L'apertura domenicale degli esercizi commerciali: alcune riflessioni e un po' di teoria economica

28 novembre 2012 andrea moro

Questo post è sollecitato da almeno due discussioni su facebook con due amiche, separatamente, entrambe preoccupate della sempre maggiore prevalenza di aperture domenicali negli esercizi commerciali in Italia.

Ci ho pensato parecchio e confesso di non avere ancora le idee chiare su come strutturare l'argomentazione, ma ci provo. Il disagio delle mie due amiche deriva, presumo, da un misto di solidarietà verso i lavoratori del settore e di nostalgia per i tempi in cui la vita era scandita da ritmi regolari, la settimana divisa in comparti nettamente distinti fra lavoro e riposo. È un progresso poter consumare 24 ore su 24? Credo che distinguere questi due aspetti possa aiutare.

I lavoratori del settore commerciale

Cominciamo dunque dall'affrontare i problemi dei lavoratori del settore che si sono trovati, nel giro di pochi mesi, di fronte ad un drastico cambiamento di condizioni lavorative. Molti sono stati costretti ad accettare la turnazione domenicale e festiva in cambio di una piccola o spesso nulla compensazione monetaria. In questo periodo di crisi prolungata, senza alternative accettabili.

Non credo sia in discussione la moralità del lavoro domenicale: esistono eserciti di persone che hanno sempre lavorato nei giorni di festa per il beneficio di chi riposa: operatori del turismo, conduttori di treni e autobus, pasticcieri, baristi, preti, dottori ed infermiere ... Il problema non è il lavoro domenicale in sé, ma la transizione per chi si trova in un settore soggetto a cambiamento. La situazione di questi lavoratori non è dissimile da quella sperimentata continuamente da chi lavora in industrie soggette ad innovazione. L'innovazione, in questo caso è l'apertura domenicale; poco importa che l'idea fosse pre-esistente: aprire di domenica era vietato da leggi e/o regolamenti in precedenza, ma ora non lo è più. Eliminare questo divieto corrisponde ad una innovazione che cambia le condizioni lavorative, o perché le condizioni lavorative peggiorano, come nel caso delle aperture domenicali, o perché la domanda del prodotto scompare del tutto, come in molte altre industrie soggette a processi innovativi. Gli esempi sono innumerevoli. Peggio si sono trovati gli stampatori di dischi in vinile all'introduzione del compact disk. Peggio i programmatori del motore di ricerca Altavista (e chi se lo ricorda?) quando Google diventò il motore dominante. Peggio i lavoratori di Myspace dopo l'avvento di Facebook. Nessuno si sognerebbe in questi casi di pretendere di mantenere tecnologie o processi obsoleti. Rimangono però i problemi per chi subisce l'innovazione. Sorgono spontanee alcune domande. 

Ma l'innovazione non dovrebbe farci stare tutti meglio? L'innovazione fa stare meglio quasi tutta la popolazione tranne i lavoratori delle industrie diventate obsolete, che devono reinventarsi un lavoro o accettare condizioni lavorative o salariali peggiori. Le aperture domenicali degli esercizi commerciali sono una comodità per chi non riesce a fare la spesa durante la settimana, ma un peso, spesso insopportabile, per le cassiere e commesse abituate ad avere le domeniche libere. Come confrontare i vantaggi degli uni con il peso degli altri? Qualcuno risolve la questione sostenendo che esistono altri vantaggi, collettivi, oltre a quelli personali. 

Le aperture domenicali non sono un modo per sollecitare i consumi e per rilanciare l'economia? Domanda difficile; nessun economista crede che basti "consumare" per rilanciare l'economia, ma qualcuno pensa che la crescita derivi da maggiori consumi. Nel caso dei supermercati, è ragionevole pensare che la domanda di cibo e beni di consumo domestico sia abbastanza fissa; chi compra la frutta di domenica finirà per comprarne meno di Martedì. Questo è vero, ma non vanno sottovalutati guadagni di efficienza in senso lato: se so che posso fare la spesa di Domenica, al Martedì posso fare cose che non avrei fatto altrimenti: posso stare più a lungo al lavoro, posso portare i bambini a scuola di pianoforte, il che beneficia sia i bambini, sia gli insegnanti di musica, sia i produttori di pianoforti. Insomma si creano opportunità che non sarebbero state possibili nel regime precedente.

Ma non si tratta di vantaggi minuscoli rispetto al peso sopportato dalle commesse? Quando troveranno il tempo di dedicarsi alla loro famiglia? Domande difficili, perché chiedono di comparare vantaggi e svantaggi di persone diverse. A naso, uno potrebbe dire che nel lungo periodo si specializzeranno in queste professioni persone che non hanno figli da accudire la Domenica, o comunque persone che non hanno particolarmente a cuore riposare di Domenica piuttosto che di Martedì. Oppure persone con figli che preferiscono avere un giorno infrasettimanale libero per accompagnarli alla lezione di musica. Nessuno si è mai preoccupato dei figli dei pasticcieri, anche perché questi ultimi sapevano fin dall'inizio, quando hanno scelto la loro professione, che i pasticcini la gente li compra la domenica dopo la messa. I commessi dei supermercati invece devono gestirsi una transizione difficile.

Un cambiamento sostanziale delle condizioni contrattuali non è del tutto diverso da un licenziamento e andrebbe trattato in modo simile, facendo attenzione a possibili abusi. In un sistema ideale, come quello proposto da chi ha in mente sistemi di flexsecurity, la transizione dovrebbe essere coperta da una assicurazione sulla disoccupazione che protegga i consumi di chi si trova in condizioni simili e finanzi, per chi lo voglia, un apprendistato per chi è disposto a cambiare professione. Tutto questo, lo ammetto, non è senza costi, perché la gente è legata al proprio lavoro. Esistono, ovviamente, persone che non possono essere protette da questi meccanismi, come i piccoli esercenti travolti dall'impossibilità di tenere sempre aperti i loro piccoli negozi. La situazione di queste persone è più difficile anche perché si tratta di persone che conducono un'attività imprenditoriale che è per sua natura rischiosa. A queste persone non resta che reinventare il proprio lavoro e trovare una nicchia in cui specializzarsi per mantenere la propria attività. Anche qui negli Stati Uniti, dominati dai centri commerciali e dai supermercati aperti 24 ore, esistono piccoli negozi che riescono a sopravvivere grazie al supporto al cliente e alla specializzazione. 

I ritmi regolari della vita di un tempo

Non so se ho convinto gli scettici, ma passiamo alla seconda fonte di disagio: la perdita del mondo romantico in cui la Domenica deve (semplificando) essere dedicata al riposo. L'apertura domenicale è frutto del consumismo e della frenesia moderna che ci porta a spendere e consumare, ogni giorno. È progresso questo?. Di primo acchito questa è una posizione anti-libertaria. L'obiezione immediata facebook-style sarebbe: "chi ti obbliga a fare la spesa di domenica? Lasciala fare a chi vuole farlo e vai a farti la scampagnata". Ma c'è un problema più serio. La scampagnata io me la godo se la faccio con i miei amici. Se i miei amici e i miei vicini fanno lo shopping di domenica o peggio se devono lavorare (quelli che fanno lo shopping di domenica non sono miei amici), non c'è nessuno che venga a fare il pic-nic in collina con me. Questa è una obiezione più seria, trattata nella ricerca di alcuni economisti. Per semplicità considero qui risolto il problema (descritto nella sezione precedente) della "transizione" per i lavoratori correntemente impiegati nel settore. 

