Alcune questioni teoriche rese evidenti dalla crisi greca

26 luglio 2015 gianfranco savino

La vicenda greca, sia per il modo in cui si è sviluppata sia per il tipo di questioni che ha fatto emergere, è certamente interessante dal punto di vista della teoria economica ma ancor più da quello della teoria politica. Essa ha reso evidenti in tutta la loro concretezza alcune questioni relative al funzionamento dei sistemi politici contemporanei che sono dibattute in teoria. Esse sono essenzialmente tre:

  1. possono esistere organizzazioni sovranazionali democratiche?
  2. quali sono le precondizioni (o condizioni al contorno) del funzionamento delle democrazie nelle società di massa?
  3. in che misura ed in che senso possono sopravvivere le categorie di indipendenza e di sovranità nazionale nell’epoca della configurazione sociale dello stato? 

Ora che la bufera è passata e la crisi greca non occupa più i titoli di prima pagina, possiamo assumere che dal punto di vista prettamente economico la vicenda sia perfettamente leggibile: chiare sono le cause della crisi, chiare le responsabilità e ben chiari anche gli effetti delle decisioni prese nell’ultimo negoziato e di quelle scongiurate all’ultimo momento (con buona pace di qualche premio Nobel…).

La vicenda greca, sia per il modo in cui si è sviluppata sia per il tipo di questioni che ha fatto emergere, è certamente interessante dal punto di vista della teoria economica ma ancor più da quello della teoria politica. Occuparsene però in un’ottica squisitamente politica non significa interessarsi ai comportamenti dilettanteschi e contraddittori dei leader greci cercando (invano) di interpretarli come espressioni di una qualche strategia o visione di lungo periodo. Questo tipo di esercizi esegetici può portare solo a considerazioni scarsamente fondate e a previsioni sugli sviluppi della vertenza puntualmente smentite dai fatti, poiché è estremamente difficile ricondurre alla razionalità ed alla logica determinista una dinamica prettamente caotica, nella quale elementi poco razionalizzabili hanno svolto un ruolo fondamentale. Alla fine, i leader greci si sono rivelati epifenomeni del populismo più tradizionale e quando sono stati messi di fronte all’inconsistenza delle proprie analisi hanno subito trasformato le proprie velleità antisistema in una più modesta aspirazione ad essere accolti nell’establishment della governamentalità, cercando al più di salvare le apparenze e, dunque, provando a conservare un po’ di quell’estremismo meramente linguistico che li aveva condotti al successo e che contraddistingue tutti i free rider delle democrazie moderne.

Nulla di tutto ciò è di particolare interesse neppure dal punto di vista della teoria politica. Ciò che invece merita attenzione sono alcune questioni prettamente teoriche e relative al funzionamento dei sistemi politici contemporanei che i recenti fatti in Grecia hanno sottratto all’ambito delle speculazioni meramente teoriche e riproposto in tutta la loro concretezza storica. Esse sono essenzialmente tre:

  1. possono esistere organizzazioni sovranazionali democratiche?
  2. quali sono le precondizioni (o condizioni al contorno) del funzionamento delle democrazie nelle società di massa?
  3. in che misura ed in che senso possono sopravvivere le categorie di indipendenza e di sovranità nazionale nell’epoca della configurazione sociale dello stato?

Non voglio discutere in dettaglio tali questioni (per ciascuna di esse esiste una vasta letteratura), voglio solo accennarvi per provare a esplicitare la loro connessione con i fatti della Grecia.

 

1)   Possono esistere organizzazioni sovranazionali realmente democratiche? 

