane sbagliato. La lettera ha il merito di porre il problema pubblicamente. E credo (spero) proprio che La Stampa l'abbia pubblicata più per quest'ultimo motivo che per l'appello personale.

Il sorteggio è un brutto metodo. Per la verità la ragazza è andata ben oltre blaterando di sorteggi negli ospedali etc etc che non mi pare abbia molto a che fare con la scuola ma con la strumentalità per impetrare l'interessamento della ministra..

Queste lettere sono tipiche di certa cultura italica...se si ha un problema si parla, o si scrive, al parente o conoscente, meglio se politico.

Le lettere ai giornali, che sono abbastanza diffuse (Paolo VillaggioCaro direttore, ci scrivo... : lettere del tragico ragioniere, raccolte da Paolo Villaggio, Milano, Mondadori, 1993), si scrivono quando si avverte la convinzione di aver subito un torto, e si presume che nel dare a quello doverosa pubblicità, qualcuno interverrà.

Sulla lotteria non sarei così drastico: è una forma di proceduralismo puro che bisogna pur adottare quando si ritiene/presume/ che la specificazione o valutazione di altri criteri possa essere troppo dispendiosa per l'amministrazione: per molti master (penso a LSE), fatti salvi certi requisiti mi pare valga il principio first come first served...negli asili (e ne ho avuto esperienza diretta, vale lo stesso principio: tanto che si iscrivono i bambini con mesi e mesi di anticipo).

Ma poi come dici tu Alberto, l'Italia ha moltissime scuole di provincia abbastanza buone, non mi pare sta tragedia non poter andare a una specifica.

Ma poi la cosa più grave secondo me è questa. La lotteria (pur con tutti i problemi di legittimità che presenta rispetto ai suoi esiti, specie in comparazione con metodi di aggiudicazione più "giusti" perché meritocratici e così via) era comunque la regola che si era adottata. Allora a questo punto, perché "rovesciare" il banco e giudicare quel processo decisionale con criteri estrinseci (sogni, paure speranze e così via)? Secondo me quella lettera è il solito sport italico: si contestano le regole, e si chiede all'autorità di annullare gli effetti di quelle...in genere queste cose si fanno in segreto, ma quando vuole l'italiano sa bene assumere questa posa lamentosa e questa attitudine fr...-sindacalese.

Ps: se avesse vinto la lotteria, la ragazza avrebbe preso carta e penna? Chissà...

Marco, non sono d'accordo. Innanzitutto, mi sembra che la lettera, per quanto scarna, sia più sulle questioni di principio che sul favore personale. Intendiamoci, molto probabilmente ottenere il favore personale tramite visibilità era comunque tra i fini della ragazza, e questo abbiamo già stabilito che non va bene. Ma rimane la questione della critica al principio della lotteria, che secondo me è del tutto legittima. Perchè sarebbe così scandaloso lamentarsi di una regola percepita come ingiusta e farlo a mezzo stampa dove si hanno più probabilità di essere ascoltati? A maggior ragione se si tratta di regole amministrative di cui spesso non si ha conoscenza fino a quando non si subiscono in prima persona.

Perchè sarebbe così scandaloso lamentarsi di una regola percepita come ingiusta e farlo a mezzo stampa dove si hanno più probabilità di essere ascoltati?

Perché in un paese dove le regole non le rispetta nessuno è parte dello sport nazionale interpetare o discutere le regole.


Scusa ma io non ho capito se per te la lotteria è giusta o no. Perché se non è giusta allora per me uno si può lamentare quanto vuole. Anzi, più gente si lamenta meglio è! Questa filosofia dello status quo non la capisco proprio.

In certe circostanze può esserlo...ma a parte questo io sottolineavo il fatto che date certe regole, si gioca con quelle, le si discute...ma chiedere l'intervento del ministro....

E infatti la ragazza discute la regola.

No, Piero la ragazza "discute" che la regola abbia segato lei!

Sì, all'apparenza sembra discutere la regola. In realtà della regola non gliene fregava niente, prima di essere esclusa e non gliene fregherà niente dopo che il ministro l'avrà ammessa. Vedrai, non continuerà la sua battaglia per impedire che "l'iniqua regola" continui ad essere applicata.

Quindi hai torto ma, in un certo senso, ha torto anche Alberto:

i genitori della ragazza hanno fatto bene, benissimo!

Le hanno insegnato come funzionano le cose in questo paese e potrà andare alla scuola che voleva, quella sotto casa. Due piccioni con una fava! Chi se ne frega dei cinesi, di Oxford, di seguire il proprio sogno, lei è italiana le serve solo un pezzo di carta, poi troverà lavoro tramite amicizia o raccomandazione nella dittà di qualche amico di famiglia.

Meritocrazia

alberto 16/7/2010 - 19:41

Non sono d'accordo. Trovo il meccanismo del sorteggio assolutamente ingiusto: perchè non ammettere i 32 ragazzi con i migliori voti alle medie inferiori? Non dovrebbe partire da qui la meritocrazia di cui tanto si parla? Perchè una ragazza, magari con tutti 10 alle medie, dovrebbe iscriversi allo scientifico piuttosto che al classico in virtù di un sorteggio? Ma stiamo scherzando?

p.s. bruttissimo il tono della lettera, vergognosa la risposta del ministro che si "impegnerà personalmente", da rimanere senza parole.

Nessuno dice che deve fare lo scientifico. Ma "fare lo scientifico e studiare il Greco di per conto suo" ammetterai che e' una possibilita'. E' assurdo, naturalmente, ma e' naturale risposta ai capelli strappati dalla ragazza cui hanno tolto "il sogno". 

Nessuno dice che le lotterie siano cosa buona e giusta. Ma bisogna vedere cosa succede se uno perde la lotteria. Ad Harlem sono c... amari; a Novi Ligure vai ad Alessandria. Non esageriamo con i lamenti. Ogni tanto uno deve anche accettare la realta' che non ci piace e reagire.

Scrivere una lettera ai giornali può essere una buona strada per cercare di attirare l'attenzione su un problema che sembra marginale ma a mio avviso non lo è per niente. Condivido in pieno le critiche alla lettera. Ma il mezzo potrebbe essere stato utile (perchè non lamentarsi di una cosa ingiusta?), se il fine non fosse stato una critica politica da bar ma un discorso basato sull'esigenza della meritocrazia nell'accesso all'istruzione... ma forse la ragazza ha tutti 6, chissà.

Reagire per contro proprio, per carità, è una possibilità. Spero per lei che la ragazza si prenda il suo autobus quotidiano e si faccia mezzora di autobus (quanto facevo io a Roma per fare 6 km, e andare al classico). Ma tale reazione non servirebbe a nessun altro. Una lettera, invece, può aiutare perlomeno a ravvivare il dibattito sul sistema scuola.

Ho controllato, ad Alessandria c'e' un Liceo Classico - Alessandria sta a 24 km da Novi Ligure

hai per caso anche visto i criteri di ammissione del classico di Alessandria?

Per esempio a Milano non accettano più gli allievi residenti nei comuni limitrofi.

Certo il sorteggio permette qualche favore in più agli amici rispetto il voto di III media che è oggettivo ed è quindi più rispettoso della nostra tradizione.

Per esempio a Milano non accettano più gli allievi residenti nei comuni limitrofi.

Ma davvero ora ci sono limitazioni di questo genere? Secondo me producono solo ulteriori ghettizzazioni e bloccano la mobilità sociale ancora più di quanto non sia già bloccata.

Io negli anni '80 ho frequentato un liceo classico "in città" abitando nell'Hinterland: se non avessi frequentato quella scuola, non avrei avuto occasione di relazionarmi con coetanei "più abbienti" e sarei rimasto in qualche modo "confinato" in un contesto sociale più limitato. Chi può dirlo, forse poi non avrei neppure frequentato l'università ... oggi sarei senz'altro una persona diversa.

Io ho frequentato le scuole nel tuo stesso periodo e nella stessa zona ed esistevano delle limitazioni territoriali già al tempo. Alcune scuole di Milano potevano accogliere studenti da alcuni comuni dell'hinterland, ma non da altri. La stessa cosa valeva per le scuole dei comuni in provincia. Potevano accettare studenti dai comuni in una certa fascia di"competenza" ma non da altri. Non so se lallo siriferisca a questa regola o se ne hanno creata un'altra più restrittiva.

PS ai tempi bastava comunicare di "essere ospitati" da qualcuno nei comuni in questione per aggirare la regola. Ah che paese l'Italia!.

Io sono ovviamente d'accordo con chi dice: i criteri di ammissione dovrebbero essere meritocratico-egalitari, oltre che trasparenti ed obbiettivi.

Forse qualcuno crede che Alberto non lo sia?

Era necessario che riscrivesse un altro articolo per spiegare che a lui sembra che l'unico criterio di progressione scolastica pubblica debba essere "vinca il migliore"? Spero di no.

Quindi? Quindi tutti questi commenti su "la lotteria è un criterio assurdo" sono esercizi di benaltrismo che sfonda porte aperte e che guarda da un'altra parte di fronte alla questione, sottile ma importante, che Alberto solleva. Che è di cultura nazionale.

- Una ragazzina probabilmente "coaudiuvata da familiari/amici" per scrivere la lettera di polemica politica;

- Una cultura dei "sogni come diritti" che lo stato deve soddisfare: nella vita non esiste la sfiga contro cui devi arrangiarti da solo, nella vita la "società" ti deve quel che vuoi che ti debba;

- Nessuna, ma proprio nessuna cultura del merito: la ragazzina NON ha scritto "io sono la più brava della classe, io ho tutti 9 o 10, io ho fatto questo e quello e me lo merito, il classico vicino a casa";

- E, ovviamente, una cultura del politico come principe che dispensa prebende ai sudditi: chiedi al signore ed il signore ti concederà il privilegio. Se gli conviene, ovviamente: questa volta Gelmini ha deciso che, vista l'esposizione mediatica, le conveniva concedere medievalmente el "ghe pensi mi"!

Insomma, un paese di servi sfaticati ma furbi e di signori incompetenti ma populisti.

L'Italia di BS e D'Alema, appunto.

Re: Benaltrismo

Piero 17/7/2010 - 03:08

Alberto lo ha detto fin dall'inizio cosa pensa dell'estrazione come principio per l'ammissione e penso che questo fosse chiaro a tutti, appunto, fin dall'inizio. Così come è chiara l'intenzione dell'articolo. Ma il punto, a mio modesto avviso, è che qui si sta applicando un ragonamento generale sacrosanto (le regole si rispettano, non è giusto fare i furbi e appellarsi al potente di turno per eludere le regole, ecc) a un caso che non si presta molto bene a questo ragionamento visto che la regola di cui stiamo parlando, e che la ragazza (o chi per lei) non accetta, è in effetti ingiusta. Secondo me questo fa la differenza e rende in un certo senso meritoria un'iniziativa come quella lettera anche se fatta per interessi puramente personali (lo so anch'io che la ragazza ha scritto solo per il proprio tornaconto) visto che evidenzia una regola ingiusta e che va cambiata.

la regola di cui stiamo parlando, e che la ragazza (o chi per lei) non accetta, è in effetti ingiusta.

La lotteria, ammesso che non sia taroccata all'italiana, non puo' essere definita "regola ingiusta", perche' tratta tutti allo stesso modo.  La potrai definire stupida, inefficiente, non meritocratica, ma non ingiusta.

Re(2): Benaltrismo

Piero 17/7/2010 - 11:11

Dipende dall'idea di giustizia che hai, ma diciamo pure che la regola è arbitraria. La sostanza del mio ragionamento non cambia.

Uno in Italia può trovarne mille di casi in cui quello che dice Alberto sulla cultura nazionale sarebbe un discorso perfetto. Ma in questo caso secondo me è fuori luogo perchè guarda al dito più che alla luna, ossia alla lagna della ragazza più che al problema di principio che pone (che la ragazza potrà anche porre involontariamente ma il giornale probabilmente no).

Se uno non fa polemica politica su queste cose su cosa la deve fare?

Invece che cambiare la regola (o provarci) che si reputa ingiusta si chiede la dispensa per non seguirla.

Come l'automobilista che cerca mille scappatoie dall'autovelox dopo che ha preso la multa e si dimentica del fatto quando va a votare per il sindaco...

Io che vivo e sopravvivo in Italia devo ammettere che, leggendo le prime righe del post mi sono subito posto dalla parte della ragazzina. Poi, leggendo il resto mi sono accorto di che errore madornale stavo facendo ed allora mi sono reso conto, per l'ennesima volta che, indipendentemente dalle letture che si possono fare o dalle idee di indipendenza intellettuale che si crede di avere, il punto, credo, è che il vivere in questo brodo di familismo e mancanza di meritocrazia, comunque ci influenza in maniera radicale...

Io un po' me la immagino questa ragazzina: una che ha sempre studiato, che prende ottimo ai temi di italiano (ci sono sempre i temi? si usa sempre l'ottimo?), anche perché altrimenti al liceo classico non ti viene voglia di andare.

Poi viene esclusa, ci rimane male, piange, si arrabbia, urla un po' "io faccio questo, io faccio quello, non è giusto, m'incateno davanti a scuola, telefono al sindaco, scrivo al ministro". "E scrivi al ministro", le dicono i genitori. Lei, che è brava in italiano e qualche volta legge La Stampa che compra il papà, scrive la letterina e la fa rivedere dai genitori, che magari la scorciano, tolgono qualche cosa catastrofica, ma non la cambiano più di tanto. Poi si fa aiutare a spedirla nel modo giusto via internet o via posta.

Questa, almeno è l'immagine che ho io.

Per questo, posto che l'argomento è meritevole di dibattito, non mi metterei a pontificare sulle intenzioni di una *quattordicenne*. O forse noi a quattordici anni eravamo tutti perfettamente responsabili, e con uno sviluppatissimo senso dell'opportunità politico sociale delle nostre azioni?

Anche assumendo che la vicenda si sia svolta come tu immagini, stile famiglia Ingalls***, le riflessioni che fa Alberto rimangono valide e non sono il processo alle intenzioni di un quattordicenne quanto l'analisi di una mentalità. Una mentalità dove i sogni sono un diritto a cui deve provvedere lo stato, dove fare 18Km per realizzarli diventa un'ostacolo insormontabile e dove lo stato si muove ad personam per raccattare qualche consenso elettorale. Mentalità radicata, tant'è che Alberto ipotizza la lettera sia scritta da adulti e non dalla quattordicenne. Le critiche non sono alla quattordicene ma al paese in cui si vive.

Aggiunta:

***Ho sbagliato esempio! Ho appena scoperto che Laura Ingalls era la madre di Rose Wilder Lane tra le fondatrici del Partito Libertario Americano

Le critiche non sono alla quattordicene ma al paese in cui si vive.

La ragazza potrebbe risponderti che le critiche non erano ai 18 chilometri ma al paese in cui si vive. Alberto lo fa su un blog, lei con una lettera aperta.

Comunque, ho trovato gente che mi ha spiegato di aver lasciato l'università perché non poteva usare la macchina del papà ma doveva andare a piedi (all'interno di una città che si percorre tutta in 15 minuti). Quindi, la gente che tende a dar la colpa ad altri per mancanza di volontà propria esiste eccome. Solo non mi pareva questo il caso.

Alla ragazza potrei rispondere che chi abita in provincia in Italia (intendo non nel capoluogo) può avere quasi tutte le scuole superiori (non solo i licei) tra i 10 e 15 km da casa, io l'avevo a 11.

Vorrei scrivere un pensiero che mi è venuto leggendo il titolo di quest'articolo ma che interessa chi scrive su questo sito.

L'autocompiacimento etico lamentoso è spesso uno sport legato alla critica del "familismo amorale". Con questo intendo dire che esiste oggettivamente un modo di parlare di cose italiane che richiama la categoria del "familismo amorale" su nfa o su trasmissioni come Report, ma anche da chi parla in modo disinformato della cultura "del calcio in culo".

In altre parole io registro che si parla spesso di "familismo amorale" sia che ci si avvalga delle raccomandazioni o le si critichi, sia che le si critichi per avvantaggiarsene perchè non c'è rimedio, sia che si traggano vantaggi e basta. Insomma questa frase "familismo amorale" risuona molto nelle orecchie di un italiano, sia che viva negli Stati Uniti o in Italia.