Un'idea, presentata per esempio in un paper di Glaeser, Scheinkman e Sacerdote (Journal of the European Economic Association, 2003 - in inglese come tutti gli articoli che linkerò in seguito) è che in presenza di interazioni sociali esistono "complementarietà" fra le scelte delle persone. In parole povere, se io scelgo di prendermi una giornata libera al Martedì per andare a fare una passeggiata in montagna, lo stesso cerca di fare il mio amico perché è più bello passeggiare assieme che da soli. Il problema è come coordinarsi. Come facciamo se uno dei nostri capi ci concede la giornata libera il Martedì e l'altro la Domenica? Se queste "complementarietà" sono sufficientemente forti, allora può avere senso per un governo benevolente obbligare i suoi cittadini a prendere tutti il giorno di riposo lo stesso giorno (per esempio la Domenica), perché le perdite di efficienza che derivano dall'obbligare a non lavorare chi vuole farlo sono più che compensate dal guadagno di "benessere" derivante dal fare la gita tutti assieme. La regolamentazione governativa risolve il problema di coordinamento e tutti sono felici (tranne qualche raro a-sociale che si ostina a pretendere di lavorare la Domenica). 

Questo in teoria. Empiricamente, gli economisti cercano di studiare queste domande analizzando per esempio le differenze fra le attitudini al lavoro fra Stati Uniti ed Europa. Negli Stati Uniti si lavora di più (e non solo di Domenica), ma non è sempre stato così: all'inizio del XX secolo e fino alla prima guerra mondiale si lavorava di più in Europa. Le ore medie annuali lavorate dagli anni Sessanta e fino all'inizio dei Settanta erano più o meno le stesse in Italia, Stati Uniti, Francia, Germania, ma il divario è poi aumentato (vedi figura). Difficile pensare dunque che si tratti di differenze culturali. 

image

Secondo alcuni (Ed Prescott, per esempio, in questo articolo del 2004, anch'esso in inglese), il divario attuale è quasi interamente spiegato dalle differenza fra i tassi marginali sulle imposte sui redditi. Se gli europei pagassero le tasse degli americani, lavorebbero di più. Alesina, Glaeser e Sacerdote in un articolo del 2006, sostengono che le stime di Prescott, basate sulla calibrazione di un modello "macro" economico richiedono una "reattività" (noi la chiamiamo elasticità) dell'offerta di lavoro ai cambiamenti di tasse e salari che non trova riscontro nella maggioranza degli studi microeconomici (cioé che si basano su dati individuali), con qualche eccezione a noi vicina. In sostanza, secondo i tre economisti, quando si guarda ai dati di come gli individui reagiscono ad un aumento delle imposte, non si riscontrano cambiamenti nell'offerta di lavoro così grandi come quelli che riscontra Prescott.

Alesina, Glaeser e Sacerdote suggeriscono che le differenze inter-continentali sono in realtà spiegate principalmente dalla maggiore forza dei sindacati nel vecchio continente e da maggiore regolamentazione del lavoro, che impone chiusure domenicali e feste comandate più che negli Stati Uniti. Come riconciliare le due visioni? Una possibilità è l'esistenza di un "moltiplicatore sociale" come suggerito dalla teoria descritta sopra. Individualmente un lavoratore può reagire poco ad un aumento di imposte - e questo è quello che risulta dagli studi microeconomici , ma collettivamente (a livello "macro"), siccome troviamo beneficio dal lavorare meno - ma assieme - l'effetto è grande. 

Come spiegato sopra, la regolamentazione del riposo e delle vacanze non è necessariamente un male, perché ci piace andare al cinema e a mangiare la pizza con gli amici, non da soli. Le regolamentazioni servono ad aiutare a coordinarci ad andarci i Sabati e le Domeniche piuttosto che i Martedì. Se così fosse, potrebbe essere vero che gli europei lavorano meno perché sono tassati di più come sostiene Prescott, ma è soprattutto vero, sostengono Alesina & Co., che gli americani lavorano di più perché, in assenza di regolamentazione sul vacanze e riposo settimanale, non riescono a coordinarsi per andare in vacanza assieme.  Vorrebbero lavorare meno e sarebbero più felici facendolo assieme, ma non sanno cosa fare a casa da soli, quindi meglio lavorare. 

A mio parere personale, questo ragionamento è limitato ed insoddisfacente. È sicuramente meglio mangiare la pizza con gli amici che da soli, ma per farlo non devo necessariamente obbligare tutto il resto del pianeta a prendere il giorno di vacanza lo stesso giorno in cui lo facciamo io e la mia cerchia di compari. Anche la scelta degli amici è "endogena": se condividono i miei valori, avranno già scelto lavori con riposo domenicale, dei quali esiste abbondante domanda (questo è un ulteriore costo nella transizione, perché gli amici me li sono già scelti, eravamo abituati ad andare al cinema di domenica, ora loro non possono più). Il mondo non vive in un'anarchia totale riguardo quale giorno della settimana sia dedicato al riposo. Anche negli Stati Uniti, le scuole, molti uffici e negozi sono chiusi il Sabato e soprattutto la Domenica, ed esiste, entro certi limiti, la possibilità di scegliere il lavoro anche secondo queste dimensioni. Ora che non si fanno più le vacanze solo in Agosto nemmeno in Italia, numerose famiglie riescono a coordinarsi per fare le vacanze assieme, risparmiando, in altri periodi dell'estate e delll'anno. 

C'è poi un'ultimo aspetto, quello della libertà personale e d'impresa. Davvero crediamo che sia opportuno che il governo o il parlamento decidano chi possa e cosa si possa fare un certo giorno della settimana? Se un commerciante vuole lavorare, ed un consumatore acquistare, o fare qualsiasi attività durante un particolare giorno della settimana, perché lo stato dovrebbe avere la capacità di impedirglielo? A me sembra assurdo e pericoloso, perché lascerebbe spazio a limitazioni molto più gravi. Questo aspetto mi sembra dominante rispetto ai deboli vantaggi derivanti dal coordinamento. 

Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per chi si sente a disagio di fronte all'esigenza consumistica di avere tutto, subito, a disposizione. Alla fine, ogni argomento contrario all'apertura sbatte contro la libertà personale, che non impedisce a chi lo vuole di vivere liberamente, riunendosi con chi la pensa allo stesso modo. 

Tornando alle preoccupazioni per i lavoratori costretti alle domeniche in negozio. Se avessi amiche/amici nel settore, darei loro un avvertimento ed un consiglio. L'avvertimento è che nonostante le proteste e un inizio forse dal successo limitato, non torneremo al regime precedente. Fare la spesa quando si vuole (magari la Domenica sera, di ritorno dal pic-nic in montagna) è una comodità cui diventa difficile rinunciare dopo averla sperimentata per un po'. Lo stesso vale, ovviamente, per i servizi pubblici, le banche, etc... (che oramai, dove internet funziona, non necessitano nemmeno di strutture fisiche "aperte" durante la settimana e di impiegati allo sportello). Il consiglio è che se davvero il riposo domenicale è irrinunciabile, forse occorre cominciare a cercare un lavoro diverso.  Un consiglio triste, penoso, irriverente, ma davvero non c'è alternativa. L'innovazione è anche distruttiva e la state subendo come molti altri. 

Un grazie a Cinzia e Valeria per aver sollecitato questo post. Un pensiero speciale a Marina, che ha venduto la sua pasticceria anche per avere la domenica libera e ora fa la vicedirettrice di un piccolo supermercato con turni domenicali; e ad Alberto, proprietario di un negozio di giocattoli e prodotti per bambini, fra l'incudine dell'offerta di qualità che solo un piccolo commerciante può dare, ed il martello della grande distribuzione standardizzata, aperta tutti i giorni e tutte le ore. Ha scelto di ingrandirsi ed aprire un negozio di medie dimensioni. Non so se sia aperto di Domenica. 

56 commenti (espandi tutti)

week-endisti

oliviero 28/11/2012 - 15:03

L'articolo è molto carino. un pò tecnico, ma così ci piace.