Durante lo svolgersi degli ultimi negoziati tra governo greco e creditori internazionali si è a più riprese posto un problema di legittimazione democratica delle scelte e dell’ambito stesso del negoziato. Da più parti è stata evidenziata come un problema la sostanziale mancanza di concordanza tra i contenuti dell’accordo e una non meglio precisata volontà popolare. Il culmine di questo tipo di obiezioni si è avuto a cavallo del grottesco episodio del referendum proclamato da Tsipras. Ciò che si è sostanzialmente consumato con quel referendum, e nella gran parte dei commenti che ne sono seguiti, è stata una straordinaria confusione di tipi logici: la dinamica dei debiti sovrani e dei negoziati ha come suoi attori esclusivi gli stati nazionali, in quanto entità unitarie ed inanalizzate; il tipo di democrazia che si è evocata ed espressa nel referendum  afferisce invece ad un piano del tutto diverso, in quanto consistente e valida solo all’interno della dinamica politica di uno degli stati e dunque relativa a quel processo di composizione delle scelte che ha luogo prima (in senso logico e temporale) della manifestazione dello stato come entità unitaria nel confronto con gli altri stati. I creditori non negoziano obbligazioni con una parte politica e neppure con un governo in carica pro tempore, bensì con uno stato in quanto entità unitaria ed inanalizzata. Non essendoci pertanto alcuna vera congruenza tra il piano della democrazia che si esprime nel sistema politico di uno stato e il piano dei rapporti materiali che tale stato intrattiene con gli altri stati, la convocazione del referendum e la successiva accettazione delle clausole imposte dai creditori non potevano che avere l’effetto di creare disorientamento e frustrazione nel popolo greco. Tale senso di frustrazione non è però solo l’effetto di una sconsiderata scelta del governo Tsipras ma è (come molti dati sull’opinione pubblica europea rivelano) un sentimento potenzialmente assai comune e il risultato di una incomprensione profonda del reale ambito di consistenza di ciò che chiamiamo democrazia.

La democrazia è qualcosa che può sussistere solo ed esclusivamente nell’ambito di una dimensione al massimo nazionale, cioè nell’ambito di una dimensione nella quale sussista un demos, un popolo che condivida una cultura sociale e uno spazio politico. Le istituzioni sovranazionali non sono mai state né – secondo autorevoli teorici – possono mai essere istituzioni democratiche, innanzitutto poiché esse mancano di quelle condizioni che consentono lo sviluppo di un sistema politico condiviso e dunque di quelle dinamiche di emersione e organizzazione del consenso che sono proprie della democrazia e, in secondo luogo, perché l’applicazione di processi democratici diventa sempre più complessa e determina sempre maggiori aporie e contraddizioni al crescere delle dimensioni dello spazio politico. Le istituzioni della UE non sfuggono a questa condizione: non essendoci alcun vero demos europeo né alcun vero sistema politico europeo, esse sono – nella migliore delle ipotesi – dei tecnoapparati costituiti sulla base di considerazioni meritocratiche e dotati di un debole rapporto di rappresentanza rispetto alle istanze degli stati (considerati sempre nella loro unitarietà inanalizzata). Questa loro caratteristica determina l’impressione che le loro decisioni non riflettano alcuna “volontà popolare”, impressione che corrisponde ad uno stato di cose effettivo ma che non dipende tanto da una volontà di non democratizzare le istituzioni comunitarie, quanto piuttosto da aporie intrinseche all’idea stessa di democrazia, che sono ben note alla teoria.

Le decisioni sul negoziato greco non hanno legittimità democratica né dal punto di vista di gran parte dell’opinione pubblica greca né dal punto di vista di quella parte altrettanto grande dell’opinione pubblica dei paesi del nord Europa che è ostile all’idea di assumersi ulteriori oneri finanziari per far fronte all’ennesimo salvataggio dello stato greco. Il problema è che fino a che la decisione sulle sorti della Grecia resta nello spazio di un’organizzazione sovranazionale come l’UE non c’è alcuna possibilità che esse siano percepite come sufficientemente democratiche. In questo senso, la soluzione prospettata da Schäuble negli ultimi giorni dei negoziati (sospendere per un tempo determinato l’adesione della Grecia all’UE, fornire aiuti umanitari e lasciare al sistema politico greco la decisione su come ristrutturare il proprio debito e innescare la crescita economica necessaria a renderlo sostenibile) sarebbe stata quella più sensibile al problema della legittimazione democratica delle scelte. Essa avrebbe assegnato alla libera determinazione della democrazia greca la responsabilità di progettare una via d’uscita dalla crisi, avrebbe riportato i rapporti tra gli stati sul piano della sincera solidarietà umanitaria disinnescando le accuse di ingerenza ed avrebbe consentito ai governi dei paesi del nord Europa di rispettare il mandato ricevuto dai rispettivi elettorati. Dal punto di vista della democrazia e della sua etica la proposta di Schäuble sarebbe stata forse la cosa più lineare ed accettabile. Essa invece è stata accusata di essere un atto estremistico proprio da coloro che più abusano della retorica della democratizzazione dell’UE, rivelando proprio come in questo dibattito ci siano gravi e compromettenti carenze teoriche. L’esito del negoziato, quindi, al netto di ogni considerazione sulla reale efficacia economica dell’accordo raggiunto, alimenterà la confusione sulla legittimazione democratica delle scelte dell’UE, terrà in piedi una rappresentazione fuorviante della natura delle istituzioni europee e, conseguentemente, porterà nuova linfa al senso di frustrazione ingenerato nelle masse dalle aporie proprie di un’organizzazione sovranazionale che ambisce a presentarsi come democratica senza poterlo materialmente essere. Senza porre espressamente nel dibattito il tema di queste impossibilità intrinseche non ci potrà essere alcuna seria costruzione di quell’Europa politica che da più parti si invoca.