Ora, vorrei dire che la genealogia di questo termine è molto sgradevole, perchè viene da un intellettuale americano che si è recato nel sud italia per fare una ricerca che ha portato a un libro intitolato The Moral Basis of a Backward Society. Questo libro è stato pubblicato nel 1958 e ha influenzato l'atteggiamento politico americano nei confronti del nostro paese. Questo libro ha anche influenzato scritti successivi, anche recenti come ad esempio il libro di Putnam Making Democracy Work del 1993, nel quale si riprende il tema di come da Roma in su gli italiani hanno storicamente sviluppato un senso civico, mentre al sud l'ethos clientelare è per lo più dovuto al fatto che da Roma in giù gli italiani sono stati sudditi (anche a leggere le analisi del prof. Ginsborg si riscontra il tentativo di mettere in relazione lo sviluppo economico con la presenza o assenza di un "senso civico" o una "cultura politica").

Ora la mia research question è questa: detto che il meridione italiano è meno avanzato del nord italia e detto che la cultura politica "italiana" lasci a desiderare e debba essere legittimamente studiata, discussa e criticata, non è che la continuazione di un discorso sul "familismo amorale" in Italia, cioè di una categoria sviluppata da un americano che voleva convincere i suoi connazionali dell'urgenza di un intervento merikano nell' area sottosviluppata, arretrata e moralmente diversa del meridione italiano finisca col "meridionalizzare" l'Italia?

Ripeto la research question: Non è che l'Italia venga vista come un Mezzogiorno rispetto ad un vago  Settentrione merikano, soprattutto dagli italiani stessi, sia all'estero che in Italia?

Mi chiedo questo anche in relazione ad un altra sensazione: noto che molti giornalisti fanno continuamente riferimento ad un referento esterno, "i paesi civili", "i paesi seri dove questo non sarebbe mai stato possibile", etc... spesso maldefinito, una specie di giustapposizione con la quale si cerca di stroncare ciò che ci piace, ma anche di puntellare ciò che ci piace dell'Italia. Basta far riferimento ai "paesi seri". (non sto dicendo che questo sito non fa analisi serie. Dico che anche un giornalista o studioso che dà notizie" e "analisi" può infarcire le informazioni e i suoi argomenti e tabelle con una retorica verbale che io non sempre condivido perchè è genericamente ripetitiva).

Questo modo di parlare per me è indicativo di un rapporto deformato fra gli italiani e la rappresentazione del loro paese e che questo rapporto deformato possa essere inventariato sulla base di una analisi storica che invece di guardare a riforme e controriforme, civiltà comunali e dominazioni che ci rendono ciò che siamo e che non ci piace guardi invece a come il modo in cui parliamo di noi stessi è filtrato da testi come quelli sul meridione italiano zeppi di razzismi pseudo-scientifici e storico-letterari che forse, più di quanto noi siamo disposti ad ammettere, hanno indirettamente contribuito, quando non spianato la strada, al mantenimento dell'arretratezza e del degrado di una cultura che si riconosce come subalterna.

Certi discorsi sul familismo amorale suonano come pessimistici, rassegnati e un poco razzisti. Mi spiego. Quelli che fanno riferimento al familismo amorale e che passano per essere degli intellettuali progressisti o persino dei sociologi nutrono di solito con ambivalenza scarse speranze sulle possibilità che l'Italia possa migliorare un po come facevano Sciascia o Tommasi da Lampedusa nel Gattopardo. Insomma non voglio dire che le critiche al familismo amorale siano in mala fede perchè i problemi in Italia ci sono e sono gravi, però magari se ne può parlare diversamente e con meno determinismo e rassegnazione. Secondo me nell'accusa di familismo amorale come cifra della realtà italiana si avverte in modo quasi impercettibile ma costante una vocazione e una nostalgia lombrosiane.

Vivo e lavoro a Napoli. Chiamalo come vuoi, ma veramente il sistema di relazioni sociali è quello. Non dico che sia giusto o sbagliato, perchè conosco tanti casi in cui le relazioni familiari hanno portato a sviluppi interessanti, è la degenerazione che ne fa un "familismo amorale", è la logica "senza raccomandazione non arrivo da nessuna parte" a essere pericolosa, non il fatto di chiedere cose e competenze a  persone di cui intrinsecamente ti fidi, in quanto appartenenti al tuo nucleo familiare.

Discorso complesso, a me personalmente non dà alcun fastidio la definizione "familismo amorale", quando sfrutti i rapporti di consanguinità per avvantaggiarti in maniera scorretta.

Ripeto la research question: Non è che l'Italia venga vista come un Mezzogiorno rispetto ad un vago  Settentrione merikano, soprattutto dagli italiani stessi, sia all'estero che in Italia?

Mi chiedo questo anche in relazione ad un altra sensazione: noto che molti giornalisti fanno continuamente riferimento ad un referento esterno, "i paesi civili", "i paesi seri dove questo non sarebbe mai stato possibile", etc... spesso maldefinito, una specie di giustapposizione con la quale si cerca di stroncare ciò che ci piace, ma anche di puntellare ciò che ci piace dell'Italia. Basta far riferimento ai "paesi seri". (non sto dicendo che questo sito non fa analisi serie. Dico che anche un giornalista o studioso che dà notizie" e "analisi" può infarcire le informazioni e i suoi argomenti e tabelle con una retorica verbale che io non sempre condivido perchè è genericamente ripetitiva).

 

Secondo me in parte hai ragione. Io sono siciliano e mi ha sempre colpito l'atteggiamento di un mio zio che, trasferitosi al nord in giovane età, appena messo fuori il piede dal c.d. mezzogiorno ha maturato una fortissima "puzza sotto al naso" nei confronti di tutto ciò che è sud e di tutto ciò che egli stesso fino a poco prima faceva e pensava. Secondo me è solo una manifestazione particolare di un forte complesso di inferiorità collettivo.

E' così ovvia la struttura del sistema italiano che non c'è nemmeno bisogno di parlarne, tuttavia, non vedo in alcun modo come possa ritenersi quella lettera un'espressione del familismo amorale ecc. ecc.

La ragazza (o chi per lei) ha solo criticato un criterio di selezione stupido. Non ha in alcun modo nè detto nè fatto intendere che i suoi sogni debbano essere considerati diritti. Non ha in alcun modo chiesto nè direttamente nè indirettamente un intervento del ministro. Non ha in alcun modo espresso l'impossibilità o la mancanza di volontà di iscriversi ad un liceo diverso. Ha solo detto: "Hey, ma non sarebbe più opportuno utilizzare criteri di selezione diversi?". L'articolo, sinceramente, mi sembra un processo alle intenzioni...

 

 

Io sono nato nella seconda isola più grande d'Italia e anche io come te ho uno zio che è emigrato nel Lazio quaranta anni fa e che ogni volta che lo incontro non fa altro che generalizzare sulla mentalità isolana, l'incapacità degli isolani e soprattutto isolati in modo così perentorio e così sicuro quanto superfluo e non richiesto.

Secondo me il fatto che l'Italia venga rappresentata in un modo piuttosto che in un altro e che a me questo non piaccia non può essere ridotto alla psicologia di massa dicendo che gli italiani hanno un senso di insicurezza collettiva che si esprime in un senso di inferiorità.

Si è parlato molto del senso di inferiorità e della insicurezza dei meridionali e non solo di quelli che se ne vanno dalle isole come tuo zio ma anche di quelli che vi rimangono.Ti riporto qui un passo di un libro intitolato singolarmente "Parlane bene" scritto da Thomas Munster nel secolo ventesimo:

“ – Quando sarai di nuovo a casa, camerata, parla bene della Sardegna! Un cantoniere nella zona di Tempio, che ha otto figli, che sa scrivere correttamente la nota “fa”, che non ha idea alcuna dell’alta politica e che tira un po’ troppo per le lunghe la pausa di mezzogiorno, ebbene, quest’uomo ha dei motivi non immediatamente comprensibili per immaginare che fuori, nel mondo, si parli male della Sardegna. Proseguendo il viaggio, poi, avevo riflettuto su quanti mi avevano rivolto la stessa preghiera […] … parli bene della Sardegna! Chi non conosca niente della storia di questa regione non può comprendere come sia potuto nascere questo complesso d’inferiorità così radicato.

Ecco io credo che questa constatazione di Munster rispetto ad un presunto complesso d'inferiorità richieda una spiegazione che va molto al di là degli approcci psicodinamici applicati alla geografia. Io credo che la preghiera rivolta a Munster, "parlane bene", da parte di persone semplici con poca coscienza storica sia giustificata. E la spiegazione è politica: la da un intellettuale di nome Gramsci Antonio, il quale aveva la gobba ma non credo avesse dei complessi d'inferiorità intellettuale, morale o geografica. Gramsci scrisse le seguenti parole a proposito della visita di uno dei tanti "scopritori" e studiosi di Sardegna:

“Un mese di soggiorno in Sardegna: banchetti, bicchierate, strette di mano, entusiasmo per l’italiano illustre che ha fatto il sacrificio di portare la sua preziosa persona fra i briganti, i mendicanti, i pastori vestiti di pelli dell’isola. E l’italiano illustre ritornato in terra ferma si atteggia a Cristoforo Colombo e scopre qualcosa, tanto per dimostrare che non ha perso il suo tempo […] Ecco: i sardi passano per lo più per incivili, barbari, sanguinari, ecc., ma non lo sono evidentemente quanto è necessario per mandare a quel paese gli scopritori di buona volontà. Un ufficiale, andato a Cagliari nel 1910 per reprimere uno sciopero, compiange le donne sarde destinate a divenire legittime metà degli scimmioni vestiti di pelli non conciate, e sente in sé (testuale) ridestarsi il genio della specie (quella non vestita di pelli), che vuole porsi all’opera per migliorare la razza. Giuseppe Sergi in quindici giorni si sbafa una quantità di banchetti, misura una cinquantina di crani, e conclude per l’infermità psicofisica degli sciagurati sardi, e via di questo passo.” Antonio Gramsci, Gli scopritori, l’Avanti, 4 maggio 1916.

Questo era lo stato della scienza che cercava di comprendere la criminalità in Sardegna e non oso immaginare tutte le castronerie che sono state scritte su siciliani o anche solo 'siciliani mafiosi' per spiegare il fenomeno della Mafia.

Tornando al discorso sul "familismo amorale" credo che le spiegazioni in salsa storico-culturalista che si offrono per spiegare la cancrena delle raccomandazioni in Italia siano poco originali e tendenzialmente "razziste" perchè sostituiscono cause "culturali", "tare storiche" pesantissime e fattori pseudo-sociologici resi immortali dalla letteratura a fattori razziali e biologici. In un certo senso un libro come quello di Banfield sulle basi morali di una società arretrata (la cui analisi è ora estesa alla Italia intera attraverso il tormentone dell'Italia Berlusconiana) non è che la continuazione legittima ed edulcorata della frenologia sul meridione italiano.

Il "familismo amorale" è un fenomeno non solo italiano e relazioni solidaristiche poco trasparenti si trovano anche in Cina e in "paesi seri" come l'Amerika, cioè il paese che ci ha mandato lo "scopritore" Banfield per stabilire scientificamente le basi morali di una società arretrata.

 

 

 

 

 

 

 

 

Impagabile.

Se l'ha teorizzata un amerikano e poi un altro ed un altro ancora l'hanno adottata ed ora ci sono questi italianifintimaamerikaniveri che pure la usano per dire che l'Italia è un paese in permanente sottosviluppo, deve essere farina del sacco del diavolo. Anzi, di sicuro c'è un complotto, probabilmente anglosassone.

Veramente incredibile ciò che una decrepita ideologia nazional-popolare può fare alla testa della gente, ed alla loro capacità di osservare il mondo in cui vivono.

Gentile prof. Boldrin, io non ho scritto quello che lei ha riassunto. Lei mi da dell'antiamericano ma io vivo in un paese anglofono che mi piace molto e parlo l'inglese. 

Quella che lei definisce una decrepita ideologia nazional-popolare (?) non ha nulla a che vedere con un complotto. Per me non c'è nessun complotto e non voglio offendere il vostro sito, anzi.

Mettiamola così: a me Banfield nun me piace. Non è questione di nazionalismo: Niceforo era un siciliano che scriveva sul meridione. Per me stiamo meridionalizzando l'Italia in modo poco originale. Facciamone una questione di gusto.

Non faccio il processo alle intenzioni, quindi non so cosa tu volessi dire o cosa tu pensi privatamente. Io ho letto il tuo primo commento, non so cos'altro leggerci se non ciò che ci ho letto io.

Non contesti i fatti, non contesti la validità interpretativa del modello suggerito, non contesti che i "differenziali di civiltà" che costoro ed altri han misurato seguano presenti mezzo secolo e più dopo.

Semplicemente ti danno fastidio l'amerikanità di (alcuni di) costoro, le implicazioni politico-sociali di queste analisi e, più in generale, sembri non gradire l'idea che società diverse abbiano norme e culture e regole d'interazione diverse e che queste abbiano conseguenze.

Davvero ho letto male quel commento? L'ho riletto giusto ora e non vedo altre implicazioni.

Nel seguente aggiusti il tiro, e va bene.

Però continuo a chiederti: cosa c'è di "sbagliato" secondo te in quell'analisi? Lascia stare le implicazioni che non ti piacciono, a quelle ci pensiamo dopo. Perché quell'analisi non funziona?

P.S. Nessuna offesa ad nFA, t'immagini. Se la mia risposta ha dato l'impressione che un'entità non dotata di personalità propria (nFA) se la sia presa, mi scuso. Io non me la sono presa di certo. Ho solo ironizzato sulle implicazioni del tuo ragionamento e sul messaggio che trasmette.

Non credo sia necessario un esame accademico della metodologia utilizzata da Banfield nello stabilire il paradigma del familismo amorale per capire che siamo di fronte ad un sociologismo pessimo (fra l’altro lo studio di Banfield è ritenuto controverso ed è stato criticato da specialisti e accademici).

Banfield è un antropologo. In antropologia la questione della voce e del luogo, cioè la questione di chi parla per chi e da dove è fondamentale. L’antiamericanismo c’entra poco.

Cosa pensava questo “scienziato” sociale? Pensava che in alcune culture, possibilmente arretrate, gli individui sono governati da regole di condotta che li portano a fare gli interessi della propria famiglia nucleare assumendo che gli altri facciano esattamente lo stesso, cioè gli interessi della propria famiglia nucleare.

Si sa, basta aver letto Marx, Durkheim e Levi-Strauss: esistono società capitaliste e pre-capitaliste, meccaniche ed organiche, calde e fredde. E poi ci sono quelle a-morali e familiste, quelle di Banfield. Beata antropologia! Banfield ha condotto la sua ricerca sul familismo amorale in un paesino del meridione italiano (che Banfield non so per quale motivo ha voluto tutelare con uno pseudonimo).

Poi però, sapete com’è, tutto il mondo è paese. La parte ha preso il posto del tutto: oggi interpretiamo la realtà italiana intera, e perché no, magari l’intera area culturale mediterranea sulla base del paradigma del familismo amorale. 

Insomma ne siamo venuti fuori con un modello abbastanza semplificato applicabile ad un area culturale distinta e relativamente omogenea.

Stiamo applicando all’Italia intera un paradigma concepito e partorito nel secondo dopoguerra da un antropologo americano in riferimento ad un villaggio ribattezzato Montegrano. Montegrano siamo noi.

Questo è il vero autocompiacimento etico lamentoso: pensare che noi siamo governati dall'assenza di possibilità, anche solo della possibilità, di un "ethos" comunitario o anche solo morale.

La presa per il bavero è evidente. Io dico che Napoli ci sarà Giorgio Bocca.

 

La validità interpretativa del modello del "familismo amorale" sviluppato da Banfield è stato criticato da Loredana Sciolla.

Ciò che però mi preme ribadire è che la teoria del "familismo amorale" è basata su una costruzione del meridione italiano che si fonda su uno squilibrio politico fra un politologo americano in trasferta e un villaggio arcaico del mezzogiorno.

Ora, nessuno crede che essere chiamato "amorale" sia un complimento, e siamo d'accordo che la maggior parte delle persone di buon senso che si trovino davanti ad un essere "amorale"  si comportino di conseguenza. 

Noi agiamo sulla base del modo in cui ci rappresentiamo gli altri, e del meridione Banfield non ne ha parlato in modo lusinghiero. Forse un abitante di "Montegrano" avrebbe scritto le stesse cose, ma questo noi non lo sappiamo. Io ne dubito - penso cioè che i Montegranesi avessero a quel tempo una percezione e comprensione di sé stessi abbastanza diversa da quella proposta da Banfield - ma si può essere in disaccordo (si potrebbero intervistare gli abitanti che vivono a Chiaromonte oggi).

Ciò su cui non vi sono dubbi è che Edward C. Banfield era un politologo statunitense politicamente conservatore, cioè un think tank del governo americano, lavorava nelle agenzie governative.

Edward C. Banfield è stato un consigliere di Nixon, Ford e Reagan.