Sul punto della specializzione del lavoratore a seguito dell'innovazione. Io riporto la mia esperienza. Durante l'università ho lavorato con un contratto (regolare) da week-endista presso una nota catena commerciale. Eravamo in tantissimi universitari. Qualcuno aveva addirittura un contratto indeterminato da week-endista. ed il salario era buono. 16 ore tra sabato e domenica. I commessi strutturati invece ruotavano nei week-end e lavoravano regolarmente durante la settimana. La cosa funziona alquanto bene. Ed era tutto fatto con le norme attuali del mercato del lavoro. quindi l'intuzione dell'autore "a naso" è giustissima.

la tragedia italiana è che molte aziende forse non fanno ruotare i proprio dipendenti. lavorare 6/7 ore al giorno per 6 giorni (inclusi i week end) non è la stessa cosa di 8 ore per 5. soprattutto non dovrebbe essere retribuito in maniera uguale. L'innovazione quind in questo caso sembra essere dal lato domanda (per servizi la domenica), mentre l'offerta stenta ad adeguarsi. o meglio, le imprese reagiscono, ma non adeguatamente. e scaricano l'onere sui lavoratori.

La situazione che descrivi non sembra sostenibile. Se tutti gli imprenditori del settore sono cosi' poco lungimiranti e tutti i lavoratori hanno a cuore la turnazione, dovrebbero col tempo emergere e fare piu' profitti imprenditori che ruotano i loro impiegati a 8 ore su 5 giorni. Fare piu' profitti significa anche potersi permettere di abbassare i prezzi, rendendo la vita piu' difficile agli imprenditori poco lungimiranti. 

convincimento

Siro Pillan 28/11/2012 - 16:11

Non so se ho convinto gli scettici

Ma lo scopo di questo articolo è quello di far cambiare idea agli altri o di sviluppare un dibattito/dialogo/discussione in cui l'idea la potresti cambiare anche tu? Ti metti in gioco oppure no? Perché altrimenti argomentare il contrario è tempo perso in partenza.

Concordo in linea generale col prof. Moro. Dico in linea generale perchè nella maggioranza dei casi, qui in Italia, credo funzioni così (non ho numeri sottomano ma la sensazione "da bar" è questa):

"Abbiamo deciso di tenere aperta la domenica; se vi va bene, è così, altrimenti quella è la porta".

E se si imbocca quella porta, qui e in questo momento storico, non se ne trovano molte altre di aperte.

e sarebbe interessante l'intervento di qualche imprenditore del settore, che spesso agisce per rispondere alla concorrenza. 

Sui problemi dei lavoratori in fase di transizione ho scritto in abbondanza. Che la fase non aiuti a cercare alternative di lavori accettabili, non ci piove. Dubito pero' che la soluzione per chiunque sia tener chiusa la Domenica. Come evidenziato dal commento di oliviero sopra, impedire un'attivita' significa in aggregato ridurre le opportunita'.

Andrea, so che non appoggi le idee di Richard Florida, non di meno i suoi venti anni di raccolta dati (assieme a molte agenzie governative USA e Canadesi) hanno fatto emergere che la generazione 2.0 ha idee molto chiare di come vuole lavorare e non vuole essere ingabbiata  piu' in lavori 9 to 5 ,ma desidera un lavoro flessibile e magari connesso via cyberspace cosi' da lavorare quando e come gli pare per poter liberare tempo da dedicare a altro da fare nella vita.

Vivendo in America da molto tempo come te...ho potuto capire che in realta' queste aperture domenicali magari generano un "boom" iniziale per novita'...ma la massa della gente di Domenica fa altro perche' le abitudini non si cambiano e perche' anche se la spinta al consumismo ci stimola a buttare soldi in shopping in realta' c'e' di meglio nella vita da fare di Domenica.

Leggere Andrea è sempre molto stimolante e mi fa piacere che in questo caso sia andato oltre la necessità di introdurre meccanismi che non limitino il commercio o la libertà dei clienti di fare acquisti in maniera più comoda. L'estensione del servizio può creare occasioni di nuova occupazione, ma più spesso vedo che impone una nuova organizzazione di vita a chi, quando ha scelto di fare il commesso/a (e non il ristoratore o l'infermiere tanto per citare due categorie che per definizione lavorano anche di festa) non sapevano di dover lavorare di domenica. Bello sarebbe se la flexsecurity permettesse loro di sostenerli finchè trovano un altro lavoro, ma lo trovo utopistico e oggi in realtà non c'è così tanta possibilità di cambiare e la maggior libertà di scegliere i giorni in cui comprare si scontra con un cambiamento imposto all'organizzazione del lavoro e difficilmente contrastabile data la necessità primaria di non perdere la propria fonte di reddito, qualunque sia. Ma questo è solo un tema. La questione centrale secondo il mio punto di vista è chiederci quale società vogliamo. Andrea la tocca in questo post e mi fa piacere e tocca anche il tema della libertà di impresa. E allora, visto che i commercianti hanno la possibiltà di aprire anche di festa perchè non concederla domani anche a chi lavora nel settore dei servizi? Perchè non andare in banca o a fare le pratiche auto anche nel week-end? Anche questa sarebbe libertà. Non è un atteggiamento discriminante? E visto che ci siamo perchè lo Stato non apre le poste (società al 100% pubblica) anche di domenica? Sarebbe lecito chiederselo. E sarebbe lecito chiedersi anche se questa società del consumo (o dei servizi) aperta senza limiti favorirebbe la crescita (ne dubito!) e soprattutto la società che vogliamo. Anche questo ha il dovere di chiedersi un Governo quando emana i propri provvedimenti. Credo che mai come oggi abbiamo bisogno di sentirci comunità, e ritrovarsi a far spese la domenica non corrisponde esattamente alla mia idea di 'fare comunità'. Ma forse è proprio questo l'obiettivo: sfaldare la società, addomesticandola con l'illusione di una maggiore 'libertà'.

Non c'e' nessuna controindicazione teorica (a parte, ovviamente, quella descritta nel post) ad estendere la flessibilita' in tutti i settori. Nelle banche non c'e' probabilmente per qualche regolamentazione bancaria che proibisce transazioni finanziarie nei weekend. Non hanno alcun motivo di esistere. Sulle poste, un flash: qui in Amerika sono in rosso (oramai nessuno spedisce piu' lettere) e come soluzione hanno proposto di chiudere uffici postali e consegne di posta il sabato. Molto probabilmente lo faranno. Va detto che questo non comportera' grossi disagi: l'assurdita' di pagare le bollette alle poste (peraltro a costi non indifferenti) e' tutta italiana.

Un commento a parte merita il tuo bisogno di di "sentrici comunita'". Non mi e' chiaro come le aperture domenicali impediscano il soddisfacimento di questo bisogno. Se lo condividi con qualche famiglia di amici, starete lontani dai centri commerciali nei giorni e ore che ritenete opportune. Da un certo punto di vista, capisco l'esigenza di fare partecipi e convincere gli altri dei tuoi valori. Dall'altro dubito che questo sia ottenibile per decreto legislativo. 

Aggiungerei poi: chi ha detto che bisogna fare comunita' la domenica? Tutto il mondo? In Israele la fanno il sabato, rimettiamo la decisione a livello regionale, nazionale, continentale...? Io comunita' la faccio il Venerdi' sera con 3 famiglie quando andiamo a scuola a prendere i nostri figli, e rimaniamo nel parco giochi qualche ora per poi spesso andare a cena assieme. Non capisco come facciano i negozi aperti la domenica ad impedirmi di fare comunita'. E questo aprirebbe un altro discorso: sostengo da tempo che in Amerika le scuole abbiano sostituito le chiese come luogo del "fare comunita'": nelle scuole le famiglie trovano opportunita' di incontro, volontariato, formazione personale che vanno ben oltre l'educazione dei figli ... e le scuole sono chiuse di Domenica... ma questo discorso e' per un'altra volta

Sabato, domenica o venerdì non fa differenza purchè ci sia un momento in cui ci fermiamo per la maggior parte... e comunque la questione dei negozi in sè non è 'il problema' ma il sintomo...