  

2)  Quali sono le precondizioni che consentono ad un sistema democratico di funzionare in modo realmente democratico?

La questione dell’efficienza con cui i sistemi democratici riescono a comporre la pluralità degli interessi e delle posizioni politiche che vivono nella società in una scelta coerente è estremamente complessa ed ampiamente dibattuta in teoria. La vicenda greca ha fatto emergere in tutta la sua concretezza però un altro problema: il problema delle precondizioni del buon funzionamento delle democrazie moderne in quanto tali.

Le forze politiche populiste sono i free rider della democrazia: traggono vantaggio dalle dinamiche con cui nelle società moderne si costituisce il consenso senza dover pagare alcun prezzo in caso di fallimento alla prova del governo. Il loro preteso ed insistito senso di estraneità rispetto al “sistema” definisce la loro natura, garantisce loro una base elettorale sempre potenzialmente consistente nelle società di massa e le protegge dal confronto con i dati di realtà. Fino a che restano genuinamente populiste, la loro costituzione ideologica è sempre in grado di assorbire i fallimenti della prova di governo reinterpretandoli come effetto della loro estraneità ed imputandoli al “sistema” che esse avversano, secondo una dinamica paranoide che ha come effetto quello di mettere al sicuro uno zoccolo duro di consenso elettorale (che è poi tutto ciò a cui tali forze aspirano: l’esistenza per l’esistenza). Il punto è che, come si è visto ancora una volta in Grecia in questi mesi, le forze politiche populiste possono mettere un sistema democratico sotto tensione fino a pregiudicare la sopravvivenza stessa della democrazia e perfino dello stato. Non è ciò che – fortunatamente – è accaduto in Grecia, ma è ciò che è accaduto in altri momenti storici e in altri stati e che in Grecia avrebbe comunque potuto concretamente ripetersi. Bisogna pertanto porre esplicitamente nel dibattito pubblico il tema della necessità di avere, quali precondizioni costituzionali di ogni sistema democratico, degli automatismi che impediscano alle forze populiste di diventare determinanti nel governo delle istituzioni nazionali e, in prospettiva, di quelle sovranazionali.

Nelle democrazie più mature ed efficienti questi automatismi sono in genere situati a) nei sistemi elettorali e b) nella cultura politica condivisa dalla grandissima maggioranza del sistema politico. Nei paesi anglosassoni, ad esempio, la compresenza di sistemi elettorali maggioritari con collegi uninominali, di una forte tradizione politica nazionalista (non di tipo sciovinista o irredentista, ma solo genericamente patriottica) e di una robusta cultura del politically correct ha finora garantito una sostanziale esclusione degli estremismi populisti dall’area del governo e della rilevanza politica. Non è così (non è mai stato così) purtroppo nei sistemi politici dell’Europa continentale, dove forze politiche immature, fascistoidi, apertamente aduse a linguaggi razzisti o aderenti a ideologie incompatibili con la democrazia liberale e con il libero mercato, condizionano pesantemente la dialettica politica e giungono mediante libere elezioni al governo di società complesse.