Pensiamo pure che la nozione di "familismo amorale" del meridione italiano sia stata sviluppata in modo totalmente disinteressato e per scopi puramente accademici. Io credo che nel caso della categoria del "familismo amorale" sviluppata da Banfield e diventata quintessenza dell'Italia di ieri e di oggi non si possa parlare di "pure scholarship".

 

Jons, la bomba atomica e molto di quello che si conosce(va, ora hanno progredito) sulla struttura atomica e su come "rompere" un atomo venne scoperto con fini militari, quindi politici per eccellenza. So what?

Non è che per questo gettiamo quella scienza, ed infinita altra, alle ortiche, no?

Lo stesso vale per schemi concettuali come il "familismo amorale". Non mi può interessar di meno che il suo autore fosse un conservatore americano che lavorava per la CIA o chi vuoi tu! Anche Bellman lavorava per RAND che lavorava per il ministero della difesa: devo forse decidere che Dynamic Programming è cacca e l'operatore di Bellman non una contrazione? Eddai!

Se hai delle ragioni sostanziali per cui ritieni che modellini come quello del famam non funzionino, spiegale. Ma insistere sul tema "Banfield era XYZ" mi ricorda un po' quello che voleva farsi la fionda ...

P.S. Vedo che ora associ anche Viroli a Banfield. Mah, qui siamo decisamente alla fantasia: non è che OGNI persona che argomenti che gli italiani abbiano dei tratti culturali propri che generano strategie di equilibrio sociale di un tipo o dell'altro debba per forza essere ridotto al famam. Mi sembra un po' riduttivo, anzi offensivo a dire il vero. Le critiche devono essere circostanziate per aver valore.

Gentile prof. Boldrin, non so perchè lei paragoni il razzismo di chi definisce una popolazione come "amorale" con la bomba atomica, che pure danni ha fatto.

Le propongo un interessante scenario: e se Banfield fosse venuto in Italia per rappresentare un villaggio del meridione italiano come un coacervo di esseri familisti e amorali? Risposta: Banfield era in buona fede e non lavorava per il governo americano.

Semplicemente aveva la curiosità disinteressata di capire se un villaggio del meridione italiano è abitato da persone amorali che pensano solo al proprio nucleo familiare, e la ricerca ha dato risultati positivi. Anzi ha portato ad un modello scientifico. Eddai!

(La storia della fionda mi incuriosisce perchè non la so)

La recensione al libro di Viroli sul Sole24Ore e il commento di Marco non li ho scritti io. Entrambi paiono piuttosto concordi nel dire che Viroli si cimenta in facili generalizzazioni sprezzanti sugli italiani.

A me pare che sia la recensione del Sole24Ore che Marco abbiano criticato in modo polemico Viroli e abbiano fatto bene. Il mio era un modo retorico per dire che sono d'accordo.

La mia è una critica a Viroli.

E a Ballarò.

Ma lei perchè non si è offeso quando Floris le ha detto "Dai professore, si sporchi con noi" mentre lei era in collegamento durante la trasmissione?

Ho l'impressione che Floris non sia per niente divertente. A chiunque fosse rivolto quell'occhiolino (a lei, a Soru, al pubblico in sala, ai telespettatori) è di cattivo gusto che Floris si rivolga a lei in quel modo così pecoreccio.

Jons, hai una citazione per la critica a Banfield di Loredana Sciolla? Vorrei cercare di capire la cosa. Veramente non capisco - e' il giudizio "morale" implicito (neanche tanto) nella definizione di Banfield che tu (e lei, suppongo) criticate o l'analisi? Che poi lui abbia studiato un paesino e che si tenda a generalizzare e' ovvio, vero, e perfettamente accettabile metodologicamente - secondo me - come osservazione base empirica. 

PS Il paesino e' Chiaromonte, in Lucania. Vi hanno aperto un centro studi di antropologia dedicato a Banfield - per il  "ricco patrimonio culturale da salvaguardare" (beh, fa un po' ridere). 

PPS Mi stupisce che nessuno abbia  citato Carlo Levi ed Eboli; lui mica lavorava per la CIA

 

Jons, lasciamo stare quel "Professore", se non ti dispiace. Suona di presa per i fondelli, oltre che essere un titolo che non gradisco. Il titolo che gradisco non l'ho ancora trovato.

Poi, vediamo di non mischiare diavolo ed acqua santa, visto che nei tuoi commenti mischi di tutto.

Sugli aspetti personali (dalle battute di Floris, alle tue opinioni su cosa sia pecoreccio, ai tuoi sospetti sulle reali intenzioni di Banfield e di tutti coloro che, studiando le norme d'interazione socio-politica che vigono nel Sud d'Italia, le hanno trovate diverse da altre ed hanno provato a caratterizzarle come tali) non mi pronuncio. Diciamo che gli affari personali di individui che non conosco non mi interessano e quelli miei con coloro che conoscono me li gestisco io, da solo. Vuoi chiamarla "privacy"? Va benissimo.

Veniamo alla sostanza:

- Anzitutto, mi stupisce che tu non riesca a capire l'analogia con la bomba o con dynamic programming. Lo ripeto: un risultato scientifico, se corretto, tale rimane INDIPENDENTEMENTE dai motivi per cui venne elaborato e dalla persona che lo elaborò. Mi sembra abbastanza ovvio, suvvia.

- Coloro che, da Banfield in poi, documentano caratteristiche specifiche nelle interazioni socio-politiche ed interpersonali del Sud d'Italia, raccontano balle o dicono il vero? Su cosa raccontano balle? Quale dato, storia, esempio, compilazione statistica, inchiesta campionaria trovi fasulla? Sulla base di cosa?

- I modellini (molto molto "ini", sia chiaro: mi vergogno assai a dare l'impressione che considero grandi contributi all'analisi socio-economica cose come il familismo amorale ed il capitale sociale, ma piuttosto di niente meglio piuttosto ...) in questione PERCHÈ sono erronei? Lo sono perché incoerenti internamente? Dov'è la contraddizione? Perché basati su ipotesi platealmente false? Quali? Perché predicono cose che non accadono mai e le loro proprietà sono ortogonali a quanto conosciamo? Insomma, perché sono sbagliati e non ti piacciono?

- Se non sono sbagliati, incoerenti, infondati, eccetera, non ti piacciono perché a te sembarno "razzisti"? È perché ti sembrano "razzisti" che vanno gettati alle ortiche? Perché lo sarebbero? E se lo fossero, andrebbero rigettati anche se veri?

Ecco, a me interessano questi temi, non le battute che Giovanni Floris fa per tenere a bada la casta che ha seduta in salotto a Ballarò.

Gentile Michele

Per quanto riguarda il lavoro di Sciolla non mi pronuncio.

Cercherò di esprimere la mia posizione  personale e di merito sul perchè il discorso sul familismo amorale è una forma di razzismo che non ha nulla di scientifico al pari della frenologia dell'ottocento.

Il problema per me è che si considera il familismo amorale come modo d’essere condiviso e distintivo della popolazione italiana.

E' come se si volesse rafforzare un senso d’unità nazionale in negativo, una identità in negativo – “amorale” per l’appunto – germogliata all’interno di uno stato-nazione come una gramigna particolaristica radicata nel suolo italiano.

Insomma si attribuisce agli italiani in generale la coerenza spirituale e psicologica dell’ amoralità familista come modus vivendi diverso dalla configurazione di credenze, valori, e comportamenti contestualizzati che si trovano altrove (i.e. America).

Ciò che sembra degno di nota è che, all’interno di questa visione romantica e totalizzante, il “familismo amorale” è definito dalla sua specificità storica e geografica.

Il carattere nazionale e l’identità degli italiani sono associati al familismo amorale: è come se gli italiani avessero modi d’azione specifici caratteristici di una comunità ben radicata nelle sue origini e chiusa all’interno di una tradizione collettiva.

In primo luogo occorre notare che il familismo amorale inteso come lo spirito della popolazione italiana nelle sue diffuse volgarizzazioni è simile ad una entità ineffabile che, compromessa e come macchiata da risonanze romantiche, determina pienamente con il suo irraggiamento sia il carattere nazionale che la personalità degli attori sociali.

Il familismo amorale è, in altre parole, l’autocoscienza del demos italiano. Qualcosa che va  afferrato in modo quasi intuitivo.

L’ Italia del familismo amorale è solitamente descritta in modo drammatizzato e personalizzato, così come si descriverebbe la personalità di un individuo, come se il popolo italiano avesse il temperamento e il carattere di una persona (i.e. Berlusconi).

Il concetto del familismo amorale cova al suo interno una sorta di separatismo.

Esso è, in certo qual modo, inesorabilmente legato ai dilemmi irrisolti e alle ideologie della specificità e della particolarità italiane.

I tentativi di definire le caratteristiche degli italiani attraverso il modello del familismo amorale, inteso come il luogo recondito della essenza spirituale della nazione italian, possono essere tacciati di animismo concettuale in quanto tentativi che impongono una matrice totalizzante di valori e norme sulla vita politica e civile in Italia.

Riferendomi al lavoro di Banfield ho cercato di trovare una genealogia del perché gli italiani sono così interessati a definire la propria amoralità intesa come speciale ethos o psicologia di gruppo all’interno di un territorio nazionale.

Il problema del familismo italiano non è solo che esso è “amorale”, ma anche che esso ha una esistenza territoriale stabile.

Non solo il familismo amorale ha le sue radici in Italia: esso è anche elevato dagli italianisti agli altari di un ethos intrinseco e costitutivo che soffonde tutti i pensieri, le abitudini e le relazioni dei membri della società italiana.

La piovra del familismo amorale visto da lontano ha molte delle caratteristiche di una sostanza mistica definita in senso olistico.

Le formulazioni del concetto di “familismo amorale”, anche quando edulcorate come nei testi di Putnam, cadono nell’errore e nel mito dell’olismo sociale, contribuendo a disseminare l’idea di un intero collettivo dotato  essenza e confini specifici.

Il “familismo amorale” è considerato il letto culturale dell’identità italiana. Questo è, come ho cercato di esprimere in numerosi interventi, un approccio deformante e falsato.

La visione del “familismo amorale” come una sostanza culturale italiana latente rappresenta gli italiani secondo i modi di un volgare riduzionismo.

Inoltre il discorso sul familismo amorale italiano ci trascina nella politicizzazione della cultura e nel campo di battaglia dei processi di formazione dell’identità collettiva, con una evidente polarizzazione fra il rumore che si sente in casa e quello stesso noise from amerika.

Io non mi riconosco nell’insieme di solidarietà, fedeltà o affiliazioni descritte dal cosiddetto “familismo amorale”, concetto che tende a produrre differenze laddove potrebbero non essercene (i.e. non credo che il mio comportamento come individuo sia pesantemente influenzato dalla mia appartenenza ad una qualche “membership” geoculturale familista e amorale che mi differenzia da un individuo nato in Inghilterra o in America).

In altre parole, il difetto del “familismo amorale” è che esso è una forma velata di culturalismo, o persino una sottile varietà di fondamentalismo culturale che postula la partecipazione dei membri generalizzati della comunità italiana ad uno strato culturale autentico, inteso come un insieme organico che condiziona le loro creazioni mentali e materiali.

Gli studiosi del “familismo amorale” italiano generalizzano comunemente riguardo la situazione della comunità italiana col dire che essa è caratterizzata da certe istituzioni, regole e modi di fare, seguendo una tradizione che rimonta a Banfield e che dovrebbe essere, secondo chi scrive, guardata con sospetto.

 

Domandina:

ma i FATTI cosa suggeriscono? Che son tutte balle o che c'è una sostanziale parte di verità?

Ossia, gli itailani, e gli italiani del Sud in particolare, si comportano come gli svizzeri o si comportano diversamente nelle loro interazioni socio-politiche?

Che non ti piaccia, l'avevamo capito.

Il quesito interessante è se descriva qualcosa che ACCADE o no.

Un piccolo particolare divertente sul Professor Ed Banfield: era sposato con una signora italiana. (Come gia sanno quelli che hanno letto la dedica del suo libbro).

Non sapevo, il libro non l'ho mai letto. Degli argomenti di Banfield so dai manuali (e dalla vita quotidiana, a dire il vero).

Però è bella e mi ricorda la storia di Beniamino Placido che, quando vinse il premio Nobel, diede dello sporco razzista e negriero a Bob Fogel, sposato con una negra alla quale Time on the Cross è dedicato.

Scusa Jons. ma a me tutta sta tirata sull'olismo e cos'altro suona come la supercazzola scappellata a destra. C'e' altro?

E poi, se citi qualcuno, sei supposto sapere cosa dice e dove. altrimenti non c''e' storia e puoi discutere con lo specchio

Scusi lei Alberto, io ho articolato il mio pensiero.

Lei definisce le mie idee "supercazzola scappellata a destra" (?) ma la mia non è una discussione allo specchio.

Lei riporta il link al museo che Chiaromonte ha dedicato a Banfield e, tra parentesi, dice che in effetti c’è qualcosa che fa ridere.

Infatti Banfield non ha contribuito a far conoscere nel mondo la cultura di Chiaromonte intesa come quanto di meglio il genere umano ha prodotto (tragedie di Shakespeare, poesia di Leopardi, teoria della relatività, etc…).

Banfield ha contribuito a far conoscere la cultura di Chiaromonte in senso antropologico vecchio stile, cioè come cultura arretrata, nativa e magari pure primitiva radicata in una nicchia ecologica del meridione italiano e incarcerata in modo misterioso e persino metafisico non solo alle dimensioni pre-capitaliste di uno spazio geografico, ma anche ad una dimensione intellettuale definita come AMORALE.

Cioè gli abitanti di Chiaromonte sono stati valorizzati nel mondo come sopravvivenze arcaiche da ricordare oggi con un museo etnografico che celebra l’incarceramento, operato da un politologo del governo americano, di una comunità prigioniera del proprio modo di pensare AMORALE.

Gli abitanti di Chiaromonte secondo Banfield sono governati dalla AMORALITA' familista di ciò che essi conoscono, sentono e dicono.

Il modo in cui Banfield ha caratterizzato gli abitanti di Chiaromonte e la loro topografia AMORALE andrebbe criticato ancora oggi come infamante. Altro che museo...

Che cos’è l’abitante di Chiaromonte per Banfield? E’ l’esemplare di un tipo culturale familista e AMORALE, e perché no pure isolato e primordiale avvolto da una tradizione arretrata: l’abitante di “Montegrano”, incarcerato in una cornice di alterità ecologica, obbedisce al sistema di valori intatti, AMORALI e familisti, descrivibili attraverso un "modello scientifico" (ah ah ah).

Chi non coglie i rapporti fra potere, rappresentazione e cultura nel lavoro di Banfield facendosi  scudo dietro la “fallacia ad hominem” perde l’occasione di cogliere la qualità e la portata del mio argomento.

Qual'è il mio argomento? Oggi si parla degli italiani come caratterizzati da un modo di pensare amorale che riflette in qualche modo le situazioni e le circostanze italiane all’interno di una mappa che naturalizza divisioni spaziali fra italiani e "cittadini dei paesi seri” non solo rispetto alla presenza fisica e all’appartenenza geografica al territorio italiano, ma anche alle operazioni mentali amorali e familiste degli italiani.

Il familismo amorale è secondo me lo strumento di un incarceramento morale, o meglio A-MORALE, definito in termini quasi ecologici e botanici. In quale ambiente cresce il familismo amorale? Nel suolo italiano.

Per me questo modo di pensare impone delle separazioni geografiche e culturali che si accompagnano a un senso di gerarchia, una gerarchia evidente nella genealogia della categoria di “familismo AMORALE", cioè di un modello pseudo-scientifico fondato sulla asimmetria delle relazioni di potere e luogo fra un abitante di Montegrano nel dopoguerra e un politologo americano di nome Banfield.

 

 

 

un modello pseudo-scientifico fondato sulla asimmetria delle relazioni di potere e luogo fra un abitante di Montegrano nel dopoguerra e un politologo americano

Un piccolo ricordo di un conoscente. I fatti si svolgono grosso modo negli stessi luoghi e nello stesso periodo. Costui era figlio di un esponente di secondo piano di un partito di secondo piano. All'esponente venne chiesto di presentarsi alle elezioni nei suoi luoghi natali, ben sapendo che si trattava di una candidatura di bandiera, senza lacuna possibilità di successo. Siccome mancavano i soldi per la campagna elettorale inviò il figliolo a fare campagna per lui. Arrivato nei luoghi si recò dal responsabile del partito. Costui lo accolse con gioia e cominciarono a girare per il paese, discutendo di come avrebbero organizzato discorsi, comizi ed incontri. Il giovane non aveva fatto colazione e il suo olfatto fu piacevolmente impressionato dal profumo di pane fresco che proveniva da un negozio di panettiere. I due entrarono e chiesero del pane: v'erano almeno una dozzina di pagnotte esposte in bella mostra nei ripiani. Il panettiere disse che era stato già tutto venduto. Il giovane chiese se c'era dell'altro pane. Il panettiere disse che era tutto terminato. Il giovane era contrariato e stava per dire di chi era figlio, quando si sentì tirare per la giacca dal suo accompagnatore locale. Dietro di loro e fuori del negozio, il parroco del paese faceva segno di no al panettiere.