Ho capito

andrea moro 28/11/2012 - 18:33

ma resto del mio dubbio: io ho scelto di fare comunita' il Venerdi' pomeriggio/sera, e per fare questo devo poter fare la spesa la Domenica. Sto ovviamente esagerando, che ovviamente posso andarci anche al lunedi' sera a fare la spesa (trascurando qualcos'altro).

Ma il mio punto credo sia: ma tu devi fare comunita' con la "maggior parte" della popolazione o solo con i tuoi amici?  Escludo in partenza l'idea che tu voglia imporre i tuoi valori al resto della popolazione ("la domenica voglio sia il giorno di riposo per tutti altrimenti non me la godo io").  

Se siamo d'accordo su questo rimangono solo esigenze di coordinamento, che nel tuo caso si traducono in: voglio massimizzare la probabilita' che un mio futuro migliore amico sia libero lo stesso giorno in cui lo sono io. Questo pero' comporta costi per tutti, soprattutto per chi non la pensa come te. Tieni anche conto che la societa' si e' gia' focalizzata su un "equilibrio" in cui sabato e domenica sono liberi, anche se il commercio si smuove da questo equilibrio, non credo succedera' negli altri settori; la probabilita' di cui parlavo sopra rimarra' alta. Le scuole sono chiuse la domenica, le chiese sono aperte. Quello fa veramente la differenza, negozi aperti o meno. Io fossi in te sarei piu' ottimista. 

avere in Italia scuole come comunità, mi brillano gli occhi solo a pensarci...

Sarà un'obiezione da Facebook, ma se mi costringete ad andare a fare la spesa venerdì o giovedì, trafelato, stanco e sbuffante invece che domenica, dici che la mia vita sarà più piena di senso e più bella?

L'informazione è che le banche stanno cambiando: in alcune località, prevalentemente turistiche, ci sono sportelli aperti il sabato pomeriggio; Intesa Sanpaolo ha manifestato l'intenzione di aprire sportelli al sabato mattina (magari nel frattempo ne chiude un po' perché eccedono le esigenze di presenza sul territorio e colloca in esubero un po' di dipendenti).

Il dubbio: ma il governo deve decidere per noi quale società volere? non sarebbe meglio che ci lasciasse la libertà di vivere come ci pare, semmai offrendo opportunità a chi, nei fatti, subisce costrizioni?

L'ha già scelta

Cinzia 28/11/2012 - 18:41

Grazie dell'informazione sulle banche. La qual cosa mi fa pensare che la società dei consumi e dei servizi aperta 'h24' per così dire, veda nei negozi solo l'inizio. Quanto al fatto che un governo pensi a quale società voglia costruire di fatto, visto l'andazzo, l'ha già scelta. E' la società delle lobby e dei grandi potentati economici. Altro che libertà di vivere come ci pare.

ma come fai a rimpiangere la libertà conculcata dal governo, se gli stai chiedendo di creare un senso di comunità ope legis? 

O siamo liberi di fare come ci pare, o facciamo le politiche "giorno comune per tutti". Tertium non datur.

costi impliciti

saul 28/11/2012 - 20:31

Una cosa non mi e' chiara di questa idea-proposta. La maggior flessibilità richiesta ai lavoratori sarebbe a fronte di qualche corrispettivo (economico o di altra natura)?

non c'è nessuna idea-proposta. La pratica è emersa spontaneamente dopo la rimozione di barriere regolamentari che impedivano l'apertura domenicale. Qualche imprenditore avrà convinto i propri commessi a turnarsi la domenica in cambio di corrispettivo, qualche altro no, presumo, forte del fatto che mancano le opportunità di lavoro alternativo, e cosciente del rischio che i lavoratori scontenti, specie quelli più bravi, prima o dopo trovano impieghi più soddisfacenti. 

È chiaro che lavorare la Domenica è una scomodità per la maggioranza della popolazione. A regime (e cioé escludendo i problemi derivanti dalla transizione per i dipendenti attuali) i casi sono due: o (1) esistono abbastanza persone per le quali non risulta un gran peso lavorare la Domenica; in questo caso la paga sarà uguale a quella dei dipendenti infra-settimanali, o (2) questo tipo di preferenze sono troppo rare nella popolazione, per cui gli esercenti dovranno per forza elargire compensazioni più elevate per chi fa il turno domenicale, a fronte magari di una maggiorazione dei prezzi dei prodotti. Questo è sostenibile solo se la popolazione è disposta a sostenere questi più alti prezzi, cosa che succede a sua volta se la comodità di poter fare la spesa tutti i giorni è significativa.  

Gli Amerikani non ricordano che esistono i contratti collettivi nazionali in Italia:

http://contrattocommercio.blogspot.it/2010/10/contratto-commercio-lavoro...  

Il lavoro domenicale nel contratto del commercio è regolato da alcune disposizioni che prevedono che anche il lavoratore che abbia il turno di riposo la domenica, debba svolgere, se richiesto dall'azienda, l'attività lavorativa nella misura non superiore al 30% delle aperture domenicali previste. Non sono tenuti ad assicurare la copertura del lavoro domenicale: le madri, o padri affidatari, di bambini di età fino a 3 anni i lavoratori che assistono portatori di handicap o persone non autosufficienti Il lavoro domenicale viene retribuito con una maggiorazione del 30% sulla normale retribuzione oraria.

e corrisponde alla mia ipotesi teorica numero (2). C'e' chi non e' disposto a lavorare la domenica per impedimenti vari, o chi e' disposto solo in cambio di opportuna adeguata compensazione. 

disoccupazione

saul 29/11/2012 - 08:49

Avevo scritto idea-proposta perché non sapevo bene come definirla, sorry.

Il ragionamento è assolutamente logico, però trascura forse un elemento importante: con alti livelli di disoccupazione il caso (1) andrebbe allargato considerando le persone che saranno costrette ad accettare per non perdere il posto di lavoro, in altre parole mi pare che i margini di scelta siano ben pochi.

 E’ un qualcosa di simile a quello che si vede in questi periodi, dove la leva fondamentale per la ripresa sembra essere quasi esclusivamente la compressione salariale di gran parte della forza lavoro.

Il mondo reale sconta situazioni ben più complesse.

La mobilità nel lavoro è fortemente limitata dal contesto sociologico e non incentrata sul solo fattore economico.

In condizioni normali, ci sono lavoratori che preferiscono anche retribuzioni (monetarie o reali) inferiori piuttosto che cambiare lavoro sia per il contesto (colleghi) sia per l'appagamento personale (soddisfazione). In conclusione vi è una forte resistenza al cambiamento che le variazione di imposta non vanno e non andranno ad intaccare perché - in genere - non rientrano nei parametri di valutazione del lavoratore. Questo porta i soggetti a dover accettare anche malavoglia l’imposizione alla turnazione a prescindere dall’utilità e dalle preferenze.

Poi c'è da considerare il contesto delle piccole imprese a conduzione familiare (caratteristiche dell’economia italiana) dove il rapporto di lavoro a volte è vissuto non solo come scambio di corrispettivi lavoro/salario ma anche come legame personale.