Coloro che sostengono la necessità di una maggiore integrazione politica dell’Europa devono innanzitutto porsi il problema di quali basi e quali caratteri conferire ad un sistema politico europeo integrato, assumendo esplicitamente proprio la lezione che da paesi come la Grecia proviene circa i pericoli di destabilizzazione e indebolimento del sistema in quanto tale rappresentati dal populismo. E nell’assumere tale tema, è necessario che si muova dalla comprensione che il populismo è effetto, tra le atre cose, di un preciso fenomeno sociale.

Quando il grado di complessità funzionale di un sistema socio-economico aumenta rapidamente (com’è di fatto aumentato negli ultimi trent’anni quello dei paesi europei a causa dell’esplosione delle interconnessioni con l’economia globale) è indispensabile che nelle masse popolari sia trasfusa un’adeguata consapevolezza di tale complessità e che il cittadino-elettore-lavoratore medio sia dotato degli strumenti cognitivi per comprenderne il funzionamento. Se ciò non accade, il risultato è la creazione di masse spaventate dalle trasformazioni, disorientate da un mondo che non riescono più a decifrare e, pertanto, rabbiosamente pronte ad affidarsi a qualunque messaggio semplicistico che prometta loro certezze e una fuoriuscita dall’angoscia dell’incomprensione. La costruzione di una cultura sociale all’altezza della complessità effettiva delle dinamiche di funzionamento della società resta pertanto la prima indispensabile precondizione della sopravvivenza della democrazia nelle società di massa.

  

3)  Quanto sono compatibili tra loro l’idea di sovranità nazionale e le dinamiche del cosiddetto modello sociale europeo?

È piuttosto pacifico che quando un debito sovrano raggiunge dimensioni tali da rendere l’ipotesi della sua remissione puramente virtuale, la categoria di indipendenza nazionale è messa fortemente sotto tensione. La necessità di rifinanziare a scadenza tranche di un debito che supera la totalità del PIL annuo prodotto dal paese e di pagare interessi che possono diventare molto onerosi in caso di crisi di credibilità più o meno temporanee, riducono drasticamente i margini di autodeterminazione delle scelte di finanza pubblica. È un fatto noto e a cui l’opinione pubblica europea si sta lentamente assuefacendo. In qualunque rapporto debitore-creditore le questioni reputazionali e di credibilità sono centrali nella determinazione delle condizioni dello scambio. Quando la platea dei creditori risulta composta in gran parte di istituzione finanziarie internazionali o comunque di entità estranee al tessuto nazionale, la richiesta di garanzie sulla solvibilità si traduce inevitabilmente in aperte ingerenze dei creditori nelle scelte di governo e nelle stesse dinamiche politiche interne, tali da ridefinire completamente il senso delle categorie di sovranità e indipendenza degli stati.

Anche su questo versante, la costruzione di una consapevolezza e di una matura comprensione di queste dinamiche da parte delle masse è una condizione imprescindibile se si vuole renderle politicamente sostenibili.

Se si osservano i dati della storia economica occidentale lungo tutta l’età moderna, ci si accorge che il consolidamento di enormi debiti sovrani come carattere strutturale e permanente degli stati moderni è un fenomeno chiaramente associato alla nascita della società di massa ed alla conversione che essa ha determinato dello stato in stato sociale. È fondamentale, allora, porre nella teoria e nel dibattito pubblico il tema della connessione genealogica che sussiste tra lo stato sociale e le sue dinamiche da un lato e la creazione di esposizioni debitorie tal da compromettere la declinazione tradizionale dei concetti di sovranità e indipendenza nazionale dall’altro. È la domanda di azione redistributiva che le società contemporanee rivolgono allo stato in quanto stato sociale a determinare questo conflitto. La vicenda greca lo ha dimostrato chiaramente.