Jons, questa era l'Italia che Banfield incontrò. Si può sostenere che oggi è diverso, che il centro nord è diverso dal mezzogiorno (la tesi  della sociologa torinese) e che la realtà è più complessa: btw,la realtà è sempre più complessa.

La realtà è sempre più complessa. Questa osservazione si avvicina molto a ciò che cercavo di dire. Non posso dire che mio cugino o il mio vicino di casa nei fatti non esistano.

Ho una storiellina bellina bellina anche io, un piccolo ricordo. Un giorno non lontano andai con un mio caro amico, anche lui italiano, in un pub studentesco non lontano dall'università. Il pub, frequentato da studenti, si trova in una delle più popolose città inglesi. Bevevo una pinta di birra Carling quando ho sentito il peso di una persona che si è seduta sul mio braccio e sul mio giaccone. Era una ragazza inglese che scherzava con amici e amiche e che, sbadatamente, si è seduta vicino a me. Dopo qualche minuto la ragazza attacca bottone e mi chiede cosa faccio. Lei è una studentessa di infermieristica. Io e il mio amico ci presentiamo e lui dice di essere uno studente di dottorato, un dottorato in teologia. La giovane ragazza, con disinvoltura, chiede: "What's that?".

In quel momento pensai al mio amico Carlo Levi e al velo di pietismo tragico e letterario che ha steso con la sua scrittura sulla realtà del meridione italiano. Poi ho salutato la ragazza e ho finito la birra.

Jons,

tu hai ragione nel ritenere che spesso le etichette identitarie, lungi dal servire gli scopi analitici, sono sattacate con intento denigratorio.

interesting, ma quello che si sta cercando di discutere in questo forum, mi sembra, non è la questione storica se Banfield sia stato o meno al servizio della Cia in un complotto per denigrare l'Italia (perchè non fai una ricerca, scrivi un post e lo sottoponi agli editors?).

in generale, quello che ritengo interessi la maggior parte di quelli che hanno interagito con te, ed anche me (che non so bene perchè sto usando il mio tempo così), è capire le origini ed i meccanismi che producono e fanno sopravvivere specifiche differenze negli outcomes economici (o di altro tipo) di diversi gruppi sociali. per esempio (assumendo che siano osservazioni vere le seguenti): capire perchè il nord sia più ricco del sud, perchè in italia i politici sono tutti ladri e ignoranti ed invece in UK no, perchè in UK la gente si mette in fila ed in Italia ci si mette in fila meno spesso, perchè in UK l'ambiente familiare è più disgregato che in Italia, e così via.

a questo scopo, io credo che il diverso modo che hanno gli italiani (e non solo loro) di relazionarsi alla cosa pubblica (chiamiamolo familismo morale, ti piace di più cosi? anche a me) rispetto ad altri gruppi possa essere un fattore importante da considerare. ciò detto nessuno (mi pare) affermi che il familismo sia una caratteristica genetica degli italiani o che sia la causa prima di qualcosa. potrebbe infatti essere una variabile endogena, magari trasformabile in un giorno, un mese o un anno.

in un alto thread di Bisin sul modificare le preferenze si discuteva della possibilità (again, nessuno ha certezze) che tutti gli uomini del mondo siano uguali in quanto alle loro preferenze e skills, e questo che è stato chiamato familismo sia essenzialmente null'altro che uno specifico equilibrio sociale, differente da altri equilibri sociali che si sono generati altrove (al che la questione diventerebbe: cosa spiega la differenza di equilibri?). Per capirci familismo o non familismo è come guidare tutti a destra o a sinistra. con la differenza che il numero di incidenti prodotti dalla guida a sinistra o a destra probabilmente non differisce sostanzialmente, mentre l'equilibrio con familismo potrebbe generare meno ricchezza dell'equilibrio senza familismo.

Mi scusi, ma perchè lei mi chiede di fare una ricerca e proporre un post agli editors, se sto già scambiando le mie idee con gli editors e la discussione mostra chiaramente che c'è un certo disaccordo di fondo?

Anche se scrivessi una ricerca "seria" con tanto di modelli matematici, alambicchi, provette non è detto che questo sito possa ospitarla, perchè, giustamente e comprensibilmente, il numero di post proposti, anche di qualità, eccedono lo spazio che si può garantire alle ricerche serie,  compatibilmente con il mantenimento di una linea editoriale che conservi una identità riconoscibile.

Secondo me nel propormi di mettermi a studiare lei non solo mi invita all'autocensura, ma pensa anche che io stia cercando una rissa verbale o sprecando il suo tempo. Perchè mi scrive per dirmi che potrebbe impiegare il suo tempo in modo migliore? Il suo atteggiamento denota pochezza: impari a non essere scortese e nel concedersi eviti di dar ad intendere che il suo tempo sia più prezioso di quanto appaia perchè serve solo ad irritare il suo eventuale interlocutore.

Io non ho detto che il familismo amorale ha cause genetiche. Però esiste chi ha sostenuto che il concetto di cultura possiede utilità scientifica solo se può classificare gli esseri umani in gruppi discreti (i.e. gli italiani come sinonimo di cultura italiana, cioè la sinonimia fra gruppo umano che vive in uno stato nazione e "cultura", parola che io mi sento di scrivere solo fra virgolette). Lo studioso si chiama Joel Kahn.

Secondo Kahn la nozione di cultura è formalmente identica a quella di razza, cioè i markers utilizzati per assegnare le popolazioni a questa o a quella cultura, poniamo la cultura italiana familista e amorale (dove con amorale io riconosco un termine inequivocabilmente denigratorio), sono ambigui quanto quelli associati alla nozione di razza perchè sono lungi dal consentire di demarcare unità culturali discrete se non in riferimento a un qualche criterio puramente spaziale e, quindi, largamente arbitrario, specialmente nel mondo moderno.

Come ha parafrasato lo studioso Robert Brightman: le culture si sovrappongono le une alle altre; in virtù di questa sovrapposizione non sono discrete; e siccome non sono discrete esse non esistono. Quindi non ci sono culture, solo distribuzioni sovrapposte di tratti nello spazio.

In altre parole coloro che contestualizzano convenzionalmente il familismo amorale in riferimento alla collettività della società italiana stanno compiendo una operazione vicina ad una classificazione razziale, ovvero una classificazione arbitraria.

Un ultima cosa: mi colpisce molto che nelle risposte al mio argomento si dica che Banfield è uno della CIA, come a dire che la mia è una tesi complottistica e sterile. Ma scusate, perchè fare gli ingenui: se voi sapete che uno studioso o un giornalista famoso è un ideologo affiliato ad una istituzione la cosa non vi lascia indifferenti rispetto a ciò che quella persona va dicendo...

 

Jons, penso che tu faccia un buon punto quando dici che il concetto di cultura sia qualcosa che non si presta facilmente ad essere definito. sono anche d'accordo con te che chiamare i tedeschi pignoli o i napoletani ladri sia poco intelligente. inoltre, penso che, su questo, siano d'accordo anche tutti quelli che ti hanno risposto. quindi non vedo alcun disaccordo con nessuno.

rimane però il fatto che posso sempre definire un fenomeno con delle misurazioni (per esempio: numero di associazioni presenti in città, tempo speso dalle persone in interazioni con persone non della propria famiglia), chiamare "familismo amorale" un gruppo sociale quando quelle misurazioni sono al di sotto di un certo livello, rilevare che gli italiani rispondono alla definizione e gli americani no, e poi studiare come questo fenomeno (adesso definito precisamente) interagisce con altri. E' insieme ai risultati ed ai metodi dello studio che le misurazioni e le definizioni devono essere valutate, non per se stesse. Da sole non servono a niente.

A me parlare della vita privata di Banfield e di chi usa le sue definizione per insultare non interessa molto. quindi passo e chiudo.

Insomma, che altrimenti qui non si finisce mai, tu non hai alcuna evidenza che i fatti non sussistano, non hai una teoria migliore, non riesci ad evidenziare nessuna incoerenza esterna o interna, il familismo amorale c'è, si vede e fa effetto, PERO' ti scoccia che si dica che c'è e ti scoccia ancor di più che lo chiamino così. In particolare ti scoccia l'a-morale, oltre al familismo (che la famiglia, si sa, è sacra).

Bene, chiamalo birra calda o teologia fredda, non fa nessuna differenza. Tanto c'è e la storia finisce lì.

 

Non credo sia la stessa cosa, la birra calda è una schifezza! :D

Intanto non e' birra calda ma cervogia tiepida.

E poi, se preferisci la banale fermentazione bassa delle lager, delle pilsner e via dicendo, non sai che ti perdi! :-)

In realta' ogni anno in UK chiude il 5% dei pub per far spazio a bar piu' moderni. E con essi muoiono birrifici locali perche' il volgo preferisce la lager. Un po' di amaro in bocca lo lascia la questione, piu' del luppolo stesso. Le good news sono che i produttori inglesi (per lo piu' micro-brewery) che riescono a sopravvivere lo fanno perche' puntano sulla qualita'.

Mi sa che stasera ceno al pub con un bel boccale (o due) di London Pride.

Alla faccia dei microproduttori! La London Pride la produce la Fuller's che e' una bella bestia da 200 milioni di market cap (e' una plc).

Ho scritto "per lo piu'" ;-)

E poi se guardi il mercato della birra globale, e' un oligopolio fato da tre o quattro giganti (da SAB-Miller in poi), per cui i 200 milioni (domani verifico che sia un numero corretto, eh!) di Fuller's sono poca roba.

Si certo, SAB-Miller sta a Fuller's come Fuller's sta a una micro-brewery!

By the way, siamo ovviamente d'accordo che il nome non conta per quanto riguarda la validita' dell'osservazione sociologica o antropologica che dir si voglia. Io il libro l'ho letto e lo trovo un capolavoro. Detto questo, anche a me fa girare le scatole il nome: "amorale" tua madre e' la mia prima reazione. Ma tant'e'...

Ma io non capisco proprio.

Ma COSA vuoi dire? Le generalizzazioni ti stanno strette? Anche se c'è una corrispondenza fra quanto è oggetto di generalizzazione e i fatti che ad essa corrispondono? O sei davvero convinto che bisogna andarci piano con le generalizzazioni perché poi quelle producono esattamente quei fatti che presumono di descrivere? [Tipo: non possiamo dire che quel ragazzo è coglione perché sennò in base alla teoria dell'etichettamento diventa coglione, o delinquente, per davvero?]. Mi sembri molto post-qualcosa dicendo queste corbellerie...

I criteri di accertamento della bontà di una tesi, sia essa empirica o teorico-argomentativa, da quando sono collegati in maniera decisiva alle caratteristiche di colui che l'ha espressa? Io pensavo nulla c'entrasse...ad hominem fallacy?

Su Viroli, che mi tiri direttamente in ballo. Allora, a me Viroli non piace non tanto per le generalizzazioni che propone o per il tono che usa (su questo sono d'accordo con Michele che qualche giorno fa scriveva che qui ne usiamo di ben più caustico); il problema con le tesi di Viroli è dove vorrebbe andare a parare, quello mi preoccupa! Viroli fa bene a ricordare la situazione disastrata del senso civico italiano, anche con toni sprezzanti, mi preoccupa però che questa sua posizione si accompagni ad una difesa abbastanza accorata della Costituzione Italiana (egli secondo me ara quel terreno intellettuale che partorisce posizioni stile "abbiamo la più bella costituzione del mondo"; "toccarla significa solo voler ribaltare i rapporti di forza sociali" e via sognando). Aggiungo che la sua ricorrente fissa del "bene comune", in base al quale "la repubblica è più della somma di individui che a cena non parlano e ascoltano la televisione (cito dal suo libro con Bobbio)"; o che nella buona repubblica "i cittadini amano discutere di storia patria e si impegnano nelle associazioni politiche"...mi sa tanto di paternalismo statalista, di rimedio peggiore del male e di (queste si) concezioni olistiche della società e della politica. E su questo c'è poco da discutere: i neo-repubblicani difendono una concezione della libertà pre-liberale, e questo lo dico non in senso polemico, ma perché queste sono le basi della loro teoria politica, che sono molto discutibili da un punto di vista liberale. Inoltre, ritengo che MR sia decisamente parziale quando imputa i danni dell'assenza di senso civico solo ad una parte politica, la destra, e dimentica regolarmente la sinistra. [Qualcuno mi tira fuori un editoriale dove usa lo stesso tono che usa per la destra con la sinistra? Qui su nfa mi pare che facciamo giusto il contrario: mazziamo a destra e a manca...]

Per esempio, visto che parliamo di meridione d'Italia, come si potrebbero curare i mali del meridione d'Italia secondo un neo-repubblicano? Ma ovvio, instillando civismo nei cittadini, discutendo di storia patria e facendo delle elegantissime prediche ("perché la retorica è importante eh, sennò prevalgono quelli che hanno conoscenze positive e si sa, queste fanno solo interessi parziali emanazione di forme di potere non orientate al bene comune"...tutto il pensiero repubblicano è letteralmente ossessionato da questa rilevanza della retorica anche perché uno dei numi tutelari del repubblicanesimo è Cicerone). Impostare il problema in termini di incentivi materiali ad ottenere una certa politica, o valutare realisticamente una situazione con poca o nessuna concessione alla realizzazione di ideali di bene comune fumosi e indistinti, per un neo-repubblicano sarebbe una bestemmia.

Voglio dire: anche il pontefice parla di decadenza morale e mancanza di rispetto per il bene comune, ma le soluzioni che propone renderebbero, se adottate, la prognosi della sua diagnosi assolutamente infausta...e lo stesso vale per i neo-repubblicani, e in specie per il nostro MV.

La validità interpretativa del modello del "familismo amorale" sviluppato da Banfield è stato criticato da Loredana Sciolla.

Questa affermazione e' alquanto fumosa. Se non ti piace il termine "familismo amorale" usa "tradizioni civiche" di R.Putnam, oppure "capitale sociale" usato in altri lavori recenti, ma la sostanza mi sembra rimanga simile nei decenni, a dispetto di Loredana Sciolla...

a dispetto di Loredana Sciolla...

Qualcuno ha un link allo specifico lavoro di LS? Ho guardato sulla sua pagina web e non l'ho trovato.

Letta.

Tu che sei più istruito di me, me la traduci?

Al momento l'unica traduzione che mi viene è in spagnolo e legge

Italia es diferente.

 

Tu che sei più istruito di me, me la traduci?

Michele, non ho fatto il classico. Sono un volgare ragioniere :)

Però l'idea di citare quel link é perfiduccia. Chissà se Jons se ne è accorto...

qui una sua intervista, non è molto ma aiuta

E' un bel polpettone, che riassumerei come segue. Secondo LS gli italiani hanno "senso civico", anche se gli indicatori abitualmente usati per stimarlo (fiducia nel prossimo non familiare, fiducia nelle istituzioni) indicano che ne hanno molto poco, comunque meno dei Paesi europei e in generale dei Paesi avanzati. Cosa sia il "senso civico" secondo LS e come lo si possa stimare con indicatori quantitativi obiettivi rimane un mistero. Il resto mi sembra fumo senza arrosto.

google mi dà questo; sembra in tema...

 

EDIT: sì credo che il lavoro sia quello:

La teoria familistica di Banfield è stata confutata dalla sociologa Loredana Sciolla nel libro "Italiani, stereotipi di casa nostra"che ha dimostrato come nella storia la nostra cultura relazionale, al cui centro c'è anche la famiglia, ha originato un fiorire di confraternite e associazioni così come la tradizione forte dell'autonomismo locale.

(Da Wikipedia)

 

Concetto ripreso qualche mese fa da Avvenire (!):

 

Lo stigma del «familismo amorale» fu magistralmente confutato dalla sociologa Loredana Sciolla (nel libro Italiani, stereotipi di casa nostra, 1997) dimostrando come nella storia la nostra cultura relazionale, al cui centro c'è anche la famiglia, ha originato un fiorire di confraternite e associazioni così come la tradizione forte dell'autonomismo locale. Come mai quel lavoro scientifico non ha avuto la considerazione che meritava? Alcune élite hanno cercato di inculcare un diffuso senso di colpa per una supposta mentalità familista.