In periodi di crisi come questo, inoltre la flessibilità diventa estrema rigidità e la visione diventa di breve periodo per cui “meglio un uovo oggi che la gallina domani”. Allo stesso modo, il datore di lavoro, pensando a breve, considera l'opportunità del momento e potrebbe trascurare la possibilità che il dipendente scontento lasci il lavoro. Del resto tutto è orientato nel breve periodo. Le banche prestano (se lo fanno) a breve, le tasse vanno pagate subito (e pure in anticipo), la vendita deve essere fatta nel più breve tempo possibile altrimenti i prodotti rischiano di divenire invendibili, ecc...

 

Sull'opportunità dell'apertura domenicale, effettivamente vi è utilità della collettività, ma alla lunga porterebbe alla concentrazione e a posizioni dominanti andando – nei fatti -  a limitare la concorrenza: il gestore di una negozio con qualche dipendente avrà costi relativi maggiori di un grande magazzino con una pluralità di dipendenti che possono facilmente turnare divenendo marginale e quindi spazzato via dal minimo incremento di costi fissi.

 

I risvolti negativi del consumismo (innegabili a mio avviso) non si possono battere con la riduzione delle giornate di apertura dei negozi imponendo la chiusura ex-lege, ma dovrebbero entrare nella formazione culturale dell'individuo. Quindi, il decisore pubblico, se lo ritiene importante, può intervenire sull’informazione / formazione culturale (pubblicità progresso, scuola, ecc..) ottenendo in questi casi risultati non immediati ma sul lungo periodo, sempre nell’interesse collettivo cercando di ottimizzare il benessere sociale. 

 

@frandero

Il piccolo negoziante (come il sottoscritto) ha già capito che l'apertura domenicale (salvo in periodi dell'anno ben precisi) non è conveniente. E pertanto va in gita fuori porta lasciando che "la massa" si rechi dove possibile (centri commerciali). Non è una tragedia.

E' una questione di economicità, strategie e scelte. Ognuno fa le sue.

 

Edoardo Perez

A me non pare poco rilevante. Amici e fidanzate o mariti si scelgono, ma non si cambiano così facilmente (astenersi da facili battute, please). In un regime orario estremamente flessibile, i cambiamenti a cui si verrebbe continuamente sottoposti imporrebbero costi non indifferenti per chi si ritrova "de-sincronizzato" rispetto alla vita sociale. Poi sono d'accordo che, empiricamente, è difficile che tutto ad un tratto i ritmi collettivi vengano sconvolti e messi in discussione ogni anno. En passant, è già stato accennato, ma giova ricordare che le stesse aperture domenicali dei supermercati sono in parte state ridimensionate.  Non mi chiedete statistiche, ma una nota catena di GDO nella mia città ha deciso di tenere chiuso la domenica uno dei due punti vendita, dopo un periodo di sperimentazione abbastanza lungo che deve averli convinti della non redditività.

Conclusione: sì alla flessibilità, ma che almeno sia compensata economicamente o con forme di recupero del tempo. Sì anche alla flessibilità che si avvale di lavoratori che, per preferenze o contingenze di vita personale, sono disposti a lavorare di domenica o di sera (e che magari non lo sarebbero negli orari "normali"). No alla flessibilità imposta senza compensazioni.

 

PS: sono contento di rivedere un buon tema di discussione qui su NfA che da qualche tempo mi aveva deluso perché ridotto ormai a megafono di FiD

Su tutti i punti esposti, facendo anche rilevare la differenza ogettiva tra Centri Commerciali italiani ed USA: in Italia mediamente TUTTO costa di piu' nei centri commerciali che non sotto casa o dove si e' abituati da sempre a fare la spesa. Le donne che lavorano prediligono il centro commerciale, pur sapendo che costa di piu', per la comodita' di fare una unica fermata a fine giornata lavorativa invece che tre o quattro. In America invece, i negozietti sono carissimi e Walmart e' la mecca del bargin...nevetheless, proprio walmart sta chiuso per Natale , tanto per dire.

 

Quello che io vedo empiricamente e' come detto sopra...alla lunga l'apertura domenicale non paga perche', giustamente, la gente ha di meglio da fare che consumare.

 

Sarebbe bello che Andrea Moro adesso passasse ad esaminare anche la distorsione del mondo lavoro operata dalla connessione on line 24/7. Introdotta come la mantra che dava a tutti piu' flessibilita', in realta' in america e' diventata la fonte per un lavoratore attaccato al suo "desk" costantemente...essere sempre disponibili rende schiavi e se si e' lavoratori dipendenti (chiunque sia il tuo boss, perfino il USARMY) non esiste l'opzione "off". Amici miei mi dicono che se spengono il blakberry per tre ore...poi la mole di lavoro e' raddoppiata...allora si al lavoro da casa via connessione on line ma rispetto dell'orario normale di lavoro, non schiavitu'  cybernetica.

 

PS: veramente grazie per questo topic etico di cui si sentiva la mancanza

Prezzi

Pietro Puricelli 29/11/2012 - 21:37

Sinceramente di negozietti che riescono a fare prezzi più bassi dei centri commerciali sul 99% della spesa che faccio io non ne ho mai visti, perlomeno nel nord Italia, i negozietti qui sono quasi tutti specializzati nei prodotti di qualità, e la GDO ha una tal messe di offerte speciali che chi fa la spesa riesce a risparmiare abbastanza.
Ho l'impressione che al Sud la situazione sia leggermente diversa, non so perchè.
Detto questo c'è da dire che le aperture domenicali nonostante il fatto che comportino in base al contratto del commercio una retribuzione del 30% in più e il godimento di riposi compensativi e quindi in teoria costi addizionali, in molti supermercati che frequento io sono state a costo zero, grazie all'introduzione di casse automatiche e di sitemi di autolettura dei codici a barre che hanno ridotto in modo significativo il numero di casse tradizionali utilizzate.

Nella mia esperienza è uguale. Coop, Lidl, Auchan, Carrefour sui prezzi battono la concorrenza medio piccola senza sforzo. Poi i formaggi che piacciono a me, certi salumi e certe altre sfiziosità me le devo procurare da un piccolo negoziante che ha capito che deve puntare sulla qualità e campa abbondantemente su quello (complice anche la posizione in un'area che gli permette di farlo).

una riflessione molto interessante...e la pratica sembra confermare la tendenza e il suo diventare definitva. e pensare che i teorici neokeynesiani come Pasinetti e Harrod avevano concluso che a fronte dell'innovazione, una crescita in equilibrio avrebbe implicato una riduzione dell'onere lavorativo procapite...

sulla teoria, ma in pratica la figura sopra sembra confermarlo, no? Dagli anni sessanta le ore lavorate sono diminuite di un buon 20% in europa e 10% negli usa, ed il tenore di vita e' certamente aumentato. 

Una domanda a proposito del tempo dedicato al lavoro.

Con le nuove tecnologie alcuni lavori sono parecchio cambiati, possiamo perdere mezz'ora su facebook ( o su nfA) ma siamo raggiungibili dai clienti  a qualsiasi ora del giorno e della notte.

In definitiva pur ritenendo il grafico sia corretto (cioè: si lavora di meno che negli anni sessanta) la cosa per me importante è si che lavora diversamente.

Lavorare 8 ore al giorno all'Esselunga negli anni 60 era più faticoso/stressante che lavorarci 8 ore oggi o lo era di meno? Perchè ai tempi c'erano meno tecnologie in aiuto del lavoratore ma anche meno esigenze (tipo, appunto, il lavorare la domenica).

Esistono studi che tengano conto di questo?

PS

Esselunga è un esempio a caso, va bene anche la coop. Non sono Caprotti e nemmeno un parente (per fortuna :-)

ovviamente la raggiungibilita' 24/7 esiste solo con l'introduzione dei blackberries, e poi completata con gli smartphones, quindi molto recenti. Esistono dati di time-use  che rilevano in dettaglio cosa fa il rispondente ogni minuto della giornata, ma non conosco studi che riguardano fenomeni cosi' recenti. 