Per quanto distorte ed inefficienti le dinamiche che hanno condotto lo stato greco alla crisi finanziaria hanno tutte un significato redistributivo. Lo stato greco ha implementato per anni politiche altamente inefficienti per redistribuire i frutti di una discreta crescita economica che era durata per oltre un decennio ma che, a causa delle caratteristiche peculiari del sistema produttivo greco, non era mai riuscita a generare spontaneamente né occupazione né benessere diffuso. Si può individuare nella straordinaria inefficienze delle scelte fatte dai governi greci la causa principe dello stato di default, ma in realtà, è l’attività “sociale” dello stato in quanto tale a rendere le sue dinamiche di spesa sempre potenzialmente insostenibili e ad esporre la democrazia al pericolo di cessioni di sovranità. La crisi finanziaria globale degli anni scorsi ha messo sotto tensione la sostenibilità dei debiti sovrani anche di paesi ben più “virtuosi” ed efficienti della Grecia nella gestione della propria spesa pubblica. Ciò che è ormai evidente è il fatto che le società europee rivolgono ai propri stati una domanda di politiche sociali sempre più anelastica. Cresce col tempo la percezione che settori sempre più ampi della spese corrente siano relativi ad attività considerate incomprimibili e questa percezione diventa una delle dinamiche fondamentali nell’organizzazione e nell’espressione del consenso delle democrazie moderne. Ma essa è potenzialmente in grave conflitto con la domanda di indipendenza e sovranità implicita in ogni democrazia, potenzialmente incompatibile con una concezione classica e liberale dell’indipendenza nazionale. Questa contraddizione non può restare a lungo confinata nella teoria ma deve al più presto diventare centrale nel dibattito pubblico allo scopo di rendere il processo deliberativo delle democrazie moderne fondato su dati di verità e consapevolezza.

In definitiva, la recente crisi greca ha evidenziato come la politica che voglia trovare soluzioni ai dilemmi del suo tempo non possa fare a meno della teoria e come il contrasto non sia mai tra la teoria e la pratica della politica (come pretendono tutti i demagoghi) ma semmai tra la buona teoria e la cattiva teoria che si manifestano nelle scelte della politica. Se non abbiamo certo più alcun bisogno di ideologie né delle loro assunzioni apodittiche e delle loro semplificazioni lineari, abbiamo tuttavia bisogno di porre a fondamento del dibattito e delle scelte politiche imponenti sforzi di elaborazione che sappiano cogliere i veri nodi problematici che si celano sotto le contingenze del quotidiano.

13 commenti (espandi tutti)

post interessante. Le tematiche che affronta, necessitano di risposte rapide da parte della Politica. tempo ne resta poco, mi pare.

(...) La costruzione di una cultura sociale all’altezza della complessità effettiva delle dinamiche di funzionamento della società resta pertanto la prima indispensabile precondizione della sopravvivenza della democrazia nelle società di massa.

Ho trovato notevole tutto il paragrafo, di cui riporto solo il finale. Mi chiedo però se la velocità del cambiamento culturale, che si esprime in generazioni, sia troppo lenta rispetto alla crescita (esponenziale?) della velocità effettiva delle citate dinamiche di funzionamento della società moderna.

Ho come l'impressione che anzi sempre piu' popolazioni stiano facendo passi indietro e che fenomeni sopiti come la xenofobia ed il razzismo stiano riemergendo. Una sorta di regressione (come quella infantile) quando invece avremmo bisogno di progredire nello sviluppo culturale. 

Altro problema è che determinate tensioni (masse spaventate etc) accadono improvvisamente nei momenti di crisi. Li' scoppia tutto e molto in fretta. Razzismo compreso, per ricollegarmi all'altro tema di discussione che sta affrontando Michele. C'è poco tempo per reazioni intelligenti se non hai saputo costruire nulla di solido prima.

tempo

marcodivice 27/7/2015 - 19:47

anche per questo c'è poco tempo. può giungere in soccorso una ripresa economica durevole che crei posti di lavoro, ma le varie previsioni non è che siano ottimiste al riguardo (oggi IMF per esempio)

In questo commento  Boldrin ha scritto:

Notoriamente una delle poche frasi sia logicamente coerenti che empiricamente irrefutabili di JMK e' quella sul lungo periodo, nel quale siamo tutti morti.

Lo stesso vale per l'uso generalizzato dei referendum come strumenti di "decisione diretta" in paesi che (invece di 8 milioni di cittadini omogenei) siano culturalmente eterogenei e vasti (per dire, gli USA o il Brasile o ... l'India).

Quando avrete finito di "acculturare" alcuni miliardi di persone e renderli tutti simili al cittadino svizzero medio, fate un fischio ed introduciamo i referendum anche su questioni fiscali. Nel frattempo io preferisco la vecchia democrazia indiretta, quella descritta da un'ottima battuta d'un altro inglese, Churcill ...