 

 

 

Grazie. Quando arrivo in Italia me lo leggo.

Innanzitutto, tu vivi in un paese anglosassone non anglofono ;) !

Secondo, non ti seguo...ma non perché non capisca il tuo discorso, bensì perché non ne colgo l'utilità analitica. L'ho detto e l'ho scritto mille volte: conoscere la storia e tutti i suoi incartamenti può essere utile, ma pensare che i problemi del meridione siano solo il riflesso di una serie di narrazioni disinformate, parziali o deliberatamente ingiuste..significa confondere il piano dei fatti con quello delle loro descrizioni. 

Da studioso di humanities, un approccio come quello che tu sembri suggerire (vediamo da dove arriva un certo modo di descrivere la realtà, quali le sue origini culturali e, modificata la percezione di quel fatto, chissà che le cose non cambino di conseguenza) ti è molto gratificante: sembrerebbe che la discussione dei punti dei quali tu ti occupi (come nasce una certa idea del meridione?) possa avvicinarci di molto alla soluzione dei problemi stessi del meridione. Purtroppo non è così...e tonnellate di carta ingiallita e rosicchiata da torme di pesciolini d'argento, stipate nelle biblioteche del nostro tragico sud, stanno lì a dimostrarlo. A quanto convegni abbiamo assistito che ci spiegavano, fra l'altro, che se avessimo davvero riconosciuto il torto subito dai piemontesi avremmo potuto riprenderci il futuro negato con ancora più slancio? Forse una delle tragedie del meridionalismo nostrano, oltre al vittimismo piagnone e inconcludente, è stato anche il suo affidarsi a metodi unicamente storici-umanistici.

E poi andiamo, e dopo che il familismo amorale l'hanno elaborato gli americani? Cosa dimostra? Che, oltre ai brevetti, non riusciamo più nemmeno a definirci da soli, tanto siamo messi male? 

Ma poi, tu che il familismo amorale l'hai visto con i tuoi occhi, ti lamenti che sia un modo di descrivere le cose ingeneroso col sud? Dammi retta: l'alfa privativo di a-morale è già una grande concessione rispetto al più doveroso familismo "im-morale". Davvero non ne sai niente di elezioni comunali decise da famiglie di grandi (nel senso di prolifici) elettori che si spostano in base alle convenienze (mettimi mio figlio qui; asfaltami la stradina di campagna fino a qui; fammi levare la multa ecc. ecc)? Di onesti padri di famiglia che si fanno il culo a tre sette per sistemare il figlio nella fabbrica, leccando il culo al sindaco? Dei ragazzi che sciamano come locuste indegne nelle sezioni di partito per ottenere il via libera per un tirocinio di pochi mesi in una fabbrica per prendere poche centinaia di euro? E i colloqui di lavori finti fatti prima delle elezioni per compiacere il sindaco? E gli incontri negli uffici del sindaco perché prema per una assunzione? E gli assessori nominati in consigli comunali con ordini del giorno che prevedono modifiche di destinazioni d'uso di terreni fatti per speculare e con il via vai di favori, prebende, pranzi in campagna e tutte le amenità che il sud immorale che viviamo ci mostra ogni giorno? Di vigili urbani che non eseguono i controlli sanitari sui mercati periodici nelle strade perché si vendono per una busta di patate e cipolle? 

E l'urbanistica? Vogliamo parlare delle madri e dei padri che si costruiscono un rosario di abitazioni intorno alla loro per avere i figli tutti vicini, trasformando piccoli fazzoletti di terra in alveari, dilaniati poi dalle immancabili liti per l'eredità che sorgeranno per spartirsi quella miseranda ricchezza lasciata dai padri, una volta che questi saranno morti? [questo non è immorale, ma offre bene una descrizione dell'apertura non dico al mondo, ma allo stesso paesone nel quale viviamo].

Sono tutte cose che sai benissimo essere vere...se ti da fastidio chiamarle con un nome del quale ci comunichi la genesi, trovane un altro...ma la situazione quella rimane!

 

Caro Marco, io non sto negando i problemi del meridione e ti assicuro che a volte quando cammino nel centro storico della mia città mi sento un poco come Carlo Levi ad Eboli: le piazzette con ragazzi di quarant'anni con disagi mentali che urlano o si menano, pensionati dai volti pasoliniani che si cuociono al sole, le inferiate alle finestre del primo piano per evitare che qualcuno si intruda nella propria casa, signore anziane sguaiate che vivono sulla porta di casa ascoltando un televisore ad altissimo volume, il caldo opprimente e a volte maleodorante. C'è molto degrado nel meridione d'Italia e la sua realtà è per me molto "impattante" anche solo facendomi una passeggiata.

Questo non vuol dire che le mie osservazioni non abbiano una utilità analitica e ti spiego uno dei motivi, forse nemmeno il principale. Buona parte dei commentatori al post, e sicuramente tu ed io, sono concordi nel dire che il titolo che fa riferimento al "familismo amorale" è fuori luogo rispetto alla vicenda della lettera scritta dalla giovane ragazza che si è rivolta al ministro. Alcuni hanno giustamente osservato che la frase "familismo amorale" non c'entra molto. 

Perchè è stato fatto riferimento al "familismo amorale"? Risposta: perchè è un ottimo 'hook' per un articolo sensazionalistico che vuol bastonare il malcostume italiano, un refrain sterile che nulla ha a che vedere non solo con le lettere di una ragazza che vuol fare il classico ma neanche con la correttezza metodologica dello studio di Banfield.

Il punto è che quella del "familismo amorale" è una etichetta facile da appiccicare ad una realtà negativa che non si riesce a spiegare esattamente come non si riusciva a spiegare il perchè della criminalità sarda se non misurando crani. In altre parole io non sto affermando che in Sardegna gli abigeatari e i banditi li hanno inventati i piemontesi: io sto dicendo che la scuola di criminologia positiva ha prodotto una pseudo-scienza che non spiega un bel niente se non il calunnioso razzismo dei suoi esponenti.

Allo stesso modo, il clientelismo del meridione italiano non l'ha inventato Banfield: Banfield ha solo prodotto uno studio ormai invecchiato che si è trasformato in uno schema di comodo, anche al di là della sua diretta volontà (Banfield è morto credo e non poteva prevedere che altri avrebbero suonato la stessa musica senza nemmeno più lo spartito).

E poi non è vero che io non apprezzo la americanità di Banfield, perchè molto di quanto vado affermando deve tanto agli studi di antropologi americani fra i quali vi è anche quello di Jane Shneider, che mi pare insegni proprio a New York, la quale ha scritto per l'appunto Italy's South Question: Orientalism in One Country. In questo libro la Questione Meridionale si colloca all'interno della prospettiva inaugurata da Said, il quale ha recuperato il pensiero di Gramsci, pensatore italiano che non a caso cito nel mio intervento per rimarcare le deformazioni e gli stereotipi che hanno caratterizzato le relazioni nord-sud e città-campagna nel nostro paese, che è l'Italia.

 

ragazzi, che state a dire? Il familismo amorale c'entra eccome, e' nella risposta della gelmini, non nella lettera

Il familismo amorale c'entra eccome, e' nella risposta della gelmini, non nella lettera

Esatto! La risposta della ministra incarna una cultura paramafiosa laddove promette un interverto personale su un caso specifico in seguito alla sollecitazione ricevuta.

Se la lettera sia lo sfogo adolescenziale, così manierato da risultare stucchevole, di una ragazzina a cui hanno infranto i sogni, non so.

Ma certamente la discussione che sperava di infiammare chi l’ha ospitata non ha alcunché di ginnasiale. Il messaggio implicito da veicolare era: i diritti fondamentali conculcati dal governo che taglia, dite la vostra.

Non mi pronuncio sul messaggio, ma mi limito a considerare che non si lasciano ricondurre a interpretazioni manichee situazioni complesse (lo sono sempre più della loro versione giornalistica, se poi, sulla scuola, essa è quella di tal sedicente giornalista di repubblica - di scuola si interessano la stampa e la repubblica, male in entrambi i casi, ogni tanto anche il sole24ore spara le sue contribuendo al caos della disinformazione, al corriere non interessa -, allora non di semplificazione si tratta ma di oscena mistificazione e di disinformazione drogata).

 

La gelmini si trova sotto il tiro incrociato di università e scuola: si preannuncia un autunno arroventato. Avrà paura di lasciarci le penne.

 

I tagli sono la prima ragione del contendere, ma non si tratta soltanto di tagli. Il reclutamento scolastico tra ricorsi, contro-ricorsi, leggi raffazzonate, commissariamenti e smentite, ha intrecciato un pastrocchio di dimensioni epiche, mai viste prima nella pur demenziale storia del reclutamento scolastico (emblema di un  andazzo generale).

L’attacco pervicace e aggressivo è sferrato da soggetti assolutamente spregiudicati e così ipocriti da cercare di ammantare di nobile parvenza le loro battaglie di iniquità per perpetuare le anomalie che a qualcuno fanno comodo. Dall’altra parte c’è un ministero vulnerabilissimo e ostaggio dei ricorsi, funzionari inadeguati e un'avvocatura di stato che ha mostrato di non essere all’altezza. Il rischio della paralisi esiste.

 

Tra le opzioni politiche per troncare o sedare la polemica c’erano: la linea dura (ribadire l’efficienza, malgrado i tagli) o la linea morbida (riconoscere la necessità di ammorbidirli);  la ministra ha scelto la terza via: vestire italicamente i panni della mamma sollecita verso i suoi figli e pronta ad accore alla chiamata di ognuno di loro, se scrive una lettera aperta ("Mi attiverò personalmente per verificare se questo tuo desiderio possa essere realizzato"), con il chiaro intento di smorzare la polemica sul nascere.

A mio sommesso avviso, non è politicamente accettabile. Quello della mamma e quello del ministro non sono ruoli intercambiabili. Il ministro deve garantire efficienza, trasparenza, rigore ed equità.

 

Jons "familismo amorale" non è riferito alla lettera della quattordicenne, ma alla risposta del ministo!

PS

le inferiate alle finestre del primo piano per evitare che qualcuno si intruda nella propria casa,

Piccola digressione: nel meridione c'è degrado ma, a sentire voi "italo-meridionali" di nfA, sembra ci sia solo quello e solo li! In realtà le inferiate ci sono anche a Bassano Del Grappa! Invece in Germania ed Austria non hanno le inferiate solo perchè preferiscono utilizzare finestre con ferramenta e vetri antieffrazione (a norma: sistema di norme chiamato WK), idem in Olanda (dove viene chiamato SKG e consente sgravi fiscali sulle assicurazioni). Inoltre in provincia de L'Aquila (sempre sud credo) ho visto diversi paesi di montagna dove si lasciava la porta di casa aperta.

Caro Marco, io ho cercato di spiegare l’origine, poco lusinghiera perché tipologizzante in senso peggiorativo, del discorso sul familismo amorale, preoccupato di definire il “tipo” della società italiana come “modello” di arretratezza amorale familista.

 

Mi si è rimproverato di aver negato la realtà dei problemi italiani come una invenzione dal nulla. Sono stato rimproverato di idealismo: non si può sostituire il grave stato in cui versa l’Italia con una “percezione falsata”, con uno “stereotipo” pseudo-scientifico che risale a Banfield e che ancora caratterizza in modo totalizzante il discorso sull’Italia. L’Italia, mi si fa capire, è un paese amorale e familista: il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, chiamalo pure come vuoi.

 

Inutile dire che questa critica al mio punto di vista è crassa, perché io non sto negando la realtà dei problemi italiani e ritengo sia importantissimo il modo in cui se ne parla, specialmente nel caso del “familismo a-morale”, cioè di un discorso diffuso, vecchio ed egemonico.

 

Cercherò di rispondere all’accusa di idealismo e cercherò di mettere in luce l’idealismo che inficia il discorso sul “familismo a-morale” italiano.

 

Secondo me l’idealismo di partenza è quello di Banfield. L’idealismo è quello di chi postula uno iato fondamentale fra tipi società dominate da relazioni di parentela orientate ad un atteggiamento a-morale che definisce i loro interessi da un lato, e tipi di società nelle quali le persone sono individui indipendenti che operano libere transazioni gli uni con gli altri.

 

Questa distinzione fra una "cultura", quella del “familismo amorale” dove regnano il favore e lo scambio intriso di valori familisti a-morali come ragion d’essere delle istituzioni che la caratterizzano, e una "cultura" nella quale gli individui sono separati perché non sono definiti da relazioni a-morali di parentela ma dal mercato e dal contratto individuale è abbastanza idealista.

 

La realtà è che la società americana (studiata da David Schneider, Ellis, e altri) è fondata su transazioni che non solo sono lontane da pure transazioni commerciali ma trovano le loro ragioni nei legami biologici e d’affetto all’interno della famiglia. Non mi sto riferendo alla "moralità" del fatto che G. W. Bush è figlio di un Bush padre.

Mi sto riferendo alla mistificazione dei “paesi seri” come società meritocratiche basate su relazioni di scambio astratte. Gli americani sono molto interessati a massimizzare i vantaggi per il proprio nucleo familiare, non tanto perché familisti o a-morali, ma anche perché non sono cretini.La sopravvivenza del gruppo familiare, più o meno ovunque nel mondo, è legata a relazioni sociali che non assomigliano al rapporto de-materializzato puramente economico e commerciale.

Io aggiungerei anche che nemmeno i rapporti commerciali ed economici sono impersonali e privi di familismo, sia morale che a-morale: favori da ricambiare e obbligazioni personali sono all’ordine del giorno, non solo nel mercato nero a New York o a Londra, ma anche in relazioni di business dove è necessaria la fiducia personale di cui è intrisa la retorica di numerose aziende che distinguono fra gli "insiders" che sposano i valori morali e la vision che serve a mantenere la propria reputazione sul mercato e gli "outsiders".

Non solo le multinazionali, ma anche il negozietto d'alimentari all’angolo, più o meno ovunque nel mondo, crea non di rado relazioni reciproche fra il negoziante e il cliente che hanno molto di familista e molto poco delle relazioni disincarnate del mercato: il negozio di fiducia fa credito ai clienti in crisi e senza soldi perché esiste una relazione personale di fiducia fra i due e il cliente si impegna tacitamente a fare la spesa in quel negozio quando i tempi saranno migliori.

Per non parlare delle relazioni familiari, morali e a-morali nel capitalismo cinese, o anche in quello giapponese.

Il discorso sul “familismo amorale” è distorcente perché non solo attribuisce il fenomeno all’Italia e non ad altri luoghi (dove pure esso è in qualche misura presente), ma anche perché demonizza la sfera universale delle “kin relationships” come qualcosa di tipicamente negativo e tipicamente italiano, mentre invece il familismo non solo non è sempre a-morale, ma è anche parte integrante della vita degli esseri umani nella maggioranza delle regioni del globo terracqueo, oltre che essere comprensibile, anche se non giustificabile, sul piano sociobiologico.

Gli americani e i tedeschi (Banfield compreso) sono mammiferi, non dimentichiamocene.

 

Il discorso sul “familismo amorale” è distorcente perché non solo attribuisce il fenomeno all’Italia e non ad altri luoghi (dove pure esso è in qualche misura presente), ma anche perché demonizza la sfera universale delle “kin relationships” come qualcosa di tipicamente negativo e tipicamente italiano,

Potresti citare dove Banfield affermerebbe che il familismo amorale e' unicamente italiano o italo-meridionale? Dubito che l'abbia scritto. E scommetto che se si studiano Albania o Romania si trovano livelli simili di familismo amorale.

Mi sembra evidente che ovunque le relazioni familiari giocano un ruolo.  Nei luoghi dove le persone hanno avuto un passato di importante vita cittadina o di Stato nazionale funzionante, si e' sviluppata una cultura che da' importanza, oltre alle relazioni familiari, anche alla compattezza della societa' cittadina o statale. Secondo me perche' cio' si realizzi e' indispensabile una fase di competizione con altre citta' o Stati.  Questo e' cio' che manca probabilmente in tutto o in parte in Italia.

In un mondo che e' organizzato in Stati in competizione tra loro, possedere compattezza a livello di societa' e' un fattore positivo, non bisogna confondere questo fatto evidente con un giudizio morale. E infatti la disfunzionalita' della societa' italiana e' stata confermata da praticamente tutte le esperienze militari dell'Italia unificata. Piu' recentemente, mi sembra che il familismo amorale giochi un ruolo importante sia nel progressivo fallimento economico dell'Italia, sia nella corruzione e inefficienza delle sue elites, particolarmente le elites politiche.

Aggiungerei un punto che Jon non mi sembra valutare correttamente (ma forse son io che ho letto Banfield distrattamente secoli fa).