Sulle condizioni lavorative, non sono a conoscenza di indagini su stress/fatica. Esistono dati che descrivono i compiti di ciascun ruolo lavorativo in dettaglio, forse uno potrebbe costruirci una ricerca interessante nella direzione che suggerisci

Lavorare 8 ore al giorno all'Esselunga negli anni 60 era più faticoso/stressante che lavorarci 8 ore oggi o lo era di meno?

Domanda interessante. Mai lavorato in un supermercato ma ho 35 anni di esperienza nel terziario avanzato. Credo che in generale in 40 anni sia un po' ovunque diminuita la "fatica", nel senso di intesità e durata dello sforzo fisico e muscolare, ma sia gradualmente aumentato lo stress, inteso come affaticamento psichico e mentale dovuto al continuo adattamento all'aumento di sollecitazioni (richieste di miglioramento delle prestazioni, produttività).  Una buona fonte di studi potrebbe essere l'analisi dell'evoluzione delle malatti invalidanti, prima essenzialmente di ordine fisico (infortuni e logoramento del fisico) ed oggi sempre piu' mentali. Qualcuno mi faceva notare che dopo aver scaricato cammion tutto il giorno, bastava un bel bagno caldo e poi la sera uno era abbastanza ripostato da leggersi un libro. Dopo otto ore di lavoro stressante la sera uno ha voglia dispegnere il cervello e spesso il fine settimana lungo (2 giorni) non basta a ricaricare le pile.

 

Ottimo articolo

floris 29/11/2012 - 17:51

Di quello stile che non si vedeva da un po' di tempo. Grazie.

 

L' argomento mi riguarda molto da vicino, visto che mi è capitato e spesso mi capita di lavorare la domenica.

 

Tra l' altro in alcuni dei supermercati dove ho lavorato girava voce che le aperture domenicali causassero solo perdite, e l' unico motivo per cui vengono fatte è per non perdere il cliente ( immagino che per voi significhi conservare il market share ) - e aggiungo che stessa cosa accade in alcune fasce orarie del periodo estivo-.

Questo è l' unico punto che mi mette un po' di dubbi sull' efficienza della cosa.

 

allora non e' una perdita. Magari lo e' per quel giorno, ma non lo e' nell'arco dell'anno. Se fosse una perdita nell'arco dell'anno, chi lo fa fallisce. 

ok

floris 29/11/2012 - 20:00

Questo dal lato dell' azienda però.
Dal lato del cliente quelle perdite significheranno un aumento dei prezzi, per tutta la settimana.
Quello che intendo è che comunque si passerà da un sistema che per offrire un certo servizio impiega x risorse ad un altro che per offrire lo stesso servizio ne impiegherà di più.
Immagino a questo punto che una risposta potrebbe essere che alcuni negozi si specializzeranno nel non aprire la domenica e nel mantenere quindi prezzi piu bassi- non so davvero come funzioni in questi casi visto che comunque i rialzi/ribassi dei prezzi sarebbero difficilmente percettibili da un utente medio-, e che in fondo il servizio non è lo stesso per tutti i vantaggi che può dare l' opportunità di andare a far la spesa quando ci pare. Se però non ci sarà una differenziazione dei negozi, questo beneficio sarà pagato anche da chi non ne usufruirà.

se sia una perdita per il cliente. Se l'azienda opera in perdita, significa che i prezzi sono piu' bassi di quanto economicamente sostenibile, il che si traduce in un GUADAGNO per chi compra rispetto all'equilibrio concorrenziale in cui l'azienda fa zero profitti. 

Riguardo al tuo secondo punto, diffiicle capire l'equilibrio di questo mercato. Non ci sara' mai concorrenza perfetta, quindi una differenziazione e' possibile sia in termini di prezzi che di aperture domenicali o meno. Hai ragione che in assenza di differenziazione, a meno di non immaginare prezzi che aumentano nei weekend (e' possibile, ma non lo fanno, probabilmente non si puo' o e' costoso e rischioso in termini di reputazione con i clienti cambiare i prezzi troppo frequentemente), il beneficio viene pagato da chi non usa il servizio

 

a) per molti anni sono stato pendolare: al normale orario di lavoro si aggiungeva il tempo di viaggio, e così per la spesa (e altro) c'era solo il sabato. Avere anche una possibilità di domenica mi avrebbe fatto comodo.

 

b) cosa vi piace fare nel tempo libero? Se state a casa a leggere un libro o su NfA OK, ma se vi piace ad esempio andare a sciare o al mare lo fate molto più comodamente di martedì o di mercoledì che di sabato o di domenica quando sulle piste o sulle spiagge c'è una folla allucinante.

 

Il problema, come è stato correttamente fatto notare è la transizione; organizzare una società in base 7/7 anzichè 5+2 è un poco più complicato ma secondo me i vantaggi superano gli svantaggi. Occorrerebbe un illuminato accompagnamento della transizione.

Un articolo molto interesante, anch'io mi interrogo da tempo sulla libertà di orario di negozi e servizi.

 

C'è poi un'ultimo aspetto, quello della libertà personale e d'impresa. Davvero crediamo che sia opportuno che il governo o il parlamento decidano chi possa e cosa si possa fare un certo giorno della settimana? Se un commerciante vuole lavorare, ed un consumatore acquistare, o fare qualsiasi attività durante un particolare giorno della settimana, perché lo stato dovrebbe avere la capacità di impedirglielo?

Questa frase però mi lascia perplesso, perchè trovo difficile affermare che la Legge non debba limitare la libertà di impresa di poter aprire quanto vuole, senza includere nella discussione anche l'orario di lavoro.

Una persona dovrebbe essere libera di lavorare quante ore vuole?

i lavoratori erano "liberi" di lavorare anche 16 ore al giorno, in condizioni pessime, senza vincoli di età (si iniziava a lavorare a 6 anni e si finiva quando mancavano le forze), senza ferie, giorni di malattia retribuiti, maternità, ecc.

La libertà, ovviamente, consisteva nel fatto che o accettavi queste condizioni o un altro morto di fame prendeva il tuo posto e tu finivi in mezzo alla strada.

Ma si sa, il libero mercato è efficiente, la mano invisibile vede e provvede, ecc., peccato che dopo arrivarono quei comunisti ante-litteram dei sindacati e dei labour parties ad imporre i loro lacci e lacciuoli regolativi...

Ma per fortuna è arrivata la crisi. Quale migliore occasione per prendere lezioni di liberismo da paesi avanzati come la Cina? O mangi questa minestra o ti butti dal tetto della Foxconn!


Gli orari di lavoro oberanti di un tempo derivavano  innanzitutto dall'assenza di tecnologie che permettessero la produttivita' odierna, e secondo dalle condizioni di semi-schiavitu', la forma piu' estrema di monopolio sul  lavoro che rappresenta praticamente l'opposto del libero mercato. 

Innovando e commerciando, l'umanita' si e' potuta permettere di lavorare meno e produrre di piu', come evidenziato dalla figura sopra. Anche in Cina, dove nessuno si e' mai sognato la situazione di schiavitu' e poverta' in cui viveva la popolazione. Nessuno dice che le condizioni dei lavoratori cinesi siano invidiabili, anzi, ma non prendiamoci in giro. Prima lavoravano sui campi tanto quanto, e in piu' morivano di fame, senza nessuna opportunita' di scalata sociale. 

Gli orari di lavoro oberanti di un tempo derivavano  innanzitutto dall'assenza di tecnologie che permettessero la produttivita' odierna

Che c'entra la tecnologia? Non c'era mica una legge che imponesse una produttività minima. Infatti nei paesi "in via di sviluppo" ancora oggi si lavora in condizioni degradanti (magari non quelle dell'Inghilterra del 1800, ma la differenza è poca) pur con la tecnologia moderna che consente una produttività elevata.

e secondo dalle condizioni di semi-schiavitu', la forma piu' estrema di monopolio sul  lavoro che rappresenta praticamente l'opposto del libero mercato. 