In sostanza, di fronte alla velocità delle dinamiche evidenziate e al fatto che siamo mortali, vale la pena intraprendere certi sforzi?

si

marcodivice 28/7/2015 - 11:49

Anch'io sono per la vecchia democrazia indiretta. Da noi purtroppo non gode di buona salute e proprio perchè ci vuole tempo, bisogna iniziare subito, magari togliendo la possibilità di free riding offerta a partiti come syriza prima, e magari LN o M5S dopo, dal un meccanismo decisionale ue che definire disfunzionale è un eufemismo.

pensavo a queste alternative. Perché io mi domando se valga la pena spendere energie per far progredire l'Italia o se, piuttosto, sia meglio spenderle per mantenere attiva la progressione di un paese che è già partito. Mi dispiace dirlo da 34enne, ma un impegno verso l'Italia mi sembrerebbe accanimento terapeutico...

Emigrare!

Turz 29/7/2015 - 17:56

La mia opinione, rinforzata dai ben noti risultati delle elezioni del 2013 (ma anche del 2014 e 2015), è che se sei su una nave che affonda e non sei il capitano, è l'ora di squagliarsela.
Saluti dalla Germania!

1) la questione della democrazia sovranazionale

Sul fatto che le decisioni sul debito si prestino male all'estensione di strumenti tipici di una democrazia nazionale si può essere d'accordo. Rimane però nel post irrisolto il problema della natura di quelle decisioni. Il fatto che siano state prese come risultato di un durissimo confronto fra governi non implica che ciò sia giusto. Il punto che mi pare sia irrisolto è se sia giusto o meno che queste decisioni siano la sintesi di interessi di governi. Per me no.

2) Precondizioni per il funzionamento di una democrazia

Forse perché conosco bene una forza "populista" trovo anche qui piuttosto circolare la definizione di forza populista. Tutti i partiti o non-partiti italiani e soprattutto i loro leader tendono a comportarsi da free rider. Che poi l'argine verso il populismo debba essere affidato alla legge elettorale o al senso civico mi sembra una posizione abbastanza debole.

3) Sovranità nazionale e modello sociale europeo

Non ho ben capito in base a cosa alla base della crisi greca ci sarebbe un intento "redistributivo". Il fatto che uno Stato spenda male o bene è diverso rispetto al fatto che uno Stato voglia redistribuire. Se il post vuole affermare che ogni spesa è redistribuzione non si capisce l'utilità di parlare di redistribuzione: è molto più semplice parlare di spesa. E se il problema è che uno Stato ha speso troppo o male la domanda da farsi è: cosa ha spinto quello Stato a spendere male?

questo articolo non prende posizione su nessuna delle questioni, si limita ad evidenziare come dietro i fatti occorsi in Grecia sia possibile vedere la concretezza storica di alcune questioni discusse nell'ambito della teoria della politica.

sulla prima questione può essere interessante leggere alcune cose elaborate anni fa da Robert Dahl.

alla seconda osservazione del commento, rispondo che tutte le definizioni sono in realtà per natura "circolari" e che nel post non viene data alcuna definizione di populismo: il punto è in generale assumere la necessità che la democrazia politica, per essere e conservarsi tale, non basta a se stessa ma ha bisogno di alcune condizioni preliminari. quali siano è materia di un lungo e complesso dibattito (suggerisco in proposito alcuni testi di facile accesso di Sartori).

circa il terzo punto rilevo, che è importante capire che tutta l'attività sociale dello stato (servizi pubblici, pensioni, assistenza, ecc...), al di là dell'efficenza con cui viene implementata, ha sempre un significato e un effetto redistributivo. una spesa inefficiente realizza semplicemente una redistribuzione inefficiente (talvolta perfino paradossale). ma il dato più importante è che la configurazione dello stato come stato sociale in sé porta all'esplosione della sua spesa e della sua dimensione e che tale dinamica si va rivelando come strutturalmente incompatibile con la concezione classica dell'indipendenza e della sovranità. questo tema è oggi al centro solo di aspre polemiche politiche mentre invece secondo me andrebbe affrontato in tutta la sua portata storica e concettuale.

(se no non finiamo più). Ora la prima questione che tu poni (se non capisco male) è l'estensibilità di alcuni strumenti tipici delle democrazie nazionali ad una decisione di carattere sovranazionale quale la gestione del debito greco. Intravvedendo una certa confusione di piani tu evidenzi il problema, ed anche un certo scetticismo.