Banfield non nega il familismo nè lo contrappone ad una società meritocratica basata su relazioni di scambio astratte. Banfield contrappone il familismo amorale ad una società meritocratica. Non è la stessa cosa. Il chiamiamolo "naturale" familismo diventa amorale quando invece di scegliere un chirurgo per i suoi meriti lo scelgo perchè è mio cugino, quando devi essere amico dell'infermiera perchè tratta bene solo i pazienti amici e male gli altri o quando cerchi di proteggere un serial killer perchè è figlio di un notabile di Potenza.

Il familismo non è considerato amorale di per sé.

Resta il fatto fondamentale che quella del cosiddetto "familismo amorale" è diventata l’ immagine assoluta dell'Italia, un modello reificato che, seppure concepito originariamente in chiave comparativa e dialettica rispetto alla realtà americana, anch’essa (in alcune zone) arretrata e familista ma non amorale, spesso ignora le somiglianze fra l'Italia e i "paesi seri".

 

Ciò che prima era un carattere distintivo è diventato nel tempo una vera e propria definizione categorizzante. Il familismo amorale non è ciò che manca all'Italia o ciò di cui l'Italia difetta (come indica la "a" privativa di a-morale) ma ciò che l'Italia "è" in termini positivi. Il discorso sul "familismo amorale" sembra non avere nemmeno più bisogno di ricordare le proprie origini di definizione dinamica e dialettica che si costruisce come negativo di qualcos'altro. Quello del “familismo amorale”, per quanto importante, è diventato un concetto sostantivo e insidioso.

Esso è parte di un dibattito che si accompagna a tradizionali preoccupazioni di definizione nell’ambito antropologico (che cos’è la famiglia? che cos’è la famiglia amorale?) e, al contempo, a neanche troppo implicite valutazioni morali su una società intera, quella italiana, considerata alla stregua di una regione o entità etnografica. (Questo credo sia il motivo - un motivo che ha a che vedere più con una ben definita dimensione prospettica che non con un presunto anti-americanismo di chi scrive - per cui ritengo importante sottolineare  che questo blog, partecipato soprattutto da italiani, s'intitola noisefromamerika e che Banfield era americano). 

In altri termini, credo che la polemica sul familismo amorale abbia raggiunto un punto di saturazione tale che si rischia di considerare l’Italia come un contenitore all’interno del quale si esprime e manifesta una vita sociale e istituzionale non solo connotata negativamente sul piano morale, ma anche uniforme e coerente.

 

Questa tendenza essenzializzante, che descrive un preciso atteggiamento nei confronti dell’Italia, ha un valore che non è solo d’immagine. Il pistolotto giornalisticamente indignato sul familismo amorale ha anche una carica eminentemente politica e ideologica, a prescindere dalla buona o cattiva fede di chi critica il malcostume del Bel Paese.

 

Ora, vorrei dire che la genealogia di questo termine è molto sgradevole, perchè viene da un intellettuale americano che si è recato nel sud italia per fare una ricerca che ha portato a un libro intitolato The Moral Basis of a Backward Society.

Puoi spiegarti meglio??? E' "molto sgradevole" perche' viene da un intellettuale americano???  Ho letto due o tre periodi dopo questa frase sconcertante e non capisco per quali motivi razionali e difendibili l'origine del termine sia per te "molto sgradevole". Non mi sembra un modo serio di argomentare.

Questo libro è stato pubblicato nel 1958 e ha influenzato l'atteggiamento politico americano nei confronti del nostro paese. Questo libro ha anche influenzato scritti successivi, anche recenti come ad esempio il libro di Putnam Making Democracy Work del 1993, nel quale si riprende il tema di come da Roma in su gli italiani hanno storicamente sviluppato un senso civico, mentre al sud l'ethos clientelare è per lo più dovuto al fatto che da Roma in giù gli italiani sono stati sudditi (anche a leggere le analisi del prof. Ginsborg si riscontra il tentativo di mettere in relazione lo sviluppo economico con la presenza o assenza di un "senso civico" o una "cultura politica").

Quanto qui ricordato va nella direzione di mostrare come quel lavoro sia stato e venga ancora considerato valido e le sue tesi continuano ad essere condivise e anzi a trovare nuovi supporti empirici.

non è che la continuazione di un discorso sul "familismo amorale" in Italia, cioè di una categoria sviluppata da un americano che voleva convincere i suoi connazionali dell'urgenza di un intervento merikano nell' area sottosviluppata, arretrata e moralmente diversa del meridione italiano finisca col "meridionalizzare" l'Italia?

Che razza di ragionamento e' questo?  Non si dovrebbe usare il termine "familismo amorale" perche' sarebbe proprio questo a meridionalizzare l'Italia?  E di nuovo, perche' l'origine sarebbe americana?

Ripeto la research question: Non è che l'Italia venga vista come un Mezzogiorno rispetto ad un vago  Settentrione merikano, soprattutto dagli italiani stessi, sia all'estero che in Italia?

E allora? Non vorrei che tu faccia un errore di fondo, che tu ritenga che tutto quanto venga scritto o detto sia fondato sul nulla e abbia unicamente qualche scopo recondito.  Questo potra' essere vero per il 99% delle chiacchiere dei politici italiani e per il 99% dei talk show e degli articoli di giornale italiani, ma esistono anche Paesi civili e studiosi seri che prima raccolgono dati, poi li studiano, e poi cercano di derivarne delle conclusioni, senza necessariamente avere fini reconditi.

noto che molti giornalisti fanno continuamente riferimento ad un referento esterno, "i paesi civili", "i paesi seri dove questo non sarebbe mai stato possibile", etc... spesso maldefinito, una specie di giustapposizione con la quale si cerca di stroncare ciò che ci piace, ma anche di puntellare ciò che ci piace dell'Italia. Basta far riferimento ai "paesi seri".[...] Questo modo di parlare per me è indicativo di un rapporto deformato fra gli italiani e la rappresentazione del loro paese

Come mostra C.Duggan, questa percezione dell'Italia come nazione inferiore alle altre data almeno dall'inizio del 1800.  Non sara' che ci sono validi motivi che ampiamente giustificano questa persistente percezione?  Secondo te il livello di civilta' italiano e' simile a Francia e Germania?  Le cause civili per esempio durano tempi paragonabili? L'assegno per un invalido al 100% e' di entita' comparabile? Scrivendo ad un ufficio pubblico italiano si ottengono risposte con la stessa frequenza e tempi di risposta che ad un ufficio pubblico tedesco e francese? I politici italiani a Bruxelles, gli ambasciatori sono pagati come quelli tedeschi e francesi oppure significativamente di piu'?  La combinazione di tutti questi elementi statistici quantitativi e di molti altri definisce senza ambiguita' la relativa inferiorita' e incivilta' dell'Italia.

filtrato da testi come quelli sul meridione italiano zeppi di razzismi pseudo-scientifici e storico-letterari che forse, più di quanto noi siamo disposti ad ammettere, hanno indirettamente contribuito, quando non spianato la strada, al mantenimento dell'arretratezza e del degrado di una cultura che si riconosce come subalterna.

Una societa' puo' reagire in due modi a critiche esterne: 1) migliorandosi per competere e far meglio degli altri 2) negando che le critiche siano fondate e accusando i critici di razzismo.  La seconda strada e' quella che condanna all'arretratezza e al fallimento, non certo l'esistenza di analisi critiche da cui invece una societa' sana dovrebbe trovare spunto a correggersi e migliorarsi.

Tu mi stai dando dell'anti-merikano. Cerco di rispondere sul perchè ho usato il termine "sgradevole", che non ha nulla a che fare con l'americanità, qualsiasi cosa si intenda con questo termine.

La credenza secondo la quale singole pratiche competono le une con le altre (tu fai l’esempio dello stipendio dei politici italiani a Bruxelles comparato con quello dei politici di altri Paesi europei, i tempi di risposta degli uffici pubblici in Italia rispetto a quelli francesi e tedeschi) e possono essere confrontate e misurate non sembra essere del tutto errata.

Anzi mi pare ciò sia cosa buona, giusta e desiderabile.

Ciò che invece trovo brutto, sporco e cattivo è l’atteggiamento retorico e allegorizzante che si accompagna all’analisi dei problemi reali, che tende immancabilmente a focalizzarsi su differenziali di “civiltà”, “società del malessere” e “culture arretrate”. Secondo me se si parla di differenziali fra le "basi morali" di una società arretrata e le "basi morali" di una società avanzata si rischia di fare un discorso omogeneizzante basato su generalizzazioni, siano esse informate o meno, che stabilisce un sottile senso di gerarchia, ingiustificato in quanto frutto di una evidente distorsione, tra gli individui di collettività che occupano aree geografiche diverse. 

Sarà una questione di sensibilità personale, ma per me esiste una differenza tra chi valuta le proprie preferenze estetico-morali e scientifiche per una certa pratica in relazione ad un’altra (i.e. l’ufficio postale a Manchester mi ha offerto un servizio che non ho trovato nella mia città italiana d’origine) e chi invece rigetta una pratica ascrivendola come qualcosa di fondazionale, con atteggiamento generalizzante e psicologizzante, alle “basi morali di una società arretrata”.

Alla sequenza 'familismo amorale', 'familismo', 'amoralità', 'meridione (d'Italia)' manca 'mafiosità'. Potrebbe essere d'aiuto questa lettura estiva per scavare in profondità e riportare in superficie qualche buon argomento.

Bello. Non dico che mi abbia "convinto", ma certamente stimolante.

Non conoscevo Mario Alinei, quindi grazie per la segnalazione.

Alla sequenza 'familismo amorale', 'familismo', 'amoralità', 'meridione (d'Italia)' manca 'mafiosità'. Potrebbe essere d'aiuto questa lettura estiva per scavare in profondità e riportare in superficie qualche buon argomento.

La teoria di M.Alinei sulla mafia e' affascinante come quella sull'origine paleolitica dell'indoeuropeo. Si tratta pero' di teorie che difficilmente potranno trovare elementi di conferma.  Se sulla mafia ha ragione, ci vorranno secoli se non millenni per liberarcene.

ho letto di sfuggita. a me sembra una teoria delirante quella che fa risalire le cause della mafia alla pastorizia paleolitica. il concetto di causa mi sembra un po' troppo preso alla leggera. su quanto dice sull'origine della parola "mafia" non mi pronuncio.

a me ha convinto di più Diego Gambetta, che nel suo libro Sicilian Mafia, spiega le organizzazioni mafiose come imprese di protezione privata e di risoluzione dei conflitti, fiorenti in aree dove sono assenti sia la mano dello stato che quella della la società civile (in questo caso per motivi legati all'assenza di trust reciproco tra gli individui - qualcosa di simile al familismo amorale)

a me ha convinto di più Diego Gambetta, che nel suo libro Sicilian Mafia, spiega le organizzazioni mafiose come imprese di protezione privata e di risoluzione dei conflitti, fiorenti in aree dove sono assenti sia la mano dello stato che quella della società civile (in questo caso per motivi legati all'assenza di trust reciproco tra gli individui - qualcosa di simile al familismo amorale)

Daniele, con tutto il rispetto per Gambetta (che non conosco ma che molto probabilmente è un gran buon ricercatore) se ci pensi un attimo la "spiegazione" che lui dà della mafia non passa il famoso "pizza test". Il pizza test (la cui origine ora mi sfugge perché non ho DKL sotto mano) dice che una spiegazione troppo buona a volte è vuota, perché non solo spiega l'evento specifico in questione ma spiega tutto. Ossia, è troppo buona.

Nel caso di specie: se rileggi la tua spiegazione, che è un buon riassunto delle tesi di Gambetta, ti rendi conto che si applica a TUTTO.

Qualsiasi organizzazione (criminale o meno) che non sia lo "Stato" (esterno) o la "società civile" (cosa sarebbe? Forse che la mafia non è un pezzo di società civile siciliana? Ma Sascia era davvero pazzo, allora?) starà ESATTAMENTE in quel territorio laddove Gambetta colloca la mafia.

La "mala del Brenta" sta in quel territorio, ma anche le bande di giovinastri di ogni hinterland italiano, le gangs dei quartieri "cattivi" delle città USA, le ronde della Lega, le sezioni del partito laddove il partito conta, gli Hells Angels ...

La "spiegazione" di Gambetta non è una spiegazione, ma una descrizione. Utile, per carità, ma descrizione. Non spiega perché la mafia ci sia a Corleone e non in Val Badia, dove spero di essere fra tre giorni, traffico permettendo. Quello è il problema!

P.S. Non il traffico, ma perché la mafia c'è in un posto e non nell'altro. Poi, se c'è, non può non essere se non laddove Gambetta la colloca, altrimenti sarebbe la San Vincenzo de Paoli e non la mafia.

io mi sono espresso male. fammi riprovare. Gambetta sostiene (non so se sia il primo a farlo o l'unico, e non ricordo le tesi di Sciascia sulla mafia, che pure ho letto essendo io siciliano) che la mafia e' una impresa che soddisfa la domanda di enforcement dei contratti da parte della societa' civile. domanda che e' presente in contesti dove le istutizioni statali (la giustizia) sono inadeguate, e basso e' il livello di trust reciproco (ovvero la tendenza a rispettare i contratti anche in assenza di istituzioni che fanno enforcement).

per fare un esempio, nel caso del traffico di droga il suo punto e' che l'attivita' propria delle organizzazioni mafiose non e' tanto quella di produrre o distribuire la droga, ma quella di garantire che gli accordi tra gli operatori della filiera (importatori, grossisti, raffinatori, spacciatori, etc.) siano rispettati. in questo senso svolge (a fronte di pagamenti) un ruolo che svolgerebbe lo stato se il traffico di droga fosse legale, in un ambiente in cui ve n'e' grande necessita' perche' nessuno si fida di nessuno. in questo senso la mafia e' differente dalla mala del brenta.

ovviamente, questa tesi e' prima di tutto descrittiva e cerca di rispondere alla domanda: cosa caratterizza veramente la mafia? la risposta e' quindi ricercata sul piano storico. tuttavia, una volta che una definizione e' stata posta, allora e' naturale ipotizzare che la pianta della mafia sia cresciuta e prosperi dove e' maggiormente assente lo stato ed il (famigerato) familismo amorale e' piu' diffuso. quindi a Corleone e non in Val Badia. PTP*

*Pizza Test Passato

 

 

 

 

 

humble opinion: ho l'impressione che per superare il pizza test, una teoria sulle origini della mafia debba spiegare perché é al Sud che abbonda il familismo morale, che è l'ambiente dove una organizzazione criminale come la mafia (la camorra, la 'ndrangheta, etc. etc. ) puó prosperare.

spiegare come mai, in un contesto di assenza di fiducia e impossibilitá di enforcement legale dei contratti, si forma una organizzazione come la mafia non risponde, per quello che posso capire, alla domanda principale (ovvero: perché é a Corleone che abbonda il familismo amorale - di cui si alimenta la mafia - e non in Val Badia?). 

 

non mi intendo di pizza test, ma non vedo perche' una teoria sulle origini della mafia che si basa sul familismo debba spiegare anche l'origine del familismo. ad un certo punto bisognera' pure fermarsi, altrimenti si va avanti ad infinutum, magari fino al paleolitico....

ovviamente il problema delle origini della mafia non e' il tema principale della discussione fin qui svolta a partire dal pezzo di Alberto Bisin.

daniele, quando ho postato il link all'articolo di Alinei intendevo solo allargare di un pochino l'orizzonte entro cui cercare ipotesi sull'origine del 'familismo' e comportamenti annessi. La solidità del metodo (che ovviamente non è un'esclusiva di Alinei) può dire qualcosa di inaspettato [e.g. "Ma certamente dopo il disastro delle guerre sannitiche (343-290 a.C.), essi avrebbero potuto cominciare a progettare una loro guerra sotterranea, con la formazione di fratellanze segrete sotto la loro guida"] e non credo si tratti solo di familismo che da solo non può spiegare origini della mafia. Certo, forse serebbe stato meglio postarlo altrove, dove si discute di bamboccioni e liceo classico.

cesare, la mia non era una critica alla compatibilita' del tuo link con il thread, che non e' affare mio. anzi, se vuoi il mio parere, l'argomento mafia e' pertinente ad una discussione sul familismo.

sebbene da nessuna parte io abbia detto, ed infatti non lo credo, che la mafia sia generata unicamente dal familismo (possiamo smettere di chiamarlo amorale), ritengo, insieme ad altri piu' qualificati di me, che il familismo sia un fattore che promuove lo sviluppo della mafia, piuttosto che no.

quanto al metodo, ed a cio' che di positivo l'articolo di Alinei puo' insegnare a noi scienzati sociali, penso che in generale ci sia molto da capire sulle cose guardando all'etimologia delle parole (...argomento per me a favore del liceo classico...).  una fonte di informazioni spesso tralasciata nell'analisi. but then again, ognuno usa il metodo che vuole.

quello che contestavo, e spero di essere stato chiaro, era questo apprezzamento, da parte di tutti quelli che l'anno commentato, per un pezzo che, andando al sodo, promette allo scenziato sociale (antropologo, sociologo, economista, etc.) ben piu' di quello che mantiene.