La maggiorparte degli operai non erano schiavi o servi. Erano cittadini formalmente liberi di contrattare la propria paga e le condizioni di lavoro. Ovviamente, la libertà di scelta era tra avere un reddito misero a condizioni disumane o nessun reddito in una società senza welfare pubblico.

Innovando e commerciando, l'umanita' si e' potuta permettere di lavorare meno e produrre di piu', come evidenziato dalla figura sopra.

Chiamare "innovazione" una riduzione dei diritti dei lavoratori mi sembra l'apoteosi dell'eufemismo.

Magari non si può fare altrimenti, magari agli italiani non resta che mettersi a fare concorrenza ai cinesi sul loro stesso campo, ma per favore non chiamatela "innovazione".

Nessuno dice che le condizioni dei lavoratori cinesi siano invidiabili, anzi, ma non prendiamoci in giro. Prima lavoravano sui campi tanto quanto, e in piu' morivano di fame, senza nessuna opportunita' di scalata sociale.

Anche in Italia, fino all'inizio del '900. Infatti, fino a pochi decenni fa siamo stati i "cinesi" d'Europa, producendo per lo più prodotti a basso contenuto tecnologico che riuscivano ad essere competitivi nell'esportazione grazie al basso costo del lavoro. Oggi dobbiamo fare i conti con i cinesi veri, che producono con tecnologia superiore alla nostra e costo del lavoro ancora più basso. Non c'è altra alternativa alla guerra tra poveri, alla competizione al ribasso?

tecnologia

andrea moro 30/11/2012 - 17:36

Che c'entra la tecnologia? Non c'era mica una legge che imponesse una produttività minima. Infatti nei paesi "in via di sviluppo" ancora oggi si lavora in condizioni degradanti (magari non quelle dell'Inghilterra del 1800, ma la differenza è poca) pur con la tecnologia moderna che consente una produttività elevata.

Rispondo per questa volta, ma ti invito a rilflettere sulle parole che hai scritto: non ne hai azzeccata una. Cosa c'entra la tecnologia? Tutto: se vuoi lavorare e fare meno fatica, la macchina deve lavorare per te. 

E non pensare che la tecnologia sia esportabile in Africa e il giorno dopo diventano produttivi. In cina lavorano 60 ore la setimana ma hanno ancora una frazione della produttivita' occidentale (non e' vero come dici che nei paesi in via di sviluppo hanno una "produttivita' elevata", come sostieni). Servono infrastrutture, stato di diritto, capitale umano... tutte cose che noi abbiamo acquisito in decenni e loro hanno solo iniziato a sviluppare. 

Sorvolo sul resto delle osservazioni, che sono dello stesso tenore qualitativo della prima. 

Rispondo per questa volta, ma ti invito a rilflettere sulle parole che hai scritto: non ne hai azzeccata una. Cosa c'entra la tecnologia? Tutto: se vuoi lavorare e fare meno fatica, la macchina deve lavorare per te.

Oppure puoi produrre di meno. Non c'è mica una legge di natura che impone di produrre il più possibile.

 

in cina lavorano 60 ore la setimana ma hanno ancora una frazione della produttivita' occidentale (non e' vero come dici che nei paesi in via di sviluppo hanno una "produttivita' elevata", come sostieni).

Infatti gli Ipad 2 li coltivano nelle risaie, vero? Ah no, li assemblano alla Foxconn, la famosa fabbrica dei suicidi, che è una delle aziende di manufattura elettronica più tecnologicamente avanzate del mondo.

Sorvolo sul resto delle osservazioni, che sono dello stesso tenore qualitativo della prima.

Visto che non sei in grado di ribattere, potresti anche evitare questo tono saccente.

e' di chi scrive senza sapere, come te e molti altri che pretendono di venirci a raccontare verita' senza documentarle e senza nemmeno corredare gli argomenti di un minimo di logica, peraltro coperti dall'anonimato. 

1. Potevano produrre meno una volta? Certo, ma a costo di mangiare meno. Informati su quali fossero le condizioni di vita e lavorative 100 anni fa, e ne riparliamo.  Se oggi si puo' lavorare meno e' grazie alla tecnologia. 

2. La produttivita' cinese e' inferiore o superiore a quella di un qualsiasi paese industrializzato? Compito per casa. Dai, non e' difficile. Guarda bene di definire la produttivita' correttamente pero' che forse questo concetto ancora ti sfugge. 

Potevano produrre meno una volta? Certo, ma a costo di mangiare meno. Informati su quali fossero le condizioni di vita e lavorative 100 anni fa, e ne riparliamo.  Se oggi si puo' lavorare meno e' grazie alla tecnologia. 

Certo, 100 anni fa in Italia si praticava ancora l'agricoltura di sussistenza, e se non ti spaccavi la schiena sui campi non mangiavi.

Non è questo il caso nelle società industrializzate, dove puoi benissimo lavorare di meno e produrre di meno senza che caschi il mondo. Infatti, i diritti dei lavoratori nei paesi sviluppati: giorni di chiusura, ferie, malattia, maternità, limiti di ore, pensione, proibizione del lavoro minorile, ecc., sono esattamente questo.

La tecnologia è condizione necessaria ma non sufficiente per migliorare le condizioni di lavoro. Se hai la tecnologia ma non hai i diritti, il lavoratore produce di più ma non gode di alcun beneficio.

 

. La produttivita' cinese e' inferiore o superiore a quella di un qualsiasi paese industrializzato? Compito per casa. Dai, non e' difficile. Guarda bene di definire la produttivita' correttamente pero' che forse questo concetto ancora ti sfugge. 

Se metti in conto i cinesi che ancora fanno gli agricoltori di sussistenza è ovvio che la produttività media risulta più bassa rispetto ai paesi sviluppati. Resta il fatto che gli operai cinesi che producono iPhone, iPad ed altri gingilli tecnologici hanno una produttività paragonabile, se non addirittura superiore, a quella degli operai occidentali. Eppure le loro condizioni di lavoro sono peggiori.

 

Compito per casa:

Considera i seguenti stabilimenti FIAT: Pomigliano (2012), Mirafiori (2012), Mirafiori (1982).

a) Mettili in ordine di livello tecnologico.

b) Mettili in ordine di diritti e salari reali degli operai che ci lavorano.

come no

andrea moro 5/12/2012 - 17:29

e' anche vero che non ci sono piu' le mezze stagioni

Il fatto che in Cina si fabbrichino gingilli tecnologici non significa che le loro produttività sia superiore a quella dei paesi ricchi, la produttività per addetto è MOLTO più bassa di quella europea o americana. semplicemente dati i salari bassi costa meno usare 50 facchini che comperare un carrello elevatore, e non in una fabbrichetta, ma su un impianto chimico da 5000 addetti.

Il 99% delle industrie cinesi sono carrozzoni elefantiaci che in europa durerebbero 10 minuti,  la Cina ha una produttività del capitale apparentemente buona ( anche se non in tutti i rami ) ma una BASSA produttività del lavoro.

Allego una definizione:

Produttività del lavoro: indica la produzione per ogni unità di lavoro. Può essere espressa in produttività oraria, vale a dire come quantità media di prodotto per ora lavorata(espressione usata di solito dagli economisti)oppure come produttività per addetto standard, in pratica intesa come produzione totale annua divisa per il numero delle posizioni lavorative con orario di lavoro ‘normale’ che equivalgono alle prestazioni di lavoro effettuate nella realtà.

Dunque il problema non è certo che manchi la tecnologia, semplicemente che conviene utilizzare operai a basso costo invece che automatizzare tutto l'automatizzabile.