La questione che però ti pongo io è se (come) le decisioni di bilancio portate ad un livello sovranazionale possano avere quell'equilibrio che nel modello liberale classico si realizza nella predisposizione da parte del governo e nell'approvazione/non approvazione da parte di un parlamento di rappresentanti dei cittadini. Secondo me una distorsione enorme ce l'ho quando il controllo su un bilancio pubblico viene di fatto approvato da organismi sovranazionali, e quanto più uno pensa che

La democrazia è qualcosa che può sussistere solo ed esclusivamente nell’ambito di una dimensione al massimo nazionale

il problema diventa davvero imponente.

L'approvazione di un bilancio pubblico è un fatto democratico o no?

Sicuramente è un atto politico.

il problema che non io ma la teoria della politica pone è se quella cosa che chiamiamo democrazia politica - e che consiste in un processo deliberativo che risponde a precisi caratteri formali - possa essere realizzato in un'organizzazione sovranazionale. la risposta prevalente in teoria è no. cioè le decisioni che vengono assunte da organizzazioni politiche di tipo sovranazionale (come la UE o l'ONU, ad esempio) non sono in generale il risultato di un processo deliberativo che risponde ai requisiti della democrazia, cioè non sono rappresentative di alcuna maggioranza politica che liberamente si costituisce in un "demos" nel contesto di un certo sistema politico. che poi queste decisioni abbiano importanti ricadute su scelte politiche fondamentali che una democrazia nazionale debba assumere (come l'approvazione di un bilancio dello stato) è un fatto che apre un problema teorico serio circa che cosa sia e che cosa possa essere la democrazia politica nell'attuale configurazione politica e istituzionale dell'Europa. il punto è innanzitutto rendersi conto dell'esistenza del problema e riuscire a porlo in termini formali corretti, prima di precipitarsi a immaginare soluzioni o a prendere posizione. 

infatti

marcomarkiori 29/7/2015 - 14:51

Certo. Ma limitandoci al piano strettamente fattuale, la competenza "sovranazionale" sul debito greco non nasce per incanto ma
1) dopo che il demos ha votato bilanci pubblici con debito
2) dopo che il debito è diventato insostenibile.
La questione diventa sovranazionale perché ci sono di mezzo dei creditori.
Uno può dire che forse quanto e come un demos debba ripagare un debito che aveva approvato non è necessariamente e totalmente una questione democratica.
Un altro può però dire che come verranno fatti i bilanci pubblici per quel demos è una questione politica. Come si affronta quella questione? (poi mi taccio per 24h :-) )

mi dispiace che uno dei post più interessanti qui apparsi (non se ne dispiacciano gli altri autori di nFA, di cui per un po' ho anche fatto parte) sia in gran parte rimasto deserto. Forse il tema è ostico, sicuramente non ci sono facili risposte tali da attirare trollame di varia natura. Ma mi aspettavo maggior partecipazione.

Cerco di porre rimedio.

Inizierei dalla prima domanda: Possono esistere organizzazioni sovranazionali realmente democratiche?

L'unica organizzazione che travalica lo Stato che conosco è quella federale, durante la sua costituzione. Poi a cose fatte la federazione diventa essa stessa nazione e quindi non è piu' sovranazionale ma caso mai sovrastatale. Una federazione ha un suo parlamento, un suo governo, un suo potere giudiziario, il tutto regolato da una Costituzione democratica, nel senso di approvata dal popolo e da esso emendabile, indirettamente o anche direttamente.

Organizzazioni sovranazionali sono normalmente espressione di rappresentanze dipolomatiche (ONU) o governative (Commissione Europea) e come tali non "realmente" democratiche. A livello di parlamento europeo visto che il budget comune arriva a malapena all'1% del PIL dei membri, si tratta comuque di un esercizio democratico decisamente residuale e larvale. Se la democrazia la si usa per decidere se un tombino su 100 debba essere colorato di rosa o di azzurro, poco importa se si tratti di reale democrazia o di un simulacro.

Mi pare che quindi si possa rispondere negativamente alla domanda ma se qualcuno ha opinioni diverse, siamo qui proprio per ascoltarle.

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