 

 

Mi sono intrufolato nella discussione, tenendo conto anche di quella su bamboccioni/licei vari, solo per dire che se al classico ci fossero manuali di grammatica latina e greca, (dove abbonda ancora per es. la spiegazione di fenomeni vari mediante la 'analogia' che chiude ogni percorso alternativo di ricerca) ma anche italiana, e metodi d'insegnamento meno ingessati  i benefici di un investimento in istruzione-formazione dei nostri giovanotti e signorine sarebbero più cospicui. insomma, se ad ogni 'perché?' tutto o quasi tutto si spiega (come ora avviene a scuola) con un bel 'perché di sì', 'perché è risaputo da sempre che è così' l'abitudine (un piccolo obiettivo di natura generale …) a cercare altrove, almeno in altri libri, averificare la validità di una teoria, di una spiegazione, la solidità di un argomento proprio non si forma.

Circa la mafia, per parte mia penso solo che sia più produttivo esplorare il paleolitico piuttosto che farla risalire al brigantaggio dell 1800 o alle insorgenze di fine 700 o altro, con tutte le implicazioni socio e politiche che le tre (o quante possono essere) ipotesi si portano appresso.

 

Spero di non essere finito 'fuori tema' :)

Anche a me e' piaciuto molto l'articolo di Alinei. Direi che mi ha anche convinto - quantomeno sull'origine nel conflitto pastori/cittadini di vari aspetti della cultura del sud. L'analisi etimologica di mafia, camorra, 'ndrangheta e' affascinante - pare in alcuni punti anche arbitraria, ma la mia ignoranza non aiuta. La banale affermazione che la mafia non esiste ne' e' mai esistita in Grecia e nemmeno in Sardegna e in Corsica (in senso  stretto) nonostante le origini pastorizie e' di per se' molto interessante. 

mi rivolgo a voi ammiratori di Alinei (io invece preferisco Alinea...), state parlando seriamente?

capisco che la lettura possa essere gradevole, ma credete veramente che la teoria che ha formulato sulla mafia come continuazione del conflitto tra elite urbane e gruppi pastorali italici regga, anche solo un poco?

- dal punto di vista logico, per esempio: (i) la mafia non e' mai stata veramente in conflitto con le elite urbane, ed ha avuto sempre chiaro, almeno da quando ha cominciato a contare qualcosa, della necessita' di essere in buoni rapporti con il maggior numero di potentati possibile; (ii) quale sarebbe allora lo scopo della mafia? Non viene detto. Dove sono gli incentivi a voi tanto cari?

- dati: avete per caso visto nel testo un qualche dato attendibile che possa corroborarla? io no, ma ho letto di fretta, quindi attendo di essere smentito.

non ho intenzione di provocare una discussione sull'origine della mafia, ma questo ampio apprezzamento su una tesi cosi' poco sviluppata mi ha veramente sorpreso.

Provo a risponderti, Daniele, anche se poi magari vado fuori tema. L'idea dell'origine della mafia mi interessa poco, perche' mi pare un modo infelice di porre una questione sociologica. Purtroppo, questo e' quello che si fa oggi in economia quando si studia "social capital" - inteso in senso lato. Ci si litiga sulle cause prime, la storia, le istituzioni, la genetica,.. Quindi non e' quello il punto che mi ha affascinato di Alinei - anche se ho trovato interessanti le analisi etimologiche. Quello che mi ha affascinato (e mi ha convinto) e' l'identificazione di potenziali radici culturali risalenti alla pastorizia nella cultura moderna di alcune regioni. Poi se la mafia venga di li', non mi interessa perche' anche se fosse vero la spiegazione non spiega l'evoluzione del fenomeno, che per me e' la questione fondamentale.   

concordo su un punto. il problema dell'origine della mafia e' una questione storiografica, tutto sommato di limitata importanza. altro discorso vale per il capire quali sono le condizioni che un fenomeno sociale lo fanno prosperare ed evolvere. a difesa di chi studia le origini, concedo che esse danno spesso informazioni utili agli studiosi piu' scientifici dei fenomeni sociali.

su un'altro punto rimango in disaccordo e penso che valga la pena ribadirlo. identificare conseguenze della pastorizia paleolitica nella cultura del sud contemporaneo (o la sua assenza in quella del nord) mi sembra far-fetched e poco convincente, soprattutto se la cosa e' condotta senza alcuna hard-evidence (mi rendo conto, difficile da reperire visto l'oggetto di studio). Ammetto tuttavia che anche su di me l'operazione di Alinei ha un certo fascino, ed e' suggestivo ritrovare il conflitto sud-nord nelle lotte tra italici ed etruschi. PS: serieta' a parte, mi e' venuto in mente quel terribile (ed anche poco divertente) film SPQR, dei vanzina.

 

dentificare conseguenze della pastorizia paleolitica nella cultura del sud contemporaneo (o la sua assenza in quella del nord)

La pastorizia non e' paleolitica, ma si colloca (ovunque) nel neolitico e dopo il neolitico. In particolare i pastori appenninici di M.Alinei si collocano (come lui scrive) nell'eta' del bronzo, e il momento di divaricazione con le culture del centro-nord si colloca tra la fine dell'eta' del bronzo e l'inizio di quella del ferro.

Il paleolitico c'entra con un'altra ipotesi teorica di M.Alinei, l'ipotesi che le lingue indoeuropee parlate in Europa risalgano al primo popolamento Paleolitico del continente.  Anzi, M.Alinei esamina due possibili ipotesi, che l'indoeuropeo di assesti nel Paleolitico basso con l'insediamento dell'homo sapiens, oppure (ipotesi ancora piu' azzardata) con l'insediamento alto-paleolitico dell'homo erectus.

mi sembra far-fetched e poco convincente, soprattutto se la cosa e' condotta senza alcuna hard-evidence (mi rendo conto, difficile da reperire visto l'oggetto di studio).

Le argomentazioni di M.Alinei sono abbastanza convincenti, ed e' piacevole seguire il suo sfoggio di erudizione sempre in tema con la tesi proposta.  Il lavoro soffre pero' dei difetti della cultura italiana, poco propensa a sistematizzare l'esposizione con criteri razionali ed empirici.  Sarebbe stato utile dare una definizione di mafia, verificarne la corrispondenza empirica con identificatori quantitativi obiettivi, identificarne le caratteristiche comuni in diversi luoghi del mondo o isolare le specificita' di quella italiana, sottolineare le differenze nel presente e collegarle con differenze nella storia passata.

Detto questo il modello di M.Alinei da' una spiegazione convincente del particolare sviluppo della mafia in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria (regioni egemonizzare dai pastori appenninici e in seguito invase, colonizzate in massa e dominate da stranieri) e la sua assenza in altre regioni o le caratteristiche diverse della criminalita' sarda dove la dominazione straniera e' stata meno massiva e intensa.  Sarebbe interessante approfondire anche il caso dell'Abruzzo, altra regione che non ha subito colonizzazione intensa al contrario delle 4 regioni di mafia. Puo' ben essere che esistano spiegazioni migliori e piu' coerenti con i dati, ma non le conosco.  Se ci sono devono pero' spiegare anche quanto spiega il modello di MA.

 

Detto questo il modello di M.Alinei da' una spiegazione convincente del particolare sviluppo della mafia in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria (regioni egemonizzare dai pastori appenninici e in seguito invase, colonizzate in massa e dominate da stranieri) e la sua assenza in altre regioni o le caratteristiche diverse della criminalita' sarda dove la dominazione straniera e' stata meno massiva e intensa.

Il fenomeno mafioso in Puglia non ha nulla di storico, tanto meno legato alla pastorizia, essendo molto recente, diciamo post tratturo.

 

venendo al punto, anche se sembra smentire quanto tu dici prima...

Detto questo il modello di M.Alinei da' una spiegazione convincente del particolare sviluppo della mafia in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria (regioni egemonizzare dai pastori appenninici e in seguito invase, colonizzate in massa e dominate da stranieri) e la sua assenza in altre regioni o le caratteristiche diverse della criminalita' sarda dove la dominazione straniera e' stata meno massiva e intensa.  Sarebbe interessante approfondire anche il caso dell'Abruzzo, altra regione che non ha subito colonizzazione intensa al contrario delle 4 regioni di mafia. Puo' ben essere che esistano spiegazioni migliori e piu' coerenti con i dati, ma non le conosco.  Se ci sono devono pero' spiegare anche quanto spiega il modello di MA.

...sono stupito da come vi abbia tutti convinti, ognuno di voi a suo modo. A mio modestissimo parere si è limitato a sviluppare una serie di considerazioni storiografiche, per poi affermare apoditticamente che la mafia altro non è che il contenitore dove si raccolgono le elite pastorali sconfitte e colonizzate (i Big Men, così li chiama).

la tesi è abbastanza limpida (somewhat), ma rilevare una correlazione qualitativa tra fenomeno mafioso e pastorizia non mi sembra sufficiente a renderla convincente. alla meglio, l'operazione di Alinei mi ricorda, al netto della matematica e della razionalità, un certo modo di fare teoria in economia.

 

 

 

 

...sono stupito da come vi abbia tutti convinti, ognuno di voi a suo modo. A mio modestissimo parere si è limitato a sviluppare una serie di considerazioni storiografiche, per poi affermare apoditticamente che la mafia altro non è che il contenitore dove si raccolgono le elite pastorali sconfitte e colonizzate (i Big Men, così li chiama).

Chiariamo: io non sono convinto che la spiegazione di M.Alinei della Mafia sia corretta, io sottolineo solo che il suo modello spiega alcune delle caratteristiche conosciute del fenomeno mafioso.  In questo senso e' una teoria che funziona, come una teoria effettiva in fisica delle particelle.  Hai una teoria migliore?  Esponila, e mostra che spiega alcuni dati della Mafia come e meglio di MA. Oppure mostra che la teoria di M.Alinei non e' coerente con i dati conosciuti sul fenomeno mafioso.  Quando scrivi sopra e' molto meno convincente di quanto scrive MA...

Alcuni particolari del fenomeno mafioso sono compatibili con l'ipotesi pastorale della mafia, per esempio

  • pastori sono tendenzialmente non sedentari e a tendono a comportarsi come predoni nei confronti delle comunita' agricole sedentarie, demograficamente superiori ma militarmente inferiori: coerentemente con questo gli affiliati alle mafie (~1/1000 degli abitanti in Sicilia, ~1/600 in Campania e ~1/300 in Calabira, secondo le stime di P.Ginsborg) sono una minoranza della popolazione che pero' tiene sotto scacco militare una buona parte degli abitanti delle regioni di Mafia (leggendo Saviano, appare che almeno nelle aree dei casalesi il controllo sia totale).
  • i pastori, essendo non sedentari, non sono interessati allo sviluppo e agli investimenti sul territorio abitato, coerentemente con questo Saviano osserva che nonostante le ingenti ricchezze accumulate i camorristi conservano le aree militarmente controllate nel massimo degrado

purtroppo non ho tempo di mettermi a confutare la teoria di Alinei. la cosa sarebbe a mio parere facile, ma poichè ci tengo a non scrivere sciocchezze ci metterei troppo. inoltre non credo sia una buona idea mettersi a confutare tutte le teorie di tutti. alcune teorie vanno purtroppo ignorate.

in un'altro post ho suggerito il libro di Gambetta, che mi sembra presenti una ipotesi molto più coerente, circostanziata, ed in linea con i fatti e con tutto il corpus di precendenti ricerche sulla mafia (che tra l'altro Alinei non sembra avere in grande considerazione).

comunque non è mia intenzione convincere nessuno di niente. mi permetto di concludere dicendo che per me riconoscere la coerenza logica di una teoria non è la stessa cosa che esserne convinti.

Io credo che la proposta (è pur sempre un'ipotesi in attesa di confutazion in ambito linguistico) di Alinei aiuti a capire di che cosa parliamo quando usiamo la parola 'mafia' et similia e il suo contributo specifico è l'individuazione del periodo "età del Bronzo e inizio del Ferro, cioè il secondo millennio a.c. e l'inizio del primo" come punto di partenza, supportato da archeologia e linguistica. Questo andrebbe confutato prima di tutto.

Poi la teoria di mafia come industria della protezione privata di Diego Gambetta forse è troppo sbilanciata su una lettura economicistica; e inoltre rimane vero (così si dice qui) che la ricerca trascura a) il ruolo di attore politico della mafia, b) una lettura della 'cultura mafiosa' empiricamente più solida di quella corrente (dati sull'affiliazioni e rituali annessi, modalità di progressione nella carriera, linguaggio convenzionale, simboli, riti, codici non sono raccolti con abbondanza e sistematicità).

Ecco perché la ricostruzione metodologicamente solida di un contesto in cui l'etimologia di 'mafia' restituisce una possibilità di lettura e comprensione del fenomeno può aiutare a descrivere meglio - per interpretare meglio - la cultura e le forme organizzative mafiose.

Nel Rapporto CNEL del 23 febbraio 2010 "L'infiltrazione della criminalità organizzata nell'economia di alcune regioni del Nord Italia" a p. 21 si legge (ma è un es. tra cento) questo passaggio: «Milano è la città che meglio di altre registrò questi fenomeni come dimostravano alcuni episodi di cui si rese protagonista la 'ndrangheta trapiantata al nord negli anni settanta quando, con una progressiva emigrazione, persone trasferitesi dalle medesime zone geografiche si concentrarono in ben individuate fasce del territorio,ricomponendo in loco ambienti, culture, atteggiamenti sociali e rapporti di vita analoghi a quelli esistenti nelle terre di origini».

Accogliendo Alinei, qui non si tratta di correlazione tra pastorizia e mafia, ma di continuità millenaria nel ri-costruire 'ove unque et come unque' un proprio microcosmo.

Ma non sono un sociologo (e neanche un nipotino di Alinei); e non mi ostino.

Egregio Ministro pro-tempore della Pubblica Istruzione,

grazie ad AB sono venuto a conoscenza che nel mio paese (Italia) è ritenuta soddisfacente una classe di 32 alunni. Signora Gelmini, lei ha mai provato a insegnare in una classe di 32 alunni?Lei pensa che un insegnante di matematica, ad esempio, sia in grado di seguire 32 alunni in maniera soddisfacente ? O qualcuno di questi dovrà poi sostenere dei "corsi di recupero", con ulteriori costi ?

Cara ragazzina, mi fa piacere che il classico è il sogno della tua vita, la tua aspirazione, non capisco quindi perchè non scegli di farlo magari in un prestigioso Liceo Classico, che so, il Parini a Milano, o altri che non conosco. Sono anche sicuro che avrai degli ottimi voti, hai mai pensato di chiedere una borsa di studio per poter sostenere la tua mobilità ?O hai scritto (??) una letterina lamentosa, perchè magari gli altri licei hanno criteri diversi e tu non ci rientravi?

Ma soprattutto, ad entrambi, la vita intera è una gigantesca lotteria, e dipende solo da ognuno di noi il poter avere il maggior possibile di numeri per vincere, (mi ricordo ad esempio di una signora che per vincere la lotteria dell'abilitazione di avvocato ne fece ben 900 di Km, da Brescia a Catanzaro), quello che non assolutamente bene è che qualcuno si "informi" se è possibile dare qualche numero in più.

Perchè sarà stupida, cieca, anche immorale, ma la lotteria è l'unica cosa su cui è difficile barare (ma non impossibile).

condivido

in ogni caso qui al nord le lotterie si usano per barare perché per esempio se si prendesse il risultato di III media non sarebbe possibile agevolare qualcuno.

Fidati.Ne ho avuto conferma allorché con estrazione si divise una classe elementare in cui , anni fa , era mia figlia.

Quanto a un liceo prestigioso mi pare che quello di Alessandria abbia avuto allievi illustri sia secondo il mio metro , Eco , Pansa e Cotroneo sia secondo i valori correnti , Gene Gnocchi , sorelle Parodi 

Ma non sarebbe più corretto far pagare una quota ai genitori? Magari in base al reddito.

Ora non so quanti rimangono fuori da questo liceo che usa la lotteria, ma non penso che possano essere così tanti da richiedere quote astronomiche.