 

Comunque, qual'è la produttività del lavoro a Pomigliano e a Mirafiori? Qual'era 30 anni fa?

 

Non saprei dire essendo totalmente fuori dalla mia personale esperienza lo stato dell'industria meccanica, il punto è che nell' industria chimica che conosco bene la tecnologia è ANCHE legata indissolubilmente alla disponibiltà di personale formato e capace di utilizzarla, se nel giro di 6 mesi metti in piedi una fabbrica con 20mila addetti sranno tutti manovali di basso livello, i magazzinieri carrellisti se li rubano le aziende in Italia e ci metti un po di anni a formarli, e parlo solo di una posizione tecnologicamente mediocre, se automatizzi e metti uno SCADA hai bisogno di persone con un minimo di preparazione e con una buona esperienza in campo, un quadrista che avvia un impianto chimico ci metti anche 4-5 anni a formarlo non bastano i soldi e la disponibilità di manodopera, certe cose richiedono TEMPO; e i cinesi non ne hanno...
A molte persone è poco chiaro il concetto che se vuoi ridurre i costi l'automazione comporta la necessità di una manodopera molto più preparata , formata ed esperta, le macchine che fanno tutto da sole non esistono.

Immagino che queste macchine richiedano un numero relativamente basso di operai specializzati rispetto al volume della produzione (altrimenti che automatizzi a fare?), quindi puoi importarli dai paesi sviluppati per quei 4 - 5 anni che ti servono a formare operai specializzati in loco.

 

operai a basso costo? ma non pensi che un operaio a basso costo produca poco valore aggiunto e di conseguenza minore valore che va a retribuire anche l'imprenditore? Non so quanti anni tu abbia ,ma consulta questo sito.in particolare la differenza di stipendio tra un laureato triennale in economia e un laureato magistrale in economia.gli h dato un'occhiata veloce ma  lo stipendio d'entrata è superiore del circa50%.

clicca su DOVE STUDIARE  in basso a destras poi su ELENCO sulla sinistra trovi  le  singole università  e poi su offerta formativa ateneo  trovi la varie facoltà.

cliccando poi nelle facoltà di economia di ogni singola università(L 18 E L33 sono i corsi triennali LM 77 LM 56 LM 16 sono i corsi magistrali,scienze economico aziendali,scienze economiche e finanza) trovi tutte le informazioni compreso il tasso di disoccupazione

http://www.universitaly.it/index.php/maps/

tanto per farti un esempio:scienze economico aziendali triennale UNIVERSITA' DI TORINO

Guadagno mensile netto in euro (medie)    
a 1 anno 864  

stessa classe ma magistrale 

 

 

Guadagno mensile netto in euro (medie)    
a 1 anno 1.237  
a 3 anni 1.406  

 

Questo è il thread delle domande filosofiche 
Penso che la domanda sia malposta. Non è in atto una lotta tra poveri , qui non siamo poveri (non ancora). Sono poveri in Cina ed in India e stanno cercando di diventare “ricchi” come è successo ai Giapponesi, ai Coreani e agli italiani dopo il boom degli anni 60.E’una guerra tra popoli.
Non è un caso che una reazione alla crisi sia il ritorno del nazionalismo di estrema destra e indipendentista/leghista in Europa.E' un modo di affrontare il problema...
Come evitare la lotta con questi diabolici orientali?
Scartando il colonialismo che aveva funzionato così bene in passato, ma oggi non si può più (almeno non apertamente) e considerando che le risorse sono finite:? C’è una torta sola se aumento le fette la mia viene più piccola.
Ci resta poco, o isolarsi stile Mianmar, ma anche stile Cuba (ma conviene?) oppure cercare di far crescere “la torta”.
Se la torta aumenta allora la mia fetta non diminuirà.
Sottoprodotto di questa situazione mondiale è lo scontro che avviene all’interno dei singoli paesi.
Scontro io non chiamerei guerra tra poveri ma lotta di classe (in certi casi “lotta fra stronzi” ma dubito che questa seconda denominazione verrà accettata in ambito accademico).
Succede che la fetta di torta che tocca al paese diminuisce ma nessun ceto vuole rinunciare alla sua parte quindi cerca di mantenerla a scapito di altri ceti.
Nei paesi dove la gente è più intelligente si cerca di lavorare tra ceti per ottimizzare le risorse o per aumentare la torta, dove la gente è più gnucca alcuni ceti cercano di sopraffare gli altri.
In Italia esistono a mio avviso tentativi di ridurre la parte di fetta dei lavoratori dipendenti perchè lo stato non può rinunciare al cuneo fiscle e le aziende non sanno dove recuperare competitività, ma son tentativi controproducenti nel lungo periodo, perchè se i lavoratori italiani non hanno soldi da spendere l’economia non gira.

questa maledetta era industriale! invece prima, per centinaia di migliaia di anni gli uomini sono stati liberi di lavorare quando volevano, senza fame e povertà, con il vento tra i capelli e il sole in faccia, felici e fieri di essere liberi ed in sintonia con la natura!

e non voglio addentrarmici piu' di tanto. Ognuno puo' pensarla come vuole

Una persona dovrebbe essere libera di lavorare quante ore vuole?

Non sono pochi i giorni della mia carriera in cui ho lavorato 15 ore e piu'. Le settimane in cui ho lavorato 60 e piu' ore. L'ho fatto, sempre, per scelta mia. Avrei trovato piuttosto bizzarro che chiunque, tantomeno un governo o una legge me lo avesse impedito. 

vi garantisco che è MOLTO meglio avere negozi aperti anche di domenica. La comodità di poter acquistare quello che serve, in ogni momento, diventa uno dei piccoli piaceri della vita, e una delle cose che si notano di più quando si torna in Italia.

Comunque ci sono alcuni punti importanti da considerare:

a) è comunque un aumento di ore di apertura, che si traduce in aumento di ore lavorate (e quindi possibilmente in aumento di occupazione).
b) dall'altro lato, ritengo non adeguata la compensazione delle ore straordinarie o festive in Italia. Qui negli US gli straordinari vengono pagati al 50% in più della paga base, che mi sembra il minimo per compensare il disagio.

Anni fa mia moglie ha lavorato per un periodo da Macy's, era normale che i turni comprendessero spesso le domeniche ma ci si organizzava senza problemi...

c'è un aspetto da non sottovalutare, rispetto all'affermazione è ragionevole pensare che la domanda di cibo e beni di consumo domestico sia abbastanza fissa. Il turista (con il suo fatturato) è attivo sette giorni su sette ed infatti prima della riforma attuale, già esistevano in Italia deroghe per le località a vocazione turistica. Un secondo aspetto, minore ma non per questo nullo, è la relazione sul confine tra due giurisdizioni: una con apertura domenicale e l'altra no. Si crea un flusso domenicale di consumatori dal paese in cui i negozi sono chiusi verso quello con i negozi aperti. La domanda si sposta, sia tramite i turisti in senso lato (vacanze, culturale, svago anche per un solo fine settimana) , sia per il turismo commerciale come di centri specializzati tappa di grandi tour operator.

Ho letto il Suo commento sul recupero di produttività che si può ipotizzare nei giorni feriali se le persone sanno di poter fare la spesa alla domenica.

Ma nessuno ha mai pensato a quali recuperi di produttività ci sarebbero se si eliminassero i ridicoli orari di alcuni uffici pubblici, del tipo Lunedì-Mercoledì-Venerdì dalle 10.30 alle 11.30. Magari sostituendoli piuttosto con un bel tutti i giorni dalle 12.30 alle 14.00/ Lunedì-Martedì-Mercoledì dalle 17.30 alle 19.00...

Le risulta che vi siano stati dibattiti in questo senso?

Sempre in attesa della digitalizzazione della PA, ovviamente...

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