O magari la lotteria la si usa per decidere chi deve pagare? 

vecchio stile: 

l'economia e' lo studio dell'allocazione di risorse scarse fra usi alternativi.

nuovo stile: 

l'economia e' la scienza dei meccanismi sociali.

qui abbiamo una risorsa scarsa (l'ultimo posto disponibile al liceo in questione), e usi alternativi (dare questo posto ai diversi ragazzi che lo desiderano (o i cui genitori lo desiderano). un meccanismo va usato (magari uno dice aumentiamo i posti a quel liceo, ma (i) nel breve periodo non si puo', (ii) i posti implicano il sacrificio di qualcos'altro). meccanismi candidati:

  • il prezzo (il posto va a chi paga di piu');
  • la coda (si sta fuori della scuola e si danno posti finche' ci sono);
  • una lotteria;
  • il merito (in senso lato, di "need"). il posto e' assegnato all studente che riceve il maggior beneficio (che include risultati degli esami passati, o minori costi di trasporto);
  • la corruzione (il figlio dei genitori che hanno piu' amici alla scuola viene ammesso);
  • l'uso (custom) si e' sempre fatto cosi' in passato.
  • meccanismi composti, con posti riservati (ad esempio ai figli di ex-allievi), altri a pagamento, altri ancora a sorteggio.

ogni meccanismo ha pregi e difetti (che dipendono dalle preferenze politiche di chi li valuta e li sceglie). da Ken Arrow sappiamo che non c'e' un meccanismo ideale. personalmente, ritengo che l'allocazione di posti scolastici il sorteggio sia il migliore (o churchillianamente, il meno peggiore). altri meccanismi sono (piu') manipolabili: ripetizioni (disponibili a chi e' piu'; ricco) prima dell'esame di terza media se il criterio di merito e' questo; trasloco (vero o temporaneo), se il criterio di merito e' la distanza dall'abitazione.

Ogni meccanismo, mia cara studentessa, dipende dalla fortuna: di aver ricevuto geni buoni, genitori diligenti, di aver ereditato una fortuna dai nonni, ecc. il criterio di rawls (se non conosci il tuo posto nella coda, nella lotteria (della scuola, della famiglia o del gene), nella gerarchia sociale, che meccanismo sceglieresti?).    

La vicenda della studentessa da Lei citata e la risposta del ministro, rispecchiano la realtà dell'Italia.

Se le cose non funzionano è sempre colpa di qualcuno o di qualcosa. Manca la volontà di fare qualsiasi sacrifico per un risultato. La famiglia non esita quasi mai a scagliarsi contro la scuola (si arriva ai tribunali) la scuola in molti casi è il posto dove lavorano le persone che in tanti casi non saprebbero o potrebbero fare altro. LA politica vive la scuola quasi con fastidio e le famose riforme di destra e sinistra hanno fatto più danni di un terremoto.

La meritocrazia è un termine sconosciuto.

Qualcuno vuole aggiungere qualche cosa. Si è arrivati al punto che per fare selezione si conteggiano voti in condotta ed in religione.

Questa lettera e la risposta non hanno bisogno di altro.

 

 

Bello la cina e gli stati uniti hanno un pessimo sistema educativo e sono il nostro termine di paragone...

 

La strategia americana (e temo sia diventata anke quella Italiana o simile) è quella di creare quanta più fanteria possibile...

Generazioni di ragazzi ignoranti come capre utili a fare da carene per cannoni e votare il primo pirla che fa lo spot + bello per le elezioni senza capire nulla di nulla...

Una sorta di nazione lobotomizzata o esercito dei cloni se vi fa orridere la definizione... però è tristissimo e preoccupante la cosa...

In Italia credo lo scopo sia più quello di mantenere lo status delle cose... giovani istruiti significa elettori futuri istruiti e meno boccaloni... cosa assai pericolosa per i governi attuali !!

peccato che queste nazioni di lobotomizzati siano in corsa per la conquista della spazio e per la Cina si prevede che nel 2036 annulli il gap tecnologico con gli USA. Le ideologie della vecchia europa non ci porteranno lontano... però potremmo sempre contare su qualche nostalgico giovane americano che ci porrà a modello (come tanti portano oggi la maglietta del Che e additano Cuba come modello di sviluppo)...

Molto meglio la nostra, di scuola, che forma cotanti retori e filosofi la cui sintassi, grammatica e logica sono ineccepibili.

Generazioni di ragazzi ignoranti come capre utili a fare da carene per cannoni e votare il primo pirla che fa lo spot + bello per le elezioni senza capire nulla di nulla...

Una sorta di nazione lobotomizzata o esercito dei cloni se vi fa orridere la definizione... però è tristissimo e preoccupante la cosa...

Ehi ma si parlava di Italia o di USA?

ah, come si dice a Napoli e dintorni, assa'fà a Maronn !!! che tradotto significa finalmente !!!. Finalmente un liberale in grado d'opporsi alle neo generazioni di vecchi giovani che scambiano le possibilità per diritti acquisiti. Viva la libertà e l'impegno individuale.

Quello secondo me è un tema delicato.

Era uno dei punti del "piano di rinascita democratica" della P2 si crea il sospetto della "fregatura" nascosta dietro.

Ci vorrebbe un'approfondita e serena discussione per permettere alla "gente" di valutare il provvedimento in maniera neutrale. Non credo lo si possa ottenere oggi.

Oppure, semplicemente, il 73% dei lettori di Repubblica possiede titoli di studio che, privati del valore legale, non varrebbero niente.

Non credo, più realisticamente il 63% non ha idea di cosa implichi il valore legale (forse non sa nemmeno esattamente cosa sia).

Che ci sia un 10% nella categoria che indichi tu è possibile.

Molti probabilmente sanno cos'è ma hanno una percezione delle implicazioni viziata (o per meglio dire hanno sempre sentito solo una campana).

Io stesso non avevo una reale percezione delle implicazioni ma sapevo che la sua abolizione era nel programma della P2 e quindi ero molto diffidente.

Ora, dopo aver sentito anche un'altra campana non "p2ista" posso affrontarne una discussione senza diffidenza, in grado di valutarne tutti gli aspetti con equilibrio.

Molti di quel 73% (quasi tutti per me) hanno paura che sia il male perché lo dicevano i massoni, non perché abbiano effettivamente valutato e deciso che per loro sia così.

in "la lotteria di Babilonia" di Borges il meccanismo aleatorio funzionava ed era alla base di un'intera società e della sua visione delle cose.

Tanti spunti di discussione in articoletto apparso oggi su Repubblica a proposito dell'esame di accesso a medicina. Eccone solo due.

1) I ragazzi (quanti?) che si lamentano perche'  ci sono "Troppe le domande di logica e cultura generale che stonano con la natura della professione e nessuna considerazione verso aspetti importanti come l'amore per il prossimo e lo spirito di sacrificio"

2) L'assenza di mercato - il razionamento all'entrata e' veramente una pessima idea

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2010/09/01/news/incubo_test_il_nostro_futuro_in_2_ore-6670168/?ref=HREC1-1

Quello che fa specie delle critiche all'eccessiva generalità dei test d'ingresso è che sono del tutto slegati dalla considerazione che con il culto imperante del generalismo nella preparazione delle scuole superiori la generalità dovrebbe essere proprio ciò che uno ha imparato. 

Io mi chiedo, ma non sarebbe meglio trovare un'organizzazione tipo Eas che gestisca tutto con date e orari flessibili onde evitare quelle scenette patetiche con genitori, nonni e parenti tutti che accompagnano il ragazzo al test d'ingresso nelle grande città? E avete notato i tendoni? No, non quelli di Gheddafi, quelli, per dire, della Cattolica di Milano, che fa i test nei tendoni. Basta questo per capire come siamo messi: non abbiamo strutture abbastanza capienti neppure per organizzare i test o se ci sono nessuno li affitta...

Non so se voi economisti (qui siete un buon numero:)) avete un nome per un fenomeno del genere: un soggetto (la scuola superiore) vende un prodotto di bassa qualità (una preparazione generalista); tutto il mondo lo sa; gli acquirenti (gli studenti diplomati alla maturità) orgogliosi dell'acquisto provano a usarlo per procurarsi una preparazione più 'alta' (fanno il test alla facoltà X); il network della higher education gli dice: "vieni qui che ti misuro sulla base di quello schifoso oggetto che hai comperato in cinque anni". A questo punto le 40 domande (hic) di 'logica e cultura generale' dovrebbero selezionare il meglio tra chi domina il peggio.

A questo punto la scuola superiore perché dovrebbe cambiare prodotto?

C'è una logica in questo?

 

Non mi sembra domanda per "economisti", nel senso che la situazione che descrivi non e' determinata da nessuna delle cose che noi, teoricamente, studiamo.

Trattasi di una sequenza di enti pubblici e statali, che funzionano in base a leggi, regolamenti, norme, diritti, doveri, circolari, ed altre boiate statali varie. L'economia non c'entra nulla, c'entrano le scelte dei legislatori, governi, funzionari pubblici, esperti pubblici, eccetera.

Al piu' potrei chiedermi: quale sistema di lobbying, interessi politici, sindacali, elettorali ed altro produce, in equilibrio, una cosa del genere? Ecco, come economista questa mi sembra l'unica domanda da porre.

Non c'e' alcuna logica di mercato, ne' alcun "prodotto", perche' non esistono ne' l'uno ne' l'altro. E' il regno della legge e dei "diritti" ...

Grazie prof! :)

Nella scuola il dibbbattito condito di termini dell'economia va alla grande. Farò tesoro del chiarimento (soprattutto il 4° capoverso).

 

Come economisti, possiamo interrogarci sull'entrata di operatori privati nel settore dell'istruzione, a tutti i livelli. Il chiacchericcio mediatico e i testi standardizzati suggeriscono che lo Stato produce un servizio di bassa qualita' a prezzo zero. Nonostante questo, l'entrata di soggetti privati appare molto limitata. (Qualcuno ha dati a disposizione?)

Quali ne sono i motivi? L'esperienza di altri Paesi industrializzati (e di una parte delle poche scuole private in Italia) suggerisce che non vi sono vincoli tecnologici. Pare possibile produrre un servizio migliore (della media delle scuole pubbliche) ad un prezzo contenuto (nel senso che ci sono famiglie disponibili a pagarlo). Ci sono barriere all'entrata? Di che tipo?

Perche' non si parla piu' degli education vouchers? 

In UK, circa il 14% degli alunni che hanno fatto la maturita' (A-levels) quest'anno proveniva dalle scuole private. Un discussione interessante la si puo' trovare qui. In breve, le scuole private inglese offrono un servizio migliore delle scuole pubbliche:

Pupils from ISC schools [independent school, i.e. scuole private, ndr] are more likely to choose to go to university, more likely to choose to apply to more prestigious universities, more likely to choose combinations of A-level subjects that give access to the most prestigious courses, and more likely to achieve top grades: despite representing about 14% of the candidates, roughly 36% of candidates securing three A grades did so at independent schools.  

Nei miei ricordi (maturita' nel 92) quelli che studiavano nelle scuole private (i famosi "privatisti") erano un gruppo di "fanc***isti" che cercavono di recuperare il tempo perso facendo "due anni in uno". 

 

 

Ci sono scuole private serie e scuole private "diplomifici"; per favore non confondiamole e soprattutto non mettiamo dentro pure i privatisti.

La realta' italiana al 2010 non la conosco e la frase sui privatisti era una semplice osservazione/battuta su la mia percezione della scuola privata vent'anni fa. Per non confondere le cose, come giustamente fai notare, sarebbe opportuno avere dei dati. Per l'Inghilterra, i dati dicono che ci sono tante scuole private che offrono un ottimo servizio. Conosci dati simili per l'Italia?

Purtroppo no, e devo dirti che neanche mi fiderei troppo per via di un contesto post-scuola che non è che sia proprio il massimo della competitività e quindi non funziona bene come proxy della bontà della scuola stessa.  Sarebbe interessante vedere quanti che hanno fatto scuole private hanno poi avuto una storia più o meno di successo all'estero (in contesti più meritocratici).  Io un campione lo ho, ed è anche edificante ma troppo piccolo per essere significativo.  Non me la sento quindi di affermare quanto certe scuole private siano più (o meno) performanti della scuola pubblica, però senza dubbio esiste una differenza tra le diverse scuole private: non faccio nomi ma ricordo una percentuale significativa di miei compagni di scuola (10%) allontanati dall'istituto per motivi di rendimento (se venivi bocciato non potevi re-iscriverti) e che ripiegavano su altre scuole dalla politica didattica più "aperta".

Mi accorgo però ora di una falla tremenda nel mio ragionamento: non so come sia cambiata la situazione negli anni.  Spero ci sia ancora una differenza significativa con i privatisti, ma finché non avrò evidenze resta, appunto, una speranza.

Wow, 14%... sarebbe interessante vedere il dato italiano.

Per quanto riguarda la valutazione della scuola privata Vs la scuola pubblica, purtroppo guardare alla frazione che accede alle universita' piu' prestigiose non e' informativo, perche' penso ci sia un grande selection effect.

La frazione di studenti che va a tali universita' potrebbe essere piu' alta perche' gli studenti che frequentano le scuole private sono piu' bravi, o piu' ricchi, ... o sono contraddistinti da altri fattori (independenti dall'input che ricevono dalla scuola stessa) che li fanno rendere bene come studenti.

Totalmente d'accordo. Infatti nell'articolo linkato si parla di risultati simili (anche se piu' bassi) per le scuole pubbliche dove c'e' selezione all'ingresso.

In Italia credo che il grosso delle scuole private rientri in una (o entrambe) le categorie:

  1. cattolica
  2. diplomificio da 3 anni in uno

alcune cattoliche sono molto buone (o almeno meglio delle pubbliche corrispondenti), altre meno.

La mia era ottima, per vari motivi:

  1. professori mediamente buoni, alcuni eccellenti
  2. alcuni prof eran religiosi, disponibili 24/7
  3. organizzazione discreta: dal primo giorno orario pieno con tutti i prof titolari
  4. disciplina ferrea, anche a 19 anni le assenze eran comunicate alla famiglia per telefono

Sul punto 1 non dubito che nel pubblico si possa fare anche di meglio (avendo dei dirigenti con le palle), ma i punti da 2 a 4 te li scordi: se fatta seriamente la privata credo abbia un buon margine sulla pubblica.

I dati che conosco sono hic, haec, hoc.

Per quel che riguarda una Competitive Education Industry, e quindi l'ingresso di operatori privati (sui quali non ho dati), i vincoli mi pare che da noi si riducano a il quasi monopolio delle scuole cattoliche; questo è infatti l'unico privato serio non certo quello tipo cepu. Beninteso, si tratta di un quasi monopolio che nasce dall'abitudine italiana a vedere nelle scuole cattoliche le uniche forme legittime (o meglio legittimate da secolare tradizione, radici culturali,benefici, etc.) di istituzione educativa privata.

In alcuni ambienti di area governativa ho la sensazione che quel che pensano in US quelli del 'Cato Institute' (qui) sembra essere diventata la 'summa theologica' per antonomasia in materia, visto il fascino suscitato, di cui ci sono ampie tracce nei lavori della VII Commissione della Camera. Fin qui tutto bene.

[Riporto per comodità gli elementi indispensabili elencati nel quaderno citato del 'Cato Journal' perché gli operatori si muovano: 1. minimal regulation of privare schools, 2. unbiased, low formal entry barriers, 3. opportunity to specialize, 4. low informal entry barriers, 5. nondiscrimination in funding, 6. minimal uncertainty about the scope of the market, 7. no price controls, 8. minimal number of informed and mobile customers.]

C'è un però. A me riesce difficile immaginare una non discriminazione culturale (in senso lato) e politica per es. nel nord-est lombardo veneto o nel lazio verso potenziali operatori: chi glieli dà i soldi? geronzi? bazoli? le fondazioni bancarie? ed eventuali voucher nell'ottica federalista e sussidiaristica nostrana chi e come li distribuirebbe? Nelle regioni rosse ...

Non ho gran fiducia che qualche cosa si possa muovere nei prossimi due o tre lustri.

 

Nuove da Novi

ne'elam 14/9/2010 - 18:56

Qui l'epilogo della storia:

Ora la scuola è cominciata e Alice è in classe. In prima "scienze umane",  non al Liceo classico come Alice avrebbe voluto, nonostante le promesse del Ministro.


Ah, Ah, Ah ... due volte!

P.S. Interessante la foto pubblicitaria di MS Gelmini su Panorama. Come si chiama quella finiana che l'altro giorno ha avuto attenzione dai media per certe dichiarazioni? Non ricordo il nome ... né cosa diceva esattamente ...

Non ricordo il nome ... né cosa diceva esattamente ...

Napoli e dettagli sul giornale dei vescovi...

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